L’età peggiore: la gioventù in 11 film de chevet

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Il cinema dice basta alla retorica sui giovani e finalmente ci mostra quali sono le vere peculiarità dell’età peggiore: menefreghismo, autodistruzione, irresponsabilità, presunzione, mancanza di valori … poi per fortuna, citando Paul Claudel, “Invecchiando perdiamo parecchi dei nostri difetti: non ne abbiamo più bisogno”

Chevet in francese significa più o meno comodino. Le livre de chevet si tiene sul comodino per sfogliarlo, rileggerlo, accarezzarlo. Come i libri i film de chevet si amano, si guardano, si sfogliano, si accarezzano, si portano sempre con sé.
Dall’amore ai tradimenti, dai cartoni animati all’horror, dai viaggi alla famiglia, dai drammi storici ai porno … scopri il ricchissimo arichivio dei film de chevet dell’Undicii

Avete mai visto qualcosa di buono fatto dai giovani? si lamentano tanto ma cosa fanno loro per la società? a parte lamentarsi e pretendere si intende. Ovviamente non fanno nulla. Si accoppiano, si drogano, si picchiano, si lasciano andare a qualsiasi attività purché sia vuota e senza utilità alcuna per loro stessi e per la comunità. Certo questa è una provocazione come è una provocazione consigliare nello stesso articolo film di Federico Fellini e Federico Moccia, film di Stanley KubrickAlejandro Gonzalez Iñàrritu. O mettere insieme Carlo Vanzina e Ken Loach e tanti altri che accostati formano una sorta di ossimoro cinematografico. Noi con l’arroganza dei giovani che non siamo più lo facciamo lo stesso. Voi guardate questi film che ci mostrano in maniera emblematica varie performance della gioventù di epoche e latitudini diverse, in ogni caso sono film che ci insegnano qualcosa.

sexy evan rache woods smokes dope

L’ambizione massima dei tredicenni è essere dei perfetti idioti.
Spesso riescono a realizzarla
[spoiler: poi Evan Rachel Wood si fidanzerà con Marilyn Manson]

“Thirteen – 13 anni”(Thirteeen) di Catherine Hardwick, 2003
Con Holly Hunter, Evan Rachel Wood e Nikki Reed

“Tracy, che figo che non hai paura degli aghi! Possiamo farci un sacco di tatuaggi e qualche altro piercing. ”

Cattive compagnie? Boh. C’è un momento in cui il giovinastro (ancorché implume tredicenne) sente il sano impulso di staccarsi dalla famiglia e trovare nuovi punti di riferimento, che per lui pronunceranno solo verità evangeliche e per i quali sarà disposto anche a morire. Ora, questo è il momento in cui possono entrare in ballo le temute “cattive compagnie”. Ecco, se siete un genitore di adolescente femmina e temete il loro influsso, non guardate questo film in cui Tracy (Evan Rachel Wood) da tredicenne sensibile e studiosa nell’arco di qualche mese si trasforma in una smandrappata drogata incontrollabile e autodistruttiva. Oppure guardatelo per prepararvi all’eventuale rischio e a quella costruttiva sensazione di impotenza che accompagna Brooke (Holly Hunter), la madre di Tracy. Così poi, oltre a pensare che i ragazzini sono deficienti, sarete liberi di pensare che sono anche stronzi e pericolosi.

Da vedere dopo essersi fatti sterilizzare.

Sweet Sixteen di Ken Loach

L’estetica del (dolce) sedicenne: Tute in acetato, cappellini con la visiera sotto il cielo grigio e sguardo ebete da finto duro. Ringraziate il Signore e la famiglia in cui siete nati se non siete stati costretti a vestirvi così.

“Sweet sixteen” di Ken Loach, 2002, UK
Con Martin Compston, William Ruane, Annmarie Fulton, Michelle Abercrombie

“Sei come il nonno, come i nostri genitori! Come quelli che distruggono tutto quello che toccano! Dai, entra nel club anche tu! Come la mamma!”

