L’Aquila ibernata

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Ci volevo andare.

Nonostante le parole scoraggianti di amici e conoscenti abruzzesi (“Ma che ci andate a fare??!” “E’ tristissimo, un colpo al cuore!” “Se ne stanno andando tutti!”) e nonostante avessi la sensazione di essere quella che sa che sta per fare harakiri, ma vuol comunque provare l’effetto che fa.

Piazzetta del Carmine

Inoltre, a quattro anni “suonati” da quel 6 aprile 2009,  volevo vedere con i miei occhi i risultati della tanto decantata risoluzione dell’emergenza-terremoto a tempo di record, dato che ormai quasi tutto pare esser caduto nell’oblio (anche se ammetto di non guardare i telegiornali da un bel pezzo, quindi almeno su questo punto potrebbe trattarsi di una mia mancanza).

Per una volta quindi, avremmo rinunciato ai bagni in mare in favore di una gita sull’Appennino abruzzese.

Passato il traforo del Gran Sasso con il pensiero rivolto alla mai dimenticata fisica honoris causa Maria Stella Gelmini, alle porte di L’Aquila ci aspettava già il primo acquazzone, che non facilitava certo il nostro peregrinare casuale verso il centro città.
Per di più le strade erano deserte e all’orizzonte non si vedeva nessuno a cui chiedere indicazioni.

la sede della Guardia di Finanza

Sempre senza avere la minima idea di dove fossimo (le mappe, queste sconosciute), abbiamo lasciato l’auto nel primo parcheggio disponibile, cioè il primo che abbiamo incontrato (anche i parcheggi erano deserti), e ci siamo infilati nel primo bar aperto, per di più da solo tre giorni: un bel messaggio di speranza da recapitare a chi disperava!

Allora non è tutto immobile come dicono!

Avremmo scoperto solo in un secondo momento di esserci imbattuti in una fortunata eccezione…

la Chiesa di Santa Maria Paganica vista attraverso Vico Cavalieri di Malta, da Piazzetta della Commenda

Terminata la pioggia ci siamo incamminati verso quello che immaginavamo fosse il centro storico della città.

A poco più di cinquanta metri dal “nostro” bar, la musica e le (poche) voci lasciavano, ad ogni passo, progressivamente spazio al silenzio.
Abbandonata quasi subito la strada maestra, ci siamo addentrati nelle viuzze laterali: calcinacci, transenne sbattute a terra (da qualcuno che voleva passare “per forza”?), porte e finestre semiaperte o divelte.

Da quel momento iniziava il nostro vero viaggio dentro L’Aquila.Passo dopo passo, gradualmente il volume delle nostre voci continuava ad abbassarsi, fino al punto in cui sembrava che anche solo il nostro sussurrare ci disturbasse, quasi fosse una mancanza di rispetto verso quel luogo e i suoi abitanti.

Eppure non c’era nessun altro intorno a noi, neanche all’orizzonte. Nessun animale domestico, forse qualche uccellino.

Poco dopo, all’improvviso un tuono: dalle orecchie alle viscere.
Ci mancava anche questa.

la chiesa di Santa Maria Paganica

Il sole ci omaggiava ancora della sua presenza, ma i suoi raggi erano malati e minacciati da nubi plumbee e rapide.

Nonostante questo, il nostro cammino proseguiva comunque, passando dalla Chiesa di Santa Maria Paganica, alla Torre Civica e a Palazzo Margherita.

Nel tentativo di immaginare l’antica bellezza di questi luoghi, l’unica parola che avevo in mente e che ripetevo come fosse una litania era “terribile”.
Terribile che una manciata di secondi avesse sconvolto la vita di una città e di centinaia di persone: niente più casa, niente più ufficio, niente più lavoro. Soprattutto, niente più famiglia, perlomeno quella di prima.

via Paganica

Era ed è onestamente impossibile immedesimarsi fino in fondo in chi ha vissuto una catastrofe simile, nonostante l’empatia e l’immaginazione. Si può solo ringraziare il cielo di essersi trovati da un’altra parte, in quel momento.

E’ stato lungo Corso Umberto I che abbiamo incontrato per la prima volta altri esseri umani: due o tre coppie di turisti e una camionetta dell’Esercito Italiano. Fa impressione pensare che questi militari vengano impiegati ogni giorno, da quattro anni, fondamentalmente per vigilare su possibili sciacallaggi. Per quanto andranno avanti ancora?

