L’estate è finita

1
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Gli propose di scappare via dalla presentazione, così da eccitarlo ancora di più. Sarah aveva quarantasei anni ma la bellezza e la malizia che sprigionava dagli occhi e dalle gambe avrebbero messo a disagio anche un eunuco. Conosceva tutte le minuzie, i particolari nascosti, i segreti inconfessabili per attrarre a sé un uomo. Aveva un talento puro e innato per far circolare il sangue negli uomini, un’arte che aveva tenuto per sé da molti anni.

Sarah nel 1984 era una donna, se così si può dire, matura, ma era più arrapante di una qualsiasi vamp che infestava le televisioni commerciali dell’epoca.

Gli sussurrò di andarsene via e poi lo lasciò a contemplare la sua totale inadeguatezza nei confronti di una donna che, se non avesse avuto il cruccio dell’invidia verso il marito, lo avrebbe derubricato nella categoria dei bellocci senza stile. Ma le serviva, le serviva per la sfida personale intrapresa contro suo marito Toni: era la vendetta di Sarah De Silipo nei confronti di Toni Agostinelli.

Sarah, forse, lo amava ancora il marito, ma i leader, quelli che nascono così, sotto la fottuta insegna “Seguitemi”, amano in diversa maniera dalle persone normali, lo dimostrano in un modo perverso e incomprensibile agli occhi degli umani.

Si fece coraggio e si avvicinò a McLot in modo disinvolto, bisbigliandogli all’orecchio mentre quello discorreva impropriamente di Somerset Maugham. Gli disse che, alla fine del ricevimento, dove McLot presentava il suo libro di poesie erotiche di successo (scambiate per capolavori solo perché aveva venduto centomila copie), avrebbe dovuto farsi trovare dietro la fiera; lì, ad aspettarlo, ci sarebbe stata la sua auto per portarlo via.

Si ritrovarono catapultati sul lago di Como, in una stradina sterrata che lambiva il recinto di un’enorme villa di pregevole costruzione. L’estate, quell’estate, era abitata da circa un milione di cicale frinenti e qualche rana che, a intervalli discordi, si lamentava di non essere l’unica organismo del creato.

La villa, naturalmente, era degli Agostinelli. Toni l’aveva comprata per far piacere a lei, a Sarah, che l’aveva pretesa nell’attimo in cui l’aveva vista. Non si dice di no a Sarah De Silipo, lo sapeva bene Toni e, ora, lo sapeva anche il giovane scrittore Marshall McLot.

I due parcheggiarono la macchina al sereno buio della magnifica notte di stelle che tappezzavano di un lungo panno semi-luminoso il manto del cielo.

Agostinelli sapeva che la moglie non sarebbe arrivata presto quella sera e, dopo un’interminabile domenica passata a fare da balia, era riuscito a mettere a letto le tre bambine.

The Pink Panther, una delle opere della serie di sculture (chiamata Banality) dell’artista americano Jeff Koons. Nella foto di copertina di questo racconto, The Pink Panther è ripresa di fronte.

Prese il giornale e andò in bagno per poterlo leggere e trovare la meritata serenità. Tra il gracchiare e il cicaleccio tipico delle zone umide, sentì, tra i versi, alcuni rantoli. Alle prime si spaventò, ebbe la netta sensazione che qualche donna, in quell’esatto momento, stesse subendo una violenza inaudita. Poi capì e sorrise. Erano solo due che stavano scopando. Si ricordò che con Sarah avevano notato, durante quelle estati, che molte coppie venivano a celebrare il loro amore sotto l’immensa villa. La strada sterrata e la cupola di tenebra che disegnava la notte su di essa permettevano una sicura discrezione da occhi alieni. Da occhi sicuramente, ma non da orecchi. E un paio di anni prima, Sarah e Toni avevano trovato spunto per il loro sesso proprio ascoltando due amanti che fornicavano in quella stradina sterrata nei pressi di villa Agostinelli.

Toni aveva sempre considerato Sarah più appagante di tutte le sue amanti. I capelli biondi che scendevano giù come spaghetti la incorniciavano in una posa falsamente algida. Succedeva sempre così. Quando lo guardava, Toni capiva ogni volta la voglia di lei. Sarah aggrottava impercettibilmente le sopracciglia, gli faceva capire che era giunto il momento, che non si poteva più continuare ad andare avanti con i loro ruoli e, finalmente, univano le maestose forze di cui disponevano.