A Liam (Martin Compston) non sono state date tante possibilità di scelta: sua madre è in prigione, intorno a lui si muovono solo piccoli criminali, disonesti, oppure fragili figure di deboli che non sanno da chi farsi proteggere. Compirà sedici anni tra poco e proprio quel giorno sua madre uscirà di prigione: per festeggiare e avere un po’ di felicità, però, servono i soldi, e i modi che Liam conosce e ha a disposizione per guadagnarseli non lo aiuteranno certo salvaguardare se stesso. Ken Loach, con realismo spietato e partecipe, filma crudamente una storia in cui al protagonista mancano non solo concrete opportunità di cambiamento, ma persino la possibilità di sognarle, di lottare per procurarsele, di rimpiangerle. Un adolescente con un orizzonte di vita minuscolo e disperato, una giovinezza che non ha nutrimento per sbocciare.

Da vedere per smettere di sputare sugli stupidi sedicenni che si è stati.

Christiane F - noi i ragazzi dello zoo di berlino

I giovani sprizzano “Joie de vivre” da tutti i pori

“Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” (Christiane F. wir Kinder von Bahnhof Zoo)  di Ulrich Edel, Germania Ovest, 1981
Con Natja Brunckhorst, Thomas Haustein, Jens Kuphal, David Bowie, Rainer Woelk.

“Posso smettere quando voglio”

Tratto dal romanzo autobiografico di Christiane Vera Felscherinow (la Christiane F. del titolo), ragazzina tossicodipendente/prostituta per pagarsi la droga, è stato un film molto coraggioso e molto avanti per i tempi (1981… e nemmeno un film USA), quasi scientifico nel distacco con cui osserva i figli della locomotiva di Europa mandarsi bellamente in vacca la vita, cui drugà chi se fan al puntùr e cui fnocc chi se slargan el cül. Nessuna comprensione, nessun coinvolgimento. Potevate avere tutto, avete scelto l’eroina, cazzacci vostri. Tosto.

Da vedere teneramente avvinghiati al proprio pusher

tanguy

I giovani sono davvero inopportuni e non capiscono mai quando è ora ti togliersi dai piedi

“Tanguy” di Étienne Chatiliez, 2001, Francia.
Con Eric Berger, Sabine Azéma, André Dussollier, Hélène Duc, Aurore Clement

“– Perché non invitate più nessuno a casa? Era piacevole. – Ti rispondo: è perché nostro figlio ci rompe i coglioni!”

Ha quasi trent’anni, è colto e molto intelligente, guadagna bene, ha una vivace vita sociale, ma Tanguy (Eric Berger) di casa proprio non se ne vuole andare, non ne vuole sapere. I genitori (Sabine Azéma e André Dussollier) sono disperati: a lui poco importa cosa pensano loro e chiunque altro, lui vuole stare lì, bamboccione per scelta: “non so cucinare, non so come si leggono le bollette”. Si arriva allo scontro quasi fisico, poi un colpo di teatro e un finale in cui si capisce che quella di Tanguy non è bamboccionaggine pigra e viziata, è proprio vocazione. Un film del terrore per ogni genitore normale (vale a dire quello che intende liberarsi dei figli il giorno stesso della diciottesima candelina).

Da vedere dopo avere spedito i figli minori in campeggio e i maggiorenni in un campo di lavoro.

elephant - gus van sant

Negli Stati Uniti è possibile eliminare i giovani in esubero, basta lasciarli seguire il loro istinto giovanile

“Elephant” di Gus Van Santdi Gus Van Sant, USA, 2003
Con Eric Deulen, Alex Frost, Elias McConnell, Timothy Bottoms, Matt Malloy

“Si possono ancora comprare le bandiere naziste?”
“Certo, se sei cretino.”

Van Sant propone la sua lettura non storica né filologica della strage della High School di Columbine (tant’è che ambienta la storia a Portland). Adolescenti annoiati che hanno tutto – libertà, salute, possibilità, una scuola bellissima e superaccessoriata – e non fanno una cippa da mattina a sera. Fino a quando i due più frustrati e annoiati di tutti, decidono di dare un senso alla loro vita facendo una strage con un arsenale da Guerra nel golfo acquistato via internet e recapitato a domicilio da un corriere. Non è solo il sonno della ragione a generare mostri, a volte è sufficiente la sonnolenza post-prandiale di chi ha la pancia piena. Van Sant per un film che imbrocca, tre li sbaglia; qui siamo su vette notevoli.

Da vedere mentre si aspetta la consegna degli 80 chili di tritolo e del paio di M16 ordinati su Amazon.

