La pedagogia del Cuore – Per non dimenticare Edmondo De Amicis

4
Share on Facebook950Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

libro cuore1. L’ORGOGLIO DELLA TIMIDEZZA

Un amore  precoce e duraturo,  mutuato dal suo appeal narrativo – ha riscaldato la mia preadolescenza. Parlo del pianeta deamicisiano -  Cuore che mi folgorò con i suoi racconti mensili intitolati a giovani eroi risorgimentali. Tra i quali, restano indelebili: Dagli Appennini alle Ande, Sangue romagnolo, Il patriota padovano, La piccola vedetta lombarda, Lo scrivano fiorentino, Il tamburino sardo et al.teatro cuore

Quando lasciai la mia adolescenza colsi razionalmente come i citati racconti – inondati di passioni domestiche e di sentimenti patriottici – godessero di magìe letterarie capaci di confortare la mia introversione e la mia timidezza. Da addebitare, forse, al mio desiderio di sentimenti forti che sentivo non fossero stati sempre accesi tra le mura di casa. Sia a causa di una guerra bastarda che obbligava mio padre a una prigionìa lontana, sia per le assenze di mia madre costretta a lavorare l’intera giornata (se otto ore vi sembran poche…) per racimolare una misera busta paga.

In quella stagione lontana ho interiorizzato la sindrome del figlio abbandonato. Tant’è che la solitudine coatta mi rese insicuro e timido. L’allora sofferta mia percezione quotidiana – la Timidezza – vorrei fosse oggi meglio compresa dai genitori e dagli insegnanti. Soprattutto, in una stagione storica dove la Tv venera l’esatto contrario del Timido: l’estroverso, lo sfrontato, il bullo. Per questo, intendo valorizzare un tratto identitario sempre più ridicolizzato e censurato in una società tutta economia che stampa sui giovani il modello di “adultità” che popola l’odierna giungla sregolata e competitiva. Un Far West che genera un’umanità (a partire da quella giovanile) dal duplice volto: l’uno, sfrontato e cinico (bullo); l’altro, concentrato e inquadrato (conformista). Se la scuola ha il compito di formare la Persona appare evidente come non dovrà “mai” penalizzare gli alunni riservati e taciturni.

Fortunatamente, la mia sindrome dell’esclusione si é venuta trasformando, in età adulta, in una orgogliosa normalità. E’ il motivo per cui indosso i panni dell’avvocato difensore della Persona timida: ben consapevole che questa società spietatamente competitiva, individualistica e qualunquista intende mandare in una casa-di-cura chi non è aggressivo, spregiudicato, arrogante, dominatore. L’applausometro mediatico nei confronti della Persona chiacchierona e narcisista si è fatto assordante, anche per colpa di ideologiche ricerche d’oltre oceano che invitano a “sanitarizzare” il pianeta dei timidi perché ansiosi e taciturni: quindi, malati. Da curare al più presto, perché inservibili per un mondo che idolatra la competitività e il tackle duro “alla Gattuso” sulle gambe dell’altro-da-me: sempre e comunque avversario da abbattere.

2. IL NEMICO DEL CUORE: IL BULLISMObullismo bambini

La speranza di un’alba nuova per le generazioni a venire viene infranta nel decennio di debutto del Duemila. Quando il ventunesimo secolo indossa – senza alcun preavviso – gli abiti di un gigantesco Mefistofele (il neoliberismo selvaggio in economia: privo di regole e di solidarismo) per infierire impietosamente su giovani Faust (l’infanzia e l’adolescenza) precocemente deportati nelle prigioni della Società adulta. In queste, sono tramutati in “ometti”: in bonsai tali e quali la pianta dell’adultità. Nasce un inquietante interrogativo. Un’infanzia adultizzata potrà cogliere ancora gli immaginari del suo mondo mitico e surreale? Potrà ancora inventare paradisi emotivi e passionali? La Scuola non può negare il Cuore alla sua giovane utenza costringendola a indossare il grembiule del Sabato e non quello della Domenica. Infatti, il penultimo giorno della settimana simboleggia (come nel campionato di calcio) l’anticipazione – e forse la cancellazione – delle ore festive nelle quali l’infanzia ha sempre bevuto, fino all’ultima goccia, il calice del suo mondo magico popolato di emozioni e di incanti. L’anticipazione degli alfabeti cognitivi (a partire da quelli digitali) è la grande minaccia che volteggia sulle bambine e sui bambini di questo inizio Millennio perché velocizza la loro età evolutiva fino a farla scomparire. Come dire, spalanca le porte a quella pseudofilosofia dell’educazione che considera l’infanzia una stagione dalla quale sbarazzarci-in-fretta. Siamo al cospetto di una scuola-senza-Cuore che nega la parola alle domande “segrete” degli studenti.

