Parto per Dublino che odio la Guinness, torno che non posso più farne a meno

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Già il titolo basterebbe per descrivere questo mio viaggio, ma credo proprio dovrò sforzarmi per non esagerare con le parole nel descrivere il mio soggiorno in Irlanda. È stato un colpo di fulmine. Amore a prima vista. L’unico viaggio in vita mia in cui, alla partenza per il rientro, ero sconsolato. Non volevo più rientrare, volevo rimanere là, anche da solo. Ad ogni mio viaggio mi prende, dopo 5 o 6 giorni, la classica nostalgia di casa e per me che sono un romanticone dalla nascita è inevitabile. Ma stavolta no, stavolta è stato diverso. Sarei volentieri rimasto un altro giorno, un’altra settimana, un altro mese. Dopo questa mia inutilmente lunga quanto emotivamente carica introduzione, è bene raccontare le cose con ordine, altrimenti poco si capisce. E per ordine non intendo precisione: la mia scarsa memoria sommata al tempo trascorso dal mio memorabile viaggio (quasi un anno) non creerebbero un resoconto efficace. Ma, grazie al cielo (d’Irlanda), le foto che ho fatto sì. Ed è così che farò: scorrerò le foto una per una, così da far affiorare i ricordi che, sono sicuro, mi costeranno più di un languido sospiro.

Premetto che, quasi ogni anno, faccio un viaggetto in Europa con un gruppo di 3-4 amici quasi tutti universitari quindi con un sacco di tempo libero. Rigorosamente in estate, rigorosamente per sfuggire all’afa romagnola che tutti odiamo con ogni fibra del nostro corpo (prendere nota: Madrid ad agosto è stato un errore imperdonabile, non farlo mai più). La durata di solito è di 4-5 giorni (siamo sempre universitari quindi…no money) ma, fortunatamente, per l’Irlanda si era optato per una settimana tonda, grazie ai prezzi di soggiorno più accessibili per noi poveri futuri disoccupati.

Si partì in una afosa quanto povera di sonno nottata di agosto. Era quel momento della giornata quando manca un’oretta al sorgere del sole quindi, teoricamente, con la temperatura più fresca possibile. Questo, forse, per un essere umano normale. Ma io no, avevo ancora caldo. Lo so, questa storia della sofferenza del caldo può apparire un po’ ripetitiva per chiunque non sia me, ma il clima gioca un ruolo fondamentale nel mio amore per Dublino. Comunque tant’è, si parte. Tre ore di auto per raggiungere il semi-sconosciuto aeroporto di Treviso, il solito paio d’ore d’attesa all’aeroporto che, tra una cazzata e l’altra, passa più in fretta e via, direzione Dublino. Appena atterrati ci accoglie subito il mio cielo preferito: grigio, completamente grigio. E la mia temperatura preferita, quella da felpa. Peccato per la fastidiosa pioggerellina ma vabbè, mi accontento. Grazie Dublino, grazie. Abituarsi poi alla guida contromano non è così complicato come sembra, ma viaggiare in prima fila, in alto, su un autobus a due piani è fantastico. Arrivati in città sono stato lieto di scoprire quanto una mia preoccupazione fosse infondata (Irlanda, mi dispiace, ma ancora non ti conoscevo): Dublino è sì una capitale, ma non presenta quel tipico caos cittadino che ogni capitale europea da me visitata possiede. Niente clacson, niente ingorghi infiniti, niente miriade di persone che ti circondano. Più paragonabile a Bologna d’inverno che a Londra (clacson a parte). Grazie Dublino, grazie.

Si arriva all’ostello in pieno Temple Bar e subito un’euforia mi accoglie. Pub, pub ovunque. “Non venderanno solo Guinness” pensavo tra me e me… Frase esatta, ma che si sarebbe presto trasformata in “Can I have another Guinnes, please?”. Buttati i bagagli (letteralmente) in camera si va a pranzo al pub esattamente al piano di sotto rispetto alla nostra camera (commovente, vero?). E, senza capire nulla di quello che leggevo nel menù, ordino questo:

Non sembra, ma quell’anello di cipolla era grande come il palmo della mia mano e sì, quella era una Guinnes, la mia prima del viaggio. Ed è vero ciò che dicono: non ha niente a che fare da quella che si trova a casa nostra. Forse ero abituato a quel saporaccio di birra sgasata e annacquata (il gusto che ha la Guinness da noi), ma questo era tutto un altro sapore, e non era male. Dopo un pranzo da leoni, in cui riconsegnammo i piatti più puliti di quando li avevano acquistati, primo giretto in centro. Risparmiando i convenevoli da turista della domenica, Dublino è meravigliosa: cielo grigio quasi tutto il giorno, temperatura quasi invernale, numero di persone per strada accettabile, viabilità perfetta, strade linde e pinte, architetture stupende (che sia una casa, una banca o un palazzo qualunque), turiste e autoctone belle quanto prosperose, ma soprattutto tanti, tanti, tanti musicisti di strada. Il paradiso in terra per il sottoscritto, insomma. Grazie Dublino, grazie. Per i paesi anglosassoni sapevo che per fare il musicista di strada occorre superare prima un provino, e la motivazione è ovvia: famosa com’è per questi artisti, la città non si può permettere che degli incompetenti allietino le passeggiate dei turisti. E così è: musicisti di tutte le età (ho visto una signora di 70 anni ed un gruppo di ragazzini dai 9 ai 14) esibirsi in perfomance perfette quanto, a volte, complesse tecnicamente.

