Firenze sogna

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Incominciavo a scorgere i primi segnali di ingresso in terra fiorentina dal finestrino di un vecchio treno ancora in circolazione per i poveri disoccupati, quale ero io, e i tristi emarginati di un Paese che lasciavano, nel loro viaggio disilluso verso il futuro, pezzi importanti di vite ricche di spirito ma senza pane.

Io e Arturo non vedevamo Giovanni da mesi e, in un sussulto serale di nostalgia verso i tempi andati di un’amicizia nata lungo il filo sottile di una perdita importante che ci accomunava e del disperato bisogno di senso in affetti altri rispetto alle complicate origini familiari, decidemmo di recarci in terra straniera per accertarci delle sorti di un amico fraterno. Ancora un futuro nostro, nonostante la maturità molto più che incipiente, non riuscivamo a scorgerlo.

La precarietà o l’inesistenza di un lavoro erano la traduzione all’esterno di un’identità labile, la nostra, quella di tre vite che dalla prematura scomparsa di un padre avevano imparato senza sconti la difficile arte dell’essere autonomi. L’amicizia, sorta tra stanze e frastuoni di vita studentesca in un principio d’estate caldo e stordente, e cresciuta tra condivisioni di pensieri notturni da una terrazza sul cielo e in un viavai di variegata umanità lungo un piccolo corridoio illuminato dalla luce riflessa dei caldi tetti bolognesi, si era dovuta confrontare con l’umana e necessitata, come lui ebbe a dire, scelta di Giovanni di tornare a casa.

Io e Arturo ci chiedevamo quanto fosse rimasto di quel passato imbevuto di speranze, di illusioni e di sogni che, al fluire di bacchiche sostanze e agli esordi della maturità, parevano, all’epoca, materia viva e nostra. Alla stazione, non trovammo nessuno. Sapevamo quanto per aria fosse il nostro amico, ma non credevamo si fosse talmente volatilizzato da non esserci al nostro arrivo dopo un’assenza importante, quale credevamo dovesse essere stata la nostra per lui.

Ci consolammo consci di un’idea superba di noi che avevamo evidentemente costruito per renderci tollerabile il distacco e per non cedere all’idea che Giovanni poteva non avere sofferto come noi di quella biforcazione di strade. Lasciata la stazione, girammo per Firenze, assorbiti dal costante cicaleccio dei turisti in estatica ammirazione del bello artistico fiorentino e ridimensionati dalla vicinanza al cielo del duomo e dall’assenza di segnali dell’amico. Il percorso dentro Firenze si era tramutato in un viaggio intimo e personale nei ricordi, che io e Arturo serbavamo cari, di una spensieratezza alacremente voluta in tre in un’era giovanile di drammi personali e familiari.

Guardavo con attenzione i caricaturisti, silenziosi e attenti, ordinatamente collocati in rassegna monotona lungo gli Uffizi e ripensavo al talento artistico di Arturo che, con matite e carboncino, aveva saputo leggere i nostri tristi sorrisi, il mio e quello di Giovanni. Le lunghe braccia dell’artista avevano saputo congiungere il mio vissuto e il suo, assai simili nella realtà storica e tanto diversi nel sentire o nella obnubilazione del sentire che Giovanni aveva incominciato a scegliere quale unica via di sopravvivenza alla sua altalenante vita emotiva e alla disarmante ingenuità, coperta da un certo sano e toscano cinismo.

Guardavo allegre comitive di giovanissimi in sparso ordine di fuga per le piccole vie del centro di Firenze e ripensavo ai nostri giri notturni in una Bologna deserta e silenziosa, eppure accogliente e materna verso tre vite smarrite dalla coscienza e dalla fatica di dovere essere grandi.

I nostri sguardi, fermi al passato e poco presenti, sotto il sole fiorentino, segnavano il turbamento per la paura di trovare cambiamenti importanti in quell’incontro ancora sospeso e la naturale esigenza di aprire gli occhi alla verità non sempre concorde con le nostre speranze e le nostre infantili aspettative.

Stanchi di pensare, ci assumemmo la responsabilità di fare il primo passo nel contatto con l’amico dileguatosi, raccontandoci la storia che il suo silenzio non potesse che essere un segno tangibile di religioso rispetto verso la nostra storia di innamorati in vacanza.

