Polanski vs. Tutti

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Roman Polanski, classe 1933, è un regista di valore, anche se talora incompreso. Ebreo polacco (ma dichiaratamente ateo), la sua famiglia subì le traversie legate alla persecuzione nazista e finì a Parigi. Aveva il cinema nel sangue e si distinse in produzioni di nicchia, fino a che non si profilò la possibilità di lavorare negli Stati Uniti, dove si fece notare soprattutto per l’inquietante noir “Rosemary’s Baby” con Mia Farrow. Era comunque ben considerato da una certa intellighenzia che amava gli europei e il cinema meno stucchevole di quello solito americano, anche se si riteneva che Roman tendesse a spingere un po’ sui temi e fosse troppo sinceramente radicale in parole ed opere.

Il matrimonio londinese di Polanski e Sharon TateIncontrò Sharon Tate durante la lavorazione del film “Per favore non mordermi sul collo”. Sharon, texana, di una bellezza abbagliante, più giovane di lui di una decina d’anni, era figlia di un militare che aveva stazionato anche in Italia, dove lei in seguito interpretò ”Una su tredici” (tra i protagonisti figurava Vittorio Gassmann). Un altra sua intepretazione di un certo rilievo era stata nel film “La valle delle bambole”, in cui si trattava il tema dei compromessi cui sono obbligate le aspiranti giovani attrici.

La coppia si sposò nel 1968 a Londra, con una cerimonia fashion che fece epoca: lei deliziosa in un miniabito rosa, lui (non alle prime nozze) sornione, l’espressione arguta e un po’ monella che lo distingueva. Oggi si direbbe: coppia glam. Si stabilirono a Los Angeles, in una villa di Bel Air, sulle alture. Fino a poco tempo prima l’abitazione era di proprietà di Terry Melcher, figlio della celebre attrice Doris Day. Il particolare è importante. Melcher lavorava nel mondo della madre e gli era capitato di conoscere Charles Manson.

Charles Manson vs. Roman

Chi era costui? Il prototipo del disadattato. Piccolo e sgraziato, figlio di una prostituta, tossicodipendente, si faceva chiamare Satana o nuovo Cristo e aveva fondato una sorta di comune, detta “Manson Family”. In seguito si tatuò persino una svastica in fronte.

Era il periodo per questo genere di esperimenti. L’era hippy era in pieno svolgimento e capitava che, in patria o in qualche isola europea come Ibiza o meglio ancora nei paradisi dello sballo come il Nepal, giovani sbandati, a volte di famiglie abbienti, si dedicassero a formare questi accampamenti, il cui scopo sostanziale era il libero amore, di pari passo con l’uso smodato di droghe. Il pretesto era la contestazione della società borghese, l’affermazione di ideali di pacifica e libera convivenza, l’opposizione a governi reazionari come quello di Richard Nixon, presidente eletto nel 1968, mentre governatore della California era Reagan, entrambi repubblicani. Imperversava la guerra del Vietnam, da poco erano stati assassinati Martin Luther King e Bob Kennedy. Si inseriva nel mezzo anche una vaga aspirazione ambientalista e animalista.

Charles Manson

Charles Manson

Manson ci aveva aggiunto del suo. Dopo anni passati a entrare e uscire dal carcere per reati vari, risultava ulteriormente disturbato dalle violenze subite durante la detenzione, ma una cosa vi aveva imparato: a suonare la chitarra. Aveva l’ambizione di comporre ed è ipotizzabile che puntasse al successo, come valvola di sfogo delle sue frustrazioni.

In realtà, Manson aveva messo insieme un’accozzaglia di giovani, soprattutto ragazze ribelli di famiglie benestanti, con lo scopo di drenare le paghette delle loro famiglie e, fingendosi guru, di esercitare sulle stesse un plagio che gli consentisse di farne uso sessuale a piacimento. Nel frattempo, all’interno della sua banda, aveva già disposto l’uccisione di un paio di ragazzi non più graditi, uno reo di aver sposato una nera – Manson era dichiaratamente razzista. Con uno straccio di ideale, la sua corte dei miracoli aveva poco a che fare.

