Padrone del mondo e del football a Bogotá

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Parcheggiamo la macchina in una pozza di fango davanti ad un cancello sbarrato. Siamo in mezzo ad un campo, nella prima periferia di Bogotá. E piove.

Anche se per un europeo è difficile da immaginare, nella capitale della Colombia, posta a 2600 m sopra il livello del mare, la temperatura è sempre intorno 17 gradi e piove come fossimo in Cornovaglia.

Dovremmo essere di fronte alla sede del Bogotá Football Club, serie B colombiana, ma in realtà – lo scopriremo presto – dietro a quel cancello c’è l’inizio di un’avventura che mi condurrà presto ai vertici del calcio mondiale.

Scendo dalla macchina e sbircio oltre il cancello, ma vedo solo distese di erba bagnata. Poi da una casetta compare un uomo con calosce ascellari, giacca impermeabile di tre taglie più grande e cappellino d’ordinanza: deve essere un allenatore o un preparatore atletico.

Sono qui insieme ad un giovane amico di un mio amico, procuratore di calcio in cerca di talenti, da poco arrivato; io gli sto facendo da interprete e lo sto guidando nella febbrile metropoli sudamericana. Ma in realtà sto diventando qualcosa di più.

Ripasso la parte e mi preparo: non posso avere paura, devo essere convinto e convincente. Del resto sono bianco, sono occidentale, sono europeo, sono chi, 450 anni fa, ha conquistato questo paese con un centinaio di uomini a cavallo, mentre il mio interlocutore non ha vinto neanche un Mondiale. Un respiro e comincio: “Buon giorno, come sta? Mi chiamo Gian Pietro Miscione, sono italiano e sono qui con il mio collaboratore Francesco Di Donna, giovanissimo agente e procuratore FIFA che lavora per le migliori squadre europee: Juventus, Milan, Paris St. Germain…siamo qui in Colombia perché vorremmo stabilire contatti con realtà calcistiche locali, che possano indicarci qualche buon giuocatore e….beh, sì, per vedere se si può fare qualche buon affare insieme.”

Sono andato alla grande, l’”indio” è annichilito, azzerato, atterrato dalle mie capacità dialettiche e da quattro millenni di storia, arte e cultura occidentali. Nel frattempo, il mio socio scende dalla macchina, chiude lo sportello e, in giacca e cravatta, avanza sicuro e sorridente con le scarpe buone che affondano nel fango estraendo la mitica tessera: agente FIFA Francesco Di Donna. Gliela piazza sotto gli occhi perché possa luccicargli davanti lo scudetto italiano con quattro stellette rappresentanti i quattro titoli mondiali vinti: 1934, 1938, 1982, 2006. Beccati questa!! Zoff, Gentile, Cabrini, Vittorio Pozzo, il rigore di Grosso, il 4-3 alla Germania, il Brasile mandato a casa, ma chi cazzo siete voi?! Siamo i più forti del mondo, siamo i padroni, siamo i più grandi, siamo qui a portarvi civiltà e ricchezza, l’Impero Romano, siamo il passato, presente e il futuro!! AndiamoooOOO!!!!

Ma proprio in quel momento di delirio ed esaltazione colonialista, mentre già mi vedo invitato alla Domenica Sportiva colombiana pontificando sui massimi sistemi, ecco che sento due suoni inquietanti in rapida successione: biiip, biiip….

Oddio no….

Una veduta di Bogotá

La società e l’urbanistica colombiana sono strutturate “a bolle”: in varie zone della città puoi camminare e girare tranquillo e senza problemi, ma questa è una bolla con confini ben precisi e per spostarti in un’altra puoi dover passare per luoghi meno gradevoli. Così, per evitare “interazioni” con il mondo esterno durante questi trasferimenti, le automobili colombiane si chiudono automaticamente pochi secondi dopo che sono stati chiusi gli sportelli. Quando io sono sceso ho chiuso lo sportello, quando il mio socio è sceso ha chiuso lo sportello. E le chiavi sono rimaste dentro la macchina. Che ora si è automaticamente chiusa…

Biiip, biiip…siamo in un campo nel bel mezzo del nulla, due perfetti coglioni europei sperduti nella periferia bogotana in un luogo, dove non passa nessun mezzo pubblico o taxi, con i piedi nel fango, vestiti come due idioti, con la macchina chiusa e le chiavi dentro, e con quelle di riserva riposte in chissà quale cassetto, in chissà quale casa, a chissà quanti anni luce di distanza. E piove…

In quel momento di tragedia totale, mi si presentano due possibilità: o far finta di nulla e sperare che uno sbalzo del campo elettromagnetico solare riapra la macchina oppure svestire i panni di Cortés e Marco Tardelli, scendere dal piedistallo e chiedere umilmente aiuto.

