Dove Cristo non è arrivato

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Negli anni liceali, mi proposi alla prof di Italiano quale portatrice sana di film di rilievo della cinematografia italiana per dare un senso tangibile e visibile ai grandi classici dello scontato programma scolastico di allora, per togliere tempo all’angoscia di interrogazioni imminenti e dare respiro a me e ai miei sconsolati compagni che l’ardore giovanile spingeva verso lidi più leggeri e meno nefasti.

In questo ruolo, vidi “Cristo si è fermato ad Eboli” negli anni in cui incominciavo a capire intimamente quanto l’identità, individuale, sociale e storica, di un uomo passi dalla fedeltà alle proprie idee.

La vicenda del confino di Carlo Levi, la sua esperienza in un sud atavico e sprofondato nella miseria senza speranza e nella ineluttabilità della sorte mi colpirono profondamente, seppure nei limiti di un’adolescenza ancora attenta a una visione ampia della storia, quella visione che si ancora agli Stati, alle forme di governo, alla politica di un Paese, alle storture di un sistema fondato sulla repressione e la paura, sulla convinzione del controllo di un popolo attraverso l’ignoranza mantenuta o diffusa con l’impedita circolazione delle idee.

Gli anni trascorsi e la distanza che la maturità porta con sé, le esperienze vissute, inclusa la conoscenza di un’altra vita possibile lontana dalle origini meridionali, mi hanno posto fra le mani e imposto una diversa lettura del film nel ritorno al sud in una notte d’estate del 2013, solo fisicamente trascorsa alle spalle del Nettuno bolognese.

“Cristo si è fermato a Eboli” è un film del 1979 diretto da Francesco Rosi, tratto dal romanzo omonimo di Carlo Levi e interpretato da Gian Maria Volonté (nella foto)

Avevo letto il romanzo di Carlo Levi, e visto il film per la prima volta, in un’era geologica in cui credevo che quello sguardo carico di stupore e umanità, di incredulità e “pietas”, che Levi e Volontè rivolgono a quei volti scavati dalla fatica del lavoro tra i campi e dal rinnegamento della loro fisica esistenza in nome di un compiaciuto servilismo alla madre terra che tutto concede e tutto toglie, fosse quello di un uomo del nord verso un sud dove la storia e il senso di appartenenza allo Stato ancora non avevano dato identità ai miei conterranei.

Ancora, appunto. Quell’”ancora” che, in piazza Maggiore a Bologna, mi sono resa conto esistere nell’attualità di un Paese ancora diviso in due e nelle diffuse risate di un nord che beatamente si abbarbica all’idea che “Cristo si è fermato ad Eboli” sia solo un bel documentario della nostra storia.

La terra che frana per l’assenza di alberi e il rischio, che porta con sé, di travolgere case arroccate e abusive, le vite chiuse nel ripetersi eterno di abitudini e usanze, l’ostilità verso il nuovo e il diverso, la teatralità greca delle pie donne che mimano il dolore per la morte, il lutto esibito e l’esigenza imposta del rispetto verso la condizione di perdita, la violenza delle mani nel togliere la vita al capro espiatorio di turno, la manifestazione violenta del possesso delle donne, l’idea malefica della donna che sceglie per sé, quando il sé e la drammaturgia dell’ordine fasullo familiare non coincidono, la vita che inizia e finisce nella dimensione atemporale di un paese dove né la storia né Cristo hanno avuto accesso: questo era ed è ancora, con forme rinnovate e in sembianze differenti, la realtà della gente che in Calabria, come in Lucania, in Sicilia e in Puglia, ancora attende un segno divino di speranza che dall’insegnamento di Cristo non passa.

Cristo è segno umano di presenza del divino, è l’agire in funzione della trasformazione, è toccare il diverso e farsene contaminare senza perdersi, è libertà scevra da paure, è convivialità cercata in nome di una ricchezza di spirito che passa dalle conoscenze e dallo scambio.