Morale: il nostro sistema di istruzione è di buon livello sul versante degli apprendimenti, ma profondamente inadeguato sul versante dei sentimenti. Di qui il suo tradimento pedagogico: non sa  ascoltare e dialogare con gli alunni.

Quali sono i connotati professionali di un docente che concorre alla “scomparsa” del Cuore giovanile? Questa, la carta d’identità. E’ un insegnante saccente e pervasivo nei confronti dell’infanzia e dell’adolescenza, tanto da annullare le loro identità e le loro differenze. E’ un insegnante colpito da una sindrome ossessiva: l’accumulazione precettistica delle conoscenze. Si alza al cielo un grido d’allarme. E’ urgente formare una professionalità docente che sappia ascoltare e dialogare con gli allievi dando finalmente voce al loro Cuore. Siamo fermamente convinti che la sfera emotivo-affettiva vada posta alla rotonda della vita di classe allo scopo di valorizzare la soggettività della Persona. Cioè a dire, l’irripetibilità-irriducibilità-inviolabilità della sua identità sociale che fa tutt’uno con l’essere-nel-mondo: la presa di coscienza del diritto alla Cittadinanza.

Un insidioso e allarmante “disagio” che insidia le giovani generazioni si chiama  Bullismo. Gli studiosi più autorevoli di questa patologia relazionale hanno ampiamente documentato l’andamento del suo “meteo” le cui previsioni annunciano sui paesaggi della scuola un cielo pieno di pioggia. Il Bullismo si può definire una forma di relazione malata tra due allievi, nella quale l’uno è il carnefice (prepotente, torturatore, ricattatore) e l’altro la vittima (introversa, mansueta, dipendente e dalla bassa stima di sé). E’ un virus che si manifesta attraverso dinamiche ripetute di aggressività diretta (fisica e/o verbale) e indiretta (con il prendere in giro un compagno per emarginarlo e poi assoggettarlo). Nella vita della classe, questo bacillo sta strappando i fili nobili dell’amicizia e della solidarietà. E’ tra i banchi  che il Bullismo trova terreno fertile per avvolgere la scuola in un clima di competitività cognitiva. Parliamo di una cruenta rivalità tra gli allievi che non solo dissemina nella classe il disvalore dell’indifferenza nei confronti dell’altro, ma che produce soprattutto una sorta di terra bruciata nella quale non diventa più possibile fare crescere la pianta profumata della cooperazione e della solidarietà.giocare

3. L’AMICA DEL CUORE:   LA CONVIVIALITA’

La Convivialità (l’amicizia, il dialogo, la cooperazione, la solidarietà) è la fidanzata naturale di un sistema di istruzione dove batte il Cuore. La pagina ingiallita dell’album dei ricordi della scuola tradizionale documenta l’immagine sfuocata di alunni che mentre entrano in classe sono costretti a lasciare i loro “cuori”  - le loro parole, i loro sentimenti, le loro emozioni – fuori dal suo portone d’ingresso. Con questo pessimo risultato: raramente trova ascolto e dialogo, in classe, il mondo underground dei bambini, per lo più nascosto perché privo di “parola”. Parliamo delle loro pulsioni vitali, delle loro energie disordinate e dei loro slanci esistenziali tacitati nel silenzio.

Occorre voltare pagina. Assegnando al plesso scolastico il compito di cancellare ogni traccia di incomunicabilità (ovvero, un clima  autoritario e direttivo) al fine di porre gli allievi nelle condizioni migliori per vivere le proprie motivazioni  affettive e relazionali in un clima antiautoritario e antidogmatico