Arancia meccanica - sex and violence

I giovani credono nell’amore e ci tengono a condividere i loro valori con tutti

“Arancia Meccanica” (A Clockwork Orange) di Stanley Kubrick, UK, 1971
Con Malcolm McDowell, Patrick Magee, Adrienne Corri, Michael Bates, Warren Clark

“Eccomi là. Cioè Alex, e i miei tre drughi. Cioè Pete, Georgie e Dim.
Ed Eravamo seduti nel “Korova Milkbar” arrovellandoci il gulliver per sapere cosa fare della serata. Il “Korova Milkbar” vende “latte +”, cioè diciamo latte rinforzato con qualche droguccia mescalina, che è quel che stavamo bevendo. È roba che ti fa robusto e disposto all’ esercizio dell’ amata ultraviolenza…”

Giovani, teppisti, violentatori, … questi giovani della swingin’ London promettono bene. Diventeranno i poliziotti di domani. Da un romanzo di Anthony Burgess, il regista più grande di tutti trae un film che… Ma che ve lo dico a fare? O lo avete già visto o meritate di essere sottoposto alla “cura Ludovico”.

Da vedere in bombetta e sospensorio

babel japanese

La bomba atomica ha generato Godzilla e questi giovani giapponesi. Il primo è molto amabile

“Babel” di Alejandro González Iñárritu, USA, Giappone, Messico, 2006.
Con Brad Pitt, Cate Blanchett, Gael García Bernal, Kôji Yakusho, Adriana Barraza

“Ci guardano come se fossimo dei mostri”

Film a incastri, come piace a Iñarritu, con il classico battito di ali della farfalla in Amazzonia che scatena uragani a Macerata. Qui, la farfalla è un fucile che spara in Marocco e fa danni tra California, Marocco e Giappone, incrociando nel dipanarsi della storia due adolescenti marocchini figli di un pastore, giovani peones messicani che festeggiano un matrimonio e teenager di Tokyo che vestono griffato, si tingono il ciuffo di verde, sniffano colla e girano senza mutandine. Ma nel mondo globalizzato, a rimetterci è sempre il Sud del Mondo. Un Oscar, un Golden Globe e Miglior regia a Cannes 2006 e alla fin fine ci sta.

Da vedere sniffando colla e senza mutandine

londa - nazi gioventù

La cosa bella dei giovani è che ognuno è diverso e ognuno pensa con la sua testa

“L’onda” (Die Welle) di Dennis Gansel, Germania, 2008
Con Jürgen Vogel, Frederick Lau, Max Riemelt, Jennifer Ulrich, Christiane Paul.

“Io non credo che tu abbia ancora tutto sotto controllo”

Abbiamo incontrato i figli di Germania allo Zoo di Berlino e qui li ritroviamo. Qui però siamo ai giorni nostri, quando un professore di liceo di idee anarchiche è chiamato a tenere a un gruppo di studenti un corso trasversale sulla democrazia durante le ore di recupero-cazzeggio che il liceo organizza ogni anno. Dopo una prima ora piuttosto fiacca, il prof decide di fare un esperimento in corpore vivi sulla facilità con cui un leader può manipolare le masse. Il gruppo si sceglie una divisa (camicia bianca e pantaloni neri), un nome (“l’onda” del titolo), un saluto, un logo… e di lì a creare dal nulla un blocco monolitico dove tutti sono pronti a morire per il capo e dove non è ammessa nessuna deviazione, è un attimo. Ma del resto sapete come sono fatti i crucchi, iniziano con una bicchierata in birreria e finisce che ve li ritrovate a marciare compatti sulla Polonia al grido di “Siete morti!!” e “Vaffanculo”.

Da vedere cercando sull’elenco telefonico il prossimo pifferaio magico a cui dare credito

grano rosso sangue

Che ce vòi fa’? … so regazzini …

“Grano Rosso Sangue” [Children of the corn] di Fritz Kiersch, USA, 1984.
Con Linda Hamilton, Peter Horton, Courtney Gains, R.G. Armstrong, John Franklin

“State riscrivendo tutta la Bibbia o solo la parte che vi fa comodo?”

