Genova, gente dei sixties

5
Share on Facebook145Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Amiche
Com’ è bello essere piccoli. O esserlo stati tanti anni fa. Niente malizia, solo immagini e sogni. Quasi nessun pericolo: giochi in cortile, panni stesi, il fruttivendolo dal volto rubizzo che   ti sorride chiamandoti per nome, la droghiera, quella signora un po’ impettita ma in fondo buona, che ti regala un pupazzetto della “Susanna Tutta Panna”, avanzato dagli omaggi. Ma, veramente, tutto bello non era.

Le mie compagne di giochi erano sempre le stesse.

Il quartiere di San Fruttuoso a Genova visto da via Donghi

Le “gemelline”, Gina e Giuliana: un po’ trascurate nell’aspetto,  buone compagne. Al nono compleanno diedero una festa. Una festa! Eravamo tutte bimbette, ma la loro sorella maggiore, Dina, sedicenne, portò alcune amiche, vestite all’inglese, come tante groupies dei Beatles. Così ne uscì quasi un party, con la musica “beat” e noi che ballavamo e facevamo giochi di società. Pochi mesi dopo, Dina morì.

Poi c’era Eliana. Più formata e vezzosa delle altre, si comportava da “prima donna”. Se la tirava, ma era buona. In seguito seguì una specie di  hippy, il padre la fece nera, lei resistette e sfidò le convenzioni, ma oggi è una tranquilla signora borghese.

Rosa Maria, una gran casinista, simpaticissima. Fantasticavamo di una vita insieme, fatta di amicizie, prime uscite in balera, segreti sui fidanzatini. Amavo frequentare la sua casa: sua madre, una signora  rilassata e cordiale, la simpatica sorellina, il papà, un siciliano sempre sorridente.

Ed ecco che arriva lei, Sofia. Si immise in classe in seconda elementare, proveniente dalla Puglia. Mi si attaccò come una ventosa. Era una biondina senza sugo. Ricordava il personaggio della perfida Nancy Oleson della “Casa nella Prateria”, un’odiosa bambina dispettosa, viziata e pettegola. Sofia era così, solo che il motivo era opposto a quello di Nancy: mancanza di affetto.

Il padre era un oscuro funzionarietto delle dogane, con molte pretese e poca sostanza. La madre voleva ostentare un lusso che non poteva permettersi. Così accadeva che Sofia, prima di fare i compiti, dovesse rigovernare, fare i piatti e pulire i pavimenti, a otto anni, solo perché la signora madre non ne era capace, non ne aveva voglia e non poteva pagarsi una domestica. Se la ragazzina si concedeva un attimo di sosta, il fratello più piccolo, un odioso marmocchio, si incaricava di fare la spia e per la sorella erano botte. Lei vide in me un’ancora di salvezza, per sfuggire a quella famiglia che la opprimeva.

La signora  Lermi e le altre

Parlava solo dialetto, strascicando i termini oltre ogni immaginazione; oggi ci vorrebbe uno studioso per decifrarne i discorsi. Discorsi, per modo di dire.  Lei avanzava per piccole frasi, che terminavano con una coda dialettale. Indossava o una specie di cappetta fantasia o una gonna sformata con camicione sghembo. Le gambe mostravano un po’ di gotta e varici. Se era freddo, sopra vi buttava un cappotto. I capelli erano sale e pepe, con qualche ciocca  bisunta che scappava di qua e di là o spioveva sulla fronte. Sul mento spiccava un bel neo con ciuffo di peli.

Si intratteneva con comari par suo. Queste signore, parlando, agitavano le anche, smuovendo l’aria, se robuste. Se magre, fissavano gli occhi a spillone sull’interlocutore. Se ci capitavi in mezzo, ti riempivano di complimenti roboanti “Ohhh, uhhh, ma che bel vestito, che bella figetta!” e via di questo passo. Se le incontravi dopo mezz’ora, quasi non ti salutavano.

