Esordi promettenti: Raphaël Jérusalmy “Salvare Mozart”

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Raphaël Jérusalmy: Salvare Mozart“L’atto di nascita non menziona la religione di mio padre. Ma vi figura mia sorella, Gertrude, con quell’ebreo di suo marito” “Gli ebrei sono stati portati via. Anche gli zingari. Contribuiscono allo sforzo bellico.…Pure Karajan che tiene concerti per le truppe”

Luglio 1939: l’Austria è da oltre un anno parte integrante del Reich tedesco. In un sanatorio di Salisburgo la vita trascorre monotona e triste.

Tra gli ospiti c’è Otto J. Steiner, critico musicale di origine ebraica -condizione nei confronti della quale non parrebbe nutrire particolare orgoglio-, tipo scontroso, la cui unica compagnia è la musica; in primo luogo quella di Mozart, senza disdegnare il melodramma e Caruso.

Trascorre le sue giornate in solitudine: a quanto gli risulta il figlio Dieter si è stabilito in Palestina (“Se n’è andato a cambiare il mondo…”), ma può essere rischioso scambiare corrispondenza con lui, visto che, talvolta, qualcuno, all’interno del sanatorio, fa la spia sull’identità dei ricoverati. Come quando, un certo giorno, di colpo è stato portato via, da uomini del Gauleiter, Sapperstein (cognome inequivocabile…), in concomitanza con l’arrivo di personalità importanti per l’apertura del Festival della Musica.

Per ingannare il tempo Steiner tiene un diario (dal luglio 1939 all’agosto 1940) dove registra tutto ciò che accade. Pensieri intimi: rabbia, dolore morale e fisico per l’avanzare inesorabile della malattia, paura di venire ucciso o portato chissà dove, ricordo nostalgico, più o meno inconscio, dei parenti che (forse) hanno lasciato il Paese per lidi più favorevoli (o forse no…Dove mai saranno finiti?), insopprimibile desiderio di morte. Ma anche drammatici eventi esterni, come l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche, il primo settembre 1939, o la morte, circa tre settimane dopo a Londra per un tumore alla bocca, del Prof. Sigmund Freud: “aveva lasciato l’Austria in extremis, nel 1938. Ci ho pensato anch’io”. O l’attentato, perpetrato il 9 novembre -data emblematica; a un anno dalla famigerata Kristallnacht- contro Hitler con una bomba, fallito per puro caso.mozart

Per potersi mantenere, specie a causa dei tempi duri di guerra, è costretto a disfarsi, in cambio di somme davvero vili, dell’amato grammofono e della collezione di manoscritti musicali. Incombe poi la concreta possibilità di venire trasferito, per ragioni economiche, da una stanza singola ad una camerata: autentico incubo.

Ma ciò che davvero lo sconvolge, tra le tante brutture della politica nazista, è l’appropriazione, da parte dei nuovi padroni, del Festival della Musica, il Salzburger Festspiele, gloria dell’omonima città, e non solo, fin dall’epoca della felix Austria (1877). Esso è diventato “una sagra di militari in libera uscita e buzzurri impinguati”.

Otto si vergogna di Salisburgo, del proprio Paese, caduto così in basso, e si vergogna perfino di se stesso, per aver assistito, grazie ai buoni uffici dell’amico Hans -che ne è uno degli organizzatori, pur timoroso delle autorità (e che, unico, mantiene rapporti con lui, nonostante la situazione)-, ad una serata del Festspiele , cui ha presenziato addirittura Adolf Hitler, in compagnia di Martin Borman e Albert Speer. Che orrore!!!

Come cancellare una simile, imperdonabile colpa?

Un gesto clamoroso…magari un attentato contro la persona del Führer, con tanto di bomba?

Occorrerebbero mezzi, sangue freddo e poi quell’uomo, lo abbiamo visto, pare disponga di sette vite. Neanche parlarne per scherzo.

Ciononostante “Costi quel che costi. Bisogna salvare Mozart”. E la Musica!

E’ la musica in sé che risuona nel suo animo, al di là degli spartiti, al di là delle singole note: “Il genio musicale è il soffio che attraversa Il flauto magico prima ancora che ne esca suono…”. Non possono rubare la musica a lui, a Otto J. Steiner. Egli non deve assolutamente permetterlo.

Che fare allora? Pian piano -grazie al trascorrere dei mesi, all’infittirsi di eventi drammatici e, soprattutto, ad un episodio accaduto nel sanatorio, in apparenza banale, ma decisivo- il protagonista mette a punto e realizza uno stratagemma incredibile, uno scherzo atroce ed esilarante al tempo stesso. Piano che, di per sé, non ucciderà il Grande Dittatore, né, alla lettera, “salverà” Mozart, ma darà la consapevolezza a Otto di aver adempiuto al proprio dovere, impedendo che la musica risuonante dentro di lui, venga spenta. Quella musica e dunque tutta la Musica.

Davvero uno scrittore nato, Raphaël Jérusalmy. Dopo essersi laureato alla École Normale Supérieure e alla Sorbona, è stato per oltre vent’anni ufficiale nell’intelligence israeliana; in seguito ha dato vita a progetti di carattere educativo ed umanitario. Cresciuto nel magico mondo dei libri, oggi vive a Tel Aviv, dove vende testi antichi. Tanti anni trascorsi a mantenere segreti l’hanno portato alla scrittura.