Il sud spera e lì si ferma. Quello stesso sud che non vede Cristo in sé.

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Chi lo ha scritto

Alessandra Bartucca

Nata in Calabria nel 1978, trascorsi i tempi in cui “si potevano mangiare anche le fragole”, si trasferisce a Bologna per ragioni universitarie e di vita. Laureata in giurisprudenza, prova a dare costantemente una “ratio” o senso alle cose, inclusa la scelta di studi giuridici di difficile integrazione con la sua passione per l’arte cinematografica, culinaria, per la psicoanalisi e per la letteratura greca, oltre che per i libri in genere, da leggere e provare a scrivere, e per i viaggi, dentro e fuori di sé. Intimamente idealista e in cerca di un suo posto nel mondo, è una giovane donna ciclicamente in trasformazione.

3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Antonio

    Un’analisi puntuale quella di Alessandra Bartucca, che estende a tutti il bisogno di riscatto che noi del Sud avremo sempre radicato nei recessi dell’anima, che spesso guarda esterrefatta il ripetersi di gesti stereotipati, seppur solo in un commento fuori luogo.
    Grazie Alessandra, la sua passione per la scrittura e l’arte in generale si sposa perfettamente con i suoi studi giuridici, soprattutto in questo frangente in cui vengono minate le fondamenta della legge e della giustizia.

    Rispondi
    • Alessandra Bartucca

      Grazie a Lei, Antonio, per come ha saputo cogliere la natura di un’analisi che voleva, nelle intenzioni dell’autore, andare oltre gli ordinari e sociologici steccati delle pur validissime considerazioni di carattere storico, sottese al romanzo di Levi e a un certo sud.E grazie per avere tracciato saggiamente il filo sottile che unisce le mie esperienze di vita e passioni…

      Rispondi
  2. Carmen Gueye

    Devo rispondere con un mi oarticolo ,scritto per altro Blog nel 2011.
    “Cristo si è fermato a Eboli – Capita talvolta di leggere un libro per la seconda volta; qualcuno va oltre, e lo fa magari una terza e una quarta, anche se non sempre lo si ammette, perché appare un po’ maniacale. Dipende: se si tratta di approfondire un tema, è perfino necessario; se l’argomento appassiona, perché no? Forse che si gode un panorama o una musica una tantum?
    Nel nostro caso, ci siamo presi la briga di rivedere un piccolo classico, tanto per l’esercizio di verificare un eventuale nostro cambio di prospettiva nel tempo, quanto per constatare se il contenuto poteva essere d’aiuto a risolvere problemi attuali.
    Parliamo di “Cristo si è fermato a Eboli”, opera nota e tradotta in tutto il mondo. L’autore, Carlo Levi, era un fior di intellettuale ebreo torinese nato nel 1902, medico non praticante, pittore e in seguito, appunto, scrittore. Oppositore del fascismo, fu mandato al confino in Basilicata a metà degli anni trenta; tra i “colleghi”, la stessa sorte toccò , per esempio, a Cesare Pavese, che finì in Calabria. Ma mentre quest’ultimo non trovò umori fecondi per la propria arte, Levi fu folgorato dall’esperienza, che diede avvio alla sua carriera letteraria.
    Non siamo certo critici professionali, ma ci permettiamo di redigere un commento, coinvolti anche genealogicamente da questa regione.

    Una prima lettura avvenne nell’adolescenza e se ne riportarono emozioni forti. Grande è la passione civile che trasuda dalle pagine, intessuta dalla cultura personale dell’autore, che si intuisce smisurata, nutrita da un ambiente favorevole, quello della Torino degli anni trenta, dove il nostro frequentava assiduamente, per dire, Mario Soldati e disegnò una copertina per lui, come per altri: quindi siamo di fronte a un’eclettico profondo, il che è una rarità, e dunque ancor più preziosa.

