Marilyn Monroe

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Norma Jeane Baker Mortensen nacque nel 1926 a Los Angeles, California. La famiglia si presentava già ingarbugliata, come più o meno si legge in quasi tutte le biografie degli attori americani.

Gladys Monroe e la figlia Norma Jeane nel 1928
[fonte: http://normajeanemonroe.tumblr.com/]

La mamma Gladys Monroe, ancora molto giovane,  aveva già alle spalle  un primo matrimonio e due figli con il sig. Baker e un secondo in via di fallimento con tale Mortensen, quando nacque questa bimba bionda e graziosa. La paternità è incerta: si trattava probabilmente di un collega della madre, tale Stanley Gifford, già sposato e in fuga da grane extraconiugali.

Gladys soffriva di disturbi nervosi e presto non fu più in grado di badare neppure a se stessa; fu ricoverata per sempre e usciva ogni tanto, per periodi sempre più brevi, finché non uscì più. Pare che una volta, in preda a una crisi, avesse cercato di soffocare Norma con un cuscino.

Bisogna sfatare qualche leggenda. Non è vero che Gladys non capisse più nulla. Forse non diede molto affetto a quella figlia “scomoda”, ma fu aggiornata, più o meno con regolarità, sulle sue vicende. Norma e la sorellastra Bernice si frequentavano e si sentivano sporadicamente. Finché furono ragazze, si tenevano di tanto in tanto riunioni di famiglia con  zii e cugini (il fratellastro era morto giovanissimo): in qualche modo, molto americano, esisteva una famiglia. Norma aveva anche una nipotina, Mona Rae, figlia di Bernice. La ragazza e la madre furono ospiti, qualche tempo fa, di un programma italiano, e diversi parenti e amici  fecero lo stesso, segno di un interesse davvero spiccato del nostro paese verso la bionda delle bionde.

Una volta arrivata al successo, Norma pagava puntuale la retta del ricovero dove la madre viveva. Dopo la prematura scomparsa della figlia, Gladys cercò di fuggire dall’istituto per cercarne la tomba, anche se non riuscì a trovarla. Espresse disappunto per la carriera di Marylin, che lei non aveva mai approvato. Aveva lavorato come operaia, addetta alle pellicole, nell’industria del cinema e quello che ne sapeva in proposito non le era mai piaciuto.

Norma aveva una tutrice legale, che la diede in affido, come si direbbe oggi: si possono facilmente immaginare un’infanzia e un’adolescenza difficili. Negli anni trenta  l’attenzione ai disagi sociali forse non era alta come oggi. Si prendevano in casa gli orfani in cambio di un sussidio.

La ragazzina fu molestata o, peggio, violentata, come lei insinuò in seguito, a più riprese, con amici e giornalisti? E’ probabile, ma non scontato. Fu costretta a lavare in continuazione panni, piatti e pavimenti, in altre parole a fare la serva di queste famiglie affidatarie, come lamentò in tante interviste e confidenze private? Anche qui bisogna, almeno in parte, darle credito. In più, la tutrice si suicidò.

Nell’ultima di queste famiglie, come spesso accade negli States,  i “genitori” dovevano cambiare residenza, trasferirsi lontano: fu deciso di mandare la ragazza in un istituto per orfani o ragazze sole, a meno di non trovarle un marito così, a tavolino. Era una studentessa svogliata e poco incentivata, ovviamente, a continuare. Le piaceva solo un po’ lo sport, il soft ball che si giocava a scuola (in seguito divenne una lettrice appassionata, si portava sul set borse pieni di libri e qualcuno la accusò di posare a intellettuale). Insomma, la ragazza non aveva grandi alternative alle nozze un po’ forzose, ma probabilmente si piegò di buon grado, un po’ rassegnata e un po’ incurisosita dal candidato marito, che in fondo era un bel ragazzo e un tipo a posto.

James Dougherty e Norma Jeane il giorno del loro matrimonio nel 1942, quando lei aveva 16 anni.

Lei non commentò mai più di tanto il primo matrimonio; lo ha fatto lui, Jim Dougherty, la prima volta negli anni ’70, su pressione di giornalisti e biografi (fu ospite di  Paolo Limiti nel 1997). Jim, di qualche anno maggiore, tenne a dire che lei arrivò vergine al matrimonio; che aveva un carattere allegro e vivace e non sembrava affatto quel groviglio di nodi come venne descritta in seguito; non pareva traumatizzata da qualcosa e gli inizi furono felici.

La madre di Jim gli  aveva proposto il matrimonio con quella ragazzina. Lui la conosceva, per averla portata a ballare qualche volta, senza seguiti ulteriori o romantici: probabilmente le famiglie già tramavano. Gli venne detto che, se non l’avesse sposata, la poverina sarebbe tornata in orfanotrofio e lui accettò senza esitare. Norma, in abito bianco, andò all’altare a sedici anni. Era il 1942 e il ragazzo si ritrovò subito distaccato nel Pacifico per la guerra in corso. Della vita in comune racconta con serenità, descrivendo due giovani allegri e un po’ incoscienti di essere realmente sposati, anche se parlarono di avere un figlio.