Tratto da un racconto di Stephen King “Grano rosso sangue” è uno di quegli horror anni ottanta che sono diventati dei veri e propri film di culto.
Una coppia arriva in una cittadina isolata nel bel mezzo degli Stati Uniti, una di quelle cittadine che ti inquietano solo a passarci di fianco. Lì ci trovano solo dei ragazzini. Bello direte voi: la gioventù è vita, è gioia, tanto più se non ci sono i soliti adulti che impongono regole e comportamenti. Qui sono i bambini guidati da “Colui che cammina tra il grano” a dettare le regole anche perché di adulti proprio non c’è traccia. Il fatto è che gli adulti non ci sono perché i bambini hanno stabilito che quando uno compie 18 anni debba essere sacrificato. Qualcuno si sacrifica volentieri, gli altri vengono sacrificati comunque. E così in un clima di terrore si procederà a spargere quanto più sangue possibile per mantenere il potere conquistato con la violenza fisica e il ricatto morale.
In una visione ancestrale che unisce un Dio distorto e malvagio ad una terra le cui radici ci danno il nutrimento emerge l’idea di società che hanno i giovani: uccidere i padri per essere liberi fare peggio di loro senza che nessuno rompa le scatole.

Consigliato ad un pubblico adulto

sapore di mare - jerry Calà, tette, culi e risate a denti stretti

Col sorriso sulle labbra i giovani degli anni ottanta hanno sparso i germi della morte cerebrale che è giunta fino a noi

“Sapore di mare” di Carlo Vanzina, 1983.
Con Jerry Calà, Christian De Sica, Virna Lisi, Marina Suma, Isabella Ferrari

“– Chissà perché i padri quando invecchiano diventano così stronzi! – Te lo spiego io perché: perché hanno dei figli pistola come te!”

Negli anni Ottanta si recuperarono gli anni Sessanta perché il fattore nostalgia sui circa-40enni avrebbe garantito successo e vendite: stessi motivi per il recupero anni Ottanta intorno al Duemila, che però perdura in quanto gli attuali 40-enni non si rassegnano a invecchiarsi, mannaggia a loro e agli Wham!
Jerry Calà, De Sica e tutta la banda di macchiette e stereotipi della Versilia dorata con questo film nostalgizzarono (orrore!) anche quei giovani e giovanissimi di metà anni Ottanta verso un passato non loro, avallando il tema cialtrone che alla fine dell’estate/giovinezza ad attendere c’è solo un baratro di consapevole tristezza adulta, da evitare a tutti i costi. Quei giovani spettatori anni Ottanta hanno espresso l’attuale classe dirigente di 40-50enni: quella che avrebbe dovuto prendere in mano il paese, invece di lasciarlo agli ottuagenari; quella che dovrebbe dare un esempio di intraprendenza, capacità di cambiamento, passione sociale e politica, quella che dovrebbe insegnare la speranza, non partorire una generazione di ragazzi alla meglio disperati, alla peggio bamboccioni. Insomma, se veleggiamo sulla cacca, la colpa è un po’ di Vanzina e un po’ del declino della scuola di Frattocchie. Andrew Ridgeley e io ce ne siamo lavati le mani da un pezzo.

Da vedere rimpiangendo gli anni Settanta

3msc - lucchetti - scamarcio - bacio

Non diamo la colpa a Moccia se i giovani sono degli sfigati che leggono i suoi libri

“Tre metri sopra il cielo” di Luca Lucini, 2004.
Con Riccardo Scamarcio, Katy Saunders, Maria Chiara Augenti, Mauro Meconi.
“Ho voglia di te” di Luis Prieto, 2007.
Con Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Katy Saunders, Filippo Nigro

“Riuscirò mai a tornare lì, dove solo gli innamorati vivono, TRE METRI SOPRA IL CIELO?”

Tralasciamo l’odissea mocciana – Federico Moccia, autore di entrambi i romanzi da cui sono tratti i film; 3msC (scritto così fa ggiòvane) pubblicato nel 1992 senza successo, dieci anni dopo la versione rivista che circola in fotocopia nelle scuole romane, infine la ripubblicazione e il successo; io che leggo l’inizio del romanzo dentro un supermercato plasticamente appoggiata al carrello e poi compro un branzino da fare al sale, non leggo né quel romanzo né i successivi – e passiamo ai film. In un mondo di gente che evidentemente acquisisce il diritto a usare il proprio nome soltanto dopo i 30 anni, fino ad allora solo soprannomi, c’è questo tizio che si chiama con un soprannome (Step), piace parecchio, in più è scontroso, teppista e c’ha la moto, quindi è uno strafigo: tanto che a interpretarlo chiamano Scamarcio, mica cotica. Ci sono delle ragazze (nel primo film Bèbi, nel secondo Gin: bei soprannomi, vero?) che si innamorano di lui, e poi tutta roba mai (ripeto, mai) vista al cinema, tipo gare in moto e giovani vite stroncate, sesso notturno in un posto vicino al mare, incomprensioni e rappacificamenti, famiglie contrarie, abbandoni e poi ritorni, lucchetti e ponti. Dunque, io non li ho visti questi due film, però mi sono informata e ho capito che il significato sarebbe che il primo amore non si scorda mai, ma che anche il secondo, ‘nzomma, magari avercene de ‘sta robba pe’ ccasa; e che Scamarcio è un gran figo. “Roba nuova, originale, sui giovani di oggi, originalissimi, mica come quelli di una volta.