Toni spalancò la finestra del bagno per ascoltare meglio i gemiti che provenivano da sotto. Un po’ rideva di quella situazione, poi pensò che avrebbe dovuto fare qualcosa poiché le bambine avrebbero potuto sentire.

Si rese conto in un breve attimo che il pericolo non esisteva: le camere delle tre piccole erano situate dall’altro lato della villa e i gemiti sarebbero stati coperti dalle cicale. Si ritrovò seduto sulla tazza del cesso con un pezzo di stronzo appeso che gli usciva dalle chiappe e un’erezione bruciante che gli spuntava a metà tra le cosce. Si sbollentò in quattro, cinque manate il corpo carnoso del suo membro. Altre vigorose passate a sbracarsi su e giù la pelle del suo pene, e il duro della cartilagine che si scontrava con il tronco interno lo faceva rabbrividire di estasi, infiammato, e ancora godimento che neanche da adolescente segaiolo aveva mai provato. Erano delle note al cervello che gli si infliggevano, staffilate alle tempie che nutrivano, ancora di più, sempre la stessa azione. Avanti e indietro con il palmo della mano. Come la prima volta che si sparò una sega davanti ad una copertina che mostrava un nastro nero a fiocco, legato stretto e affusolato sulla caviglia bianca, liscia e stretta di Jean Seberg. Le si incollava perfettamente e saliva su, proprio per condannarlo all’eccitazione, proprio per farlo arrapare.

Nella prima masturbazione della sua vita, la Seberg fu castigata da dietro, e urlava, invaghita e richiedente quel qualcosa – il Toni impasticciato e dodicenne, insieme ai suoi amici Giorgio e Lenni, era solito chiamarlo “corpo contundente” o “mezzo di controllo”.

Jean Seberg

Gridava forte la mente, e la Seberg lo voleva sedimentato dentro di sé. La Seberg gemeva e lui sprizzava addosso al muro, di fronte alla tavoletta del cesso. La seconda sega prese piede da un’immagine di una donna che partoriva dentro un libro di testo di biologia, e quella caverna aperta per permettere la nascita di un altro marmocchio che si sarebbe sparato le medesime seghe, gli servì per eiaculare contro il pomello della doccia, che fu infarcito di materiale spermatico colloso, ripulito via, dopo intensi lavaggi di liscivia, rubata dal tinello della madre. “Mamma, devo pulire il bagno” – provocando lo sguardo basito della povera donna che si chiedeva da quando in qua il figlio fosse diventato un perfetto omino di casa intento alle azioni sempre uguali della massaia. Non se l’era mai chiesto, ma il sesso delle masturbazioni era sempre violento e lui, Toni, era il re della fica, sottomessa e assidua; oppure era lui ad essere sottomesso da un paio di cosce proporzionate, elastiche e lunghe che gli cingevano le anche e lo facevano venire di spasimi. E sempre lui, Toni Agostinelli, il re della fica, che sorprendeva le immagini di femmina selvaggia che affogavano il suo pensiero, e le donnine immaginarie a dirgli: ”Non venire, non venire”, e lui: ”Non ce la faccio sei troppo porca”, e loro, le donnine (erano tutte grandi attrici, oppure la portiera del palazzo con una scollatura che gli apriva una vallata di seni di prugna dura e succosa, oppure l’amichetta dell’amico Lenni che faceva finta di odiare e che invece sognava di deflorare alle terga e rivestirla con il suo seme ribollente, manco fosse olio di ricino, facendola diventare una donna laccata di sperma, d’oro come il vitello della Bibbia), le donnine della sua mente, godenti e padrone della situazione: ”Adesso ti faccio venire, sei un grande scopatore ma adesso ti faccio venire!”.

E immaginava, immaginava enormemente, due colpi di anca, due glutei di panna dura e le caviglie, sempre le caviglie con il fiocco; un respiro trattenuto e finalmente: la fine, sempre la stessa, lui ad invadere il buco che regnava sovrano su di sé e su tutti gli adolescenti dell’eternità mondiale; a ripulirsi con un pezzetto di carta igienica stracciata, e un pensiero ulteriore di verme, fisso a dirsi e maledirsi, anche a voce alta: ”Voglio scopare anche io”, mentre il pene moscio si infilava nelle mutande, funereo, pronto per il giorno dopo, per un’altra avventura a mano armata, per un’altra frustrazione conseguente, per l’ennesima sfida tra lui e la caviglia con il fiocco, e le donnine come sirene che risolute, intransigenti, stentoree e ballerine gli dicevano: ”Adesso ti faccio venire”.