Lei si mise a lavorare in una fabbrica di aerei, dove aveva come collega il futuro divo Robert Mitchum. Incontrò un fotografo che la convinse che era carina e fotogenica e la fece posare per riviste di moda. Ebbe divagazioni extraconiugali, senza patemi. Chiese il divorzio e Jim la prese bene: il suo dovere, l’aveva fatto e un grande amore non era riuscito a sbocciare. In seguito Jim entrò in polizia, dove rimase fino alla pensione e, naturalmente, si risposò.

Norma Jean fu ribattezzata Marilyn Monroe. Il cognome fu preso a prestito dalla famiglia materna; sul nome ci sono varie ipotesi. Nella vita l’interessata si firmava, talvolta, con il cognome di entrambi i padri che non erano i suoi: Baker Mortensen. Sperava sempre, per quello che se ne sa, di incontrare quello vero. Raccontò in giro che era riuscita a vederlo e lui l’aveva rifiutata, ma questa è considerata da tutti una versione poco attendibile.

Sono sorte leggende su quei suoi primi anni trascorsi nel tentativo di sfondare e lei, con certe dichiarazioni azzardate, ha contribuito alle chiacchiere senza risparmiarsi. E’ quasi impossibile sapere la verità, si possono fare supposizioni. Si dice che abbia fatto la squillo; che sia andata con tutti quelli che a Hollywood contavano; che abbia abortito un sacco di volte, a causa della frenetica attività sessuale; che abbia perfino avuto un bambino, ipotesi che si è ripetuta nel tempo con asfissiante costanza e scarse probabilità di essere veritiera. E’ certo, invece, che ebbe l’opportunità di un ottimo matrimonio con il super boss di Hollywood Johnny Hide e lasciò cadere la proposta.

Un giorno Marylin sbottò a buon diritto, in un’intervista, sulla sua presunta “disponibilità” al sesso, soprattutto con i produttori. Sostenne, con ragione, che la pratica era diffusa e molte colleghe la negavano per ipocrisia. A quanto pare aggiunse di aver passato “molto tempo in ginocchio”. E’ probabile che non si sia fatta  molte amiche, nell’ambiente. Pare che il principe Ranieri di Monaco avesse pensato prima a lei, come eventuale sua sposa. L’attrice rispose all’intermediario (Aristotile Onassis) che era lusingata, ma non sapeva neppure dove fosse Monaco. Più tardi non esitò a congratularsi con Grace Kelly. Nei primi anni di successo accadeva che avesse un atteggiamento da ragazzina indisponente. Trattò con sufficienza perfino la grande cantante Billie Holyday, che finì i suoi giorni similmente a lei, dopo una vita di eccessi.

Anche sulla modifica dei suoi lineamenti dal chirurgo plastico si è detto molto. Naso rialzato? E il mento, e gli zigomi?  Non ha molta importanza, lo facevano tutti. Solo la Bergman rifiutò di farsi toccare. Certamente la Monroe portò una grande novità nel cinema, copiata anche in Europa: il sedere. Fino ad allora questo attributo veniva considerato volgare e sacrificato, nelle inquadrature, a favore del seno, più materno.

Le attrici, fino agli anni ’40, camminano con vestiti ampi, dove tutto può essere, ma non è evidenziato. In “Niagara”, del 1952, lei entra in scena addirittura di spalle e si vedono solo queste due natiche, definite “due cagnolini che lottano sotto un lenzuolo”.  In seguito, si è demistificato anche questo suo attributo e qualcuno ha insinuato che il suo lato “b” fosse un po’ artefatto. Quanto a lei, cercava sempre di eludere la censura e le regole dell’abbigliamento.

Fumava, beveva, prendeva droghe? Alle sigarette non era particolarmente affezionata e smise verso i trent’anni, presumibilmente a favore di cose diverse e che le servivano allo scopo: stare sveglia, dormire, lavorare di notte, fare bella figura ai party. Pillole e alcool erano senza dubbio suoi fedeli compagni, ma, nell’ambiente, questo connubio era diffuso.

Era un’accanita nudista, quando la situazione lo consentiva; dipendente dall’analisi (cambiò molti terapeuti e fu ricoverata senza successo); poco puntuale, anzi ritardataria cronica, ai limiti della villania; brava ballerina nella vita privata, meno in scena; pigra a viaggiare. Non si muoveva quasi mai dal suo perimetro abituale: Los Angeles, Tijuana , i casinò del Nevada, se non per lavoro. Va detto che, le rare volte che lo fece, ebbe difficoltà sul fronte della stabilità psicologica. Accadde, per esempio, a Londra, dove si era recata per girare “Il principe e la ballerina” con  Laurence Olivier. C’erano problemi per procurarsi sonniferi e medicinali vari; quindi, per motivi del genere, era meglio, per lei, non allontanarsi troppo da casa.

Commetteva piccole infrazioni, come la guida senza patente, senza preoccuparsene: ci avrebbero pensato agli amici a rimediare. Svegliava la gente nel cuore della notte per parlare o il suo massaggiatore per un trattamento; peraltro era generosa nel ricambiare e si ricordava sempre delle ricorrenze.

Per la cronaca, le domestiche hanno “rivelato” che lei non amava “arginare” il ciclo mensile con assorbenti e sporcava in giro, i vestiti, il letto; oppure, che non si asteneva da flatulenze: rivelazioni che non aggiungono nulla al mito.