Giovanni non ci rispose e noi, quasi fossimo padre e madre, ci preoccupammo. Poco dopo, fu lui a contattarci. Il tono cordiale ci tranquillizzò e, senza troppi preamboli, ci invitò a una lunga serata per la strada in una Firenze di giugno calda e intasata da masse sbandate e confuse di turisti.

La proposta richiamava alla nostra mente non solo la storia di Zampanò e Gelsomina che, unitamente alla solitudine dimessa di Chaplin, erano stati la traduzione in immagini della nostra comune idea poetica della vita, ma anche il passato che ci aveva fatto incontrare. La strada lungo cui Arturo disegnava i suoi, i nostri volti, provando a leggervi l’anima, ed io e Giovanni avevamo trovato rifugio alla nostra caotica disperazione e al bisogno di un’accoglienza libera dalle maschere fino ad allora interpretate nelle nostre chiuse vite familiari, si affacciava prepotentemente quale sfondo di un incontro tra vecchi amici. Ci attardammo, quasi a volere rinviare, il più possibile, il rischio di una delusione e di una possibile, insanabile frattura.

Lo trovammo, con lo stesso amaro sorriso e senza le pur labili speranze del passato, lungo un vialone, a suonare il sax. La musica non doveva averlo tradito e in essa si era rifugiato, fuggendo dalla vita reale senza aspettative. Ci accolse con la felicità di chi ha il piacere di ritrovare un’antica complicità, ma trattenuto dall’evidenza estetica dei nostri passi verso una vita matura, che a lui dovette sembrare borghese e monotona.

Arturo non era più, nei panni, l’impenitente dark bisognoso di maschere per un’identità di rivolta allo stato sociale medio. Aveva scelto di fare dell’arte molto di più di un’attrattiva per turisti e anime disperse, di dare dignità alle sue abilità manuali, trovando un lavoro, seppure precario, in un laboratorio d’arte surreale e stimolante.

Io, invece, ero sempre stata la borghese del gruppo che, abbandonati gli agi familiari per amore verso l’ombroso Arturo e per sana ribellione, era stata accolta con spirito caritatevole dalla carnevalesca comitiva sospettosa dei miei modi di ragazza perbene. Conoscevo la diffidenza di Giovanni verso le donne in genere, da cui era stato costantemente deluso in nome di un’inesistente idea di amore, che avrebbe dovuto garantirgli una solidità assoluta e irreale, quasi una rigidità, e nei miei specifici confronti, tutte le volte in cui le mie liti con Arturo sfociavano nell’interruzione delle carnevalesche serate.

Quel giorno, però, Giovanni celava nel fondo del suo sguardo molto di più di una fisiologica, per lui, diffidenza verso il genere femminile. Mi chiesi se ce l’avesse con me, se ancora fosse rimasto fermo all’idea che il mio ruolo, nel gruppo, fosse stato di eroica salvatrice di vite spericolate, quale quella di Arturo, in nome di un egocentrismo maniacale e autocompiaciuto.

Certamente, nelle origini della storia delle nostre diversità, la mia e quella di Arturo, a confronto in un affetto, tramutatosi nel tempo in amore, l’intento salvifico mi era appartenuto violentemente, ma il tempo, la maturità e la rinnovata coscienza di Arturo avevano stravolto gli esordi e dato dignità di amore vero alle nostre anime irrequiete.

Quella notte passò lenta, tra riti hippy, giri improbabili e poche parole. Giovanni ci portò a una festa tra vecchi e più giovani amici, un raduno fuori dai consueti circoli di giovani e meno giovani incasellati e fintamente perbene.

Una nota piazza faceva da contenitore di vite variegate lungo un rosso tappeto in cui condividere del pane, bere tisane e suonare e pensare a un’esistenza senza inutili sovrastrutture e orpelli, in una naturalità che, in quell’ostentazione, a me pareva forzata.

Il nostro Giovanni era risucchiato dalle nuove amicizie e da parti di sé inesplorate, da istinti parziali da cui rischiava di essere travolto e dal bisogno di fuga dalle proprie debolezze. A intervalli costanti, rientrava nel vecchio ruolo di giovane imbarazzato e timido, proiettando su di noi un disagio che doveva essere fortemente suo o, comunque, appartenere a una parte di sé ridimensionata, ma ancora viva. Ci chiedeva come stessimo e la nostra risposta era, più o meno, sempre la stessa. Stavamo abbastanza bene, seppure risentiti dell’assenza di uno scambio con un vecchio amico.