Mentre il nostro interlocutore – che abbiamo capito essere un custode – ha ancora gli occhi fissi sulle quattro stellette, borbottando il nome di qualche superiore a cui dovremmo rivolgerci e mentre il mio socio conserva un sorrisone a 852 denti, faccio un bel respiro e prendo la mia decisione: “Ehm….scusi, ma…mi sa che abbiamo un problema…mi sa che ci sono rimaste le chiavi della macchina…ehm…chiuse dentro…”.

Il custode mi guarda un po’ stranito, le stellette smettono di luccicare e il mio socio, che parla poco lo spagnolo, lascia sfiorire il sorriso avendo comunque compreso che c’è qualcosa che non va. “Ah…sì…beh, ogni tanto capita.” mi fa accennando un sorrisetto compiaciuto. “Ma lei non è che…può aiutarci in qualche modo?” imploro. “Beh…forse c’è un amico che…” e indica la casetta da cui è venuto. Io rispondo sollevato e sorridente: “Eh…se potesse chiamare questo suo amico…”. Lui mi fa un cenno per dirmi di attendere e torna sui suoi passi.

Siamo nelle sue mani, può fare di noi qualsiasi cosa, può chiederci ogni cifra, ogni umiliazione, può anche obbligarci a fare da pali della porta della prossima partita di allenamento e noi lo faremo.

Dopo qualche interminabile minuto, le sue calosce avanzano verso di noi: ha in mano qualcosa; sarà un machete? Sarà un serpente tropicale? Siamo pronti a tutto, la nostra dignità europea è sotto le scarpe (infangate). Invece è un fil di ferro. Si avvicina alla macchina con lentezza e mi fa un cenno come a dirmi: “Posso?”. Io gli rispondo con un’espressione di totale sottomissione che vuole significare: “Puoi fare tutto ciò che vuoi: se riesci ad aprire quella macchina, sarai la luce eterna che guiderà le nostre esistenze nei secoli dei secoli. Amen.”.

Il tipo infila con pazienza il fil di ferro debitamente modellato nell’intercapedine tra finestrino e sportello e, dopo qualche tentativo, la sicura magicamente si solleva: la macchina è aperta, siamo salvi, siamo tornati alla vita. ‘L’amico’ era lui e lui ci ha salvato!

Dopo qualche pacca sulle spalle e un sollievo infinito, ci apre il cancello ed entriamo. In breve scopriamo che siamo in una scuola calcio gestita da un tale Don Alberto, deus ex-machina del football giovanile bogotano, che – contattato dal custode – si presenta a noi dopo circa un quarto d’ora. E’ un cinquantenne invecchiato maluccio con lo sguardo di chi ne ha viste di ogni tipo, ma non si è arreso al disincanto.

La sua espressione è ancor più sfuggente perché sulla bocca porta una mascherina come ogni tanto si vede da queste parti. Non ho ancora capito se sia per una delicatezza verso il prossimo che non si vuole contagiare con i propri germi o per una leggenda urbana secondo cui gli stessi germi sarebbero portati dall’aria fredda dell’altopiano bogotano.

La foto con Falcao bambino, sul muro della scuola calcio in cui è cresciuto

Mi presento a Don Alberto: sono il collaboratore dell’agente FIFA Di Donna, qui in Colombia in cerca di talenti, ecc.. Lui si dimostra interessato e, da dietro la mascherina, ci fa capire che vuole che lo seguiamo verso il suo ufficio. Ci indica varie foto sul muro raffiguranti le formazioni della scuola calcio degli ultimi venti anni. Ce n’è una più in vista delle altre ed è proprio su quella che attira la nostra attenzione. Appoggia il ditone su uno dei bambini accosciati, la cui figura è cerchiata e ci domanda: “Lo riconoscete?”. Mah, veramente…è bambino piccolo insieme a tanti altri…Poi alziamo lo sguardo e c’è una foto con tanto di dedica: il bambino nella foto, cresciuto nella scuola calcio dove ci troviamo è Radamel Falcao, campione e idolo colombiano, uno dei migliori al mondo. Al mio socio “ride anche il culo”, nei suoi occhi vedo il simbolo dei dollari che gira come fosse Zio Paperone.