Salvare Mozart è il romanzo d’esordio di un Autore che ha girato tutto il mondo e “vissuto diverse vite”. Dopo la pubblicazione in Francia nel 2012, è uscito da noi con l’Editore e/o nel giugno scorso. Nello stesso mese il testo è stato insignito del Prix Emmanuel-Roblès 2013, conferito da 65 (!) comitati di lettori che scelgono la loro opera prima preferita tra sei finalisti selezionati dai librai di Blois (città d’arte e storia, posta al centro della Francia), sotto il patronato dell’Académie Goncourt.

Dedicato alla memoria del piccolo parigino Jacques Eisenband, ucciso ad Auschwitz nel marzo del 1944, prima ancora di compiere otto anni, Salvare Mozart è una sorta di capriccio, di paradosso degno di Radu Mihăileanu, il fantasmagorico regista cinematografico francese di origine rumena e di famiglia ebraica, autore di alcuni capolavori. Una rappresentazione da teatro dell’assurdo e dell’inconcepibile. Ad un’analisi frettolosa.

Il periodo storico -Salisburgo alla fine degli anni Trenta/Inizio anni Quaranta del Novecento- ci rammenta il celeberrimo film musical The Sound of Music (1965), interpretato da Julie Andrews e Christopher Plummer, ma l’ambiente e lo spirito sono molto diversi.

Nell’arco di pochi istanti si passa dal sarcasmo, all’ironia, dal dolore per le forze inesorabilmente indebolite, alla disperazione di perdere la propria umana dignità. Ma anche, sia pure di rado, alla luce di piccoli, insperati istanti di felicità.

Frasi brevi, talora quasi smozzicate, sempre efficaci, in grado di rendere molto bene l’angoscia che attanaglia chi si sente in trappola, alla mercé di un potere oscuro. La tisi, inesorabile nella sua ingravescenza, nonostante la quotidiana lotta corpo a corpo per ammansirla, e le perquisizioni improvvise della Gestapo (alla ricerca di non si sa bene cosa o chi; e sempre a scapito delle cure ai pazienti) sono due facce della stessa tragica medaglia.

Il contesto del sanatorio, con i miasmi, la sporcizia, morale e materiale, fanno precipitare il lettore agl’inferi; ma alle pagine drammatiche, intrise di sofferenza, se ne alternano altre esilaranti: “Alla sua sinistra una SS di cui non ho capito il grado per quanto il petto fosse ricoperto di mostrine, croci uncinate, teste di morto, alette da paracadutista e galloni di ogni sorta che luccicavano sull’uniforme nera….Ci è toccato rispondere al saluto nazista, tenendoci alla bell’e meglio in equilibrio”.

La grazia di una passeggiata in libertà all’aria aperta è impagabile, specie se gratificata dal saluto “all’antica” di quel vecchietto che accenna a togliersi il cappello; nascono allora propositi di visite e chiacchierate…alla giovane affittuaria dell’appartamento di sua proprietà, in attesa di un bambino, ad esempio. Poi però “ho visto una stella di Davide dipinta a calce su un negozio, con al centro la parola Juden. Allora sono rientrato”.

Le figure degli altri personaggi talora sono appena abbozzate, ma parlanti, come la giovane inquilina di cui sopra, la quale, non avendo a volte il danaro per pagare l’affitto, sente il dovere di ripagare Steiner portandogli in sanatorio gustose zuppe. Suo marito, di mestiere, fa il macchinista di treni, treni diretti a est, treni speciali…Sì, convogli pesanti di materiali edili “destinati ad un grande complesso vicino a Cracovia”. Un progetto di primaria importanza. Chissà in che cosa consiste.

E che dire di quel ricoverato, Günter Ratenau?

Un cognome scelto a bella posta, forse. Viene in mente la figura di Walther Rathenau (1867/1922), ebreo berlinese, politico ed imprenditore -figlio del fondatore dell’azienda di fornitura elettrica AEG-. Allorché era Ministro degli Esteri, fu ucciso nella sua città il 24 giugno 1922 da antisemiti tedeschi; Hitler fece scoprire una targa in onore degli assassini, a Berlino.

Celebre la sua frase: “La più grande fortuna degli uomini è la liberazione dalla paura”.

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Günter è un uomo generoso che, in silenzio, si adopera per alleviare le pene altrui. Quando muore, lascia un grande vuoto.

O il portiere Stefan, giovane montanaro, abituato all’austerità, recente invalido di guerra: viso ustionato e braccio amputato, non ha tuttavia perduto il suo buonumore. Era rimasto tre giorni in trincea senza viveri, né acqua. La sua unità lo aveva dimenticato in mezzo al campo. Quanto alla ferita “deve ringraziare una granata lanciata troppo corta, una granata tedesca. Anche di questo ride”.

Gli ospiti del sanatorio debbono lasciare via via spazio ai feriti di guerra, sempre più numerosi. Ma nessuno, né la popolazione, né, ovviamente, i malati di tisi, può visitare quell’ospedale improvvisato.

Alla consapevolezza della morte sentita ormai come prossima, si accompagna in Otto un’ansia di vendetta e di vita, quell’ansia di far risuonare la Musica, di ritrovare l’armonia calpestata, che lo condurrà a realizzare il suo “scherzo”. Perché, come scrive in un’ideale lettera al figlio: “Un intero oratorio patisce l’assenza di un solo corista…Il vuoto grida…Come un pianoforte cui manchi un tasto. Non esiste musica per difetto”.

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