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook950Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Portare o riportare a scuola il Sentimento… Un sogno, un bellissimo sogno che ormai a me, che ho visto troppe brutalità anche e proprio nel mondo della scuola, appare impossibile realizzare.
    Per me, docente, non era pensabile insegnare ai miei scolari senza pensare a cosa fare e al come operare con essi per interpretare…la festività dei defunti, del natale,della pasqua, della festa del papà, della mamma… Gli eventi semplici, ma non banali, che i calendari propongono ogni anno.
    Diversi colleghi negli ultimi venti anni giudicavano obsolete se non risibili le didattiche che solo dopo molti anni di scuola io nominai per me e per i miei alunni “Educazione Sentimentale”. I miei colleghi ormai sostenevano che era meglio limitarsi al dettatino ortografico, a qualche lettura che compendiasse gli argomenti di storia e geografia, all’ esercizietto di grammatica, alle quattro operazioni corredate dal consueto problemino.
    Che lavori a fare per festività ormai prive di senso, per madri e padri critici e spocchiosi, per alunni loro degni figli ?
    Io non ero capace di rinunciare o meglio modificare il mio modo di affrontare l’ insegnamento e la relazione con l’ ambiente degli apprendimenti. Forse è solo uno dei miei tanti limiti.
    Preparavo in primis il dettato sull’ argomento da trattare, dettato rigorosamente tratto da un brano d’ autore, lasciavo che i bambini comunicassero a voce le impressioni, le sensazioni, i vissuti personali che dal brano ricavavano; ricercavo quindi una lettura in argomento, possibilmente sempre d’ autore , la leggevo per prima in modo espressivo, e poi lasciavo che leggessero loro, tutti, e vi assicuro che sembravano professionisti del miglior teatro italiano; quindi scrivevo alla lavagna con bella scrittura d’ altri tempi la poesia più intensa che potevo trovare sull’ argomento e , dopo averla letta un paio di volte nel modo in cui ogni mia fibra viveva le emozioni suscitate dalle parole, lasciavo che i piccoli la ricopiassero: erano paginette da maestri di calligrafia. Ognuno quindi la rileggeva da piccolo, grande interprete e qualcuno, dalla memoria agile, già la ripeteva fra sé e sé, tutto felice.
    Io ho avuto come insegnante di lettere,alle medie inferiori, un poeta, uno scrittore, un grande artista che, dettate le poesie da lui tanto amate, non voleva saperne di versioni in prosa e nemmeno commenti scritti. La recitava più e più volte lui, camminando in lungo e largo per l’ aula, la recitava per sé, io ne sono certa, per vivere in ogni piega del suo animo, le intensità che le parole vi imprimevano: un insegnante unico, un artista eccezionale che la mia terra ha riconosciuto troppo tardi. Quando la ” sua” recita era finita io avevo la mente piena di immagini nuove e il cuore colmo di sentimenti mai provati. La vita me li ha riportati nei momenti più duri, momenti in cui solo dentro di me potevo trovare la forza di andare avanti: gli echi di Leopardi, di Montale, di Saba, di Ungaretti erano lì, chiari e struggenti dentro di me e avevano la voce e gli occhi umidi e accesi di un professore straordinario.
    Coi miei alunni ho fatto come lui: recitavo per prima le più belle poesie che cercavo per affascinare i miei alunni, poi lasciavo che recitassero loro e mi limitavo a chiedere loro cosa sentivano nel cuore al risuonare delle parole.
    Alla fine di giorni e giorni di lavoro dedicati alla costruzione di idee, emozioni, sentimenti, assegnavo ai bambini un testo libero, ma in tema con l’ argomento. Quanti piccoli capolavori intorno a ” il nonno è volato tra gi angeli”, ” il presepe come l’ ho voluto preparare io” , ” il mio papà mi aiuta a fare i problemi ” , ” la mamma mi mette a letto ogni sera col mio orsacchiotto”… Quanti pomeriggi e notti dedicate a correggere gli immancabili errori dei piccoli scrittori che poi ricopiavano il loro bellissimo racconto su un bel foglio protocollo accompagnato dall’ immancabile, ricco e colorato disegno a corredo. Il tutto lo arrotolavano e chiudevano con un bel fiocco che, incredibilmente, i bambini riuscivano sempre a trovare tra le cianfrusaglie di casa loro, e se uno proprio non riusciva a trovar qualcosa che gli garbava, c’ era sempre un compagno che ne portava anche per gli altri. Alla fine della formazione letteraria proponevo sempre un lavoretto semplice sull’ argomento trattato da realizzarsi con materiali semplici. Lo confezionavamo quindi accuratamente con carta trasparente in cui veniva infilato il magico rotolo del tema con disegno, accuratamente infiocchettato.
    Ho con me da quarant’ anni il modello di foglia di das dipinta a tempera coi colori dell’ autunno e verniciata col vernidas che io e i miei operosi alunni preparavano nella settimana precedente Ognissanti a significare l’ ultimo volo che staccava dagli affetti chi se n’ era volato in cielo. Le mamme mi raccontavano poi, magari con voce rotta e gli occhi lucidi di commozione, che il piccolo, o la piccola, aveva portato quella tanto curata foglia che sembrava di vetro dipinto, sulla sepoltura del nonno, della nonna e che aveavan dovuto comprare altro das e altre tempere per altre foglie che i figlioli volevano portare sulle tombe di tutti i cari. Al mio quinto anno di scuola, nel giorno di Ognissanti presi la mia utilitaria di seconda o terza mano sul far della sera, vi feci salire i miei figlioletti piccoli piccoli e andai nel piccolo cimitero del paesello in cui lavoravo. Tra i lumini tremolanti scintillavano su quasi tutte le tombe le foglie di das colorato e verniciato coi piu bei colori dell’ autunno, preparate con infinita pazienza e cura dai miei scolari. Provai un tuffo al cuore e un senso di accoglienza, bellezza e calore che ancora mi accompagnano quando vado ad adornare le sepolture che ivi accolgono ora anche le spoglie di alcuni miei cari.