Don Alberto ci confida che dalla sua scuola è appena uscito Jhon Padilla (proprio “Jhon”) attaccante di 16 anni, star della nazionale under 17, ragazzo strappato da una favela sulla costa, che Don Alberto si è portato a vivere in casa. Senza il calcio chissà dove sarebbe finito. Ora gioca nel Santa Fe di Bogotá, una delle più forti squadre colombiane. Ma lui detiene ancora il 40% del suo cartellino. Di Donna mi fa dire che la Juventus, ma anche il Paris St. Germain e probabilmente anche il Milan, sarebbero interessatissime ad un giuocatore così. Io condisco il tutto con profonde osservazioni geo-politico-economiche sottolineando che la Colombia è una realtà in grande crescita e in Europa c’è grande interesse per questa realtà. Don Alberto fa sì con la testa e dice che se ne può parlare certamente. Negli occhi del mio socio i simbolini dei dollari turbinano ora come trottole impazzite e forse anche nei miei si comincia a vedere qualcosa.

Radamel Falcao (Santa Marta, 10 febbraio 1986) è un attaccante della Nazionale colombiana e del Monaco (Francia) che lo ha acquistato nell’estate del 2013 dall’Atletico Madrid per 60 milioni di Euro

Don Alberto ci fornisce numerosi contatti, tra cui quello di Don Wilson Jimenez, selezionatore della nazionale under 17, che potrà indicarci altri talenti pronti per il grande salto nel ‘big world’ del calcio europeo. Lo potremo incontrare in serata allo stadio dove si giuocherà Bogotá Football Club contro America di Cali, la terza città colombiana.

Dopo qualche ora siamo di fronte al “Campín”, lo stadio cittadino, circondato da masse di tifosi entusiasti. Noi non abbiamo il biglietto, ma il mio socio mi tranquillizza: “Entreremo senza pagare, non preoccuparti”. Io accenno che potremmo anche comprare il biglietto, ma lui insiste: dev’essere una questione di orgoglio professionale: un procuratore non paga per entrare alle stadio, punto e basta.

Ha ragione lui: grazie alla tessera con simbolo FIFA e stellette, la giacca e cravatta e una buona dose di faccia da culo, superiamo ogni filtro e ogni controllo e ci ritroviamo in tribuna d’onore, manco fossimo Moggi e Giraudo ai tempi d’oro.

La partita è di serie B, il Bogotá è forse la decima squadra della città, ma lo stadio è pieno. Al quattordicesimo del primo tempo, quando la squadra in casacca biancorossa infila la porta avversaria e lo stadio esplode in un tripudio generale, comprendiamo il perché: l’America di Cali è una nobile decaduta, finita in serie B dopo decenni di gloria ai massimi livelli. E come accadde con la Juventus qualche anno fa, dovunque vada, riempie gli stadi perché ha tifosi in ogni città. Il Campín è quindi pieno di “caleños” che vivono qui, mentre di supporters del Bogotá non c’è neanche l’ombra.

Noi comunque siamo qui per parlare con Don Wilson e, all’undicesimo della ripresa, dopo surreali chiamate telefoniche, riusciamo a localizzarlo qualche fila sotto di noi. Don Wilson è un tipo grosso con il naso rosso e si capisce subito che ha poca voglia di avere a che fare con due “gringos” come noi. Io racconto la storiella, assicurandogli ed essendone ormai convinto anch’io che siamo in missione per conto delle migliori squadre europee. Di Donna mostra la tesserina, facendomi anche dichiarare che lo ha appena chiamato la Juventus, ma Don Wilson non sembra impressionato.
Il rapporto con i colombiani o meglio con i colombiani che non hanno avuto la possibilità di studiare e girare il mondo può rivelarsi complicato per un europeo: c’è chi assume un atteggiamento di eccessiva soggezione come se l’Europa fosse un universo superiore e favoloso. E c’è chi invece, come Don Wilson, mostra un’evidente diffidenza e repulsione, credendo che ogni europeo consideri la Colombia un paese completamente sottosviluppato. Inoltre, così come accade per noi con i sudamericani, i colombiani non fanno distinzioni tra europei: per un colombiano un italiano equivale ad un tedesco o ad un francese. Anche per questo, spesso in Colombia la gente è convinta che ogni europeo, anche un italiano, arrivi da un ordinatissimo e civilissimo quartiere di Zurigo e che quindi, a Bogotá, non saprà come muoversi e finirà derubato o ucciso nel giro di venti minuti.