La signora Lermi viveva sola, probabilmente vedova. I mariti di queste donne giocavano a bocce e si intrattenevano davanti ai bar. Se erano riusciti a prendere la patente guidavano le 600, le 500 ( in genovese, cinquefette), talvolta una Prinz o una Dauphine (quella vettura francese che a 80 all’ora s’impennava e dovevi ancorarla con un sacchetto di sabbia legato al paraurti). Questo universo femminile cucinava il minestrone alla genovese, con dentro il pesto e la sera magari il latte. I parsimoniosi mariti reggevano, stretti, i cordoni della borsa.

Le mogli, le incontravi al mercato o nei crocchi per strada. Si rivolgevano a noi dicendo: “Dove andate in vacanza, in bassitalia?” Loro generalmente villeggiavano in qualche posto nei paraggi, dove possedevano una cascina o erano andati in viaggio di nozze, con nomi del tipo Panigasse, Cabanne, Langasco (immaginateli pronunciati alla genovese). Per il mare, la destinazione era in genere la spiaggia di Sturla, affollata all’inverosimile. Portavano talvolta una collanina al collo, con un pendaglio contenente la foto dei genitori.

Un buon numero erano singles. Spesso, da queste parti, non ci sposava. Per diversi motivi. Non finire tra le grinfie di un marito ubriacone. Non dividere troppo l’eredità. Per inibizioni o chissà che altro. Le poverine avevano buttato il sangue a far le serve, prima nelle famiglie, poi da qualche sorella sposata e dai nipoti che contavano sull’eredità, magari misera, ma meglio di niente. Le più fortunate erano impiegate o maestre con quel tanto di pretese: vacanza in montagna, tailleurino elegante, profumo di marca, la domenica al cinema con le amiche. Le rare professioniste guidavano una macchinetta, derise più che rispettate. La pediatra, giovane e insoddisfatta, si suicidò. Guai se nel gruppo o  nel quartiere c’era una separata. Giravano sguardi di commiserazione scandalizzata.

Un po’ per colpa della commedia all’italiana, un po’ per pregiudizi duri a morire, si guardava con divertita curiosità alle giovani signore emiliane. In genere erano di forme generose, sorridevano apertamente mostrando una corona di dentoni bianchissimi e parlavano volentieri. Risultato: sgomitate tra uomini di tutte le provenienze. Donatella gestiva la latteria del quartiere, insieme al marito. Erano di Modena o dintorni e non avevano figli. Non era infrequente vederla mentre elargiva pacche sulle spalle ai clienti maschi. Aveva qualcosa della Gradisca felliniana. Una brava persona, cordiale e sempre allegra. Il quartiere parlava, ovvio. E la curiosità si estendeva a macchia d’olio a tutti i parenti, fino a far scomparire lei e invischiare la vita di tutti gli altri.

Addolorata era bruna e fiera. Calabrese, si portava in giro i capelli nerissimi raccolti in una grossa crocchia in cima alla nuca, il sederone avvolto in vestiti colorati,  acchiani e stretti in vita da una cintura e gli occhioni di brace, con cui un po’ guardava e un po’ no: sembrava indecisa se essere ritrosa e timida, o sfacciata e seduttiva. Una “dark lady” casereccia, sposata con un paesano, tre figlie. I piccoli ragionieri la guardavano sottecchi. Le mogli dei ragionieri sussurravano le solite piacevolezze sui terroni: hanno il collo sporco, puzzano di formaggio o di salame. Lo sai, l’Addolorata se la fa con il cognato, il fratello del marito, il Calogero. Guarda l’ultima bambina, è uguale al Calogero. La moglie di Calogero ha fatto una scenata, ma si deve rassegnare.

Nunzia era napoletana e lasciava una scia di profumo persistente. Arrivò nel quartiere come un ciclone. Circa quarantenne, capelli dai colori improbabili, occhiali con montatura in tartaruga e spesse lenti da miope, si vestiva con pacchiana eleganza: pellicce di astrakan, calze traforate,  scarpe di vernice nera con fiocchetti e tacchetti a spillo. In casa indossava clamorose vestaglie a fiori e si vantava di far brillare i pavimenti. Era veggente e cartomante. Leggeva mani, faceva o toglieva fatture, prometteva incantesini d’amore. All’inizio riscosse un gran successo e c’era la fila alla sua porta. Poi qualcuno iniziò a rumoreggiare. Si lamentavano per l’andirivieni e ne invidiavano i guadagni. Iniziarono i dissapori e lei dovette moderarsi, ma non smise mai. Ironia della sorte, si lagnò sempre dell’invadenza dei vicini genovesi: e che diamine, statevene un po’ a casa vostra.

