Una calda new age

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Al casello di Serravalle cominciava a piovere, in quel pomeriggio domenicale di febbraio. Una moto li sopravanzò all’ultimo momento e il centauro pagò il pedaggio, mentre Roberto imprecava. Gli dava fastidio tutto, ormai.Genna era livida in volto, ma tacque. Guardò la moto e sognò di salirci sopra e fuggire, peccato che non sapesse andarci. Si serrò il cappotto beige sulla gola e fantasticò. Ripensò a quell’altra domenica, di settembre.

Stavano in circolo per la presentazione delle attività della palestra, era l’inaugurazione. S’era  mossa di malavoglia, quasi buttandosi fuori di casa. Era il giorno dei mestieri e, se ci scappava, del cinema. Ma si era ancora in estate e Dora le aveva parlato tanto di quel posto, a metà tra la fitness e l’alternativo. All’epoca era un tema ricorrente: la forma fisica,  le energie, riscoprire se stessi, ribirthing, dinamica mentale. E andiamo, si era detta Genna, indossando vecchi jeans verde oliva. Aveva salutato Roberto, che non l’avrebbe più rivista. Non sarebbe stata la stessa donna, la sera, a varcare l’uscio.

Di fronte aveva la pittrice “ad acqua” e Genna ripensò a quanto le era piaciuto imbrattare i fogli da disegno, da ragazzina, copiando dalle foto dei quadri degli impressionisti francesi, gli occhi rossi per lo sforzo di rincorrere le sfumature giuste. Aveva lasciato perdere, al classico disegno non si faceva, chissà perché. Quindi ascoltò con malinconia la donna con i radi e lunghi capelli castani, infervorata nella descrizione della sua arte.  Poi fu il turno dei ragazzi del tai chi.

Passò ad ascoltare i “masseurs”. I primi due indugiarono sulla necessità di essere anche psicologi, oltre che terapisti e si dilungarono oltre misura.

Intervenne lui. Doveva essere stato carino, prima dei cinquanta. Ora indossava una tuta e scarpe da ginnastica datate, il ciuffo spiovente, a mostrare una condizione in declino. La folgorò.

Parlava dello shiatsu, del contatto tra persone, dei benefici, perfino contro la cellulite era efficace. Fu contestato, ma replicò con decisione. Genna non riusciva a staccargli gli occhi di dosso. Dora non interveniva, era stanca e si vedeva che ne aveva abbastanza. Venne il momento delle domande, poi l’adunanza si sciolse.

Genna arpionò Stefano, lo shiatsuka.
“Posso parlarti?”
Un caldo sorriso. “Certo. C’è una stanza di là, vieni”.

Si sedettero su un grande materasso, quello dei trattamenti.
“Allora?” Stefano sembrava curioso.
Lei sospirò.
“Da un po’ di tempo non mi sento bene. Anche con mio marito, proprio non va.”
Lo shiatsu può aiutarti. E’ una terapia eccezionale, per il corpo e  per lo spirito. Se ti interessa…”.
Presero appuntamento e si scambiarono i numeri di cellulare. La convention terminò con le danze di Findhorn.

Si fecero un giretto, con Roberto. Le frullavano per la testa dei pezzi musicali. I Morcheeba, i Timoria, perfino Marylin Manson. Voleva scappare.

Seguì un periodo senza storia. Roberto si fermò un mese a casa, passava il tempo a configurare il nuovo p.c. Genna si muoveva come telecomandata, casa – ufficio – casa. Le sedute erano terminate. C’erano state chiacchiere, confidenze, scambi di cd. Stefano si interessava di musica, di letture, le dava corda.
Disperata, tornò alla vecchia aerobica. Un giorno, tentò con Roberto.
“Succede che a volte sia meglio separarsi”.

Spesso, nel periodo dei trattamenti di Stefano, si era svegliata di colpo nel cuore della notte, sudata. I pensieri si sprecavano. Perché la testa non mi da tregua? Bisognerebbe poterla fermare come l’automobile. Giri la chiave e via. Ci vediamo domani.

La riviera di ponente era il più bel posto del mondo, pensava Genna. Le era sempre piaciuto raggiungerla la mattina: il sole che ti rincorre, i borghi che sfilano,  stretti tra il mare e i monti ricoperti di pinastri, più vicini dapprima, poi sempre più distanti, man mano che si avanza, che lasciano dilagare il cielo. Il cono di luce e di calore partiva da Londra, per lei, e finiva in Africa; attraversava la Francia, la Spagna con le sue isole, il Maghreb. Toccava appena l’Italia e tendeva a spostarsi verso le Americhe.
Era passata allo yoga.