    Ma quale ” Educazione tecnologica” si vuol vaneggiare oggi? Una volgarotta gara fatta di vuoti smanettamenti su quasi sempre mal funzionanti PC in sale PC magari perigliose perché i fili della corrente elettrica corrono fra i piedi irrequieti degli alunni (che magari portano in tasca l’ ultimo modello di tablet )? Per imparare anzitempo e fuori luogo a praticare cyberbullismo?
    Ma quali gite iperboliche si voglion proporre oggi in musei lontani e mistici che mostrano simulacri che non possono parlare a cuori che non son preparati a riceverne i messaggi, a rivivere interiormente le vicende che hanno portato alla costruzione di quegli oggetti che spesso hanno significati di strazi e dolori, oppure gioie e amori, oppure fatiche e duro lavoro, oppure ringraziamenti e riconoscenza?
    È ben altro ciò che serve per fare scuola, una scuola che prepari a vivere, ché a lavorare imparano tutti comunque!
    Ma quali competitività vogliamo insegnare oggi in scuola? Di chi sa smanettare meglio su una tastierina che magari va a recar danni immensi a qualcuno che poi s’ impicca? Di chi sa confezionare al meglio spezzatini e salsiccette finanziarie che vanno poi a distruggere in un battibaleno l’ economia e la finanza planetaria creando lande immense di miseria, disperazione, guerre, migrazioni di genti che per sfuggire a morte certa sfidano sorti disumane e l’ esser pasto per pescecani? Di chi salva in una notte il default del paese con una leggina, priva di pudore, sulle pensioni prolungando alle calende greche Il lavoro di chi ha lavorato duro fin dall’ adolescenza e creando schiere interminabili di nullatenenti perche’ il lavoro l’ avevano perso grazie alle trovate dei bulletti della finanza” creativa”?
    Io non ero per nulla consapevole della portata del mio modo di trattare i momenti e gli eventi più significativi della vita che scorreva tra le case dei paeselli prima, dei quartieri di cittadine e citta’ poi: ero giovane , molto giovane e seguivo istinto e buon senso, il senso comune e perciò sacrosanto delle cose. Col tempo ho capito che il lavoro che avevo fatto e facevo per accrescere il senso del bello e del buono nei miei alunni aveva una portata immensa. L’ ho capito fin troppo bene anni e anni dopo, quando mio figlio ha frequentato una scuola ” in” della cittaducola in cui vivo, una scuola in cui i docenti non sapevano vedere la cattiveria di alcuni bullastri figli dei soliti perbenisti provincialotti olezzanti di marciume, oppure non la volevano vedere perché avranno avuto i loro squallidi motivi per non vederla. E c’ erano pure professori, intoccabili e irraggiungibili, che chiedevano a memoria il numero degli ovini e dei bovini degli stati africani. E i compagni? Indegni di tal nome, indegni di chiamarsi discenti( di che?), incapaci in massa di difendere chi era debole perché ammalato, tuttavia non succube dei figli della feccia perché intelligente e capace. La mia ira ora è alta, molto alta, come basso doveva all’ epoca restare il mio profilo di genitore per non peggiorare la situazione che trovò fine nel momento in cui riuscii a togliere da quelle squallide mura e lerce mani mio figlio. I conti son tutti lì, terribilmente sospesi. E io ho sempre creduto al detto degli antichi che recita “La vendetta è sacra e nemmeno gli dei possono frapporsi fra un uomo e la sua vendetta”. Non la insegno né ripeto a nessuno, ma se ne sta lì in un angolo della mia mente in religiosa, silente, attenta attesa.
    Io credo che non esista rimedio all’ imperante orrendo bullismo finché si ciancia di esso senza proporre soluzioni concrete e rapide.
    Riprendere oggi come oggi la didattica dell’ educazione ai buoni sentimenti mi sembra piuttosto inutile, infinitesimale, anche se io l’ ho perseguita fino all’ ultimo giorno, nonostante tutto, nonostante me.
    Va trovata una soluzione diversa al bullismo come a questa scuola dove manca proprio ciò che caratterizza la scuola: l’ umanità, il sentimento, l’ amicalita, la solidarietà, la spensieratezza, la voglia e la gioia di stare assieme.
    Io insisto a credere che l’ unica strada per una scuola degna di tal nome la possono tracciare con forza solo i docenti. Il vero problema è semmai come trovare, come formare, come selezionare veri docenti. Premi e aumentini stipendiali non sortiscono di certo effetti, si può ben vedere! Concorsi e ruoli a iosa pare scontentino tutti. E dunque che fare?
    Tornare ai fondamentali. Oggi le medie superiori offrono molta scelta. I corsi universitari offrono un’ infinità di prospettive. Tu farai scienze della formazione solo se formare uomini e cittadini te lo senti dentro, solo se ti senti dentro di trasmettere valori. Altrimenti fai altro che il ventaglio delle opportunità è fin troppo vasto. E chi sale infine su una cattedra per insegnare , se ad un tratto s’ accorge che il mestiere non fa per lui, la lasci in tutta fretta, si diriga altrove, ché il mondo è grande e c’ è posto per tutti. A scuola non c’ è posto per i leccapiedi, per chi non ha il senso dello stato, per chi non considera figli i figli altrui, per i pusillanimi, per chi non ha voglia di battersi e sbattere il muso da tutte le parti, per chi non vede, non sente, non parla, per chi aspetta tutto rattrappito sul suo miserabile scranno rubato ai capaci il giorno della paghetta, magari allungata dalle prebenducce di miriadi di “funzioni collaterali” : son forse queste i meriti e le competenze del docente? A scuola c’ è già un dirigente che deve farsi carico e rispondere in prima persona di sicurezza, collaborazione, buon andamento delle relazioni, dei risultati e delle funzioni varie. E viene pagato per questo.
    O si rimettono persone e valori al loro posto o si affoga tutti in un mare di brutalità.