A un certo punto dovette sembrargli quasi riuscita l’impresa di incidere dischi. Era entrato nell’orbita dei Beach Boys (gruppo in voga in quegli anni, celebre soprattutto per alcuni singoli come “Barbara Ann”) e contattato Terry Melcher. Entrambi poi lo avevano allontanato, certamente consci della sua pericolosità, anche se il gruppo californiano usò un suo pezzo come proprio. Al sovreccitato Manson era salito il sangue al cervello. Meditava vendetta contro il figlio della Day e organizzò un piano diabolico, senza sapere che nel frattempo Terry aveva traslocato dalla villa di Cielo Drive e lì abitava la coppia Polanski/Tate.

Sharon, incinta e prossima al parto, la sera del 9 agosto 1969 era in villa con alcuni suoi amici, ovvero il suo parrucchiere ed ex fidanzato Jay Sebring, un amico e connazionale di Polanski, tale Frykowski e la ragazza di quest’ultimo, Abigail Folger, figlia di un industriale del caffé, entrambi con fama di radical chic. Roman era a Londra per lavoro, il suo ritorno era previsto per la nascita del bimbo.

Faceva molto caldo. La Tate era in camera a chiacchierare con Jay, mentre i due fidanzati si erano ritirati nella propria. In giardino scorrazzavano i cani; nella guardiola si trovava uno studente che con quel lavoretto di sorveglianza si manteneva agli studi e, nell’occasione, aveva invitato un suo amico a fargli compagnia.

Charles Manson aveva organizzato un “commando” di suoi compari per la strage vera e propria, un maschio e tre ragazze, mentre non è ancora chiaro dove si trovasse esattamente lui. La dinamica dell’azione fu in seguito ricostruita e per sommi capi si può riassumere così.

In qualche modo il manipolo riuscì a intrufolarsi nella proprietà, curando di tagliare i fili del telefono. Il custode riuscì ad acquattarsi, ma il suo amico fu freddato. Vennero uccisi i cani. Dopodiché, si scatenò la carneficina. Frycowski e la Folger tentarono di fuggire, ma furono raggiunti in giardino, mentre Sharon e Jay rimasero bloccati dentro. Qualcuno si beccò prima dei colpi di pistola, ma a tutti fu riservato un gran numero di coltellate, e in più, l’attrice e il parrucchiere furono ritrovati con una corda al collo. Nell’uscire qualcuno vergò col sangue, sulla porta, la scritta “pigs”, porci.

Lo sconcerto fu totale. Gli investigatori non ci misero molto a collegare l’esecuzione a un’altra, in cui erano rimasti uccisi i coniugi La Bianca, sempre in zona. E non fu difficile, a quanto pare, nemmeno risalire agli esecutori, poiché la polizia di LA, e qualche detective in particolare, tenevano d’occhio da tempo le baracche dove quei tristi figuri alloggiavano.

In base a una legge americana, che si potrebbe definire “sui pentiti”, furono promessi ragguardevoli sconti di pena a chi di loro avesse vuotato il sacco; alcune complici di Manson acconsentirono.

Sono rimaste nella memoria le immagini delle ragazze, non più con lunghe chiome, ma quasi rapate come kapò dopo la cattura, che entravano meste in tribunale per le deposizoni: scesero nei particolari sia della vita della comune, dove si passava praticamente da un’orgia a un buco, che sulle modalità dello sterminio dei coniugi La Bianca e di casa Polanski.

Fin qui i fatti. Seguì una sequela di eventi, forse di per sè, nell’immediato, poco significativi. Trapelarono voci di abitudini un po’ anticonformiste degli ospiti di villa Polanski, con riferimento all’erba trovata in giro.

Il regista parlò, amareggiatissimo, in una conferenza stampa. Dichiarò, pressappoco, che a Hollywood lo stile di vita era quello che era; e se a casa sua, quella sera, qualcuno aveva voluto farsi uno spinello, era proprio l’ultimo dei problemi; aggiunse che si stava tentando di screditare le vittime.

Passando a ricordare la defunta moglie, si dichiarò pentito di non esserle stato fedele, affermazione che scandalizzò enormemente gli americani, già scioccati dalla strage: qualcosa che nell’America dorata e burrosa (proprio quella propagandata dai film di Doris Day) era inconcepibile accadesse. Inoltre, in quei giorni gli USA mettevano piede sulla luna, l’euforia era al suo picco, nessuno voleva rovinarsi la festa. Fu un’ingenuità essere così sincero.