Che strazio. Una settimana di parole, quasi senza  dormire. Roberto che chiedeva spiegazioni, lei che tirava giù il meglio della sua dialettica, la sua  migliore, forse unica qualità. E intanto tossiva, perdeva la voce, riprendeva a fumare. E infine, la solitudine, una vertigine. La libertà, un piatto vuoto, tutto da riempire. Era di nuovo estate, faceva caldo, ma non dentro di lei. Cercarsi casa, e dimagrire; bere di notte, e dimagrire; aspettare le disdette di Stefano un minuto prima di uscire di casa e dimagrire; cercare improbabili amicizie e dimagrire: cinquanta, quarantotto, quarantasei, quarantaquattro chili…

Stava ascoltando “Disillusion” di Badly Drawn Boy. Uscì sul balcone e guardò con desiderio il selciato. “Non ne ho più voglia” si disse.”Farò come Stefania Sandrelli in quel film di Pietrangeli, “Io la conoscevo bene”. Ho viaggiato, sperato, odiato, cercato la rassegnazione e perfino Dio. Quella che non sei, del Liga, non l’ho mai trovata neppure io. Questo è il mio momento. Dal settimo piano non dovrei fallire. Non sta passando nessuno, è un pomeriggio di domenica.

Sentì un soffio di aria tiepida e una mano che le accarezzava la fronte. No, anzi, le diede uno schiaffetto. Chi è? Chi non vuole che accada questo? La mia vita è una continua negazione, un intervallo tra ciò che non sono riuscita a fare e ciò che mi è stato impedito. Rinuncio anche stavolta.

Si era di luglio. Stava davanti a quest’oggetto. Un armadietto aperto, quei caratteri oscuri. “Nam myo ho renghe kyo, nam myo ho renghe kyo, nam myo ho renghe kyo”. Una specie di trimetro giambico alla cinese. C’era gente che raccontava la propria vita e anche lei cercò di sputare tutto quello che poteva. Molti erano passati dalla psicanalisi ed erano lì anche perché non costava nulla. Parlavano in italiano, ma cercando una struttura diversa per l’esposizione del pensiero. Genna non era pronta. Magari più in là. Tutto ciò che riusciva a cavare, era la ricerca dell’”errore” nel passato.

Frasi come: “Io non l’avrei mai fatto”, “ Te l’avevo detto”, “Non è giusto”, “Il rispetto innanzitutto”, “Ma per favore!”, “Il problema vero è..” , “Chi te l’ha fatto fare”, “Sei scorretto” “Mi ha tradito”, “Sii coerente” “Sapessi cosa ho passato”, “Non mi faccio fregare di nuovo”, non funzionavano più. Genna sentiva oscuramente che stava aggravando il suo rapporto con gli altri, con quelli che continuavano a usarle e con quella parte di sé che non voleva rinunciarvi, ma in quel momento, davvero, non vedeva altra strada. Recitava sempre il mandala, anche al lavoro, camminando, sull’autobus.

L’estate era scoppiata. Vestita in lilla, il colore di quella stagione, si inoltrò nel tunnel che portava alla stazione; alla fine la attendeva la libertà, quella vera.
Il “suo”, di tunnel, sembrava quasi finito, ma qualcosa doveva ancora cambiare. Roberto, Stefano, erano andati, definitivamente. Non desiderava altro. Andava bene così. Non controlliamo niente. Chiuso. Avrebbe preso il treno, sì. Sarebbe tornata in riviera, da sola, senza testimoni. Il cono di luce splendeva e spandeva puntini luminosi, energie sottili e il suo calore accecante. Cosa poteva ancora accadere di clamoroso, a ormoni quasi spenti?

Varazze, Spotorno, Finale. Una canzone dei Toto, “I will rimember”. Sì, ricorderò tutto, ma io non ci sono più. Mistica sparizione. E’ compito mio farlo capire agli altri, se mi interessa. E se ho il coraggio di sopportarne le conseguenze.

Lui la aspetta alla stazione di Alassio. Una corsa in macchina, un rifugio tra gli ulivi. Il cono risplende sull’Africa. Ci sono i bengala, davanti agli occhi di Genna. Non ci crede. Non sono io, questa. O non lo ero prima?

Grazie, amico mio. Il sole che hai portato da lontano mi sta scaldando come mai prima e tanto basterà, per un poco.

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