Era bisessuale? Oggi non è più così importante. L’hanno detto di tanti, perfino di Stanlio e Ollio. E tutto fa pensare che preferisse gli uomini. Di recente sono state “sdoganate” registrazioni delle sue sedute psicanalitiche in cui lei rivelerebbe di una sua storia con Joan Crawford. Questo genere di “scoop” viene centellinato perché la fonte di guadagno, costituita da libri e servizi televisivi, non venga mai a seccarsi.

Man mano che la carriera proseguiva trionfalmente, le vicende sentimentali divennero così intricate da confondere i più scafati “giornalisti” di cronache mondane di Hollywood: Edda Hopper, Louella Parsons, Walter Winchell, Elsa Maxwell e Doroty Kilgallen, nomi  molto temuti, che diedero filo da torcere a personaggi del calibro di Charlie Chaplin. Ma il fenomeno Marylin, tutto sommato, fu trattato con  prudenza da certa stampa. In parte, la star era protetta dagli appositi uffici degli studios; per altro verso sconcertava, come quando si scoprì che aveva posato nuda per un calendario. Si decise di assecondarla, perché era divertente, finché lo fu, e faceva vendere riviste e tabloid.

Marilyn Monroe e Joe Di Maggio

E poi che spasso, per i lettori. Un matrimonio segreto in Messico, con un caro amico (un documentarista, tale Robert Slatzer), annullato in due giorni, per ordine dei grandi capi degli studios, perché non era utile a farle buona pubblicità. Terzo matrimonio con l’eroe del baseball Joe Di Maggio, di nuovo ostacolato dai dirigenti di lei e a ragione: dopo nove mesi di gelosie feroci da parte di Joe, forse giustificate (e pare che volassero botte), lui si stancò di vederla con le gambe al vento e divorziarono. Joe voleva una moglie, Marilyn la carriera.

Si arrivò al quarto matrimonio, che sembrava quello giusto anche se lui, il grande drammaturgo e fine intellettuale Arthur Miller, per sposarla lasciò moglie e due figli. All’inizio erano molto uniti e lei fu ben accolta nella famiglia dei suoceri.

Ci furono tentativi di gravidanza andati a male, tradimenti – lei non godeva fama di donna fedele – e di nuovo il divorzio. Lui rimise su famiglia in un lampo e pare che Marilyn ne sia uscita distrutta. In seguito lo scrittore dichiarò di non aver mai conosciuto una ragazza così triste.

Miller, scomparso novantenne, è una figura che gode di altissima considerazione e i suoi drammi sono tuttora rappresentati. Ebbe il merito di puntare il dito contro il maccartismo imperante nel paese e per questo pagò un alto prezzo. Marilyn fu una moglie difficile, ma lo aiutò finanziariamente e a risolvere alcune grane con l’FBI, dovute alla sua reputazione di marxista. Inoltre quel matrimonio contribuì al suo successo: come marito della Monroe, Miller non poteva essere ignorato. Tuttavia non rinunciò alla rivalsa e la massacrò, ormai morta, in un dramma teatrale molto criticato (“Dopo la caduta” 1964).

Negli ultimi anni tutto andò storto per Marilyn, dalle relazioni ai film e l’ambiente le si rivoltava contro. Anche le appassite star degli anni passati, che avevano alle spalle curriculum di stravizi di tutto rispetto, parevano inspiegabilmente disprezzarla e rinfacciarle il suo presunto scarso talento. Più tentava di migliorarsi, più la deridevano. A volte era critica verso il suo paese: vuoi per questo, vuoi per il matrimonio con Miller, ecco affibbiata la reputazione di filocomunista, che a Hollywood non ha mai giovato a nessuno.

Hanno detto che il suo ultimo psichiatra, un eminente studioso di Freud, abbia sbagliato il trattamento e commesso l’imperdonabile errore di farla entrare nella propria famiglia, per alleviare la sua solitudine. Secondo alcuni, fu anche visitata dalla figlia di Freud, che l’avrebbe definita “instabile e paranoide”. Pare inoltre che Marylin abbia conosciuto Timothy Leary, il quale l’ avrebbe avviata all’uso dell’LSD; si insinua allegramente che i Kennedy se la passassero come una pallina da ping pong.

Di certo c’è che passò a  frequentare un po’ chi capitava. Gli unici momenti di evasione erano quelli in cui l’occasionale compagno di letto, Sinatra, se la portava a spasso, in barca o in elicottero, per tristi baldorie che finivano in coma etilici o poco meno. Il suo ultimo partner “ufficiale” fu  il messicano José Bolanos, collaboratore del regista Bunuel, che si vantò senza risparmio della conquista (in realtà fu mollato senza troppi complimenti).

Risulta che lei volesse tirarsi fuori dal disordine e dimostrare che era una valida attrice drammatica. In genere non la prendevano sul serio. Pensò  di sfruttare la sua predisposizione alla commedia brillante, anche se il suo debole per il piccante e la provocazione la tradiva un po’. Spesso non si presentava alle prove, irritando superiori e colleghi. Era forte il suo disappunto davanti al trattamento di favore riservato a qualche collega “privilegiata”, come Liz Taylor (in effetti, una scellerata rubamariti che la passava sempre liscia).

