L’oro di Napoli: ‘o mare

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Napoli e il suo mare

Appena l’asfalto cede il posto ai sanpietrini, sai che è arrivato il momento di parcheggiare e camminare. Accosti, trovi un buco tra due macchine e spegni il motore. C’è l’abusivo che ti chiede una moneta - “per mio figlio signurì, ten sul sett’ann, adda magna’!” – e più avanti il marocchino che ti vuole vendere i fazzoletti. Dici di no (o di sì, dipende da te) e vai avanti.

Ti fai il segno della croce ed imbocchi la prima via utile, quella che volevi tu: stai passando da Via Bellini a Piazza Dante, i palazzoni fanno posto ad uno spazio enorme, circolare, incastonato nel Convitto di Vanvitelli. Non ti fermi a guardare la statua del Sommo Poeta e tagli dritto per Port’Alba: libri, librerie, bancarelle; gente, tanti studenti, ragazze belle, ragazze dalle guance rosse e bambini – ce ne sono pochi, ma è normale: con l’estate o sono tutti al mare o a giocare a pallone. Da Port’Alba passi a San Sebastiano e scendi. Scendi finché non arrivi ad un bivio: a destra c’è Piazza del Gesù, con Santa Chiara ed il suo Campanile, e a sinistra ci sono ancora vicoli, venature nel cuore di Napoli che portano all’Atrio San Domenico. Decidi per questi e vai a San Domenico.

Mentre cammini, ti guardi attorno: le gelaterie sono aperte, qualcuno compra; molti passanti sono turisti – te ne accorgi dai loro sguardi e dai loro sorrisi – ma c’è anche qualche napoletano – anche qui, te ne accorgi dalla luce degli occhi e da come, sistematicamente, le labbra vengono arricciate. Passi davanti ad una libreria e ti sorprendi: dentro c’è gente, ma ce n’è proprio tanta. Più avanti, Scaturchio e la guglia di San Domenico: svolti verso Mezzocannone e ti fai tutta la strada, tutta, andando oltre lo sbocco su Piazzetta L’Orientale e oltre Corso Umberto; continui a camminare finché non arrivi a Via Marina e ti metti sulla corsia per il Molo Beverello. Lastroni di pietra nera affiancati da asfalto liscio, levigato dalle ruote di centinaia e centinaia di auto. Quando raggiungi l’attracco – l’uscio di Napoli sul pianerottolo di mare che condivide con Capri e Ischia – sai che ti manca poco: c’è la capitaneria di porto e Mascalzone Latino da superare ancora, poi sarai arrivato.

Il Vesuvio con la neveSali, una salita ripida che stanca le cosce ed affatica il respiro, e sali ancora. E finalmente, come un assetato che cerca un’oasi nel deserto, raggiungi la tua meta. I primi ad accoglierti sono i gabbiani, urlano che è un piacere sentirli; poi c’è il mare che si infrange contro gli scogli e la campanella di qualche boa che avverte i viaggiatori in mare di stare attenti. Alzi lo sguardo e così, senza pensarci, sorridi: azzurro, azzurro, poi marrone; di nuovo azzurro – giri la faccia – e ancora marrone. È il Golfo di Napoli, la tua destinazione: una linea d’orizzonte perfetta, due labbra, il cielo e il mare, che si sfiorano in un bacio.

Da una parte ci sono case, strade e ancora case: di notte, questa zona sarà illuminata a giorno da tante, tantissime lucine bianche. E dall’altra parte c’è il porto. In mezzo acqua: solo e semplicemente acqua. La vera faccia, se mi permettete, di Napoli: mutevole, costantemente in movimento, enorme; d’estate calda, d’inverno fredda; un sorriso amaro o dolce, a seconda delle vele che la tagliano; schizzi di schiuma dove i bambini giocano e una voce potente, da risacca, che a tratti ulula di gioia e a tratti di dolore.

Napoli è il mare e il mare è Napoli: tutte le strade, tutte, portano al Lungomare. Come una Roma in un mondo più piccolo, ideale. Davanti al mare, il napoletano ammutolisce o acquista, per chissà quale scherzo della natura, una serietà disarmante, da padreterno: quando sei lì, Santa Lucia ad un tiro di schioppo, Fuorigrotta oltre l’angolo e la salita di Posillipo in fondo alla strada, sei in pace. Sei la goccia che ritorna al suo oceano. E non importa di che nazione, città, colore, credo o sesso sei: davanti al mare di Napoli, siamo tutti uguali. Come davanti alla Morte, livella del poeta-falegname Totò.

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