Calore sull’erba. Storie dal calcio giovanile

2
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

La cappella sistina del calcio.

“Il presidente è innamorato di tuo figlio. Lo vuole vendere”.
Il mister sta parlando di mio figlio. Il suo tono casuale non riesce a farmi sembrare completamente normale la situazione. Prima di tutto, sta parlando di un ragazzo che ha appena 13 anni. E comunque fa un certo effetto sentire un adulto che, con grande serietà, parla di vendere un ragazzo, anche se in realtà si parla semplicemente del cartellino (sono anche abbastanza tranquillo che il presidente, comunista della vecchia scuola, non lo venderà a quarti). Ma il vero elemento preoccupante è che il presidente non mi abbia detto niente.

Benvenuti nel mondo del calcio giovanile. Fino all’anno scorso il ragazzo, che chiameremo Mario, giocava nella classica squadretta dell’oratorio: campo pessimo, orari sballati, allenatori di buon cuore che fanno giocare tutti: il mago del rimpallo e il mago del timballo, quello con 40 kg di muscoli e quello con 80 kg senza muscoli. Scuola calcio dell’ultima serie. Mario ha potenza, velocità, un controllo palla niente male, il presidente della Voldemort FC l’ha notato ad un torneo. Vede delle qualità. Lo vuole far crescere. Il campionato giovanile è duro, e quindi il presidente gliene fa fare due, turno il sabato pomeriggio e la domenica mattina. Si gioca anche contro la Roma e la Lazio. Se Mario non scoppia prima, si farà le ossa. E’ così che comincia la durissima selezione che di squadretta in squadra in squadrone, conduce un ragazzo su mille sulla soglia della serie A, dove non è detto che giocherà, preferito al montenegrino sottopagato.

Altro che oratorio. La Voldemort FC è la versione in piccolo di una squadra professionistica. Il campionato giovanile dei tredicenni è una cosa seria. Si gioca su campo regolamentare, ci sono due squadre da undici, due allenatori, due panchine, un arbitro e un pubblico che quasi sempre è inferocito. Ci sono anche i giornalisti, le cronache del dopo partita, le fotografie e il tabellino dei voti. Mancano solo le telecamere negli spogliatoi. Ci sono i falli, le spinte, le entrate dure, le finte, gli ammoniti e gli espulsi, in genere per bestemmia. A 13 anni un calcio è un peccato da cartellino giallo, ma un porco nominativo è da rosso.

Dell’ambiente del calcio, anche a livello giovanile, colpisce la serietà. Le discussioni a bordo campo sono degne della scuola peripatetica di Solone. Umberto Eco parlava della scienza della tetratricotomia, l’arte di spaccare il capello in quattro. Ebbene, non è mai stato in tribuna durante una partita. I genitori sfoggiano dottissime disquisizioni sulle percussioni, sui passaggi allungati, sul difficile dilemma tra il rinvio da bordo campo e il passaggio al difensore. Cos’è meglio: la ricerca della profondità o mantenere il controllo sulla trequarti? Palla lunga a cercare una testa oppure fallo tattico sulla linea dell’area piccola per avere una punizione di prima?

Sul fuorigioco e sul rigore si raggiungono i vertici dell’astrazione come in un film francese sui problemi della coppia borghese. La realtà si sdoppia. Il relativismo trionfa. Il papa soffrirebbe per la scomparsa della verità sui campi di calcio: il fuorigioco c’era ma di poco, l’arbitro non ha visto, nascosto da una maglietta. La spinta da dietro è cattiva, ma anche maschia, quasi leale, una carezza ruvida, una testimonianza di affetto.

Festa di fine partita con l’arbitro.

Più che problemi teologici, la figura dell’arbitro andrebbe studiata in un corso di fisica quantistica. L’arbitro è allo stesso tempo cornuto e occhio di falco, incapace e furbo, venduto e autorevole, sudditato e competente. Se donna (e se ne vedono sui campetti giovanili) viene automaticamente classificata tra gli incapaci genetici. Ogni decisione è contemporaneamente giusta e sbagliata. Ogni non decisione può cambiare il corso della partita. Da un episodio potrebbe cambiare il risultato finale, anche se la Roma sta schiacciando il Voldemort FC otto a zero. Da un fischio. Da un inciampo. Da una scarpa slacciata. L’effetto farfalla sull’erba del Voldemort Stadium.

Colpisce anche la competenza. Io guardo la partita e vedo ragazzi che corrono, una palla che rimbalza. Fine. “Non ci sono schemi” afferma il Galeazzi degli spalti in cemento spaccato. “Bel triangolo”  commenta il Tonino Carino in maglietta da 80 euro. “Le geometrie non combaciano” conclude il Caressa con la sigaretta elettronica. Mi chiedo se i miei attempati colleghi padre, che sfidano il gelo della mattina di novembre, la pioggia e il caldo, conoscono la geometria non euclidea. Guardando la superficie dei campi in pozzolana, direi di sì.

