Mete turistiche ma non troppo: salviamo gli oranghi del Kalimantan

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La Dott.ssa Galdikas

La Dott.ssa Galdikas

Ciò che più rimane nel cuore dopo un viaggio in Kalimantan è il Tanjung Puting National Park, nella regione del Kalimantan Centrale. È una zona protetta dall’UNESCO di circa 4.000 km quadrati di foresta pluviale, paludi e mangrovie, che ospita tantissime specie animali e un efficiente campo di ricerca e di riabilitazione di oranghi -gli oranghi del Borneo e di Sumatra sono gli unici primati esistenti fuori dall’Africa. Camp Leakey esiste dal 1971 grazie alla dottoressa canadese Biruté Galdikas. Galkidas è la scienziata che ci ha fatto conoscere gli oranghi, prima di lei nessuno li aveva mai studiati.

La dottoressa Galdikas è una delle tre cosiddette Leakey’s Angels: tre donne “seguaci” del paleontologo Louis Leakey, che hanno dedicato la loro vita ai primati – Galdikas agli oranghi, Jane Goodall agli scimpanzé e Dian Fossey ai gorilla di montagna. La storia di Dian Fossey è piuttosto conosciuta, grazie al film con Sigourney Weaver “Gorilla nella nebbia” (Michael Apted, 1988): personaggio scomodo che studiava e difendeva i gorilla dal bracconaggio e da chi distruggeva la jungla, Fossey fu “misteriosamente” uccisa in Rwanda a 53 anni. L’ultima frase riportata nel suo diario ci fa capire cosa spinge le persone come le Leakey’s Angels a trovare il coraggio di dedicare la vita agli animali e alla natura: “When you realize the value of all life, you dwell less on what is past and concentrate more on the preservation of the future” (quando capisci il valore della Vita, ti concentri meno sul passato e più sulla conservazione del futuro). Jane Goodall ha dedicato 45 anni agli scimpanzé in Tanzania, mentre Biruté Galikas si è trasferita in Kalimantan a 25 anni nel 1971.

Mappa del Kalimantan

Mappa del Kalimantan

Biruté si è scontrata immediatamente con i bracconieri che rapivano i cuccioli per rivenderli come animali da compagnia, ma anche con le aziende minerarie che sacrificavano volentieri chilometri quadrati di foresta per dedicarsi all’estrazione dell’oro.  Nato come base per studiare la vita degli oranghi, Camp Leakey è poi diventato una sorta di “orfanotrofio” per cuccioli sottratti ai contrabbandieri, per adulti feriti o cacciati dalla foresta rimpiazzata da piantagioni. Si pensava di offrire rifugio temporaneo agli oranghi, e poi re-introdurli alla loro vita normale. In realtà, gli animali entrati in contatto con l’uomo, anche per periodi limitati, non riescono più a tornare completamente alla vita della jungla. Per i cuccioli cresciuti a biberon, la cosa è ancora più dura. I cuccioli abbandonati vengono cresciuti dalle loro nuove “mamme” che gli insegnano ad arrampicarsi sugli alberi, li coccolano e li nutrono – donne in “tuta da orango” in pelo sintetico, e noi che sudiamo nei nostri panni di cotone leggero.

Orango ad una feeding station

Orango ad una feeding station

La vita nel parco è quindi un “ibrido”: la maggior parte degli oranghi vive in libertà, nutrendosi di quello che trova nella jungla; la loro dieta viene però arricchita dalle banane offerte ogni giorno dai rangers all’ora della merenda (no, l’orso Yoghi non c’entra). Non aspettatevi una gita allo zoo: le “feeding stations” più belle sono nella jungla più fitta, raggiungibili con una bella camminata tra liane, serpenti ed insetti di ogni tipo che vi si appiccicano sulla faccia sudata. Qui ho imparato che gli oranghi tengono le banane in una mano, orizzontali, e le sbucciano con un rapido movimento delle labbra – non dal picciolo come noi. Mooolto più efficace!

E a parte gli oranghi? Il Kalimantan, la fetta indonesiana (cioè circa 2/3) dell’isola del Borneo, è la provincia meno visitata dell’Indonesia. Un tempo coperta da foresta fittissima, negli ultimi trent’anni è stata vittima di un aggressivo disboscamento, spesso illegale, per fare spazio ad attività rapidamente redditizie quali le piantagioni di palma da olio, con ingenti danni alla flora e alla fauna. Anche l’industria mineraria ha fatto la sua parte di disastri. Forse però gli indonesiani stanno imparando dai più furbi vicini di casa malesi che il turismo porta soldi…e poi per fortuna il territorio è naturalmente piuttosto selvaggio, quindi tra montagne, fiumi, foreste e paludi, è ancora possibile godersi la bellezza del Kalimantan. Quindi a parte gli oranghi, armandosi di pazienza e con un certo spirito di adattamento, ce n’è per tutti i gusti.