Le nostre giornate passavano così, in giro per il centro e per i parchi di Dublino, a visitare le famose “cose che se vai in quella città x non puoi non vedere”: e così vedemmo la casa di Oscar Wilde, il Trinity College con il College Park, visitammo la Book of Kells, facemmo una foto con la statua di Oscar Wilde, immortalammo la piccola statua dedicata a James Joyce, mi fermai ad ascoltare per una mezz’ora buona un genio che suonava le cover dei Metallica col violino (suscitando le proteste dei miei compagni che “sì, i Metallica spaccano, ma dopo un po’ basta”), visitammo chiese medievali, siti medievali, ricostruzioni medievali, mangiammo all’Hard Rock Cafè ed al Brazen Head (il pub più antico della città), attraversammo i ponti sul fiume Liffey, abbracciammo la base dell’obelisco di O’Connell Street, visitammo la fabbrica della Guinness con tanto di birre offerte all’ultimo piano con vista sulla città ed Oasis nelle casse, attraversammo il St. Stephens Green con tanto di laghetto per le anatre, fummo oggetto di risatine e sguardi maliziosi di giovani e lentigginose liceali in vacanza, fummo cacciati fuori pochi minuti dopo da una guardia perché non si poteva né mangiare né bere nel suddetto parco….insomma, le solite cose. In tutto questo il cielo era stupendo: o totalmente grigio o sorprendentemente azzurro, con enormi nuvoloni biancastri ed un sole che ti baciava il viso (non come qui in Romagna, che te lo scioglie). Grazie Dublino, grazie. E le giornate, da bravi scolaretti che si vogliono acculturare, passavano così. E si arrivava a sera.

A sera.
A sera.

Se le giornate volavano da quanto erano divertenti, le serate (e le nottate) duravano un soffio. Non mi divertivo così da quando ero adolescente, durante i miei primi ingressi al Rock Planet, Vidia, Velvet e compagnia bella. Eppure noi in Romagna ce ne intendiamo di feste e divertimento. Ma Dublino è…Dublino è…Dublino è….wow. Il nostro ostello era LETTERALMENTE CIRCONDATO da pub, che iniziavano a suonare la musica tipica dalle 14 e finivano a notte fonda (le 3, mi pare). Repertori rigorosamente irlandesi, con canzoni che dopo 2-3 volte imparavi a memoria e gente da ogni parte della città e del mondo. Mai visto così tante belle ragazze in pochi metri di pub, mai visto così tante risse. Il tutto accompagnato da fiumi di Guinness, balli fino allo sfinimento e risate a non finire: un po’ per la tanta birra, un po’ per il nostro inglese annaspante, un po’ per la coppia americana che voleva darci in matrimonio alle proprie 3 figlie mozzafiato. Grazie Dublino, grazie. Servirebbe una pagina per ogni singola serata, ma per volere di battute, argomento e soprattutto dignità non mi dilungherò oltre.

Ciò che merita di essere descritto è, dopo la capitale più bella del mondo, la città più bella del mondo. In linea d’aria è esattamente dalla parte opposta di Dublino, basta tracciare una linea orizzontale per tutta l’Irlanda, partendo appunto dalla capitale. Si affaccia sull’Oceano Atlantico e prende il nome di Galway. Galway è dove prenderei la mia casa estiva. Perché è sul mare, e perché di estivo non ha niente. In spiaggia, ad agosto, ci si va con la felpa col cappuccio tirato su e giacca a vento. L’acqua è ghiacciata, la spiaggia larga meno di 10 metri, l’erba è verdissima. E il cielo,manco a dirlo, è il più bello del mondo.

Direi che questa foto descrive tutto, e non servono ulteriori commenti, se non l’ultimo: prendendo di riferimento la strada che si vede in basso a destra nella foto sopra, se mi voltavo a sinistra vedevo il mare, se mi voltavo a destra vedevo questo:

Ecco, una qualunque di quelle case mi può star bene

E dopo il mare, la montagna. O meglio, la collina. Sì perché il nostro viaggio è proseguito a Glendalough, un paesino che si trova nei pressi delle rovine di un antico monastero, in piena collina. Paesaggisticamente parlando, non è tanto diverso dal nostro Appennino, se non per il solito clima: temperatura a parte, si passa dal sole splendente alle piogge torrenziali nel giro di 40 secondi. Un po’ di laghi di medie dimensioni, un po’ di pecore e cerbiatti, un bel po’ di ripide salite, ruscelli e foreste in stile “Foresta dei pugnali volanti” e un po’ di turisti maleducati. Niente di nuovo insomma, se non per i resti del monastero, a tratti perfetti per un film horror…

E così, il giorno dopo, ce ne tornammo a casa, con la macchina fotografica piena di foto e filmati, la pancia piena di cibo e buona birra, le tasche quasi svuotate e una valanga di ricordi indimenticabili persino per me. Perché anche solo riguardare tutte le foto della vacanza mi ha fatto tornare in mente sensazioni bellissime, momenti memorabili e situazioni da raccontare ai figli e nipoti. Tornai a casa, quel giorno, dal viaggio più bello della mia vita, con una promessa: Irlanda, mi riavrai. Oh, se mi riavrai! PS: ora anche la Guinnes di casa nostra è più buona.

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