I quattro elementi

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Quando consegnai l’ultimo pesante faldone di quelli che, di lì a poco, sarebbero divenuti i capitoli della mia tesi di laurea, presi coscienza della possibile imminenza del traguardo, qualora quel materiale, ben consistente dafare invidia alle attuali cancellerie di tribunali intasati da una domanda di giustizia che si perde nei corridoi e negli archivi di un diritto negato, avesse superato l’avallo di un assistente pigro e annoiato dal ripetersi meccanico di correzioni a laureandi euforici e chiusi nell’esplosione del momento.

La sola possibilità dell’imminenza dell’evento apriva fantastici scenari nella mente e nel cuore di una giovane donna in cerca non solo di un senso alla sua esistenza e ai suoi studi, ma anche di un viaggio che ne fosse il catalizzatore in un momento di fragilità e perdite non ancora avvenute, ma in qualche modo già presenti a rammentare la caducità delle cose e la bellezza del gioco della vita parallela all’ingresso in essa e all’accettazione delle sue regole e del rischio di sconfitta.

Quando, a distanza di breve tempo e sul finire dei giorni previsti per la consegna del malloppo, l’avallo, seppure svogliato, arrivò, potei pensare, e farlo concretamente, a un viaggio con l’amica per eccellenza, colei che, sin dai gloriosi tempi liceali, aveva saputo ascoltarmi e darmi un segno tangibile della sua vicinanza, in accordo perfetto al suo affetto sincero e denso.

Santorini (Grecia)

Cercavo all’epoca, come ora, una meta calda e accogliente, cercavo un sud e lo cercavo diverso da quello delle origini, senza disperazione e senza sofferenze ancestrali, cercavo un idillio, nello stesso momento in cui non potevo credere, perché canna al vento, che il senso ultimo di un viaggio o del viaggio dovesse passare per le lacrime e i pianti, per il buio e le costanti e ardue risalite verso la luce e il suo commovente bagliore.

La scelta cadde su un’isola, una piccola isola che, in una settimana, avremmo certamente potuto visitare. Santorini ci accolse nel ventre vulcanico della sua terra rossa e incandescente in un’alba di un’estate di diversi anni fa e, prima ancora che in quell’alba ci potessimo immergere, avevamo ancora da smaltire la pienezza dello stupore nello sguardo dall’alto, rapito da un’Atene illuminata nel cuore di una notte senza precedenti, passata a sorvolare la Grecia continentale.

Non era un periodo in cui potessi dirmi perfettamente in forma e, proprio per questo, poteva dirsi l’ideale per un viaggio fuori dagli schemi che, a distanza di anni, riappare nelle giornate nebbiose a colorare del ricordo di fragorose risate l’essenza di un’amicizia e lo spirito individuale delle intrepidi viaggiatrici.

Se viaggio può voler dire dimenticarsi di inutili maschere faticosamente costruite in contesti più o meno vicini per naufragare in dimensioni inesplorate di identità complesse, quello fu il viaggio per eccellenza, sorto sul terreno fertile di un periodo fragile e terremotato. Avevo, fino ad allora, volutamente guidato mezzi di locomozione che superavano di poco i cavalli di un triciclo, ma, per una strana coincidenza, il responsabile del centro noleggio auto, in un inglese di cui capii soltanto il saluto iniziale e finale e l’esborso che ci sarebbe toccato, ci comunicò tristemente che avremmo guidato o, meglio, che avrei guidato una Tipo.

Al pensiero, si affacciarono il dramma e la paura, nella ferma convinzione che in sorte mi fosse toccata una station-wagon. La teoria durò poco e, qualche giorno più tardi, dovendo fare retromarcia in prossimità della nostra villetta, decisi con fare autorevole che sarei riuscita da sola nell’intento, senza la cara amica a scortarmi, che però rimase sull’ingresso, vistosamente preoccupata, a controllare.

Le piccole viuzze di Kamari furono lo spunto ideale per una retromarcia pericolosa e infausta, di cui mi resi conto al momento in cui un botto sordo e netto mi pose di fronte al palo della luce.

In fondo, la mia amica, senza ritegno, rideva e, quando mi disse come fossi riuscita a non evitare un ostacolo di quelle dimensioni, le chiesi con ingenuità disarmante chi fosse stato a collocare quel palo senza che io lo sapessi.

Poi, l’inglese masticato male, il desiderio di spegnere il cervello, inclusa la parte che presiede al linguaggio e alla comunicazione con lo straniero, la scelta irrevocabile di parlare solo italiano di fronte alla quale, al mio orizzonte, apparivano solo italiani pronti a rispondermi con tanta rapidità e voglia di condivisione delle loro inenarrabili peripezie, da dichiararmi, lungo strade impervie, la loro disponibilità a raggiungere la Calabria, mia terra di origine, nell’estate successiva.

Le giornate passavano rapide nelle spiagge, più o meno note, dell’isola, spesso nei nostri silenzi, dietro cui c’erano storie difficili e bisogni insoddisfatti.

Quando in quelle acque limpide e immense accedevo, munita di maschera, per esplorare fondali e ascoltare i silenzi, non solo i nostri, ma anche quelli di chi alla superficie del mare non si ferma e al mare riconosce un’anima, credevo di avere il necessario per essere.

L’acqua a bagnarmi e a darmi consistenza nell’urto contro le mie umane forme, l’aria a infondermi respiro, la terra, con i suoi ciottoli, a reggermi nella instabilità del momento e il fuoco a spingermi verso nuove direzioni. Poi, le esplorazioni delle città interne, e le strade per raggiungerle, tortuose e raccolte verso la sommità di alture, da molte delle quali il tramonto mozzava il fiato nella morfologia di un’isola a cui un vulcano, con la sua attività, aveva conferito identità.

E ancora le storie che io e la mia amica ci raccontavamo nell’illusoria convinzione di essere altro da noi ridendo davanti ai calici di vino che i wine-taste disseminati per le agresti strade collinari offrivano ai passanti degustatori.

Poi, la sera, le cene a base di pesce appena pescato in locande tipiche immerse tra gli ulivi e il sentore cristico di potere trasformare non solo il pane e il vino, ma la nostra stessa esistenza nell’euforia contagiosa dell’oste che, sul finire della cena, giovialmente coinvolgeva gli ospiti in un sirtaki e in un corale inno alla vita.

Infine, i balli, dopo improbabili richieste in lingua inglese di alcolici il cui nome non celasse sostanze letali, e il piacere di vivere la dimensione notturna di città scavate nel tufo e arroccate su alture verso un cielo che ci pareva di avere addosso.

E, poi, poi, tanto altro ancora che gelosamente serbo in segrete stanze, da cui riaffiorano, al bisogno, suoni, sensazioni, ebbrezze, profumi e ardori di un passato giovanile di ricerca e speranza. Andammo a Santorini, ma dentro sapevamo di essere andati oltre.

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Chi lo ha scritto

Alessandra Bartucca

Nata in Calabria nel 1978, trascorsi i tempi in cui “si potevano mangiare anche le fragole”, si trasferisce a Bologna per ragioni universitarie e di vita. Laureata in giurisprudenza, prova a dare costantemente una “ratio” o senso alle cose, inclusa la scelta di studi giuridici di difficile integrazione con la sua passione per l’arte cinematografica, culinaria, per la psicoanalisi e per la letteratura greca, oltre che per i libri in genere, da leggere e provare a scrivere, e per i viaggi, dentro e fuori di sé. Intimamente idealista e in cerca di un suo posto nel mondo, è una giovane donna ciclicamente in trasformazione.

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