Déjà vu twitteriano

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I cinguettii di Twitter spostano l’attenzione del mondo verso una nuova primavera. La chiamano “Primavera Turca”, ma è veramente collegabile alla Primavera Araba che abbiamo visto scuotere i paesi del nord Africa negli anni 2010/11?

Piazza Tahrir a Il Cairo, centro e simbolo della “Primavera araba” in Egitto.

Prima di tutto bisogna ricordare i motivi che hanno scatenato le violente proteste nel mondo arabo. Il 17 dicembre 2010, l’ambulante Mohamed Bouzizi si diede fuoco per protestare contro il sequestro della sua merce da parte della polizia. I giovani cominciarono a twittare la loro indignazione nei confronti dei vari governi. Successivamente cominciarono le manifestazioni e le rivolte civili che invasero le piazze di tutti i paesi nord africani. Le manifestazioni erano principalmente contro le decisioni economiche prese dal governo che avrebbero ulteriormente portato alla fame la popolazione e tolto la possibilità di un futuro sereno alle generazioni future. Le rivolte popolari portarono presto i loro frutti, in alcuni casi diventando guerre civili, per fortuna di breve durata, in altri stati invece, come la Siria, vere e proprie guerre, quest’ultima sfortunatamente non ancora cessata. In tutti gli Stati dove è passata la Primavera Araba e dove ha visto il passaggio di stagione, i governi sono cambiati e così anche il futuro della popolazione, forse in meglio, forse in peggio, ma questo ce lo dirà solo il tempo.

Diversi motivi hanno dato il via a queste primavere, tuttavia il denominatore comune di tutte è la gioventù (anche la CIA è un fattore comune, ma questa è un’altra storia). I giovani nord africani si sono riversati in piazza per manifestare la loro disapprovazione contro un governo che li affamava e che toglieva loro la possibilità di avere un futuro sereno. In Turchia la situazione è assai differente. Questo paese ai confini con l’Europa, e nell’ultimo secolo fortemente attratto culturalmente da essa, sta attraversando dall’inizio del nuovo millennio un grosso boom economico: solo nell’ultimo anno il PIL turco è cresciuto del 3,2%! I giovani turchi non stanno manifestando contro un governo che non si occupa del proprio popolo.

Recep Tayyip Erdoğan (Istanbul, 26 febbraio 1954)

Dal 2003 il governo della Turchia è presieduto dal primo ministro conservatore Recep Tayyin Erdogan. E’ stata la prima volta che un partito turco si contrappone al potere militare che ha dato la laicità alla Turchia nel secolo passato (con tutti i suoi scheletri). Il partito di Erdogan è l’AKP, un partito di fede islamica. Nelle ultime elezioni il partito AKP ha ottenuto il 50% dei voti e così ha potuto e può finalmente governare senza le alleanze imposte dalla politica in casi di voto “misto”. Adesso può proporre e fare le leggi che meglio rappresentano il sentimento del AKP e della visione che quest’ultimo ha della Turchia. Uno dei passi storici di Erdogan è stato cercare di abrogare la legge che vieta ai dipendenti pubblici di andare a lavoro con indumenti che siano anche simboli religiosi (legge successivamente bocciata dalla Corte Costituzionale). Inoltre ha imposto la ricetta medica per la pillola del giorno dopo, che precedentemente non era necessaria. Questo ha provocato una forte disapprovazione nella fetta di popolazione femminile. Erdogan ha anche limitato e, in alcuni casi, vietato durante le ore notturne la vendita di alcolici nei locali a un raggio di cento metri dalle moschee e dalle scuole.

Ultimamente il governo sta cercando di proporre delle leggi che limitino alcuni comportamenti considerati immorali: come baciarsi in pubblico o, per le donne, mostrare le gambe. La popolazione turca non ha vissuto questo limite alla propria libertà e alla propria laicità con entusiasmo, ma forse la classica goccia che fa traboccare il vaso doveva ancora arrivare. La gioventù turca non ha più tergiversato quando Erdogan e il suo governo hanno deciso di abbattere il parco di Gezi, a Istanbul, per costruire un centro commerciale e una moschea. Inaccettabile scambio per il polmone verde della giovane e ancora laica Istanbul.

Manifestanti al Parco Gezi, vicino a Piazza Taksim, Istanbul (Turchia).
[foto: C. Miscione]

Questa occupazione simboleggiava il messaggio che il Gezi Park doveva rimanere della popolazione. I ragazzi e le ragazze di Istanbul allestiscono infatti corsi di yoga, concerti, pic-nic e tante altre attività culturali e di intrattenimento, oltre al fatto che si organizzano in gruppi per tenere pulito il parco dall’immondizia. Le forze dell’ordine hanno attuato fin dall’inizio una forte repressione contro i manifestanti che hanno cominciato a “occupare” il parco in segno di protesta. In risposta a questa manifestazione totalmente pacifica alcuni poliziotti in borghese hanno incendiato macchinee rilasciato interviste dove dichiaravano che erano stati i ragazzi a fare vandalismo, legittimando così lo “sgombro” anche grazie alla complicità dei programmi d’informazione nazionale.