Che gli altri mi guardassero quale intrusa in una comitiva ferma a un vivere fuori dalla massificante società degli anni duemila non mi turbava più di tanto, ma che il mio vecchio amico si fosse dimenticato di tutte le assurde e travolgenti vicende vissute insieme, senza che io ne avessi mai preso le distanze, mi toccava.

Se, in quella visita, guardavo perplessa l’organizzazione della festa, non era perché la distanza del tempo mi avesse conferito l’autorizzazione a giudicare saccentemente, ma perché nell’ostentazione di quel vissuto, nel tono forzatamente cordiale di alcuni, negli sguardi diffidenti, sapientemente camuffati in espressione vaghe, di altri, era chiaramente leggibile una commediola triste e disperata di chi, neanche alla veneranda età di cinquanta o sessanta anni, è riuscito a interagire col mondo civile e medio e a trovare una propria peculiarità al di fuori dei comuni e rassicuranti stereotipi di chi è contro.
Le nostre riflessioni rimasero nostre. Distruggere i miti è sempre un’operazione pericolosa. Dentro, nitida la coscienza di strade diverse.

Salutammo frettolosamente Giovanni a un evidente punto morto della serata in cui stava per riproporsi per l’ennesima volta uno degli spettacoli, il ricordo straziante di Bob Dylan, già ampiamente goduto dal pubblico di cui ci onoravamo di fare parte nell’idea che, se lì Giovanni ci aveva portato, era per un segno personale di rispetto, ma di cui eravamo francamente stanchi. Mentre procedevamo lentamente verso il nostro albergo, chiesi ad Arturo se, a suo giudizio, fosse tutto finito, la gioia di una condivisione, la capacità critica di un confronto, lo scambio di ingenue visioni della vita. Mi rispose:”Forse, lo era già…”. Forse.

Avremmo dovuto vederlo solo prima. Fermammo il tempo e la mente all’illustre passato insieme e provammo a crescere. Non c’era molto altro da fare. Prima di addormentarmi pensai a ciò che avevo letto, solo qualche giorno prima, in un saggio di psicoanalisi, passione e forza del mio percorso di vita mai scontato e semplice.

Quando qualcosa disperatamente ci manca, l’uomo riproduce ciò che conosce, perché, in quell’attesa angosciante, il conosciuto conforta.

Giovanni doveva saperlo bene e, forse, anche noi nei limiti in cui nella città toscana eravamo giunti in un disperato moto di ricerca del passato conosciuto.

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Chi lo ha scritto

Alessandra Bartucca

Nata in Calabria nel 1978, trascorsi i tempi in cui “si potevano mangiare anche le fragole”, si trasferisce a Bologna per ragioni universitarie e di vita. Laureata in giurisprudenza, prova a dare costantemente una “ratio” o senso alle cose, inclusa la scelta di studi giuridici di difficile integrazione con la sua passione per l’arte cinematografica, culinaria, per la psicoanalisi e per la letteratura greca, oltre che per i libri in genere, da leggere e provare a scrivere, e per i viaggi, dentro e fuori di sé. Intimamente idealista e in cerca di un suo posto nel mondo, è una giovane donna ciclicamente in trasformazione.

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Antonio Capolongo

    Un bel racconto, in cui affiora nitido lo stato d’animo dei protagonisti, ognuno dei quali un po’ in bilico e per tale motivo catalizzatori dello sguardo del lettore, il quale apprezza la “psicoanalitica” conclusione ma in un certo senso resta in attesa di un nuovo capitolo della storia.

    Grazie, anche per aver fatto riecheggiare nella mia memoria la celeberrima canzone “Firenze sogna”

    Antonio

    Rispondi
    • Alessandra Bartucca

      La ringrazio infinitamente del suo commento, per quanto ha saputo vedere del senso delle storie di queste tre creature ancora indefinite…Il racconto potrebbe avere un suo seguito e, forse, lo sta già avendo.Le sue parole sono prezioso stimolo alla mia voglia di creare e dare forma con le parole alla vita vissuta.Grazie…Quanto alla citazione del titolo, essa trae spunto dalla quasi mezza giornata passata in via de’Bardi col mio compagno, fan dei Litfiba prima maniera…

      Rispondi

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