Fratture

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Quando sono tornato a Bologna dopo aver vissuto per sette mesi a Bogotá (Colombia), una delle cose che più mi ha colpito è stata  la quantità di persone anziane che incrociavo per strada.

Veduta aerea di Bogotá. Nella capitala colombiana vivono oltre 7 milioni di persone.

Le statistiche del resto parlano chiaro: secondo il rapporto “Il mondo in cifre” del 2012 curato da “The Economist”, la percentuale di popolazione sotto i 15 anni è il 14,2% in Italia e il 28,6% in Colombia, mentre gli italiani over 60 sono il 26.7% (più di 1 su 4) contro l’8,6% dei loro coetanei colombiani. L’Italia è inoltre il terzo paese con l’età media più alta al mondo (43,2 anni) dopo Giappone e Germania, mentre in Colombia siamo a 27,6 anni.

Sempre passeggiando sotto i portici bolognesi, qualche settimana dopo, ho assistito alla seguente scena: due ragazzi si sono accidentalmente scontrati con un anziano che ha continuato a camminare come nulla fosse accaduto. I due si sono girati verso di lui e urlandogli: “Pensionato di merda!! Chissà quanti cazzo di soldi prendi senza fare un cazzo!”

L’Italia non è solo un Paese anziano, ma è anche un Paese in cui, in quasi ogni settore della società (a cominciare dalla politica), il potere è detenuto dagli anziani, che non hanno alcuna intenzione di rinunciarvi ed anzi, legiferano e in generale si adoperano per continuare ad occupare i posti di comando nelle università, nei partiti, nelle dirigenze di enti pubblici, società sportive, ecc.. Parlando in generale, gli anziani italiani non solo hanno il potere, ma hanno anche i soldi. Provate a fare caso a quante pubblicità di prodotti non tradizionalmente per anziani hanno come oggetto persone anziane o comunque non giovani. Gli anziani dispongono di danaro e sono quindi il target pubblicitario di chi vende non solo dentiere o pillole magiche, ma anche viaggi, abbigliamento, sogni e addirittura occhiali da sole.

Eh sì, perché – sempre generalizzando – gli anziani italiani non sono solamente molti e danarosi, ma sono anche in salute. E quindi continuano a far sesso, viaggiare, separarsi, risposarsi, insomma a vivere! Non dispongo di dati, ma sono pronto a scommettere che gran parte dei depositi bancari italiani fanno capo a persone anziane. Le banche dovrebbero assumere il nuovo personale non sulla base di conoscenze economiche e finanziarie, quanto sulla ben più utile capacità di ascoltare e rassicurare gli anziani che sono i loro migliori e più assidui clienti.

Sono anche certo che  un settore come la cultura sopravvive in Italia soprattutto grazie agli anziani che vanno al cinema e a teatro, visitano musei, si abbonano alle stagioni di musica sinfonica, ecc. (salvo poi magari addormentarsi in poltrona appena l’orchestra comincia a suonare…).

Insomma la condizione degli anziani italiani è una buona notizia. C’è però un rovescio della medaglia, come dimostra l’episodio del pensionato insultato. Quando una porzione così ampia della popolazione detiene soldi e potere e, di fatto, determina un blocco e una immobilità sociale, il rischio concreto è che chi non gode di tutti questi privilegi e possibilità se li voglia prendere con la forza o comunque con inganni più o meno velati. Esistono già polizze assicurative per gli over 65 per coprirli da furti, raggiri, micro-criminalità. Spero di sbagliarmi, ma non mi stupirei se gli operatori di compagnie telefoniche, elettriche, di servizi vari fossero allenati a “convincere” persone anziane al telefono a stipulare nuovi contratti o vendergli di tutto, di fatto raggirandoli.

Ma anche un vero e proprio conflitto generazionale non è un’ipotesi così lontana dalla realtà in Italia. Seppure con mille altre sfaccettature, il fenomeno dirompente del MoVimento 5 Stelle e la sua battaglia politica hanno certamente anche le caratteristiche di uno scontro tra “anziani al potere” e giovani che cercano di conquistarlo; un assalto al Palazzo d’Inverno al cui interno schiere di arzilli anziani continuano a reggere le redini del Paese.