Se quindi, qualche colombiano ci vedesse il giorno seguente attraversare uno dei quartieri più disastrati della città, in cerca del campetto dove la squadra di calcio di Don Alvaro disputerà la finale di un torneo giovanile, probabilmente considererebbe che il nostro destino sia finire dentro ad un fosso, uccisi e senza un rene, entro il primo pomeriggio.

Oltretutto il mio socio è sempre in giacca e cravatta e, mentre la macchina si affatica su strade piene di buchi che sembrano la Fossa delle Marianne, facendosi largo tra busetas stracolme di pueblo e baracchini che vendono polli fritti e mazorcas in ogni dove, lui smanetta con l’Iphone in bella vista parlando con tutti i procuratori italiani, rassicurandoli sul fatto che entro una settimana porterà in Italia il nuovo Falcao, anzi il nuovo Messi, il nuovo Pelé, il nuovo Maradona.

Dopo diversi giri a vuoto e disperate chiamate telefoniche, riusciamo ad intercettare il camioncino di Don Alberto. Dal finestrino e da sotto la mascherina bofonchia: “Sintonizzate la radio sui 999 AM!”. Io non ascolto la radio AM da quando ‘Tutto il calcio minuto per minuto’ narrava solo i secondi tempi delle partite e, per essere aggiornati sui primi, bisognava appunto sintonizzarsi sulle onde medie cercando la stazione RAI tra emittenti russe, polacche o di qualche setta religiosa. Marconi aveva da poco inventato la radio.

Mentre siamo impantanati nel traffico, in un ingorgo monumentale, in un quartiere dove “dos caras de ricos” come le nostre non dovrebbero stare, riesco a trovare l’emittente da cui scaturiscono grida e rumori familiari: è una radiocronaca di “un partido de futbol”, ma non di “un partido” qualunque, bensì di quello che stiamo andando a vedere. Giunti sul luogo, ci rendiamo conto della situazione: sul campo, dove stanno giocando due squadre di ragazzini, due radiocronisti fanno la cronaca della partita che è trasmessa non solo da quella che capiamo essere l’emittente della scuola calcio di Don Alberto, ma anche da enormi altoparlanti posti sopra le piccole tribune che la diffondono sul campo stesso. In pratica il commento della gara è ascoltato a volume pazzesco da tutti: pubblico, giuocatori, venditori ambulanti, mucche che pascolano nei paraggi e abitanti degli edifici circostanti.

L’atmosfera è meravigliosa e riconcilia con il calcio in ogni senso, uno sport che avrebbe grandi valori e potenzialità educative, ma che, in Europa, purtroppo anche a livello giovanile, è stato completamente mercificato e depredato di ogni valenza positiva. Sembra di stare in un campetto dell’Italia degli anni ’50, in una via Gluck colombiana, in un romanzo di Pasolini. Sugli spalti e intorno al campo appaiono ovunque ragazzini sorridenti, genitori rilassati, gente del quartiere che è venuta a godersi lo spettacolo domenicale, oltretutto allietato dal sole. Quando giungiamo io e Di Donna, sembriamo divinità scese dal cielo. Il mio socio sembra un topo nel formaggio, sorride a tutti, mi segnala centrocampisti e mezzali dodicenni dal sicuro avvenire ed è presto attorniato da dirigenti di squadre locali, curiosi, bambini e semplici spettatori. Io sono un po’ imbarazzato di fronte a tanta deferenza che mi sento di non meritare assolutamente. Inoltre, noi siamo di fatto gli ambasciatori e i pionieri di un mondo vorace che minaccia di distruggere l’oggettiva purezza di un luogo e persone come queste.

Ma quando Don Alberto mi prende per un braccio e mi porta dai radiocronisti perché sia intervistato in diretta radiofonica non mi faccio pregare. Presentato come procuratore italiano in cerca di talenti nella bella Colombia, prendo il microfono in mano e rivolgendomi al pubblico presente, comincio a pontificare sui valori umani che si respirano in questo luogo, sul fatto che la scuola di Don Alberto pensi a formare innanzitutto l’uomo e poi il giocatore, sulla dignità di questa gente, ecc. ecc.. I radiocronisti fanno sì con la testa, il popolo mi ascolta e io continuo: “Siamo orgogliosi e felici di essere tra voi oggi pomeriggio, in questo luogo di sport così ricco di sentimenti e di quel calore umano che in Europa si è perduto”….Mi sento Nando Martellini al Bernabeu, Gianni Brera all’Atzeca, John Kennedy a Berlino, Martin Luther King a Washington, il Papa in piazza San Pietro. E’ delirio e onnipotenza.

