Studenti contro prof: prendiamoci un caffé

1
Share on Facebook26Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Se capire chi è nato per primo tra l’uovo e la gallina è una faccenda assai ardua, ancor più complicato è decidere se all’università sono arrivati prima i professori oppure gli studenti.Nella speranza di avviare un lungo cammino di ricerca che sveli l’arcano io, giovane “Statisticando”, e Matzeyes, docente in materie economico-statistiche e, secondo fonti certe, ex-studente , decidiamo di andare oltre le avversità generazionali ed istituzionali, per un tête-à-tête senza peli sulla lingua. Siccome, al contrario di quanto si crede, noi della classe Novanta crediamo nel diritto di anzianità o, per essere più simpatici e soprattutto per infastidire Matz (classe Settanta, ndr), di vecchiaia consento al Caro Prof. di cominciare con le sue perplessità sul cosmico mondo degli “studenti universitari”:

(per pigrizia e velocità da adesso M sta per Matz e A sta per Alfonso)

M: Perché vai all’università?
A: Ci vai giù pesante subito? Fammi almeno ambientare! Stessimo in sede d’esame probabilmente mi sarebbe venuto un attacco d’ansia. Non vorrei essere scontato o ipocrita ma mi piace, la vita universitaria è stimolante anche se altamente ansiogena, adoro imparare e fare statistica, capire come vanno le cose, avere un’idea sul loro futuro e, perché no, affidarmi al caso, ma oltre questo sono felice delle persone che ho incontrato, delle storie che abbiamo condiviso in un percorso che ormai dura da quasi tre anni, degli alti e dei bassi… ma adesso la smetto, non voglio essere nostalgico. Prossima? Dai che mi sento un pugile!!!

M: Perché frequenti le lezioni? Perché sono utili, per senso del dovere, per “socializzare” con gli studenti/studentesse?
A: Avessi potuto spuntare, l’avrei fatto su tutte e tre. Nei nostri corsi di laurea in genere ci sono pochi studenti quindi è un  po’ come al liceo, il Prof. ha modo di seguirti e tu senti  un po’ l’obbligo di presenza, per non offenderlo e forse anche perché sai che all’esame si ricorderà di te.
Ovviamente come qualsiasi studente, vai a “scuola”, anche per incontrare i tuoi compagni di classe.

M: Tre motivi per cui l’Università non funziona (se non funziona).
A: Il primo che mi viene in mente è che abbiamo troppa burocrazia, a volte ho l’impressione che sia una scappatella per evitare l’uso corretto delle nostre risorse. Il secondo è che ci sono troppi ricercatori, docenti e company, che dovrebbero allegramente fare altro. Il terzo è che ci sono troppi studenti, io dalla mia esperienza triennale, posso dire con sicurezza che il numero di studenti in un aula è correlato negativamente al recepimento della lezione stessa.

M: C’è un corso in cui il prof. alla fine dà 30 a tutti, in ogni caso. Studi oppure no?
A: Dipende se al corso ho capito la materia, di solito mi interessa capire più che imparare.

M: Per una volta sei tu a fare l’esame e il prof. è l’esaminando. Come ti comporti?
A: Valuto in trentesimi come spiega, quanto è disponibile, quanto è simpatico (adesso non mi dire che siete totalmente oggettivi!), quanto mi mette a mio agio all’esame e faccio una media aritmetica perché tutti i fattori hanno lo stesso peso per me.

M: Come fa un docente a conquistare il tuo rispetto?
A: Facendo il docente solo all’esame e a lezione. Un buon docente è un Prof. che dispensa consigli e cura le relazioni con i propri studenti. Secondo me eh!

M: Pensi sia necessario conoscere le dimostrazioni dei teoremi per avere una laurea?
A: E’ una domanda difficile questa, forse dipende di quale livello stiamo parlando, per la triennale non credo. In ogni caso io non le ricordo tutte!

M: Se la laurea perdesse valore legale, ti iscriveresti comunque all’università?
A: Sì, credo nelle competenze, non nella laurea e credo che ormai questo concetto stia dilagando. Un giorno ci sarà la meritocrazia e i titoli non serviranno, per adesso: trullallero trullallà.