Perché qui, in questi edifici abbandonati e sorretti da esoscheletri in ferro, alcune porte sono chiuse da lucchetti, ma tante altre sono spalancate e, con l’aiuto di quella poca luce che s’intrufola, vi si può almeno sbirciare dentro: mobili fatti a pezzi, libri aperti caduti in malo modo sul pavimento (che tentazione quella di entrare a “salvarli”!).

la Torre Civica in piazza del Palazzo

Poco prima dell’arrivo di un nuovo temporale e della nostra decisione di tornare sui nostri passi, abbiamo fatto in tempo a sostare davanti all’università: oltre non si poteva andare.

Alla mia sinistra, in fondo alla discesa, da lontano mi è sembrato di riconoscere la casa dello studente, anche se non ne sono sicura perché l’ho vista solo in televisione, parecchio tempo fa. Altro brivido.
Mi hanno raccontato che “prima” L’Aquila pullulava di giovani, in gran parte universitari.

Dopo qualche minuto, mentre ci allontanavamo dalla città in auto, al riparo dalla pioggia, mi è parso di intravedere quelle nuove abitazioni del progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili) tanto celebrate come simbolo di efficienza e impegno governativo dall’allora Presidente del Consiglio.
Un vero peccato, questo temporale: avrei voluto vederle da vicino.

Cosa abbiamo portato a casa da questa esperienza?
Ovviamente tanta amarezza.

Sulla strada del ritorno, per un bel po’ di minuti il clima silenzioso e riflessivo è perdurato dentro e tra di noi.

l’Università

Non ho abbastanza strumenti per raccontare nei dettagli cosa è stato fatto e - soprattutto - cosa no, negli ultimi quattro anni.

Il mio obiettivo è stato “fotografare” la situazione attuale de L’Aquila per come si presenta  agli occhi di chi non la vive quotidianamente ma che vorrebbe saperne di più.

Questa città appare come la rappresentazione “in piccolo” del nostro Paese: una realtà ormai a pezzi, ibernata, abbandonata a se stessa, che cerca di sostenere la facciata (l’Italia la faccia l’ha già persa) rattoppando qui e là e costruendo surrogati scenografici ma di dubbia sostanza.

Nella frustrante e forse obbligata attesa che qualcun altro dia inizio a disgelo e ristrutturazione.

Mi farebbe piacere se qualche aquilano volesse raccontare il suo punto di vista e se avesse delle buone nuove da raccontarci.

 

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15 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Chica

    Io posso dire, da aquilana, che c’è tutto quello che tu hai descritto, e ti ringrazio per il rispetto che mostri in ogni passaggio. Scrivi il tuo articolo a persona, esterna, a quanto successe e a quanto c’è ancora, che riporta le sensazioni suscitate da una città che in parte ha smesso di vivere ormai 6 anni fa. Si vive ora, si lavora, si passeggia, si va a scuola, esattamente quanto è sempre accaduto. Ma sembra che si sia perso il senso di appartenenza, un’identità legata a quei punti di incontro e di scambio, che non torneranno mai a assumere le stesse vesti passate. Io mi sono ritrovate tante volte a percorrere il corso, dalla Fontana Luminosa fino alla Villa, e ogni volta sono arrivata a fine tragitto con le lacrime agli occhi. Per quel silenzio, per le barriere laterali, per impalcature che sostengono provvisoriamente, opponendosi alla distruzione le cause di quei trenta secondi passati. E da alcune finestre, aperte, si scorgono sedie, borse aperte, così come aperte ante di armadio e cassetti, come se la vita si sia semplicemente interrotta. E ti chiedi perchè quella borsa è li, perchè nessuno è andata mai a riprenderla. Una vita inventata nuovamente, in questo nuovo scenario. O semplicemente una vita che va avanti, perchè si deve andare avanti, forse in attesa, o forse senza speranza. A volte protetti dentro quelle mura fredde degli appartamenti del progetto C.A.S.E., che suscitano rabbia, sfiducia, e in alcuni casi fanno sentire ancor più soli, ancora più distanti dall’identità passata,