La questione si complica perché alla categoria più o meno privilegiata degli “anziani”  - stiamo sempre generalizzando – appartengono anche tanti “giovani”. Ossia coloro che, per osmosi, acquisiscono e godono di benefici della suddetta categoria: sono politici che fanno la trafila da anni senza pestare i piedi a nessuno, professionisti che erediteranno clienti e attività dei padri o semplici “figli” a cui i genitori hanno già garantito la sicurezza economica. Come si può pensare che questi “giovani” “uccidano i loro padri”? I padri si uccidono quando opprimono, quando calpestano, quando tiranneggiano. Non quando elargiscono soldi, privilegi e spianano la strada. Tutto ciò va determinando in Italia un’altra frattura sociale sempre più profonda che ci fa tornare alla Colombia e all’America in generale.

Un’altra differenza tra Italia e Colombia, più conosciuta e scontata (anche perché visibile negli Stati Uniti) sono i fortissimi contrasti visibili anche solo visitando velocemente una città come turisti. E’ sufficiente attraversare una strada per trovarsi in un quartiere povero o pericoloso, i trasporti pubblici sono spesso utilizzati solo dalle classi sociali meno agiate, chi può frequenta scuole private e ha un’assicurazione sanitaria, la struttura urbanistica delle città rispecchia divisioni sociali ed economiche molto nette, è poco comune passeggiare per il centro delle città per fare shopping, incontrare gli amici o recarsi al cinema, mentre si preferisce fare tutto ciò in grandi centri commerciali dove non si rischia d’incontrare povera gente, chi chiede l’elemosina, chi è “diverso”, ecc. ecc.. Anche se questo stile di vita è ancora lontano dagli standard europei, è evidente che l’Italia e l’Europa ci si stiano avviando a grandi passi: tutto quanto descritto nelle righe precedenti fa sempre più parte della nostra quotidianità.

Un esempio chiarissimo dello sfaldarsi dell’omogeneità sociale sono i treni. Fino a pochi anni fa, il treno era il luogo “democratico” per antonomasia: esistevano sì la prima classe e la seconda, il rapido e l’accelerato, ma sostanzialmente le differenze di prezzo e d’utenza erano limitate: lo scompartimento del treno era un luogo di pura uguaglianza.

Oggi le distinzioni tra tipologie di treno sono nettissime: gli interregionali sono sempre più frequentati solo dal “popolo”, un popolo che corrisponde a immigrati o chi non può permettersi un “freccia rossa” sul quale salgono invece le classi agiate, disposte a spendere più soldi per arrivare prima e per non mischiarsi con il popolo…

Lo stesso processo è lentamente in atto nelle scuole e nell’urbanistica delle nostre città. Quante volte sentiamo dire frasi come: “Non ho niente contro cinesi e albanesi, ma mio figlio preferisco mandarlo in una classe con soli italiani, altrimenti il livello è basso e mio figlio non impara” oppure: “Non ho nulla contro i pakistani, ma gli odori del loro cibo non mi piacciono e preferisco una casa in un quartiere diverso”. Stiamo andando verso scuole e quartieri per italiani, ben tenuti e curati dalle amministrazioni e altri per il popolo (leggi: stranieri e italiani meno abbienti) trascurati e degradati. E cosa dire della sanità? Esiste è vero la sanità pubblica, ma chi può, invece di aspettare otto mesi per un’ecografia, preferisce rivolgersi ad una struttura privata e assicurarsi privatamente.

La società italiana sta pericolosamente dividendosi, anche e soprattutto dopo l’arrivo di grandi masse di immigrati a cui mai siamo stati abituati. La frattura tra “vecchi” e “giovani” si sovrappone e si aggiunge a quella più prettamente sociale tra “ricchi” e “poveri”, tra chi può permettersi servizi efficienti e privati e chi deve accontentarsi di un pubblico sempre meno all’altezza. I forti contrasti che finora vedevamo solo quando si andava in vacanza in America stanno nascendo qui a casa nostra. Con pericolose differenze sia rispetto agli Stati Uniti, dove la società da anni è impostata in questa maniera e tutto sommato garantisce – seppure non a tutti – una certa mobilità sociale, almeno a livello di possibilità e a Paesi in vorticoso sviluppo come la Colombia dove la popolazione giovane (in ogni senso) è numericamente in netta maggioranza.