Una nuova longhouse

Una nuova longhouse

Per chi ha letto Salgari: sulle tracce dei tagliatori di teste amici di Sandokan, eccoci ad un villaggio di una tribù di Dayaki nell’East Kalimantan. Il termine “dayak” definisce genericamente le popolazioni indigene del Kalimantan, mentre queste preferiscono identificarsi con il nome specifico di ogni tribù. Comunque sia, per nostra enorme delusione, non hanno niente a che vedere con quelli dei libri di pirati: i Dayaki di oggi al massimo tirano il collo alle galline, sono delle normalissime persone indonesiane. La “civiltà moderna” ha messo fine a molte usanze tribali, l’islam e il cattolicesimo hanno rimpiazzato l’animismo e i suoi riti, e vestito corpi solitamente nudi. Ma la cosa tipica che sopravvive sono le abitazioni, le longhouse -forse anche perché ci si è resi conto che sono un’attrazione interessante per i turisti. Le longhouse sono delle abitazioni collettive costruite tipo palafitte, generalmente vicino a corsi d’acqua, che ospitano tutte le famiglie del villaggio. C’è una zona comune, e da questa si accede ad una stanza separata per ogni famiglia. Il numero di porte della longhouse corrisponde al numero di famiglie. Molto semplici, possono essere lunghe anche qualche centinaio di metri. L’unione rende la tribù più forte.

Mercato galleggiante a Banjarmasin

Mercato galleggiante a Banjarmasin

Per i patiti dello shopping, a Banjarmasin ci si alza alle 4  del mattino per andare al mercato. Anche perché alle 9 è già tutto finito! Banjarmasin è la città principale del South Kalimantan, sorge sul delta formato da due fiumi che qui si incontrano, e si sviluppa su una rete di canali navigabili pieni di case su case, e piattaforme galleggianti che fungono da “stanza da bagno”. A parte un’enorme moderna moschea di dubbio gusto architettonico, il mercato galleggiante è la ragione principale per fare tappa in quest’amena località. Il mercato è affollato e pittoresco, frutta e verdura passano velocemente di mano in mano, da una barca all’altra, insieme a cesti di vimini e snack per colazione. Ma lo spettacolo più interessante è la vita che si risveglia lungo tutto il tragitto dal centro della città a questo quartiere periferico. Il traffico di barchette è intenso, le donne in sarong leggeri e colorati iniziano le faccende domestiche, i bambini saltellano ovunque. Nota dolente, l’igiene: l’acqua dei canali su cui passavamo con la nostra lancia a motore è la stessa usata per fare il bucato, per le abluzioni, e anche per lavarsi i denti. Bleah!

Tramonto a Maratua

Tramonto a Maratua

E per chiudere in bellezza… per gli amanti del mare e dei pesci, ma un po’ allergici alla folla, l’isola di Maratua, nel Mar di Celebes, è un piccolo paradiso lungo solamente quattro chilometri, a forma di ferro di cavallo. Fa parte di un arcipelago le cui isole spesso non sono nemmeno riportate sulle cartine geografiche! In dieci giorni, per riposarci dalle tappe sopra descritte, abbiamo svolto le seguenti attività:

  • immersioni, un paio al giorno, tra tartarughe, squalo leopardo, squalo volpe, barracuda, pesci colorati
  • snorkeling con le tartarughe
  • giro in bicicletta al villaggio di pescatori
  • giro in barca all’interno della laguna, splendida
  • gita all’isoletta di Kakaban, disabitata, con un laghetto d’acqua dolce pieno di meduse non urticanti
  • gita all’isoletta di Sangalaki,  che ospita famiglie di mante con cui si nuota in pochi metri d’acqua
  • (tentativo di) partita di calcio turisti (pochi) contro isolani (troppi). Annullata perché i turisti non arrivavano a 11 (che figuraccia).

Insomma, vita dura in Kalimantan, e non solo per gli oranghi!

Oranghi ad una feeding station

Oranghi ad una feeding station

Maschio dominante

Maschio dominante

Ingresso a Camp Leakey

Ingresso a Camp Leakey

Gita in bici

Gita in bici

Isola di Maratua

Isola di Maratua

Mercato galleggiante a Banjarmasin

Mercato galleggiante a Banjarmasin

Mercato galleggiante a Banjarmasin

Mercato galleggiante a Banjarmasin

Sole e mare

Sole e mare

Squaletti

Squaletti

Tartaruga

Tartaruga

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. elisabettamanzi

    Ciao Igor,
    il viaggio risale al ben prima, estate 2005. Mi è rimasto nel cuore come uno dei viaggi più belli. Le palafitte sul mare a Maratua erano per metà in costruzione, siamo stati i primi ospiti. Il Kalimantan mi era sembrato un posto con tanto potenziale di sviluppo, ma in bilico tra l’apertura al turismo e lo sfruttamento delle risorse naturali. Speravo nella prima opzione.
    Bello il tuo viaggio, e concordo in pieno sul Sepilok Rehabilitation Center!!!

    Rispondi
  2. Igor

    Questo articolo risale al 2013 e penso che quando ci sono andato io nel 2014 le cose siano addirittura peggiorate. La cosa che mi ha colpito più negativamente è stato il fiume Mahakam: è un continuo viavai di chiatte che trascinano centinaia di tronchi e carbone. Viene spontaneo chiedersi quanto riuscirà a durare ancora questo fragile ecosistema.
    http://www.andataritorno.com/viaggi/30/borneo-kalimantan

    Rispondi

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