Marilyn in “A qualcuno piace caldo” del 1959

Per migliorarsi,  la Monroe aveva frequentato l’Actor’s Studio di New York, col duplice scopo di allontanarsi dalla frivola Los Angeles e imparare le nuove tecniche recitative in voga ma, così “ripulita”, pretendeva di imporre il suo metodo ai colleghi più tradizionalisti e irritava tutti. Sono passate alla storia le interminabili sedute necessarie quando Marilyn non ricordava, o fingeva di non ricordarsi, le battute, mentre i partners sbuffavano  (o perdevano occasioni di lavoro) e la produzione sperperava migliaia di dollari. Fece impazzire Jack Lemmon e Tony Curtis sul set di “A qualcuno piace caldo”. Il primo, signorilmente, non fece commenti, il secondo la paragonò a Hitler (dichiarazione poi smentita e anzi, si parlò di flirt). Il regista, il grande Billy Wilder, dichiarò che, dopo aver lavorato con lei, desiderava picchiare tutte le donne. Parlò su questo tono anche mentre scendeva dall’aereo, ai reporter che lo assediavano sulla scaletta, quel giorno d’estate.

Marilyn stava girando un film con Dean Martin, un caro amico che aveva insistito con i produttori per farla lavorare con lui, quando fu trovata morta. Wilder sostenne sempre che nessuno lo aveva avvisato della disgrazia: chissà perché i giornalisti, i soliti perfidi, un giorno di caldo torrido a Parigi lo avrebbero preso d’assalto per chiedergli qualcosa della Monroe…

Sfruttarne il mito non dev’essere parso vero. Il personaggio  sbiadì nei femministi anni settanta, per ricomparire nel decennio successivo, sparato a mitraglia da innumerevoli biografie, scritte da giornalisti seri, ma talora da cialtroni in cerca di pubblicità. Interloquì anche la sua domestica di New York, la napoletana Lena Pepitone (altra “ospitata” da Paolo Limiti), con nuove “rivelazioni”, per lo più dettagli di poco conto. Sono spuntate altre ipotesi, di cui qui citiamo a caso: aveva sei dita dei piedi; era figlia di Clark Gable; il suo bambino è stato dato in adozione; aveva il seno piatto. Quest’ultima notizia, ciliegina su una torta di stupidaggini che circolano “in rete”, si è sparsa solo perché, dopo la devastante autopsia, per esporne degnamente la salma, le avevano imbottito il petto.

Alcuni gentiluomini italiani del mondo dello spettacolo, con quella finta discrezione che crolla velocemente (per insistenza dei soliti  giornalisti cattivoni…), hanno sostenuto di aver avuto una storia con lei: dall’inossidabile Rossano Brazzi (aggiunse che anche sua moglie ne era un’ammiratrice e quasi quasi approvava la tresca), al partenopeo Carlo Croccolo, fino ad Achille Togliani, cantante famoso negli anni ’50. Il teutonico attore Karlheinz Bohm (marito di Sissi nell’omonimo film) si limita ad affermare che avrebbe potuto, ma ha lasciato perdere: la classe non è acqua.

La compagna di Totò, Franca Faldini, cui capitò di conoscerla durante un soggiorno in America, ci racconta che Marilyn un giorno scoprì le tette davanti a tutti, per mostrare quanto fossero belle.

Arthur Miller, negli anni ’90, fece uscire un’autobiografia, ma la maggior parte delle pagine è dedicata a lei. Joe Di Maggio ha mantenuto un rigoroso silenzio fino alla morte nel 1999, dopo aver provveduto a rinnovare per anni i fiori freschi sulla sua tomba. D’altronde, era stato l’unico “parente” presente al funerale: dopo aver provveduto a organizzarlo, vegliò la salma tutta la notte e scomparve per sempre dalle scene.

Marylin non aveva una famiglia, né la forza per aggregarne qualcuna dai compagni. Continuava a fare donazioni agli orfanotrofi ed era ossessionata dalla mancanza di figli che a trentasei anni, e dopo tanti problemi di salute, disperava ormai di avere. Stanca e disorientata, faceva progetti, leggeva copioni, ma non era ritenuta affidabile e prendeva un sacco di roba per tenersi su. Non riceveva conforto da fedi o filosofie. Nata protestante, aveva aderito alla setta “Christian Science” come la madre, poi si era convertita all’ebraismo per sposare Miller, ma si definiva atea. La vicinanza ai Kennedy rafforzava la delirante accusa di simpatie a sinistra, peccato imperdonabile nell’America di allora (e di adesso). Dicono anche che fosse quasi povera: risulta che possedesse solo la propria abitazione (una modesta villetta acquistata nell’anno della morte) e un esiguo conto in banca.

Marilyn Monroe, nome d’arte di Norma Jeane Mortenson (Los Angeles, 1º giugno 1926 – Brentwood, 5 agosto 1962)

Forse molte donne la tenevano alla larga per prudenza: pare che conservasse il vizietto di andare coi mariti altrui, e ne usciva come l’unica responsabile di queste trasgressioni. Lei stessa si vedeva ormai confinata a vita nel ruolo di amante segreta, di passatempo usa e getta. La accusavano di confondere le attenzioni sessuali maschili con l’amore, iludendosi ogni volta che  sarebbe stata quella buona.