Rosarno (Italia), gennaio 2010

In Italia invece questa divisione sociale rischia di fossilizzarsi e accentuarsi sempre più, con il concretissimo rischio di causare scoppi di violenza, rivolte e scontri socio-etnici che mai si sono verificati nel nostro Paese e che creeranno ancor più chiusure, diffidenze e reazioni retrograde. La nostra società è vecchia, non tanto e non solo in senso anagrafico, quanto per ciò che riguarda le opportunità offerte ai giovani, intesi come forze portatrici di nuove idee, nuove istanze, nuove soluzioni, di incidere nel suo futuro. L’Italia rischia di trasformarsi in una dorata “casa di riposo” gestita e goduta da una sola parte della popolazione, mentre, al di fuori, il resto della società è costretto ad andarsene, chinare la testa o comunque doversi sudare ogni diritto.

Forse è questo il destino dell’Italia e dell’Europa e forse è necessario analizzarlo in un contesto mondiale e globale. Forse chi è giovane oggi, deve prendere in considerazione – un po’ provocatoriamente, ma non troppo – un cammino di vita che preveda di studiare negli Stati Uniti, lavorare ed arricchirsi in Asia o Sud America e godersi la meritata pensione in Europa.

 

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Che l’ Italia sia un paese impostato da vecchi, mantenuto ancora in piedi , seppur in modo piuttosto traballante, da vecchi è un fatto. È sotto gli occhi di tutti che ci sono tanti vecchi, comunque troppi in rapporto al numero dei giovani e sono vecchi che non intendono mollare la presa sulla società che vogliono gestire a modo loro, ancora, nonostante tutto. Tutti questi vecchi hanno la loro pensione, sono cullati e blanditi continuamente dai produttori di ogni genere di comfort. Certi godono di pensioni tanto alte da far supporre che loro e tutta la loro numerosa progenie, fino all’ ultimo pronipote, si nutrano di cartamoneta al mattino, a mezzogiorno, a merenda e a cena e riescano pure a digerirla alla grande ché malmessi in salute non sembrano proprio.
    Io non sono politologa, ma non mi sembrano tanto oscuri il come e i chi abbiano creato una società dove la dentiera a bottoni è la bandiera della forza di cambiare, della capacità di fare, dell’ operosità instancabile di un popolo. Sai quanta operosità, quanta onesta capacità si son viste passare negli anni gestiti dai nostri noti, anni che dovevano essere i più solidi, sereni e giusti per la patria, visto e considerato che il lavoro aveva tirato e molti onesti continuavano imperterriti a lavorare e tirar la carretta con onestà e senso civico.
    Salirono nei posti chiave personaggi fino al giorno prima ignoti e ignorati, s’ accomodarono sugli scranni come alieni portati da astronavi di nuova fattura. Promettevano mari,monti, casa, lavoro, vitto, alloggio all’ universo mondo, senza pero’ un programma chiaro e definito nelle sue specifiche, sbandierando la loro assertiva mano destra assieme alle roboanti promesse , mentre con l’ abile sinistra ( forse erano ambidestri, caratteristica alquanto comune agli svelti di mano) toglievano dal piatto tutto ciò che potevano per garantirli alle tasche dei fidi compagni di parte e merenda.
    A poco a poco il piatto restò vuoto, anzi manco il fondo si vide più.
    Fra tutte le empietà che io ho visto, a me ne basta e avanza una.Mio figlio stava male, molto male . Era stato curato precedentemente in clinica pubblica e quindi,apparentemente migliorato, lasciato alle cure private di uno specialista prossimo, considerato che la clinica ad alto (? ) contenuto scientifico era molto lontana e la frequenza doveva essere settimanale. Tra alti e bassi, ansia, lavoro duro e intenso che ci serviva per cure costanti e costose, si tiro’ avanti, con tutte le forze, per quasi tre anni.Subdola com’ è nella sua natura, la malattia si ripresentò terrificante e ingestibile. Riuscii a portarlo in clinica pubblica della mia citta’ dopo inenarrabili ricerche, peripezie, suppliche, ma sulla porta del reparto cui il pronto soccorso ci aveva prontamente indirizzati, la primaria, con altezzosa soavità e sorriso smail mi sussurrò ancorché serafica : – Eh, signora mia, noi non siamo attrezzati per tanto! Ci vuole una clinica privata.
    La mia mente allora non era in grado di interiorizzare nulla, pensavo solo, freneticamente, a dove portare quel mio figlio tanto bisognoso di mani medicali. Furono gli umiliati e addolorati infermieri del reparto di tanto fulgore biondo a mettermi fra le mani bigliettini di cliniche private dell’ Italia del nord e del centro, gli amici atterriti e scandalizzati da quello che vedevano passare sotto i loro occhi a portarci nomi di altri curanti e altre cliniche. Gli eventi di quei giorni e dei mesi a seguire si sono stampati nella mia mente come le orrende icone della Via Crucis del Cristo della mia chiesetta del paese natio che io guardavo e riguardavo da piccina sconvolta e terrorizzata. Riuscii a portare mio figlio in una clinica privata lontana e molto costosa. Il vecchio specialista che ci accolse, molto in là con gli anni e con l’ esperienza delle umane e medicali cose, mi chiese con sguardo severo come mai giungevo fino a loro, provenendo da una città che aveva uno dei più grandi ospedali del nord. Gli riferii le testuali parole gettatemi in faccia sulla porta di un ospedale pubblico. Il suo sguardo da cupo divenne duro e suoi occhi si strinsero in sottili fessure. Poi scrisse la carta di ammissione dicendo solo:
    - Comodo! Star seduti su pubblico scranno e non chiedere ciò che serve per esercitare al meglio che si può una malattia vecchia come il mondo. Noi qui siamo privati e non siamo obbligati ad essere attrezzati per ciò che abbiamo di fronte, ma qualcosa sappiamo fare, ché ci siam dati da fare, perciò vada in reparto con suo figlio.
    Di tanti eventi, operati, strazi, angosce, corse, lacrime e speranze di quei mesi infami, questi due discorsi son rimasti ben presenti nella mia mente. A destini compiuti pian piano essi trovarono la loro giusta prospettiva nella mia mente, così come invece erano stati chiari da subito nella loro portata e gravità nella mente di chi non era madre e, pertanto, lucido e attento ai significati delle parole e non solo all’ obiettivo salvifico delle azioni.
    E fu nella lontananza da quegli eventi tanto terribili e incredibili che mi sovvennero le peripezie di un gruppetto di giovani maestre che solo pochi anni prima di quegli eventi mostruosi, combatterono di penna e di lingua con superiori, politici & c.per ottenere lavagne, gessi, carta, riscaldamento, soffitti in sicurezza per i loro scolaretti che abitavano una scuolina in cui mancavano i fondamentali. Non avevamo in tasca alcuna tessera , il posto lo avevamo avuto per duro concorso di stato in cui i controllori e gli esaminatori tutto potevano essere fuorché squallidi e prezzolati corrotti e corruttori. Non avevamo neppure il carisma che poteva donarci la fatidica ” penna rossa” del buon De Amicis, ma venivamo da famiglie dedite al lavoro, avevamo respirato l’ aria di una politica che politica ancora poteva chiamarsi, avevamo giurato sulla costituzione repubblicana la fedeltà allo stato e la dedizione al compito assegnatoci. Prendemmo le nostre brave mazzate neanche tanto metaforiche, ma non chinammo la testa davanti a nessuno e a niente e, nel giro di poco, i nostri scolari ebbero una scuola calda, riparata, colma di carta, di gessi per lavagne nuove.
    Puoi pretendere che una scolaresca impari se non c’ è lavagna né gesso, puoi pretendere che apprenda se batte i denti dal freddo?
    Parimenti può una malattia specifica e molto difficile essere ospitata in una stuttura inidonea ? No, certamente, siamo tutti d’ accordo. E la soave “specialista” della clinica pubblica è stata senza dubbio corretta nel dichiararsi inidonea, precisamente ” non attrezzata “. Ma quella donna, che, all’ epoca delle mie dolorose vicende, aveva certamente molti anni di più di quelle giovani maestrine impertinenti, quella servitrice dello stato che aveva come me fatto il giuramento del pubblico ufficiale, è andata dai suoi superiori a rompere le scatole , a rompersi il c..o per ottenere ciò che serviva alla cura di TUTTI i suoi utenti? Il giuramento del pubblico ufficiale ti impone i doveri e i diritti, inesorabilmente: il dovere di ubbidire le leggi, di SERVIRE lo stato, il diritto di chiedere ciò che serve per esercitare il tuo dovere. Diritti e doveri sono speculari, si sa. Ma forse nei tempi bui delle mie tristi vicende familiari, chissà, il giuramento non lo ha fatto nessuno nemmeno nel mio ambiente di lavoro ( e questo è vero e personalmente appurato ) e forse negli ospedali pubblici erano troppo indaffarati a ripartire poltrone fra i fidati, che si son scordati di far fare pure il giuramento di Ippocrate.
    Tutto il mio sdegno, il mio dolore, il mio veleno l’ ho urlato, quando sono riuscita a ripescare la mia anima che a lungo era stata raggomitolata su sé stessa fra i suoi strazi. Ma intorno a me c’ era solo l’ incredulità e lo sdegno della brava gente, più in là il muro di gomma di chi si è rigirato fra lavoro pubblico piu’ lavoro privato, redditi corposi regolarmente dichiarati e in bella vista sui quotidiani, una pensione se non d’ oro, almeno d’ argento, il lavoro su uno, due, tre studi privati pure post pensionamento. Ributtante.
    Non è neanche più una questione sociale, a mio modesto avviso di cittadina che fa il suo dovere giorno dopo giorno in un luogo unico e che riempie il mio tempo pure di notte anche se non si tratta di salvare vite umane: è ormai una questione di civiltà, di senso del lavoro, di senso dell’ onore, di dignità.
    Cosa possono pretendere ancora i ” vecchi” che ci circondano? Il nostro rispetto forse?
    Io credo che mai nella storia dell’ umanità si sia verificata una tale usurpazione dei diritti dei giovani che, se non son figli dei nostri noti, non trovano uno straccio di lavoro decente.
    Il rispetto questi ” vecchi” lo avranno forse quando la smetteranno di mettersi il pannolone conformato ed invisibile soprattutto se si sta seduti sullo scranno, quando la faranno finita di mostrarci il loro orribile volto sempiternamente giovane perché gonfio di botulino, i loro denti da divi americani avvitati nelle vecchie ossa dai maghi della maxillofacciale, quando chiuderanno in garage il loro ridicolo SUV che pretende di arrampicarsi in cima al monte Bianco, quando si siederanno sul divano con la copertina di lana sulle ginocchia rassegnandosi a fare la parte che il mondo aveva loro assegnato fin dai tempi più remoti: il nonno o la nonna che legge coi pesanti occhiali, che tanto incuriosiscono i vispi nipotini, le vecchie e belle favole che sanno ancora incantare l’ infanzia. E quando sapranno dispensare qualche saggio consiglio in famiglia ed asciugare le lacrime dei piccoli caduti dal triciclo, delle giovinette deluse dal primo amore, delle madri e dei padri che devono penare per portare a cesa la pagnotta per tutti e tenere insieme mille incombenze.