Maria Grazia, spezzina,  era segaligna, con un viso volpino, un neo vicino alle labbra, i capelli grigio topo resi inamidati dalla lacca; guardava la gente senza gentilezza. Ti faceva i raggi X, ma appena appena, poi distoglieva lo sguardo schifato. Ce l’aveva con i bambini che giocavano nel cortile. Si avvicinava e pigolava, con la voce tesa e stridula, lo sguardo altezzoso “Ehi, bambina, non stare seduta davanti al portone”. “Bambino, te l’ha detto la mamma che non si fa la pipì in strada? Tornate in Sicilia!” Ce l’aveva con tutti, tranne con quelli che usavano le cerbottane, gli unici che avrebbero meritato un rimprovero, perché mettevano a rischio le cornee dei passanti. Ma, di loro, aveva paura.

Per anni non riuscii a capire cosa diavolo facesse Mafalda. Ero troppo piccola perché potessero spiegarmi qualcosa. Mafalda era grassissima, obesa. Stava tutto il tempo seduta al bar/latteria frequentato da giovanottelli in Lambretta e pensionati del porto non troppo anziani, oltre a qualche travet che riusciva a sfuggire alla vigilanza coniugale. La sedia che la reggeva era in pericolo, ma non si ruppe mai. La signora si detergeva spesso il viso imperlato di sudore e parlava in un buon italiano, quasi ricercato, in un’Italia ancora ostaggio dei dialetti. Era gentile e sorridente, guardava le bambine come valutandone i possibili numeri per la futura profesione: io non le interessai particolarmente. Soprattutto, si intratteneva con giovani signore, le più carine. Misi insieme i frammenti, ma ancora non osavo fare domande e mi mancava sempre qualche pezzo. Il quadro si completò qualche tempo dopo. Mafalda aveva lavorato in un bordello, prima come dipendente, poi come maitresse. Pare che fosse un posto quotato. Nel 1958 la legge Merlin aveva abolito “le case chiuse”, ma lei non si era arresa. Adescava le possibili prede nel “baretto”, scegliendole tra le ragazze più belle, disinvolte e infelicemente coniugate, che, tra un caffé e l’acquisto di una bottiglia di latte, si lamentavano delle cambiali e parlavano di un visone tanto bello che avevano visto in un negozio del centro. I mariti talvolta erano d’accordo o fingevano di arrabbiarsi.

Eva era collega di Mafalda, ma veniva dall’Ungheria. Dopo un giovanile matrimonio fallito, con un italiano, si era buttata nel “mestiere”. Gli anni erano passati e lei si era ritrovata anziana e sola. Eva era alta e secca. Fumava sigarette con il bocchino e stava sempre alla finestra o sul balcone con le sue vestaglie di seta, i capelli rossicci arricciati da una permanente che portava il marchio di uno sfigatissimo parrucchiere di periferia. Quando incontrava dei bimbi, accarezzava loro il capo e ripeteva, come imbambolata: “bella bambina, bello bambino”. Un giorno arrivarono i pompieri e montarono sul balcone, che per fortuna era al primo piano. Eva era morta, sola. Qualcuno non la vedeva più alla finestra da giorni. Quelle signore avevano classe.

Guido era poco più grande di me. Un bambino appena pingue, con dei grandi occhi.  Un giorno mi capitò di sentire i miei parlottare. Percepii qualche mozzicone di frasi, come “…l’hanno visto…”  “era con…”. Mi fermai lì. Gli piacevano i ragazzi da sempre, ma aveva cercato di “integrarsi”. Girava con le fotografie di Patty Pravo, il suo idolo, diceva (non sapevamo ancora che fosse un’icona gay). Si fece una ragazza, ma durò poco. Infine si trasferì a Londra e smise di inscenare la commedia.  Finalmente poteva vivere come aveva sempre desiderato.