Da vedere a Rosello, paese in provincia di Chieti di cui Federico Moccia è sindaco.

Bonus track

i vitelloni - federico fellini - alberto sordi

I giovani, si sa, sono pieni di energia nonché prodighi di iniziative

“I Vitelloni” di Federico Fellini, 1953
Con Leopoldo Trieste, Alberto Sordi, Franco Interlenghi, Franco Fabrizi, Riccardo Fellini, Leonora Ruffo

“Sai che facciamo invece, partiamo, andiamo in Brasile, In Brasile sì, ci pensi in Brasile …”

E’ difficile parlare di Fellini e di questo film in particolare senza ricorrere ad iperboli come “maestro” o “capolavoro”. Ma qui non sarebbero sprecati perché il ritratto che il regista riminese dà della provincia italiana e dei suoi giovani è davvero magnifico. E lo è ancora di più guardandolo oggi, 60 anni dopo l’uscita di “I vitelloni” perché Fellini riesce a mostrarci la figura di personaggi che sono sempre più tipici nell’Italia di oggi come in quella degli anni Cinquanta: sono i giovani inetti, senza qualità, sbruffoni perdigiorno. I vitelloni sono ragazzi che evitano il lavoro, le responsabilità, l’impegno. Sprecano il loro tempo e le loro energie in vuoti pomeriggi al bar e chiacchiere autoreferenziali. Salvo poi rendersene (inutilmente) conto quando si ubriacano o quando eventi esterni li mettono con le spalle al muro. E Fellini ci mostra tutto ciò con la sua straordinaria capacità di andare oltre la superficie delle cose attraverso scene che scoperchiano un mondo visionario e reale al tempo stesso.

Il film è un’ispirazione autobiografica di Fellini che si identifica in Montaldo, l’unico che partirà abbandonando la comodo e vacua vita da vitellone. La storia ci racconta che Montaldo è diventato poi  il regista di questo film, di La dolce vita, 8 e mezzo, La Strada, Giulietta degli Spiriti, Amarcord e tanti altri film che tutti dovrebbero vedere e rivedere. Fellini con la sua capacità unica di mostrarci il sogno e un mondo reale come solo lui poteva vedere in fondo è rimasto sempre un ragazzo. Ma Fellini è unico. Gli altri Vitelloni al massimo possono aspirare a rimanere un Alberto Sordi tutta la vita.
In fondo Fellini aveva capito qual era e qual è la massima aspirazione del tipico giovane italiano: cazzeggiare tutta la vita coronando il sogno di diventare un esodato.

Da vedere con gli amici al bar, tutti i giorni, in attesa di andare in pensione.

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Tiziano Biella

    continuare a cirticare i giovani contrapponendo l’esempio di un’altra era, invece che chiedere loro di prendere decisioni e assumersene la respnsabilità, ha rovinato il mondo e -apparentemente- anche loro…

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  2. Il super G

    Bellissimo! ma non si capisce se odiate i giovani perché non lo siete più o perché non lo siete mai stati

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  3. kiki

    PS: Gigi, mi accorgo solo ora che hai fatto fuori i tuoi compagni di Chevet. Li hai fatti a pezzi e chiusi dentro i sacchi della munnezza? Hai fatto bene!

    Rispondi
  4. kiki

    Grandissimi! Non si capisce se odiate i giovani perché non lo siete più o perché non lo siete mai stati. Io, la seconda che ho detto, sottoscrivo ogni parola ed ogni (acido) giudizio.
    PS: vedere che Da Fellini ’53 a Moccia 2007 l’unica cosa a cambiare è che da fellini si è finiti (giustappunto) a Moccia, inquieta un po’

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