    Carlo soggiornò dapprima a Grassano, poi a Gagliano, dove era previsto si trattenesse tre anni, periodo che venne poi accorciato di molto per grazia del regime concessa sull’onda dell’euforia per le conquiste coloniali.
    Si fece amici in entrambi i paesi, ma è l’esperienza nel secondo che viene descritta e tramandata a noi; in seguito egli diede disposizioni di essere sepolto proprio a Gagliano, oggi denominata Aliano, e così avvenne alla sua scomparsa, nel 1975 (ma in vita non vi era mai tornato).
    Uscì anche un pregevole e omonimo film, interpretato da Gian Maria Volonté.

    In generale va detto che ai lucani il libro non è mai andato troppo a genio. Esso, è vero, ne celebra le terre, conferendo loro, grazie all’abilità narrativa, un fascino magico e stregonesco, denso di emozioni e sensazioni ( “atmosfera numinosa”, la definisce l’autore ); il sentimento dell’osservatore è gravido di compassione per l’infelice sorte dei “cafoni”: oppressi prima da secolari invasioni di popoli diversi e sfruttatori, poi da feudatari avidi e indifferenti e, infine, da un fascismo per cui viene speso più sarcasmo che disprezzo.

    Tuttavia l’approccio cerebrale tipico del colto e inclita mai viene meno, portando il lettore a un’attenzione passiva e passivante: nulla si è potuto mai fare per la sorte di quelle genti, nulla mai si potrà. Rimane la disperata rassegnazione, di fronte a luoghi aspri e brulli, non risollevati dalle poche rimesse degli emigrati “americani”; l’ammirazione per la dignità personale dei contadini; l’attrazione quasi morbosa dello scrittore per i riti , le leggende, e i costumi sociali, meno moreschi e barbari di quello che si era immaginato; la solidarietà per coloro, quasi tutti, che da “Roma” non attendevano più nulla, perché nulla era mai arrivato; l’irrisione verso i potenti del luogo, meschini e ignoranti, intrisi al massimo di quella “mezza cultura” che sembra essere associata proprio al fascismo, in buona parte.

    Purtroppo, secondo gli abitanti di Basilicata che dall’uscita lo hanno letto ( non abbiamo notizie recenti sui giovani lettori), il testo trasmette un inequivocabile sentore di miseria quasi colpevole, dipinge per l’eternità uno stucchevole quadro, che ricorda le impressioni stupefatte dei colonizzatori del terzo mondo davanti all’esistenza primordiale; non approfondisce l’essenza della classe media, della piccola borghesia, associata tout court ai difetti della dittatura, senza provare a sondarne le obiettive difficoltà a evolversi.
    Infine, si rimane all’affresco desolante di una fetida casupola ove uomini, piccoli, neri e un po’ animaleschi, bestie, lari e penati locali convivono in una imbarazzante promiscuità amorale.

    Si accusa Levi di compiacimento estetizzante, dove trova posto solo qualche blanda accusa al nord tetragono ai nuovi italiani annessi con l’Unità; egli è un settentrionale in prestito, e accorda simpatia a rari soggetti, per motivi imperscrutabili: un caso per tutti, il prete pedofilo. E’ il caso dell’intellettuale “progressista” che è sempre oltre, rispetto a dove si può provare a capirne l’approccio.

    Resta l’obiettiva difficoltà di questa regione, in genere aliena alle cricche e alle cosche in omaggio all’individualismo dei suoi nativi, a emergere dal torpore millenario in cui sembra avvolta, anche ora che petrolio e modernismo ne stanno intaccando la sempre indiscussa reputazione di fondamentale onestà.

    Temiamo che non ci si sia mai troppo preoccupati di comprendere il sud, ormai appeso a contrastanti impressioni, influenzate altresì dagli emigrati al nord o all’estero e ai loro discendenti, che riposano su un amore viscerale e nostalgico, per posti dove mai tornerebbero; e alla delusione di chi ci vive e non riesce a scalfirne l’immobilismo”.

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