Shorts, tacco 12 ed educazione pre-coitale

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Un modernissimo tacco 12Potran sembrar banali, ma negli ultimi giorni la mia attenzione è stata richiamata da alcuni elementi che mi hanno portata a pormi alcuni interrogativi e cercare di capire cosa li accomunasse.

  • Il primo elemento che ho notato è che quest’anno in cui la primavera praticamente non c’è stata e l’estate, a parte qualche giorno di calura, stenta a decollare, intervallata da intensi acquazzoni e temperature che scendono a picco, è scoppiata inspiegabilmente la moda degli shorts, quei pantaloncini cortissimi che ci mettevano da bambine al mare per andare in spiaggia quando faceva un caldo da paura
  • Il secondo elemento, già salito alla ribalta da un po’ di tempo, è l’uso ormai comune, anche per andare a far commissioni, di scarpe e sandali con il tacco 12 (come minimo)
  • Terzo elemento: nell’ufficio dove lavoro diamo in subaffitto uno spazio per i casting, e capita spesso di arrivare e trovare la hall piena di modelle, spesso straniere, con cosce chilometriche e tristi facce d’angelo in paranoia, in costante competizione tra loro e perennemente a controllare se sono in ordine (ma poi ti lasciano il bagno in condizioni peggiori di quanto farebbero una banda di camionisti)
  • Il quarto elemento l’ho notato  stasera tornando a casa, all’incrocio dove trovo sempre il semaforo rosso, dove ho trovato come ogni sera la prostituta bionda che attende qualche cliente. In genere sono (siamo?) abituati a vedere queste signorine con un abbigliamento particolare, a sottolineare inequivocabilmente la professione di chi lo indossa: scollature esagerate, minigonne che assomigliano più a delle cinture giropassera che altro, stivali di pelle sopra il ginocchio, etc.

Ma questa volta lei indossava shorts e tacco 12. E la cosa mi ha dato da pensare. Sì, perché sembrava esattamente una ragazza qualsiasi di quelle che incroci al bar a metà mattina quando esci a prenderti un caffè.
Fin qua si è trattato di pura osservazione, raccolta di campioni, accostamento per capire se hanno un lato che combacia tra loro. Ma nel farlo è partita una riflessione.
Mi son chiesta se siano le prostitute ad adeguare le loro mises per cercare di assomigliare a donne normali ed ampliare il bacino dei clienti, o se con lo sdoganamento dei costumi raggiunto al giorno d’oggi, siano le ragazze a non farsi più scrupoli nello sfoggiare capi sempre più succinti, fino a poco tempo fa riservati al sabato sera per andare a ballare. Insomma: chi va incontro a chi? Chi cerca di somigliare a chi?

E allora mi sono accorta che non si riesce più a fare una netta distinzione. Modelle, puttane, ragazze comuni, le donne stanno diventando tutte uguali. Stessi vestiti, stesso stile, tutte omologate, come a dover rispondere ad un modello che è comunemente ritenuto il più efficace per attirare gli uomini. Ok, lo sappiam benissimo che la moda fa tendenza, e che è difficile non restarne influenzati, però….

Prendiamo per esempio i pantaloncini: mi è sempre sembrato normale vederli indossati al mare, ma ora anche in pieno centro, in una città come Milano, capitale economica, mi fa un po’ strano. Soprattutto mi colpisce il fatto che la maggior parte di chi li indossa, fino all’anno scorso non si sarebbe mai sognata di farlo, men che meno per andarci al lavoro. E invece….

Ma gli uomini che ne pensano? Come fanno a districarsi tra un’offerta così omogenea ed indifferenziata? Che ne è stato della spontaneità, della personalità che ognuna potrebbe esprimere, ma che rimane ben nascosta, costretta in scarpe scomode e palmi di pelle sovraesposta?

A me sembra un po’ una perdita di identità (e/o una ricerca smodata di appartenenza ad un modello artefatto), che rende più difficoltoso conoscere com’è davvero una persona, anche se all’apparenza magari attira subito l’attenzione e innesca, negli occhi di chi guarda, una serie di immagini che stimolano l’attrazione sessuale.  Già esattamente. Le donne cercano in tutti i modi di piacere agli uomini, e per farlo, si stanno trasformando sempre più velocemente in ciò che credono loro stiano cercando: dei giocattoli sessuali. E lo stanno facendo con le loro stesse mani, senza rendersi conto che si stanno fregando da sole.

Anche perché alla fine io non credo che gli uomini cerchino davvero solo questo, sono anch’essi condizionati e intrappolati in ruoli alla lunga faticosi da sostenere; ma sono sempre esseri umani, con le stesse necessità, sentimenti e paure che hanno le donne, anche se la storia li ha portati a doverli tenere celati.
Che poi, ora che è tutto esposto al miglior offerente, è un po’ un peccato, perché si va perdendo il gusto di scoprire il corpo di una donna, l’arte di spogliarla, di esplorarla pochi centimetri alla volta… gesti dimenticati, che per lungo tempo hanno apportato un contributo prezioso al gioco del piacere, al viverselo pian piano, assaporandolo, invece di affrettarsi al raggiungimento della meta, che poi, spesso, è la fine di tutto.
A tal proposito qualche giorno fa leggevo il post di un’amica su facebook:“Credo nella necessità di una introduzione nei programmi scolastici italiani di “educazione post-coitale””, e devo dire che è abbastanza (per fortuna non sempre) condivisibile, a parte il fatto che forse sarebbe preziosa anche qualche lezione sul “pre”, e corsi di recupero per chi la scuola l’ha finita da un pezzo.

...o la bella figa di turnoMa tornando ai quattro elementi prima esposti, l’esperienza mia è che la passione è scatenata da ben altri fattori. Certo, un paio di tacchi stratosferici possono aggiungere quell’elemento stuzzicante in più, ma sono determinanti anche le circostanze e la predisposizione del momento a trascorrere una notte di fuoco con qualcuno. E’ vero, il primo sei sensi coinvolti spesso è la vista: chi non punterebbe ad un bel fustacchione o la bella figa di turno? Eppure… niente mi ha mai accesa come quella volta in cui un uomo ha messo una mano sulla mia schiena, innescando il fluire di un’energia calda, potente e incontrollabile che ha inebriato i sensi e sciolto ogni mia singola cellula per fondersi con le sue in una languida danza di corpi liberi di comunicare a modo loro, comprendendosi e andando oltre essi, raggiungendo spazi inconsueti e luminosi dove non esisteva più l’ “Io”, ma un senso di comunione con tutto.

Certo, non si può pensare che debba andare sempre così, ma se ci si ferma alla superficie, ad un bel paio di bicipiti o a un bel culo, senza ricercare un contatto che vada un po’ oltre, è più probabile ritrovarsi in una piacevole performance di attività fisica semiacrobatica che in un turbinio di passione che ti lascia in estasi.
Quindi, insomma, eleviamolo un po’ ‘sto desiderio!

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Ema

    Non potrebbe essere un mascheramento per la paura di doversi rivelare per quel che si è?

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    • Sandras

      Sì, penso di sì, agnelli insicuri che indossano pelli di leoni.
      Tanta fatica a costruire impalcature di cartapesta per poi spesso scoprire, quando cala la maschera, che quel che c’è sotto si rivela più interessante di tutto quell’artificio dietro cui ci si era nascosti

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