M: Secondo te i docenti universitari sono sottopagati, pagati giustamente, o iperpagati?
A: I ricercatori sono sottopagati,  gli associati e quelli a contratto sono pagati giustamente, gli ordinari sono iperpagati.

M: A lezione, si nota la differenza tra un docente che fa buona ricerca e un docente che non la fa? Hai un’idea del livello scientifico dei tuoi docenti?
A: A lezione non credo si noti, almeno io credo che conti la preparazione e l’arte di saper rendere le cose commestibili a chi le vede per la prima volta. Comunque ho un’idea della ricerca che viene operata dal mio dipartimento perché ci faccio il tirocinio e perché abbiamo una sorta di associazione studenti-dottorandi-professori dove condividiamo materiale, dubbi e perplessità; non so però se gli studenti in generale ne abbiano idea.

M: A parte gli sbocchi lavorativi, pensi che conoscere la statistica ti renda una persona migliore?
A: Migliore non lo so, sicuramente lo statistico ha un bel modo di vedere le cose, si impegna per trovare la migliore soluzione ma allo stesso tempo è consapevole che non per forza la migliore soluzione porta al risultato sperato. Quello che posso dire con certezza, e se lo dice uno statisticando è più significativo, è che essere più sexy!

Ma adesso Caro Amico Prof., tocca a me!

A: Definisciti, immaginando di essere uno studente, come professore.
M: Un tipo che “ci crede”, forse anche troppo…

A: Perchè hai scelto di essere uno statistico?
M: Destino inevitabile. Ero ancora un piccolo nerd e già facevo statistiche sulle partite di subbuteo e studiavo le statistiche del baseball. Quando ho visto la porta della facoltà di Scienze Statistiche, a quindici anni, avevo già deciso che sarei finito lì.

A: Che tipo di studente eri?
M: Credo che a spianarmi la strada sia stata la disinvoltura agli esami (also known asfacciadiculo), gestivo la pressione psicologica.  Sono convinto di essere sempre sembrato più preparato di quello che ero. Insomma, un attore.

A: Sai dirmi perché alcuni professori pensano sempre che gli studenti siano una banda di scapestrati e che quindi sia inutile fare lezione? A proposito, sei uno di quei Prof?
M: No no, io penso sempre che illuminerò la strada di questi giovini e che tirerò fuori da loro il meglio, tipo Robin Williams. In realtà quelli che scaricano tutti gli studenti come idioti incapaci di capire qualcosa di più complesso delle applicazioni del cellulare hanno la coda di paglia, si stanno autogiustificando. Ovviamente non io, si parla sempre degli altri.

A: Raccontaci brevemente del tuo statistico preferito!
M: Charles Spearman, che ha creato un metodo nella speranza di “misurare l’intelligenza” come se fosse una dimensione latente di tante manifestazioni concrete ed osservabili. Puntava a trovare questo fantomatico “fattore g”, come lo chiamava lui… (non punto, fattore!). In sostanza voleva partire da tanti diversi test di abilità mentale e catturarne l’essenza comune, la vera intelligenza. La cosa bella è che poi questa idea si è evoluta e tuttora gli psicometrici (non è una malattia) litigano sul concetto di intelligenza. E il suo metodo viene utilizzato per affermare che l’intelligenza va invece declinata in tante dimensioni, dall’abilità matematica a quella comunicativa, dalla memoria all’intelligenza interpersonale o sociale…
Però la mia formazione economica mi tradisce e prima di Spearman avrei voluto citare econometrici fantastici che sanno fare (tuttora) cose magiche con la statistica applicata all’economia, e cioè Angus Deaton e James Heckman.

A: Potessi riformare il sistema attuale di selezione delle matricole cosa faresti? Trovi che la scrematura attuale sia giusta?
M: No, decisamente. Per me l’università dovrebbe scremare tantissimo, all’origine. Sono contrario all’università di massa. Che non vuol dire un’università elitaria. Chi ha le capacità, e soprattutto la motivazione, dovrebbe avere l’educazione universitaria a costo zero, questa per me è l’università “per tutti”. Chi non ha le capacità e ha redditi normali, ma vuole comunque studiare, dovrebbe pagare tasse alte. Chi non ha motivazione deve star fuori dall’università, indipendentemente dai redditi. E poi farei le università “college” o professionalizzanti, come in altri paesi. Quelle in cui la teoria passa in secondo piano e diventa solo un liceo avanzato. In queste università porte aperte a tutti.