Si fece ribrezzo per un secondo, osservandosi: un adulto con moglie e figli e il pisello ormai assuefatto dagli strofinamenti del sesso, che si arrapa, come un mostro maniaco e guardone, a udire i versetti sempre ficcanti e acuti del sesso. Ebbe poi un pensiero tremendo: se fosse stata sua moglie quella che urlava di sotto? Gli passò in un breve attimo, anzi sorrise di quello che aveva appena architettato la paranoia e ricacciò il gesto onanistico nei suoi pensieri, deciso a conservare l’esplosione del desiderio per Sarah che avrebbe dovuto già essere lì di ritorno dalla fiera letteraria.

Nell’auto, la signora De Silipo si muoveva fluidamente sul corpo del giovane poeta. La poesia, che credeva roba sua, era qualcosa di estraneo a McLot ma il sesso riusciva a trasformarlo in un uomo di qualità. Non per meriti, ovviamente, ma per dono naturale. Il corpo giovane, teso e muscolare, si sposava molto bene con la voluttà di lei, e Sarah gli stava addosso, lo aveva ipnotizzato con i suoi strappi agili e mirati a un solo obbiettivo. Il proprio personale godimento.

McLot era stato preso quasi di sorpresa dalla veemenza di quella donna, irraggiungibile. L’aveva sopra, eppure, era lontana. Cercava di metterle le mani sui fianchi, di baciarle il seno, la bocca, ma lei non voleva. Quello doveva essere il suo sesso, solo suo e di nessun altro.

Toni si eccitò a sentire la donna dell’oscurità che fremeva, urlava, si sentivano gli ammortizzatori dell’auto cigolare. Si eccitò a tal punto che fece un bellissimo pensiero su Sarah e sperò che tornasse in quell’istante, che potesse sentire anche lei l’apice massimo del piacere di una donna e che così potesse restituirglielo. Sapeva quanto si sarebbe scombussolata, Sarah, ascoltando l’armonia di urla che provenivano dall’oscurità.

Iniziò a piovere, in modo battente. Le gocce fecero zampillare in aria dal suolo il brecciolino della stradina, mentre la pioggia estiva rompeva di un solo fiato l’umidità atomica che regnava sull’ambiente circostante.

Toni stette ancora alla finestra, aveva socchiuso di poco la persiana per evitare che lo vedessero. La macchina era proprio in linea d’aria con il bagno e, di conseguenza, con la camera da letto di Toni e Sarah – la De Silipo aveva pensato a tutto, i De Silipo pensavano sempre a tutto.

Per un minuto non sentì più la donna, e la pioggia reclinava incessante sul suolo che esalava da sotto la classica fragranza rurale, terra bagnata; poi gli parve di carpire un imperativo “Girati”. Gli strilli si moltiplicarono, la pioggia che si era attestata su un ritmo dolce faceva da contrappunto alle corde dei corpi che emettevano suoni di goduria sessuale. La voce della donna si intensificò, sempre di più, e la terra era sempre più bagnata e l’odore si spartiva per l’aria, donando a Toni e a tutto il resto un sentimento di vecchie impressioni. L’uomo non si sentiva e Toni pensò che si trattasse di un vero e proprio campione dell’amplesso.

“Questi due si faranno male se continuano così”, sogghignò Toni. Non aveva mai sentito una donna urlare tanto durante un amplesso.

Iniziò a torturarsi, forse non era mai stato all’altezza di una donna, con lui non avevano mai strepitato a quel modo. Gli schiamazzi si trasformarono sempre più incessanti, inesauribili, sembrava non dovessero finire più. La donna gridò, gridò all’uomo di venire, di farla finita.

Sarah voleva decidere, voleva anche questo, non avrebbe mai lasciato a quel virgulto senza cervello, celebrato alla fiera come uno scrittore, di pilotarla nelle gioie del sesso.

Toni sorrise a sentire tutto questo, e il pensiero del ritorno della moglie cominciò ad attanagliarlo dolcemente. Come una provvidenza: un ululo a metà tra la disperazione e lo sbigottimento sopraggiunse dall’auto.