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    • AeRRe

      E’ passato del tempo da quando sono stata a L’Aquila, eppure da quel che leggo non mi pare che da allora sia cambiato granché.
      Del resto, sarebbe assurdo pensare che quei 30 secondi non abbiano traumatizzato chi viveva in quelle case e non ha mai avuto desiderio di tornarci, forse per non rivivere quegli attimi che hanno rivoluzionato la loro vita o forse perché per loro quello è stato il tempo zero di una nuova.
      Ma in questo momento cosa accade? Possibile che si stia solo a fissare il vuoto di una città immobile? E’ “solo” una questione di fondi (che mancano)?
      Sarà che ultimamente ho fatto il pieno di decadenza, che mi mette una gran tristezza, ma voglio credere in un futuro in cui nel centro de L’Aquila trionferà nuovamente la bellezza, anche se probabilmente con fattezze diverse da prima.
      Erano di certo altri tempi, ma basti pensare alle meraviglie che sono riusciti a costruire i siciliani nelle città del Val di Noto, dopo il terremoto del 1693.
      Io ve (e me) lo auguro.

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  2. donatella

    Io ho visto L’Aquila prima e dopo. La prima volta che ci sono stata dopo il terremoto è stato sei mesi dopo il sisma. Mi ha pianto il cuore. Non sono riuscita a fare a meno di piangere. Io e mio marito – abruzzese di origine, e con parenti a Pescara – ci siamo avventurati tra i paesini abruzzesi come ogni anno per le ferie, ma quell’anno non si poteva andare da nessuna parte. Alle porte di Onna solo macerie: mi sono sentita a disagio a guardarle, mi sembrava di guardare nella vita di persone sedute in mutande nella quiete della propria casa, dove di case non c’era neanche più l’ombra. Tuttora non mi capacito del fatto che ci fossero (e tuttora) ci siano turisti che si fermano ad immortalare con le loro reflex quegli squarci nel muro, nei muri. A L’Aquila sono ritornata altre volte: a me sembra che la situazione sia sempre uguale. Certo lo è per me: ogni volta che torno, e guardo quelle mura, ricevo un cazzotto in pieno stomaco. Ed ancor più da quando sono ‘gemellata’ con loro (17 mesi fa il terremoto anche da noi, a Ferrara, anche se per fortuna con danni minori), ed a loro resa più vicina da quella paura, sorda, che serpeggia in chi ha convissuto – per poco o a lungo – con il terremoto.

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  3. marinda

    Bellissimo articolo Penelope. Ero a L’Aquila con le mie figlie proprio l’11. In verità c’erano un sacco di turisti, al Castello, sul Corso e davanti al Duomo. Poi da lì volevamo andare alle 99 cannelle e abbiamo chiesto come fare. Il percorso ci ha obbligato a passare davanti alla casa dello studente e per quelle traverse desolate, silenziose, con case puntellate, altre squarciate, in un bagno c’era ancora un accappatoio… Chi ma ha dato le indicazioni, un artigiano con chiosco in piazza mi ha terminato dicendo “Così potrete fare un po’ di turismo delle macerie”. Mi si è stretto il cuore e ho smesso di fare foto. Mi son sentita un po’ sciacallo anche io, come chi va a vedere la casa di zio Michele ad Avetrana. Non era mia intenzione. Poi ho pensato che solo continuando a visitare la città, prendendo un caffè o una bibita nei bar aperti o qualche prodotto dell’artigianato locale, si aiuta a tener in vita questo centro storico. Grazie Aquilani.

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    • Penelope Pras

      Grazie Marinda. Noi purtroppo non siamo riusciti a vedere tutto il centro, ci rifaremo! Comunque no dai, una visita a L’Aquila non mi sembra paragonabile a quella della casa di uno dei protagonisti di un delitto…