    Rispondi
  2. Miriam

    Grazie.
    Vorrei scrivere di più, vorrei raccontare come queste parole abbiano lenite le ferite ricevute oggi in consiglio al termine del primo giorno di orali per gli esami di terza media. Ma entrerei nel privato, pur non dando riferimenti, della sfera emozionale di molti miei studenti e non mi va di farlo. Con gli anni, ho imparato a tenermi quanto più possibile le emozioni, che gli esami mi provocano, un pò per me; come per i bei film, riesco a parlarne quando il tempo ha setacciato, lasciando solo quelle positive e eliminando quelle negative.
    Ma questo articolo mi permetterà di tornare domani con spirito meno bellicoso nei confronti di un docente che la parola pedagogia o educatore non sa cosa sia.
    Spero che prima o poi un ministro abbia il coraggio di centrare il cuore del problema della selezione dei docenti: non importa se sai tutto, ma proprio tutto della tua disciplina, certo devi volere, desiderare e prepararti ad “vedere” l’uomo e la donna che quel ragazzino e ragazzina un giorno sarà. E quello, no, ne son certa, non è cosa da tutti.

    Rispondi
  3. Anna

    Grazie per questo sensibile articolo, da bambina avrei tanto gradito trovare nella scuola un luogo del cuore oltre che dei concetti, ed un confronto quotidiano basato anche sulle emozioni, desideri e aspirazioni oltre che sulle deduzioni. Forse non ho mai studiato con passione la letteratura italiana proprio perchè si privilegiava insegnare la parafrasi delle poesie anzichè l’espressione delle emozioni che queste suscitavano.
    Personalmente non ho mai percepito, probabilmente poichè “di parte”, un bambino timido come inferiore ad un altro, anzi: credo sia esperienza comune la conoscenza di molti timidi ricchi di contenuti e di altrettanti narcisisti intenti a nutrire il proprio ego per riempire il vuoto.
    Una ex-bambina timida (ovviamente)

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?