La configurazione generale della sua personalità induce a pensare ad un suicidio, forse involontario. In quegli anni accadeva di frequente che dive o mezze tali in declino si togliessero la vita. Senza arrivare a tanto, queste donne spesso si mettevano in pericolo con condotte disinvolte, mentre gli studios riuscivano a coprire le malefatte.

Sempre negli anni ‘90, lo scrittore Donald Wolfe ha rilanciato i dubbi sulla morte di Marilyn, acquisendo testimonianze dai pochi sopravvissuti che ricordavano qualcosa. In questo, come in altri casi poco chiari, si ha però l’impressione che i testimoni, più che aiutare la ricerca della verità, vogliano “togliersi qualche sasso dalle scarpe”: screditare i Kennedy, accusare la polizia, puntare il dito contro il sistema giudiziario o lo strapotere dei medici e degli psicanalisti, senza disdegnare qualche momento di notorietà, con un occhio al conto in banca.

II parte -  I sospetti  
Era una giornata afosa, sui trenta gradi, quel sabato quattro agosto 1962, a Los Angeles. L’attrice, disoccupata per il momentaneo allontanamento imposto dai produttori dell’ultimo film, era in casa con la governante sessantenne, Eunice Murray, una signora di modeste condizioni, che mal sopportava le bizze della padrona e a volte ci litigava, minacciando di licenziarsi. La notte aveva dormito lì anche l’amica Pat Newcombe, di diversi anni più giovane della Monroe e molto vicina al clan Kennedy. Non per la prima volta, erano arrivate telefonate anonime, con insulti alla padrona di casa. Marylin dormiva poco e sempre aiutata da farmaci. Si svegliò male e il genero della Murray, presente per lavori di riparazione, la descrisse sconvolta, senza poterne specificare il motivo. La colazione fu un succo di pompelmo, e, durante il giorno, ben poco sarebbe seguito, se non uova e qualche drink, la dieta abituale della star. Per rimanere magra, inoltre, ricorreva a un sistema usuale all’epoca, il clistere. Tutto ciò sembra riflesso nelle ultime fotografie a lei scattate qualche giorno avanti sulla spiaggia: nonostante fosse ancora la sexy bambolina desiderata da tutto il pianeta e avesse cantato al compleanno del presidente solo un paio di mesi prima, appariva pallida e sciupata, lo sguardo spento.

Si sa per certo che in mattinata giunse un pacco regalo, contente un pupazzo a forma di giraffa, che non fece contenta la destinataria, contrariata dopo averlo aperto. Non si sa chi l’avesse inviato. Non c’erano programmi per la serata. Per la diva, incredibilmente, si prospettava un sabato sera estivo sola in casa. Joe Di Maggio, in genere sempre pronto ad alleviare la sua solitudine, da qualche tempo si era defilato, accusando la ex moglie di farsela con Sinatra e quest’ultimo di non essere stato un vero amico, trascinandola in una vita dissipata da cui lei usciva sempre più disperata e malconcia. Il suo psichiatra, l’eminente dottor Greenson, che per una volta non aveva voluto rimanere ad assisterla, stanco di una assiduità su cui ormai tutti malignavano, le aveva prescritto di bere molta acqua e riposarsi.

La ricostruzione poggia sostanzialmente sulla testimonianza di due persone: la citata governante Murray e l’attore Peter Lawford, cognato dei Kennedy, avendone sposato la sorella Patricia. Era costui un  mediocre attore, noto libertino alcolizzato, descritto come arrogante, ruffiano degli illustri parenti, manutengolo degli amici cui forniva donnine ( tra essi, il solito Sinatra). Egli rilasciò, nell’immediato e durante la breve inchiesta che seguì alla morte, differenti versioni dell’accaduto, parlando di una festa in una villa sul mare da amici comuni, cui aveva invitato Marilyn, di cui si professava amico (forse), e occasionale amante (e parrebbe proprio di no).

Tuttavia, stando alle sue parole, lei avrebbe rifiutato, minacciando, già per telefono, intenzioni suicide. Lawford è morto sessantenne, nel 1984, senza scucire più nulla di interessante sull’argomento, ma sia la sua seconda moglie Deborah Gould (dopo il divorzio dalla Kennedy, ne ebbe altre tre) che la terza Mary Rowan, hanno dichiarato ai giornalisti che probabilmente ben poco di vero ci fosse nelle dichiarazioni ufficiali degli investigatori e, dalle confidenze ricevute dal marito, avevano tratto la convinzione che sulla vicenda fosse stata stesa una coltre di omertà. Altri ospiti di quella festa, come gli allora fidanzati Natalie Wood e Warren Beatty, rifiutarono sempre di accennarvi, mentre gli organizzatori del party hanno sempre raccontato che Lawford passò il tempo a bere, e non fu udito da nessuno urlare al telefono “Marilyn, no, non farlo!”, come accoratamente “confessava” ai reporter che nel tempo si sono alternati nel tentativo di farlo parlare.