Figlia della serietà è la lite. In genere funziona così. In tribuna ci sono due gruppi di genitori. Una sparuta silenziosa minoranza aspetta che la partita finisca, cercando di capire. La maggioranza guarda ossessivamente due persone: il figlio e l’arbitro. Un colpo alle caviglie e parte il primo urlo del genitore. Dopo la seconda spinta non sanzionata dall’espulsione da tutti i campi del regno, il genitore inveisce contro l’arbitro. A questo punto un qualunque altro genitore della squadra avversaria ha la provocatoria idea di fare un commento, non necessariamente volgare, più spesso del genere “Ma si calmi che è una partita di ragazzi” (in romano e con un braccio alzato e minaccioso). Il primo diventa paonazzo e risponde che lui non può calmarsi. Il secondo lo invita a prendere un valium. Da lì alla rissa con intervento della celere è solo questione di secondi. Il più delle volte la scena si conclude semplicemente con un gran scalpitare di zoccoli ed agitar di corna, come stambecchi di montagna.

Tra le protagoniste delle tribune ci sono anche le mamme, in cui la serietà è inversamente proporzionale alla competenza calcistica. I padri sorridono di fronte all’incrollabile fiducia con cui la signora instivalata e ingioiellata proclama un fuorigioco inesistente. Nessuno l’ha visto e in fondo si può credere anche senza toccare con mano. Le madri si preoccupano del freddo (perché si mettono in mutande mentre in campo si gela?), del crocchiare delle ossa (metterebbero piume al posto dei tacchetti sugli scarpini), della cattiveria degli avversari (anche se il loro pargolo è soprannominato Attila), della severità dell’arbitro e della suprema sciagura: la sostituzione.

Questo Mario ce l’ha fatta.

Di partita in partita si arriva comunque alla fine del campionato. Senza fare troppo chiasso, senza avere genitori fanatici, Mario si mette in mostra. Cresce in velocità, autorità, picchia il giusto in difesa, cavalca a centrocampo, si propone di qua e di là. Il presidente della Voldemort FC gongola. Il ragazzino dalle spalle strette si farà. Fra due massimo tre anni, se tutto va bene, potrà venderlo ad una squadra professionistica.

Prima di entrarci, non sapevo che esistesse il calciomercato giovanile, con sue precise regole sancite dalla FIGC. Niente avviene per caso nel mondo del calcio. Funziona così. La società che vuole un ragazzo (di almeno 14 anni) paga alla squadra di appartenenza una somma che si chiama “premio preparazione”. Non sono riuscito bene a capire quanto valga un ragazzo. Le tabelle logaritmiche della FIGC sono oscure quanto un’enciclica sulla verginità. Nell’ambiente si parla di diverse migliaia di euro. Il tutto ha una sua logica. Le squadre piccole attirano, formano e selezionano i ragazzi dal basso. Sono il vivaio da cui escono i talenti. Le grandi società pagano alle piccole il loro lavoro. In pratica è una sorta di piramide alimentare. Man mano che si sale, la piramide si restringe e il valore del giocatore cresce. La selezione è spietata. Per un Mario Balotelli, ci sono decine, centinaia di Mario che si perdono, che non ce la fanno, che non possono farcela. Alcuni genitori fanno di tutto pur di saltare al gradino successivo. Si dice che alcuni presidenti senza scrupoli, in caso di trasferimento, chiedano non solo il premio preparazione ma anche un “contributo” ai genitori, che può essere anche di molte migliaia di euro. E’ come puntare cinquemila euro sul gratta e vinci. Alti premi, basse probabilità di vincita. Si racconta anche di madri sacrificate per far giocare il figlio nella squadra importante.

Ed è per questo che intorno al tredicenne Mario si scatena ad un certo punto un fenomenale interesse. Tutti lo vogliono. Prima chiama la Grifondoro 1977. Vogliono Mario per farlo imparare a giocare meglio. I dirigenti della SS Corvonero promettono un posto in squadra da titolare per il prossimo campionato di élite. Più avanti arriva il Serpeverde Futbol Club che si presenta così a Mario “Che cosa vuoi per venire da noi? Ti compriamo la tuta, gli scarpini, i jeans.” I genitori non sanno che pesci pigliare. Prendono tempo. Cercano di capire. Più si informano e meno capiscono. Il mondo del calcio giovanile è nebuloso, sfuggente, omertoso e chiaccherone. Come pesci pagliaccio sotto la barriera corallina, vedono le ombre degli squali. Il presidente della Voldemort viene a sapere delle proposte delle altre squadre. Si infuria. Minaccia. Blandisce. Lancia messaggi subliminali. Fa chiamare dai suoi uomini. Mario è suo e nessuno glielo deve toccare. Neppure i genitori che non capiscono più niente.

Noi guardiamo questo ragazzo che ha appena tredici anni. Poco tempo fa giocava con le figurine. Non so se augurarmi di appiccicare la sua sul prossimo album della Panini.

PS: la storia è naturalmente del tutto inventata. Solo i nomi sono veri.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

2 commentiCosa ne è stato scritto