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  4. Fabio Esquilino

    Penelope, cercherò di essere il più breve e chiaro possibile e andrò per punti:
    1) grazie per avere avuto queste attenzioni verso la nostra città;
    2) “se ne sono andati tutti”… posso sapere chi ha detto una cosa simile? Forse era vero all’inizio, ma i miei amici e parenti adesso sono tutti qui! Soltanto uno si è trasferito a Fermo, ma siamo in media statistica con le altre città d’Italia.
    3) quello che è successo a questa città è “terribile” dici? Si. Non sò se si può capire il dolore di vedere la propria città in questo stato… ogni angolo, strada, vicolo sono pieni di ricordi e nessun aquilano li vede così come sono, ma come ce li ha negli occhi.
    4) hai scelto un momento molto molto sbagliato per venire. Perché se è vero che la città è a pezzi lo stesso non si può dire per gli abitanti! Gli aquilani sono persone a cui piace uscire e stare con gli amici e questa caratteristica non ce l’ha tolta neanche il terremoto! Ti ripropongo di fare un nuovo giro, ma questa volta con un aquilano che possa farti da Cicerone.
    5) L’Aquila… basta solo la parola perché un aquilano senta un tonfo al cuore, una sensazione che si avvicina a quella che si prova quando si è innamorati! ;)

    Alla fine mi sono dilungato un pò troppo! ^_^’ Scusami se sono stato offensivo, la mia intenzione non è quella d nascondere l’evidenza, ma soltanto di proporre un altro punto di vista.
    Ciao!

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    • Penelope Pras

      Fabio ti ringrazio per il tuo commento, non mi pare proprio tu sia stato offensivo. Ho chiesto esplicitamente di poter sentire la voce di qualche aquilano,a maggior ragione se appassionato come te. “Girerò” a chi di dovere la tua obiezione riguardo la presunta emigrazione di massa, grazie. Aquilani non ne conosco, però concordo con te sulle grandi doti sociali e ospitalità degli abruzzesi.
      Conto di tornarci, sicuramente saranno tempi migliori. ;)

      Rispondi
      • Fabio

        Se ti va contattami! Sarò onorato a farti da Cicerone per la mia splendida città! ;)

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  5. cesare ianni

    Gentile Penelope, grazie per l’articolo e per l’attenzione che dedichi alla nostra città.
    La realtà che tu riporti nell’articolo è quella vera, che tu hai personalmente vissuto, però vi sono dei cambiamenti in atto, altri aspetti e, soprattutto, la gente aquilana resiste, e vuole vedere la città ricostruita!
    La prossima volta che verrai a L’Aquila, se vorrai, sarò onoratissimo di farti da “cicerone”, sono nato dentro le mura dell’Aquila e non mi arrendo, come moltissimi miei concittadini!
    Jemo ‘nnanzi!
    Cesare

    Rispondi
    • Penelope Pras

      Cesare, cosa chiedere di più che girovagare per una città con chi ci vive e ne conosce tutti i segreti e le bellezze?! Grazie, lo terrò presente! ;)
      Sono felice di sentire che siete in tanti a resistere, spero di vedere presto con i miei occhi i frutti del cambiamento. Jemo ‘nnanzi!

      Rispondi
  6. Massimo De Felice

    io sono aquilano in tutto e per tutto tranne per la nascita (i miei stavano a Rimini quando sono nato, ma mia madre è di piazza S. Pietro e mio padre era di via romana. Io vivevo al centro a 50 metri da piazza duomo e ho vissuto l’aquila in tutta la sua vitalità e bellezza di cui era capace…… mi manca come può mancare una madre e spero che un giorno potro’ tornare alla mia vecchia casa dove sono nate le mie figlie.
    quello che dice Penelope è sacrosanto e le scene che racconta sono realtà…..grazie

    Rispondi
    • Penelope Pras

      Ti auguro di poter tornare presto alla tua casa, Massimo. Grazie per la tua testimonianza.

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  7. Makita

    Non sono aquilana ma sono abruzzese.
    Il tuo è un racconto semplice e doloroso.
    Ti ringrazio per averlo scritto.
    Sono state dette tante balle sulla storia della ricostruzione.
    Ho sentito anche alcune cattiverie sulla gente d’Abruzzo, dette da chi perde spesso l’occasione per tacere (gente da noi stipendiata … ).
    Comunque senza far polemica, il tuo articolo mi ha dato i brividi.

    “Questa città appare come la rappresentazione “in piccolo” del nostro Paese: una realtà ormai a pezzi, ibernata, abbandonata a se stessa, che cerca di sostenere la facciata (l’Italia la faccia l’ha già persa) rattoppando qui e là e costruendo surrogati scenografici ma di dubbia sostanza.”

    Grazie Penelope!
    Maki

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