A: Cosa provi quando uno studente all’esame, dopo il voto, ti chiede un’altra domanda?
M: Compassione. La cosa che in 12 anni di insegnamento non sono ancora riuscito a comunicare agli esaminandi è che il voto non dipende dalla percentuale di risposte esatte. Dopo aver sentito le risposte a tre o quattro domande, il modo in cui lo studente espone, la capacità di argomentare e collegare, l’idea del voto è piuttosto netta. La domanda in più generalmente peggiora il voto. A volte si apprezza più un “A questa domanda non so rispondere” immediato che una ferrata su superfici riflettenti. Comunque sulla domanda in più o sull’elemosina di voto ho un aneddotistica  fantastica che potrebbe riempire l’Undici, ma il giuramento di Ippocrate mi impedisce di rivelarle.

A: Se è vero che l’amore non ha età, come reagiresti se una studentessa iniziasse una relazione con un tuo collega?
M: Tendo a fare quella cosa per cui si campa cent’anni.

A: Cosa pensi della politica universitaria, dei rappresentanti di facoltà e dei consiglieri di ateneo (ovviamente come figure)
M: Beh, già devi aggiornarti perché le facoltà non esistono più. Per quel poco che vedo, i rappresentanti degli studenti non si presentano mai ai consigli. Se si presentano è perché qualcuno dei loro referenti (CL o PD) ha detto loro di andare e alzare la mano al momento giusto. Ogni tanto sogno di arrivare in Dipartimento e trovarlo occupato. Però ho anche l’incubo che entrino nel mio ufficio. Devono occupare tutto, ma non toccare il mio PC.

A:  Mi sembra che le mie domande vadano meno in profondità rispetto alle tue, credi che sia soggezione da ruoli o esperienza da ricerca?
M: Forse hai più distrazioni nella testa, con l’avvicinarsi dell’andropausa è più facile concentrarsi sulle cose intelletuali.

A: Pensi che essere uno statistico ti renda una persona migliore?
M: Sì. In media.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook26Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Tag

Chi lo ha scritto

Alfonso Gaizo

Presentarsi è una cosa difficile; sembrava non ci potessi riuscire e invece eccomi: piacere sono Alfonso, Alfy o Alfio, come credi. Studio Statistica, ho 21 anni e sono ancora alla scoperta di me stesso. Alcuni dicono che sono cinico, sofisticato e lunatico, altri mi reputano sognatore, buono e positivo: io penso di essere un po’ tutte queste cose, solo che devo ancora capire le percentuali di composizione. Sono convinto che sia il particolare ad essere essenziale e che questo non sia invisibile agli occhi. Mi piacciono i numeri e, se messe nell’ordine giusto, anche le parole. Conosco a memoria le puntate di Heroes e Sex and The City, leggo Interview e mi piace il chill-out. Scrivo per L’Undici perché è leggero e competente, proprio come me (o almeno proprio come vorrei essere), ma soprattutto scrivo perché il mondo sappia come lo vedo.

Cosa ne è stato scritto

  1. Penelope Pras

    Bello questo faccia-a-faccia.
    Ho alcune domande per il prof Matzeyes: tu che hai vissuto sia il periodo in cui i corsi di laurea erano a ciclo unico (da studente) che quello attuale a due cicli (“dall’altra parte”), che ne pensi di questa (ormai datata) riforma? Secondo te la laurea 3 + 2 è stata creata con l’intento di snellire il corso di studi da inutili nozionismi,consentendo ai giovani di entrare prima nel mondo del lavoro, oppure di far conseguire a chiunque il prestigioso diploma, dato che “si fa prima”? Tra parentesi, anch’io sono contraria all’università di massa.
    Altra curiosità: sempre secondo te, un laureato (non magistrale) di adesso, mediamente, è preparato a fare lo statistico come potevi esserlo tu allora dopo la laurea a ciclo unico?
    Ad esempio, il mio corso di laurea durava (e dura ancora) 6 anni, di cui un paio per me si potrebbero anche risparmiare.
    Ciao e grazie in anticipo se vorrai rispondermi.

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?