McLot aveva ceduto a un corpo femminile di incredibili proporzioni, non aveva resistito allo sguardo di lei che da dietro si era voltata per dirgli di venire e di guardarlo negli occhi. La faccia di Sarah virata verso un’espressione di imposta e misteriosa cattività, i suoi capelli sudati e la voce intimidatoria avevano fatto il resto. Uno strillo lungo a dissacrare il silenzio della notte naturale. McLot aveva finito il suo compito. Aveva fatto felice una donna e se stesso, eppure si sentiva un alieno straniamento addosso. Provò ad abbracciare Sarah, lei si scostò. Non voleva avere niente a che fare con quell’uomo che si definiva poeta, ma che lei considerava un ignobile versificatore di parole oscene. Senza senso, senza la giusta complicità dell’eccitazione, del turgore emotivo e biologico che solo l’atto sessuale può concedere agli istinti perduti degli uomini. Sarah si passò una mano sul mento e gli disse: ”Prendi la mia macchina e vattene a casa. Me la porti domani sotto l’ufficio”, “Ma ci vediamo?” fece lui, “Me la lasci sotto l’ufficio”. Uscì dalla macchina ancora a seno nudo, si infilò la camicia con cui lo aveva sedotto e andò via senza guardarlo in faccia.

Quando suonò alla porta Toni l’aspettava fiducioso. La vide e si preoccupò. Era bagnata, zuppa, fradicia. Ebbe un presentimento fuggevole, si guardarono per un secondo negli occhi ed entrambi abbassarono lo sguardo verso terra. Videro insieme ripartire l’auto dalla strada sterrata, ma Agostinelli non ne riconobbe il modello al buio di quella notte d’estate. Rimase così, a sorridere con la moglie accanto che gli diede un’occhiata penosa. L’aveva appena tradito e lui se la rideva, e anche se nei pensieri della donna l’evento doveva essere uno spartiacque e Toni non poteva sapere chi fossero i protagonisti di quell’orgasmo selvaggio, Sarah, irrazionalmente, si aspettava, come una bambina attende una sorpresa annunciata, una grandiosa scenata di gelosia.

“Dove sei finita? Sei tutta bagnata.”

Sarah non parlò, entrò in casa, strusciandogli una spalla bagnata sul petto. Toni uscì fuori per fumarsi una sigaretta nell’attesa che la moglie le raccontasse perché fosse bagnata.

“Sarah, che hai combinato?” – le chiese – “dov’è l’automobile? Nel cortile non c’è. Scommetto che hai bucato, puoi dirmelo non mi arrabbio. Non sai cosa ti sei persa quando eri via…”

Sarah era già salita lungo le scale, ascoltò solo la prima domanda di Toni.

Toni buttò sul prato la sigaretta e stette un minuto ad osservare la pioggia che dilavava l’umidità lacustre. Salì in camera da letto e sentì la fitta doccia scorrere. Non fece molto caso al fatto che Sarah non avesse emesso una sillaba con lui.

Toni aspettò con meticolosità l’avvento della sua bella dea napoletana. Dio! Come moglie, aveva un cavallo puro sangue. Si preparò nel letto e, dopo essersi accorto della pulsante e goffa erezione che gli provocava un bozzo di collinetta nelle mutande, si gettò le coperte sopra per racchiudere nel caldo anfratto della lanugine il suo arrischiato membro ingombrante.

Distese i piedi per bene nel fondo del letto e scoprì che l’erezione non poteva essere governata; tastò il membro infuocato; non poteva più aspettare. Per attutire il fuoco, iniziò a molleggiarlo e intanto alcuni affannati pensieri si facevano strada minacciandolo a ogni schioccare lento e costante delle gocce che si abbattevano sul corpo della moglie. Voleva solo scopare, un pensiero fisso e inconcludente, voleva solo scopare e affondare il corpo, la saliva, i muscoli, le ossa e il suo frenetico pisello all’ammaliante centro femminino; che Toni, nell’era della pubertà, aveva battezzato con Giorgio e Lenni: la cucurbita.

Quando uscì dal bagno, Toni era già a letto, non aveva ancora smaltito la frenesia sessuale e aveva addosso il fremito orgasmico. Si scoprì leggermente le lenzuola all’altezza dell’inguine; l’invito del pene eretto sotto le mutande valeva più di qualsiasi parola. A una donna, pensò, vale la pena fare un complimento. E solo per scopare.

Glene uscì fuori uno goffo e imbranato: “Sei stupenda dopo la doccia, Sarah.”