Manson, non pentito, fu condannato a morte, ma nell’attesa dell’esecuzione, la legge californiana abolì la pena capitale; poi la ripristinò, ma senza effetti retroattivi. “Satana” la scampò, trascorrendo il resto dei suoi giorni in prigione, dove ora, passata da un po’ la settantina, interpellato dai rari giornalisti, non mostra sussulti o resipiscenza, e si permette battute ove entra di tutto, anche Sofia Loren. Periodicamente chiede il rilascio. Si è perfino fatto vivo un suo figlio segreto che gli scrive in carcere. E’ stato citato spesso in canzoni e films; ha ispirato il nome d’arte del cantante Marylin Manson, che sostiene di aver voluto riassumere, nei due nomi, due simboli delle contraddizioni americane (e lui stesso è entrato dritto nelle polemiche quando lo hanno accusato di aver ispirato l’omicidio di una suora italiana).

Nei primi anni ottanta, per questioni procedurali, si procedette a nuove sessioni del processo. La mamma di Sharon, Doris, malandata e su una sedia a rotelle, insisteva a chiedere agli imputati ancora alla sbarra, quasi implorandoli, come era possibile che non avessero provato un po’ di pietà, almeno dinanzi alla figlia incinta che li pregava di risparmiarla. La povera madre fu presa sotto l’ala protettrice dell’allora vicepresidente George Bush Senior, che la indicò come una delle sue predilette mille stelle luminose che brillavano nel cielo d’America: un modo apprezzabile per consolarla e promettere che non avrebbero permesso sconti di pena ai colpevoli ancora dentro, ma altresì di far passare un messaggio: ovvero il perseguimento della linea dura reaganiana del momento.

Roman vs. Samantha Geimer

Samantha Geimer nel 1977

Samantha Geimer nel 1977

1977, Los Angeles. E’ in corso una bisboccia notevole tra adulti e ragazzine. Partecipa anche Polanski.
Il regista nel frattempo non si è risposato e ha pure lavorato pochino. Tra le altre cose, ha girato “What?”, commedia surreale spintarella, in cui entra l’Italia (ricordiamo che parla molte lingue, tra cui la nostra).

Cosa accadde, di preciso, forse non si saprà mai. Di sicuro c’è un’accusa a Roman per stupro di una tredicenne, Samantha Geimer. Il processo risulta un po’ contorto, con la sentenza di condanna che si annuncia controversa e un giudice che pare sia prevenuto verso l’imputato; questi non rimane in attesa passiva di un’aggravante e fugge dagli Stati Uniti, in cui non tornerà.

La minore sparisce per decenni, mentre Polanski si rifà una vita e una professione in Europa, nella patria elettiva, la Francia, anche quando i suoi lavori sono, di fatto, americani. Tra i suoi successi si ricordano “Chinatown” , “Tess“, “Frantic“, “Pirati“, “Il Pianista“, film che vince l’Oscar, ma sempre in contumacia del direttore. Gli attori americani sono lieti di una trasferta per poter lavorare con lui.

Tra le opere più pungenti si annovera “Luna di fiele” con il corrosivo attore americano Peter Coyote e una giovane protagonista francese, Michelle Seigner, che Roman sceglie, vent’anni dopo la tragedia, per ricominciare: avranno due figli.

Samantha Geimer alla presentazione del film-documentario sul caso Polanski-Geimer "Roman Polanski: Wanted and Desired"

Samantha Geimer alla presentazione del film-documentario sul caso Polanski-Geimer “Roman Polanski: Wanted and Desired”

Inaspettatamente, negli anni duemila, rispunta Samantha, ora ultraquarantenne e madre di famiglia. Fa sapere che quella vecchia storia è alle spalle, e non serba rancore a Polanski, che porgerà le sue (tardive) scuse. La Geimer aggiunge una rivelazione: a spingerla tra le fauci del satiro fu la propria madre, sperando di lanciarla nel cinema anche mediante i classici compromessi: fecero foto “osé” alle quali Samantha si prestò perché, le diceva la mamma, erano per il mercato europeo, dove l’atmosfera è più lassista.

Sembrerebbe un invito alla giustizia americana a lasciar cadere l’accusa, dopo tanto tempo e col perdono della parte offesa, che tale è anche se incoraggiata da una genitrice discutibile. Invece quanto auspicato non accade, anzi. Nel 2009, mentre si trova in Svizzera, Roman viene arrestato proprio in base al vecchio reato e imprigionato; poi verranno concessi gli arresti domiciliari, e ora è libero.