Eunice Murray poteva non avere certi motivi per mentire agli investigatori, ma forse altri di diverso tipo. Descritta dai biografi più torbidi come un’infiltrata dei servizi segreti, incaricata di controllare la pericolosa diva dalle idee radicali e la lingua lunga con gli inquilini della Casa Bianca, è poi morta in povertà, dopo aver vissuto in una roulotte a Santa Monica, il che non sarebbe indice di lauti prezzolamenti da parte di chicchessia. Ma di certo è sempre apparsa reticente.

La signora si ostinò sempre a dichiarare di essere andata a dormire, poco dopo le otto, dopo aver sentito musica di Sinatra provenire dalla stanza chiusa di Marilyn (cui non bastava frequentarlo, evidentemente, ma perfino i suoi dischi in camera si portava); e che sotto la porta passava la prolunga del telefono, semisepolta da un’alta moquette: si sa che l’attrice telefonava spesso e lungamente e comunque voleva avere l’apparecchio appresso in ogni stanza e il cordless non era ancora di uso comune. In effetti quel giorno risulterebbero alcune telefonate fatte e ricevute: a un’amica del cuore, Jeanne Carmen,  che rispose di avere altri impegni e non poter venire a trovarla, e alle sue successive insistenze non rispose; con l’ex marito Miller, con il figlio di Di Maggio. Il massaggiatore Ralph Roberts dice di averla chiamata, ma che Greenson rispose che lei non c’era, circostanza fumosa. Poi, ci sono coloro che affermano con certezza che la star avrebbe ripetutamente e inutilmente cercato Bob Kennedy: ma dove? Il ministro, di sabato, era certamente in qualche sua dimora con la numerosa famiglia e non reperibile attraverso normali canali di comunicazione.

Sempre stando alla sua versione, la Murray si alzò verso mezzanotte, spinta da un “sesto senso” e fu insospettita dalla luce che ancora filtrava dalla porta: molti hanno obiettato innanzitutto che la fitta moquette non lo avrebbe permesso, e poi che la Monroe poteva essersi addormentata a luce accesa, stordita dai sonniferi come spesso era e non ci fosse nulla di strano in una luce accesa.

Marilyn Monroe morta e un poliziotto che indica le pillole che l’avrebbero uccisa.
[foto: D. Gluskoter / New York Post]

Invece Eunice si allarmò, guardò dalla finestra a pian terreno, ma disse di averla trovata schermata da pesanti tende, così da non concedere spiragli visivi, quindi chiamò il dottor Greenson, che subito arrivò…alle tre e mezzo del mattino. Si, perché è a quell’ora che si legge sia stata dichiarata la morte. Lo psichiatra e la governante, entrati a loro dire rompendo il vetro della finestra, continuarono a pasticciare con gli orari; la vedova del capo della Polizia , anni dopo, raccontò che il marito, Parker, rimase abbottonatissimo per tutta la vita al riguardo anche con lei, che pure qualche indiscrezione aveva provato a cavargli, nel tempo, senza successo.

Intanto venne giorno e il giardino si riempì di personale medico e della polizia mortuaria, oltre a qualche scaltro giornalista riuscito ad eludere la sorveglianza; giunsero poi i detectives, qualcuno dei quali in seguito dichiarerà che “qualcosa non tornava”: uno schedario “era sicuramente stato forzato”, non si trovava più la famosa agendina dell’attrice, c’erano bottigliette di farmaci, ma nemmeno un bicchiere per l’acqua che sarebbe servita a deglutire tutti quelli che servivano a farsi fuori.  Era uscita dalla stanza per procurarsi da bere? Eunice, allarmata già a mezzanotte, non ce lo sa dire.

La tutrice legale della madre di Marilyn fu lasciata entrare e portò via tutto, buttandolo nell’immondizia, compresi eventuali farmaci come prova di un suicidio. Nemmeno ci si è accordati sulle modalità dello stesso. Alcuni medici parlarono di quaranta pillole ingerite tutte insieme, il che avrebbe provocato fenomeni emetici invece non rinvenuti; altri di un “continuum” di assunzioni, durante la giornata, che avrebbe fiaccato l’organismo, ma l’attrice sarebbe morta d’improvviso, senza un sintomo, senza chiedere aiuto? E’ assodato, infine, che l’alcool non c’entra e quel giorno lei aveva bevuto relativamente poco, visto che non s’era praticamente mossa da casa: le sue sbronze in genere avvenivano in compagnia e alle feste. Giova ricordare che questo sarebbe uno dei rari casi in cui una morte per suicidio, volontario o incidentale, è avvenuta con la vittima non sola in casa.

Alcune circostanze ormai appaiono verosimili. Nella villetta in stile messicano di Helena Drive, quartiere di Brentwood,  le cose non andarono come è stato detto e ripetuto dopo un paio di altre inchieste avviate in periodi successivi. Il discusso dottor Noguchi, famoso in seguito perché accusato di aver troppo pubblicizzato la sua attività di anatomista dei divi, certificò un “suicidio probabile”, ma molte fonti anonime e non, una volta trascorsi provvidenziali decenni, hanno mostrato registri e documenti dai quali si evincerebbe, se non sono falsificati, che Marilyn quella notte si fece il tratto in ambulanza da casa all’ospedale e ritorno, fu poi sistemata in posa anche alquanto intrigante sul letto (prona, cornetta in mano che faceva tu tu tu), e la mattina dopo il capo dell’FBI, famigerato Edgar J. Hoover, fece scomparire le tracce dei movimenti telefonici dell’utenza della star.

