Il caso O.J. Simpson

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Giugno 1994, quello dei mondiali in USA. Un fatto che laggiù non ha poi tutta quella risonanza e infatti i media sono occupati in tutt’altro. O.J. Simpson, classe 1947, da San Francisco, è già famoso come campione di football, quando diventa attore: uno degli afroamericani più popolari degli anni settanta, anche se tendenzialmente un comprimario, più che un protagonista. Lo si vede in “Radici”, “Capricorn One”, “Inferno di Cristallo”, “Cassandra Crossing”, “Una pallottola spuntata”.  La “O” sta per Orenthal.

Gran bel maschio, black ma non troppo (tipo Obama, per intenderci), in seconde nozze sposa una Barbie californiana, la splendida poco più che adolescente Nicole Brown. Nascono due bambini, il quadretto è idilliaco. Pare.

Nicole inizia a lamentare violenze domestiche, partono denunce ed esistono anche fotografie del suo bel viso tumefatto. OJ è sotto accusa; lei chiede e ottiene la separazione e si concede brillanti serate “losangelene”, in giro per feste e locali.

Nulla di questa è storia è chiaro, nemmeno il ruolo dei protagonisti. Tutto avviene dopo una serata al ristorante, ma Nicole è arrivata lì con il suo parrucchiere Ronald Goldman? Secondo alcuni lui è invece un cameriere e la raggiunge a casa in un secondo tempo, per restituirle occhiali dimenticati al tavolo; comunque egli viene indicato come  amante, quando, più probilmente, è un amico. I due spariscono in qualche modo nella notte e vengono ritrovati davanti a casa di lei, nel vialetto, accoltellati a morte.

Nicole Brown Simpson (19 maggio 1959 – 12 giugno 1994)

La polizia di LA è prudente quando si tratta di celebrità, ma deve pur sempre interrogare l’ex marito; Orenthal non ci sta e scappa con un pick up bianco, innescando una rincorsa lungo “le strade della California” simile a quelle dei telefilm di Starsky ed Hutch o di Chips, che dura giorni.

C’è un guanto sporco di sangue, ci sono impronte sul viale, la fuga, sembra tutto chiaro: fine della brillante carriera di un maturo ragazzone, che non ha saputo resistere alle pressioni del successo.

Nemmeno per sogno. Sfrontato, senza nascondere il timore di non essere creduto, O.J. va al processo con un pool di avvocati chiamato “dream team”, che scova tra i poliziotti incaricati del caso il solito agente razzista, e poi contesta la prova del DNA, una sottigliezza, che però scalda il cuore degli americani afro, sostenitori  a spada tratta dell’innocenza del divo. Il quale, tra l’altro, si difende con sufficienza e presenta uno strano testimone, un bel ragazzotto -  biondo e bianco questa volta -  che in realtà pasticcia un po’ con le dichiarazioni: sì, eravamo insieme, ma dormivo.

Il giudice, Lance Hito, non ha l’aria di un cuor di leone e assolve. O.J. tira un plateale sospiro di sollievo, quasi strafottente; nemmeno il boss dei legali pare contento, ma è così. I ghetti festeggiano, la famiglia di Ron si dispera, la sorella di Nicole promette di non dimenticare e fa causa.

In modo strabiliante, nel processo civile che seguirà, i giudici stabiliranno che Orenthal deve un sacco di soldi ai parenti delle vittime: perché mai, se è innocente? E’ la legge americana, anzi californiana, che introduce cavilli un po’ astrusi per distinguere i livelli di responsabilità, e forse vuol favorire i risarcimenti e sgombrare le aule da processi lunghi e imbarazzanti.

Di certo l’incarcerazione di Mike Tyson qualche anno prima, quando, nello stesso periodo, un rampollo Kennedy veniva dichiarato innocente per la medesima accusa di stupro, avrà influito sulle coscienze, e generato il timore di un’accusa di razzismo. La vicenda non sa di buono e lascia l’amaro in bocca.

Per la cronaca OJ cederà di nuovo al vizietto di alzare le mani con un’altra compagna. Concederà i diritti di un suo libro ai parenti di Goldman (argomento? Cosa avrebbe fatto se fosse stato davvero l’assassino…).

Infine si fa beccare per rapina a mano armata e sta scontanto trentatré anni.

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Chi lo ha scritto

Carmen NY

Carmen è autrice di romanzi, saggi e manuali ad uso professionale. Genovese d'anagrafe , ama le culture diverse, il che per lei ha sempre significato anche quella del vicino di casa. In epoca di globalizzazione, la distanza tra individui di fatto è divenuta infinita anche tra condomini: la condivisione e la conoscenza restano  valori fondanti per non inabissarsi nella disumanità.

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