Esistono gli estremi di un complotto? Di tipo morale, con tutta probabilità. Nè peraltro sono mancate allusioni ad altro.

Roman vs. U.S.A.

Ben diversamente verranno trattati casi di cronaca dove erano coinvolti altri americani famosi. Il figlio di Jean Kennedy (ultima della famosa nidiata), accusato di stupro nel 1991, fu assolto (si dichiarò impotente); il primogenito di Marlon Brando, Christian, nel 1990, la passò praticamente quasi liscia dopo aver ucciso il cognato, compagno di una sorellastra incinta, e sospettato di incesto con lei (in seguito la ragazza si suiciderà): memorabile il teatrale intervento di Marlon alle udienze.

L’attore ed ex campione di baseball OJ Simpson, di cui abbiamo parlato in altro articolo, è stato riconosciuto innocente, ma non del tutto, per l’omicidio della moglie e del suo amico parrucchiere (curiosa coincidenza con il caso Tate), tanto che il tribunale ha disposto che dovesse risarcire le famiglie delle vittime, ma non si è fatto il carcere (non per quello, almeno).

Ci spiace inoltre citare nuovamente un Kennedy, Ted, benemerito per molti aspetti, di cui però ci si dimentica che, nel 1969, sposato e con tre figli, ebbe un incidente d’auto con la segretaria/amante, Mary Jo Kopechne: l’auto finì in un lago e lei annegò mentre lui pensava a salvarsi (sembra la trama di “Un posto al sole”, ma lì Montgomery Clift va alla sedia elettrica). Perse la possibilità di diventare presidente, ma rimase senatore praticamente a vita e non fu mai incriminato.

E che dire della “fatale” Lana Turner? Verso la fine degli anni cinquanta il suo amichetto, mafioso e ricattatore, fu trovato ammazzato in casa della diva, ma si preferì pensare che a farlo fuori fosse stata la di lei adolescente figlia, per liberare la madre dallo “stalker” : eppure nessuno ha mai smesso di pensare che lo avesse fatto Lana in persona.

Per non parlare di Michael Jackson: tutti ne amiamo i leggendari brani, ma nessuno ha mai spiegato cosa combinasse con quei bambini che gli giravano in villa.

I casi sospetti sarebbero molti, per i quali rimandiamo alla lettura di testi sempre interessanti come “Hollywood Babilonia“, o “Hollywood, istruzioni per l’uso“. Gli States ci piacciono sempre ma, se sei europeo, fai molta attenzione: i tuoi peccati valgono il triplo.

Roman vs. Roman

Roman Polanski

Roman Polanski

Il provocatorio cineasta è tutto tranne che furbo. Non era particolarmente amato negli USA, né ha mai fatto alcunché per rendersi simpatico. Il padre di Sharon raccontò successivamente che, in un primo tempo, aveva sospettato proprio del genero (spia di un matrimonio forse non gradito in casa Tate).

Polanski era troppo avanti per i criteri di un’America ancora puritana, pur se se gli anni sessanta stavano portando cambiamenti in mezzo a vite on the road, e al solito impasto di “sex drugs and rock and roll”; veniva visto con sospetto nell’ambiente dei cinematografari americani, dove l’apparenza era fondante di un sistema: a titolo di esempio, per le disinibite star femminili della celluloide, era meglio essere otto volte divorziate, che conviventi o ragazze madri.

Il codice Hays, con cui si regolamentavano vite pubbliche e private, copioni e comportamenti, era ancora applicato, benché scricchiolante. E, di sicuro, la politica si incaricava di irrigidire i canoni e punire i reprobi, a meno che non si prestassero al gioco. Elvis era consumato dentro e fuori, ma diede il volto a una campagna antidroga; come anni prima James Dean aveva girato uno spot per consigliare la prudenza in macchina…

La “strage di Bel Air” ebbe l’effetto di allontanare Polanski dal giro che contava, come qualcuno che porta sfiga o ricorda un brutto passato. Lo scivolone del ’77 completò l’opera.

Certamente ancora traumatizzato, con la minorenne si macchiò di una responsabilità grave, frutto di un perverso incastro di circostanze. I suoi compagni di bagordi non furono nemmeno sospettati, quantomeno di complicità nell’abuso della minore.

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