Conclusa la partita, Don Alberto ci comunica che ci ha procurato un altro, decisivo appuntamento: con il presidente del Santa Fe, proprietario di Padilla per cominciare le trattative per il suo trasferimento in una delle squadre da noi rappresentate. Il mio socio sorride e stringe la mano a Don Alberto: siamo un grande team, ormai non ci ferma più nessuno.

Il giorno seguente siamo, infatti, ricevuti dalle alte dirigenze del Santa Fe, campione nazionale nel 2012 e semifinalista della Coppa Libertadores pochi mesi dopo. “Buon giorno, sono italiano e sono il collaboratore dell’agente FIFA Francesco Di Donna, siamo qui in Colombia per….”. Tessera, scudetto, stelline, sorriso. Ormai lo schema è collaudato e vincente. Il nostro obiettivo è ottenere dal presidente del Santa Fe una procura che ci autorizzi a negoziare il giuocatore con qualsiasi squadra. Il mio socio, che è giovanissimo, mi ha appena confidato di non aver mai fatto un passo del genere, ma – in questo lavoro – mostrarsi sicuri e vendersi anche per ciò che (ancora) non si è ha la stessa importanza della trigonometria per un matematico. Del resto anch’io non sono altro che un interprete-accompagnatore, ma mi sto presentando come uno smaliziato ed esperto procuratore di football.

Veduta notturna di Bogotá. L’area metropolitana conta circa 9 milioni di abitanti.

Seduto di fronte alla scrivania del Santa Fe, sciorino tutte le mie conoscenze calcistiche, recito a memoria i nomi di tutti i colombiani che militano in Serie A, disquisisco della psicologia di Mourinho, analizzo il significato della musica come tratto identitario dei colombiani, così come il cibo lo è per gli italiani. Il mio socio, seduto al mio fianco, mi dà colpetti con il piede per ricordarmi che devo insistere sul fatto che il Paris St. Germain lo ha chiamato ieri. Il presidente ha fretta, deve partire con la squadra per il Perù dove si disputerà una partita della Coppa Libertadores. Chiama una segretaria, telefona ad un dirigente, si fa dare tutti i dati dal mio socio e, nel giro di due minuti, firma la procura e ce la consegna. E’ fatta!

Prima di congedarci, ci dice che ci farà chiamare da un suo amico, tale Don Carlos Uribe, procuratore di un’altra promessa colombiana, Efraim Martinez, su cui pare abbia già messo gli occhi il Manchester United di Sir Alex Fergusson. “Molto bene – rispondo sicuro – le dia pure il mio numero di cellulare“. Gli porgo il mio biglietto da visita di direttore de L’Undici e gli stringo la mano come un navigato imprenditore che chiude il suo ennesimo affare.

Usciamo dalla sede del Santa Fe e ci infiliamo in macchina con il foglio firmato in mano. Ci diamo un cinque, felici. Siamo grandi, siamo i migliori, non ci fa paura nessuno. Io penso che ormai la mia vita sia svoltata, molto presto sarò corrispondente sudamericano de “La Gazzetta dello Sport”, poi di qualche settimanale e infine sarò consultato da radio, giornali e TV quando si dovrà discutere di società e costume in America Latina: in tre giorni sono diventato padrone del mondo e del football a Bogotá. Mentre c’infiliamo nel delirante traffico dell’”hora pico” bogotana, il mio socio comincia a chiamare tutti i numeri della sua rubrica, corrispondenti a tutte le squadre di calcio italiane ed europee dall’Ascoli allo Sturm Graz. Poi mi fa cenno d’accostare: ha visto un bar e vuole offrirmi da bere per festeggiare. Mentre lui scende, mi squilla il cellulare. Fermo la macchina e rispondo: “Buenas tardes, sono Carlos Uribe, come sta?”. “Ah buenas tardes Don Carlos, come sta?”. Ormai vado sul velluto, gli racconto la solita storia e poi mi lancio: “Sì, saremmo molto interessati a Martinez, ci sembra un attaccante moderno e ormai pronto per il calcio europeo”. Lui ribatte: “Eh, sì, in effetti Sir Alex Ferguson ha visionato diversi video e…”. Dal bar, il mio socio mi invita a raggiungerlo: ha in mano due bicchieri di aguardiente e sfoggia un sorriso più brillante che mai. Scendo e lo incalzo: “Mah, Martinez però è un centroavanti atipico, non credo che in questo momento possa interessare al Manchest…”. Biip…biiip….Oddio no!!!

 

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