Le spie

Di fronte, avevamo un palazzo simile al nostro, a tutti quelli che ci circondavano, frutto di uno sfruttamento edilizio imbarazzante. Dai balconi si curiosava allegramente, dopo un salutino e qualche convenevole. Stavo sempre all’erta, nella bella stagione: un po’ giocavo, un po’ osservavo. La mia curiosità, però, era attratta soprattutto da un poggiolo poco più in alto, a sinistra. Fradice serrande a mezza altezza, ferme in quella posizione. Si intravedevano tende sdrucite e sporche. Non si notavano panni stesi. La situazione rimaneva invariata per mesi, poi improvvisamente qualcosa si sbloccava. Le serrande si alzavano, le finestre si aprivano e comparivano gli inquilini, un uomo e una donna: coniugi, forse. Erano tipi buoni per un film di Hitchcock: quasi anziani, un po’ ingobbiti, grigi di capelli e di abiti, l’espressione misteriosa e scostante. Lei portava i capelli raccolti malamente e un po’ unti. Erano figure sinistre. Un giorno scomparvero per sempre. E per sempre, per me, furono “le spie”.

E vennero i ’70

Fabrizio De André (Genova, 18 febbraio 1940 – Milano, 11 gennaio 1999)

Lasciammo quella casa. Ricordo bene la tenda verde, appoggiata alla ringhiera colorata in bianco sporco, sul balcone che aveva visto tante volte i miei giochi infantili. Dalla finestra del soggiorno, si scorgeva il mare, appena appena, e si sentivano le sirene delle navi. Indovinavo il porto e mi lasciavo andare alle immagini di quella vita brulicante, dove ogni tanto mi portava papà: le “mondane” bistrate, i bar dove vagolavano gli americani ubriachi, i balordi con il coltello in tasca e talvolta la pistola, i contrabbandieri napoletani. Da qualche finestra usciva spesso il suono di una radio. La mia Genova sta tutta lì: “Il nostro concerto” di Bindi, “Amore che vieni amore che vai” di Faber. Si chiusero le serrande, che filtravano la luce del sole come in certi film. Addio per sempre. Noi tutti stiamo per cambiare.
Non giocheremo più a nascondino dietro i paraurti delle auto. Il traffico non lo permetterà. Sono già finita una volta sotto una moto, meglio non rischiare. Il parrucchiere di periferia, che faceva alle signore delle acconciature alte un metro, tipo Mina a Studio Uno, con la birra come fissatore, ci guarda con invidia. Donatella sembrava così amica di mia madre, ma non la vedrò più:peccato, sarebbe stata un’ottima vice zia. Le amiche, tutte perse per strada. Il ferroviere, un po’ Germi, che beve e bistratta la moglie, dicono che si stia ravvedendo. Il bar malfamato continuerà ad essere tale, anzi peggiorerà, perché nel frattempo è arrivata la droga pesante.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook145Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Tag

Chi lo ha scritto

Carmen NY

Carmen è autrice di romanzi, saggi e manuali ad uso professionale. Genovese d'anagrafe , ama le culture diverse, il che per lei ha sempre significato anche quella del vicino di casa. In epoca di globalizzazione, la distanza tra individui di fatto è divenuta infinita anche tra condomini: la condivisione e la conoscenza restano  valori fondanti per non inabissarsi nella disumanità.

5 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Cristina

    Molto bello, un’epoca e una Genova che non c’è più…I sono nata negli anni 70 e spesso mi ritrovo a pensare e rivedo quel tempo.

    Rispondi
  2. maria antonietta turchet

    bello ..mi piace . mentre lo stavo leggendo mi sembrava di averlo vissuto .

    Rispondi
  3. fiorella modeo

    E’ un’atmosfera familiare quella descritta che mi ha riportato in dietro agli anni della mia adolescenza e prima giovinezza. E’ bello perché vuol dire che non si è soli e, nel richiamare quel passato c’è la condivisione anche tra coloro che
    in quel passato non si sono neppure sfiorati.

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?