La Monroe con Bob (a sinistra) e Jack Kennedy

Secondo molti la teoria del complotto è tutta una fuffa e la povera ragazza, famosa e desiderata, ma molto malata nell’animo e dai nervi scossi, nonché dalla pillola facile, sia morta forse senza volerlo, schiantata dagli abusi. Che si sia tentato di coprire qualche traccia, è normale, poichè la sventurata andava a letto con i due uomini più potenti d’America e la prudenza non è mai troppa. I due fratelli interessati, nei giorni seguenti, non mostrarono particolare afflizione per la scomparsa della comune (almeno per un periodo) amante. Lena Pepitone, la domestica di New York, indica come preferito Bobby, per la cronaca.

D’altronde, ci si aspettava forse che John e Bob piangessero davanti a mogli e figli? O al parlamento? Ben altre gatte da pelare avevano e nemmeno tutto quel tempo per fornicare: qualche mordi e fuggi, come è spesso attestato. Mandanti di un omicidio? Per quanto li si possa odiare, è impensabile. Inoltre, la vita sessuale dei politici era allora un tabù assoluto (altrimenti Nixon sarebbe saltato in un giorno) e l’era Clinton ancora lontana.

Forse che se la mafia o qualche sicario dei servizi avessero avuto cattive intenzioni, non avrebbero avuto modo di agire con i loro collaudati metodi? Non c’è bisogno di essere Jimmy Hoffa perchè si insinui il dubbio, non di un omicidio a sfondo passionale dei fratelli Kennedy poiché magari ricattati dalla Monroe, ipotesi ridicola, ma di un’operazione tesa a farli cadere: tentativo non riuscito, tanto che si predispose il loro omicidio, giusto per tagliare la testa al toro e non vederne più uno all’orizzonte per sempre.

Il presidente, descritto come un puttaniere, in realtà ogni tanto pensava e, benchè americano al midollo come lo è oggi Obama, e quindi abbastanza ingessato nelle iniziative che gli stavano a cuore, stava purtroppo combattendo la mafia che il padre aveva invece blandito, a sua insaputa, per farlo eleggere, e aveva lasciato trapelare qualche veduta eccessivamente progressista (o poco patriottica), in occasione del progetto del Nuovo Ordine Mondiale. Marilyn, che di suo contava assai poco, sarebbe stata però una pedina di peso, se si fosse riusciti a invischiare il presidente e il fratello, ministro della Giustizia, nella sua morte.

Per gli amanti della numerologia, John Kennedy fu assassinato il 22/11/1963, ovvero 2+2, per i quattro aerei, 11 come il giorno e 6+3 = 9, come settembre, codici che starebbero molto a cuore ai servizi deviati, anche se a noi sembrano degni di un fattucchiera e li citiamo solo per scherzo.

Mentre uno scherzo, la morte di Marilyn Monroe, non lo fu. Mise in moto un business miliardario che ancora non è finito. La New York per turisti rigurgita di poster con lei, Lennon e Audrey Hepburn, stelle di un firmamento che vuole ancora farci sognare.

[Fonti:  Marilyn, the secret lives of a goddess, Michael Summers; BBC/History Channel; "Columbus", dell'autrice.]