Fortunatamente i giovani si sono organizzati diversamente e grazie a Twitter e altri social networks hanno smentito queste callunie. E’ scoppiata la protesta e hanno “twittato” tutto a tutto il mondo. Alla popolazione turca questa cosa non è andata giù e sono cominciate le proteste vere contro il governo. La gente ha cominciato a scendere per le strade in molte città, i partiti di opposizione sia di destra che di sinistra hanno manifestato contro Erdogan e i suoi, incitando la popolazione a ribellarsi contro un partito che si occupa solo di una fetta di popolazione e che sta mano a mano limitando la libertà degli altri. In due giorni di manifestazione sono stati arrestati oltre 1700 persone, anche se la maggior parte già rilasciati; si è trattato comunque di un numero assai elevato.

Il presidente Erdogan ha dichiarato pubblicamente che è stata tutta colpa di Twitter e dei social networks, che tra i manifestanti c’erano dei terroristi e che il progetto di costruzione della struttura sarà assolutamente portato a termine. Perchè tutta questa ostilità da parte del presidente? Quali interessi può avere?

Alcuni la chiamano “sharia moderata”, altri dicono che sia causata dalla nostalgia Ottomana che voleva la Turchia tra le grandi del mondo e che in seguito ha perso la sua importanza forse per la troppa laicità dell’ultimo secolo. Altri puntano l’attenzione sulla mania di cementificazione della Turchia: sembra che abbia distrutto tutto il verde sul quale le è stato possibile edificare. Ad esempio in Turkmenistan, la Turchia ha partecipato attivamente all’edificazione di strutture anche molto imponenti, uno degli ultimi esempi è la costruzione di una torre televisiva alta 211 metri nella capitale Ashgabat, costata ben 137 milioni di Euro. La ditta turca resposabile del progetto è la Polimeks (resposabile di altri progetti sparsi per la nazione). La Turchia e la Francia hanno costruito e speculato su quasi tutti i grandi progetti edilizi della nazione che faceva parte dell’ ex URSS, approfittando anche dell’infinita richezza prodotta dalle riserve di gas che possiede il Turkmenistan.

Forse il parco di Gezi è finito in mezzo a un fuoco incrociato di interessi politici e economici da parte di grosse ditte private, forse adesso i giovani turchi stanno manifestando contro poteri che vanno ben oltre la semplice politica e ancora non lo sanno, ma continuano imperterriti la loro manifestazione pacifica per la difesa del parco, difendendosi allo stesso tempo da una violenta repressione da parte delle forze dell’ordine. Un altro fatto che può sembrare irrilevante, ma che, se guardato da vicino, rivela una grande realtà di quello che sta accadendo in Turchia, è l’improvvisa alleanza tra le tifoserie calcistiche della città di Istanbul. Queste più che tifoserie sono simili a delle bande armate: sono sempre state in lotta tra loro, non le lotte che conosciamo noi in Italia, gli scontri tra tifoserie in Turchia sono vere e propire guerre tra bande che producono feriti e alcune vittime. Vedere queste persone mettere da parte un orgoglio così vivo nei loro cuori e cominciare a difendere la popolazione violentata da chi dovrebbe difenderli, fa comprendere come i cittadini siano uniti in questa manifestaione contro il governo e i suoi metodi.

In Turchia è in atto una repressione da parte dello Stato nei confronti dei suoi cittadini, questo accade non perché si voglia tenere tutte le richezze per una piccola fetta di popolazione che potremmo definire élite e lasciare la restante a morire di fame, ma perchè probabilmente quella fetta di Paese che abbraccia una visione estrema di capitalismo, che deve assolutamente fare soldi a spese di una popolazione satura di vedere cementificare ogni piccolo punto verde, non si vuole fermare. Possiamo considerare anche l’interesse religioso da parte del AKP di islamizzare la Turchia: una moschea in uno dei punti più alti di Istanbul sarebbe un bel fiore all’occhiello.

Non so cosa frulli nella testa di Erdogan e dei suoi collaboratori, ma quello che so è che tra la Primavera Araba e quella Turca c’è una sola cosa che le unisce: le unisce una gioventù che non si arrende, una gioventù che vuole che il suo futuro sia libero e senza vincoli religiosi, una gioventù che dice basta ai governi che prendono decisioni che non rispecchiano il volere dei propri cittadini. Una gioventù forte, a volte sfruttata da persone che non hanno nulla a che vedere con essa, ma che sanno che una forza come quella non si può fermare, la forza della gioventù può cambiare il corso della Storia, bisogna solo sperare che la si indirizzi verso la strada giusta. Chissà se i nostri giovani amici turchi ci stiano mandando un tweet che ce la sta indicando.

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