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  2. fiorella modeo

    Sono io una di quelle persone che, pur godendo di una pensione modesta, essendo stata insegnante di scuola elementare per 45 anni,può ,oggi, essere considerata una privilegiata a giusta ragione aggiungo, visto come sono andate le cose nella nostra società contemporanea. Sicuramente però non lo abbiamo voluto questo risultato, anzi è fonte per me di grande dolore , perché, oltre ad essere una pensionata, sono anche un genitore di questi figli, quei figli che subiscono le sperequazioni, le difficoltà, in sintesi questo male di vivere imposto da un modello di società perverso e assolutamente ingiusto. Chi lo ha voluto? ho le mie idee, ma io non sono nessuno, mi aspetto che menti libere e culturalmente più attrezzate della mia si decidano ad analizzare questo inquietante fenomeno e a cercarne eventuali rimedi. Ai giovani, mi permetto di formulare l’invito a studiare per essere sempre più liberi e a combattere insieme, con ogni mezzo, per ottenere ciò che spetta loro di diritto. Noi anziani saremo, siamo al loro fianco perché rappresentano, essi,
    il senso ultimo dell’esistenza; mortificare le giovani generazioni è un delitto contro natura.

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  3. Cicci

    Ottima analisi, vorrei aggiungere una cosa però: come spiegato nell’articolo di Jumpi questa divisione prima che “geografica” e “sociale” è soprattutto “culturale” l’italiano medio tende ad identificarsi per “schieramenti”.
    La maggioranza degli anziani di questa nazione però ha lavorato, pagato le tasse e costruito il nostro futuro per 40 anni. Non è un nostro dovere mantenerli, non è un loro diritto essere mantenuti: queste persone stanno semplicemente godendo i frutti di quanto hanno fatto, i soldi delle loro pensioni (che spesso servono al welfare casalingo che ci ha permesso di soppravvivere fino ad ora alla crisi e ai governi di “democrazia creativa”) non sono nostri sono loro, gli hanno versati negli anni alle casse pensionistiche. La frase “ma noi in pensione non ci adremo mai” dovrebbe essere cambiata in “noi non abbiamo la capacità di lottare per i nostri diritti”.
    Perché il prossimo passo sarà necessariamente: “io non ho uno stipendio, tu si, devi darmi il tuo”

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