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8 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Un ottimo articolo che tratta con agilità e lucidità direi uniche la biografia di una donna che pare alquanto difficile capire o forse accettare. Questa diva aveva un corpo straordinario che lei sapeva muovere ed usare in modo straordinario, un volto intrigante, un fascino tutto particolare fatto di sex appeal e di studiata ( o magari autentica ) ingenuità. Non ha saputo mettere a frutto nessuno dei doni in suo possesso. Non possiamo onestamente dire che sapesse recitare, tuttavia le sue performance mi pare abbiano ottenuto molti consensi. Onestamente non possiamo nemmeno dire che era bellissima, perché, tutto sommato, per quanto graziosi, i suoi lineamenti non avevano la perfezione dei volti simmetrici, perfetti, superbi di attrici come Liz Taylor e Ava Gardner. Marilyn è un personaggio in fondo a parte nel mondo del cinema, non capace come attrice, inquieta ed irrequieta come donna, incapace di dissimulare in qualche modo le sue debolezze, capace tuttavia di suscitare un successo planetario nell’ immaginario maschile e l’ ovvia invidia del mondo femminile.
    Una bambola, una pupattola che non sapeva reggersi in piedi: è questa la sensazione che io ho sempre provato guardandone i film. Una donna debole, forse perché malata, malata parecchio. In fondo sua madre lo era, senza dubbio. Forse il suo disordine sessuale era dovuto a malattia più che ad interesse per arrivare. Infatti, pur arrivata sull’ Olimpo, continuò a sbandare da un uomo all’ altro, da un fanfarone ad un arrivista, da un potente ad un menefreghista senza fare una piega. Alcol, forse droga, psicofarmaci completavano un quadro piuttosto penoso. Marilyn a me dà purtroppo la sensazione della donna sbagliata, profondamente, irrimediabilmente sbagliata che sapeva forse collocarsi e trovare una sua dimensione solo nel sesso. Forse avrà anche tentato di amare, io lo credo, ma la sua indole malata prendeva il sopravvento, nonostante lei. È proprio la sua incapacità plateale di trattenere un affetto che mi ha sempre fatto pensare che fosse malata, incapace di dominare le pulsioni, incapace di fermare la psiche e la mente su un oggetto d’ amore. Una brutta vita, che sicuramente nessuno sano di mente va a condurre in tal modo. E molto probabilmente gli uomini che la frequentavano capivano che la sua era insania, ma vigliaccamente se ne approfittavano. Direi non proprio pregevoli nemmeno gli psichiatri che la ebbero in cura perché non mi pare che in America si sia mai sottovalutato il ricovero e la cura in clinica psichiatrica, ma non mi sembra che i suoi curanti l’ abbiano mai condotta nel luogo che poteva aiutarla a superare, almeno per periodi, lo stato di disordine e disagio in cui chiaramente versava: basta e avanza il fatto di come si conduceva nel periodo del ciclo mestruale. Probabilmente a troppi, magari troppo potenti, faceva comodo una Marilyn sempre disponibile e i prezzolati psichiatri stavano al gioco. Non trovo altro motivo al loro disinteresse per le cure che solo le attrezzate e capaci ( e da molti ” divini ” di ogni epoca assai frequentate ) cliniche americane sapevano e sanno fornire.
    Marilyn lontana mille miglia dalla splendida capacità interpretativa di Liz Taylor, lontana mille miglia anche dalla capacità materna di Liz che cambiò sì diversi mariti, ma che ebbe figli, adottò una figlia, amo’ con passione, riuscì ad essere nonostante le sue bizze una vera diva, forse la più grande diva del cinema, una diva anche nella vita di ogni giorno, anche nelle famose furibonde sfuriate con il suo Richard, negli eccessi con l’ alcol, nei malanni che numerosi l’ affliggevano. Liz ci andava nelle cliniche e non disdegnava di farsi fotografare all’ uscita anche seduta sulla sedia a rotelle, come dimenticarla?
    Ecco, la scena finale del bellissimo film” Cleopatra” Marilyn non avrebbe mai potuto interpretarla: serviva la lucida adesione al personaggio, la naturalezza del grande professionista, il carisma misterioso che solo un grande interprete può possedere. Quell’ abito d’ oro non poteva ricoprire il corpo di Marilyn, in fondo volgare, e il trucco regale non poteva adornare il visino grazioso di Marilyn, ma non perfetto, stupendo, superbo di quella che era ed è ancora considerata la donna più bella del mondo, un viso che tutte le mie compagne di università ricalcavano dalle riviste su cartelloni da appendere al muro della cameretta in affitto, per sognare di poter avere qualcosa nel proprio volto che ricordasse, magari vagamente, il suo.
    Si, Monna Lisa e Marilyn sono senza dubbio due icone, come dice un commentatore, ma icone di un mistero, di un’ incapacità di tutti di afferrare il senso autentico di quei tratti e quelle sembianze e, per quanto conosco io di Warhol, è proprio per questo che Il mitico fotografo si è dedicato all’ immagine di Marilyn: tentava di carpire ciò che l’ apparenza celava, perché Warhol cercava accanitamente il senso di apparenze evanescenti. Andate invece a guardarvi le foto di Warhol su Liz Taylor: esse colgono la persona e la personalità con una potenza disarmante, restituiscono con forza la vera natura doce, vitale e indomita della diva e della donna.
    Chissà, forse Marilyn ha sofferto anche perché coglieva le distanze abissali che la separavano dai mostri veramente sacri dello schermo. E la consapevolezza delle distanze e delle differenze non potevano fare altro che abbassarne l’ autostima, spingendola verso baratri sempre più fondi.
    Chi sta male soffre, si dilania l’ anima pensando a ciò che credeva di essere e invece, per ingrata sorte, non è, né mai sarà. La malattia dell’ anima è crudele, è diversa. Ti insegna a non voler esistere. Non ti permette di vedere lo spiraglio nel buio tunnel. Non permette agli altri di portati aiuto.
    Marilyn va rispettata per quello che ha patito. E più che idolatrarla per la sua immensa sensualità,che in verità l’ ha prima confinata in un ruolo e poi uccisa, andrebbe ricordata come donna che pur nello splendore del corpo, non riuscì ad essere la divina che sognava perché il destino le aveva riservato l’ ombra cupa del male di vivere e una morte prematura e indegna che gli sciacalli ancora vorrebbero lacerare per profitto.

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  2. lucilla

    Tra tanti articoli scritti su Marylin questo mi sembra il più distaccato dal parere personale di chi lo scrive e più incentrato a raccontare i fatti per quelli che sono. Complimenti.

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  3. Carmen Gueye

    Marilyn ispira tanti, ci ha provato anche Lady Gaga; nel video “My Thelephone” a un certo punto sembra lei, potenza del trucco, e sì che sono molto diverse. Forse Marilyn bisogna averla “dentro”.

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  4. Ravecca Massimo

    L’immagine della Gioconda e il volto di Marilyn sono due icone a valenza archetipa, che non a caso Andy Warhol colse e ripropose. Marilyn fonte di ispirazione per la Pop Star Madonna e per molteplici cantanti e attrici. Cfr. Ebook (amazon) di Ravecca Massimo: Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo.

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