Sarah non rispose neanche. I capelli scendevano giù finissimi, senza alcuna interruzione di punte o nodi. Si mise a letto e diede la buonanotte al marito spegnendo la luce. Toni riaccese e le chiese di poter parlare, non l’aveva vista tutto il giorno.

“Posso almeno vederti?”. La De Silipo era veramente bella dopo aver fatto l’amore e dopo la doccia. Il biondo dei capelli senza tinta, gli occhi verdi risaltati da una pelle tirata e arrossata la rendevano una grande donna.

 

 

Mariel Hemingway

Assomigliava a Mariel Hemingway, straordinaria! Aveva sempre richiamato le fattezze fisiche di un tipo di donna del genere e ringiovaniva con il passare degli anni. A quarantasei anni si manteneva ancora come quando ne aveva venti e la sua bellezza era talmente autentica che metteva in scompiglio ormonale anche i barbuti e dottissimi professori universitari che bazzicavano la sua casa editrice.“Ho sonno, Toni, sono molto stanca.”

“Ho una moglie stupenda che non vuole neanche darmi retta” – mugugnò Toni, cercando di metterla nella condizione di girarsi. Si accorse in un attimo che alcune goccioline avevano intriso il cavallo del suo pigiama. E allora riprese a gigioneggiare, sempre per il solo motivo: distrarla, per poi fare l’amore.

“Non sai cosa ti sei persa. Ti ricordi quando abbiamo ascoltato quei due che scopavano qui sotto? Be’, credo proprio che stasera siano tornati a renderci partecipi.”

Sarah sbadigliò. L’uomo la strinse da dietro, la cinse con le braccia e cominciò a massaggiargli il seno.

“Dove hai lasciato l’auto? Ti dico mille volte di stare attenta quando vieni qui, è pieno di buche e di dossi. Sono pericolosissimi per le gomme delle automobili.” – fece Toni, mentre le aveva iniziato a mordergli dolcemente la nuca e il collo.

“Toni, domani devo svegliarmi presto, lasciami dormire.”

Toni insistette per un attimo, accavallò le gambe sul corpo di lei, iniziò a muoverla. Sarah di colpo accese la luce. Gli occhi straordinariamente verdi si illuminarono, le sue pupille erano dilatate.

“Mi hanno accompagnato a casa e ho lasciato la macchina. Me la riporteranno domani in ufficio.”

“Chi ti ha riaccompagnato? Teresa? Le serviva?”

Sarah si era inginocchiata sulle lenzuola, non servivano, il caldo dopo la pioggia aveva ricominciato a percuotere i corpi. “Mi ha riaccompagnato uno scrittore che ha pubblicato con noi.”

“Non poteva prendere un taxi?”

“Ha preferito così.”

Toni si era afflosciato, si sdraiò comodamente nel suo lato del letto e, prima di addormentarsi, si coprì lievemente fino all’inguine. “Buonanotte Sarah.” – disse.

I due si chetarono e iniziarono a dormire.

Il matrimonio, quell’estate del 1984, quella coalizione di menti perfette e meravigliose era completamente finita, naufragata. Passarono quattro anni ancora insieme, che sembrarono quattro giorni lenti e deprimenti. Il loro fu un divorzio consensuale, senza litigi e drammi teatrali. Troppo orgogliosi, troppo sicuri di se stessi per permettere al mondo di avere anche il minimo sospetto che potesse essere un fallimento. Non ci fu bisogno di nessun accordo per decidere quale tono dovesse avere il divorzio. Avrebbero detto agli amici che il loro era un percorso di vita che si era concluso, che si volevano bene ma che la vita è troppo corta per continuare a stare insieme senza essere più innamorati. La verità era diversa e la sapevano solo loro due. Si amavano e si odiavano allo stesso tempo. Lei sapeva perfettamente che non avrebbe trovato mai più un uomo come lui; Toni, invece, aveva un orgoglio maschile colossale, si rese conto che, oltre a odiare quella donna per averlo reso partecipe del tradimento – i gemiti di quella notte erano di Sarah, senza dubbio, lo aveva capito il giorno dopo risvegliandosi –, lo aveva lasciato per qualcuno di stupido, che non era degno neanche di tenerle la mano.

Quella notte dormirono bene. La mattina dopo, Toni si svegliò prima di lei e preparandole la colazione pensò a quanto fosse bella.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Tag

Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

Cosa ne è stato scritto

Perché non lasci qualcosa di scritto?