Mademoiselle Coco Chanel e la miserabilità del lusso

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Era il lontano 1921. Il profumiere dello Zar di Russia era costretto ad emigrare in Francia a causa della rivoluzione con suo figlio Ernest e una quasi quarantenne Gabrielle Bonheur Chanel, detta Coco per via della canzone che cantava quando poverissima si esibiva in un caffè-concerto di Moulins (Francia), che frequentava con il Granduca Dmitri Pavlovitch.

All’epoca si facevano strada i profumi sintetici e siccome una donna deve profumare di donna e non di rosa, la stilista Coco Chanel chiedeva al profumiere Ernest Beaux, amico di Pavlovitch, di “muovere un po’ di molecole” affinché potesse lanciare la sua fragranza, la quinta che le fu proposta, il suo Chanel No. 5.

A maggio 2013, il profumo compie 92 anni e non ne parlo perché è Chanel, non ne parlo perché è moda, né perché mi piacciono particolarmente i profumi, ne parlo perché Chanel No. 5 non è una fragranza così come Coco non è una stilista, ma un esempio di come, con coraggio e testardaggine, vite infelici e impersonali in potenza possano diventare leggenda nell’atto.

Coco Chanel, pseudonimo di Gabrielle Bonheur Chanel (Saumur, 19 agosto 1883 – Parigi, 10 gennaio 1971)

Gabrielle, nata il 19 agosto del 1883 in un ospizio dei poveri, è figlia di un venditore ambulante ed è la seconda di 5 figli anche se in realtà avrà un forte legame solo con la primogenita Julie. Persa la madre all’età di 11 anni (lei dichiarò di averne avuti 6), viene trasferita presso il monastero del Sacro Cuore di Aubazine con le sorelle dove apprende l’austerità e il decoro che influenzeranno tutte le sue collezioni.

Appresa l’arte del cucito nella scuola di apprendimento delle arti domestiche “Notre Dame”, inizia a lavorare come commessa in un negozio di biancheria. Un po’ per gioco, un po’ perché i soldi non sono mai troppi, avvia la carriera da cantante in un caffè-concerto di Moulins, dove impara ad usare il primo degli accessori di una donna, l’uomo, che in questo caso prende il nome di Etienne de Balsan, ereditiere e ufficiale di cavalleria.

Arrivata al castello del Balsan, a Royallieu, impara a cavalcare, capisce che una donna si trova a suo agio con pantaloni e cravattine, e sciocca la gente “chic” del luogo con i suoi cappellini di paglia ornati da semplici fiori in raso o singole piume, al punto da creare la sua prima clientela. Un giorno al castello incontra Boy Capel, o se volete l’amore della sua vita, che la porta a Parigi e le presta i soldi per aprire la storica boutique al Rue de Cambon 21.

E’ il 1914 e se l’amore non la premia (Capel sposerà un’altra donna facendo di lei solo un’amante), la fama come creatrice di moda decolla: è tutto veloce, è la Grande Guerra e la Belle Époque è finita. La distruzione non lascia spazio alle “Pompadour”, occorre semplicità, comodità, nitidezza, c’è bisogno dello stile pauvre di Coco: le donne devono assistere i feriti, devono essere agili e discrete, due colori, bianco e nero, possono vestirle, con due colori possono essere belle. E’ il 1916, Chanel è la prima ad impiegare il jersey, le ricche spagnole impazziscono per lei: il lusso è contrario di volgarità, non di povertà!
1917: 5 laboratori e 300 lavoranti. 1917. Chanel è misérbailisme de luxe.
Da qui il resto è storia conosciuta, per Chanel solo successi, per Mademoiselle una vita trasformata. Coco, come scrive Vogue nel 1926 “Ha creato la nuova uniforme della donna moderna”, dove moderna e contemporanea hanno lo stesso significato: ha inventato il capello corto, il vestitino nero, lo stile alla marinara, la storica 2.55 (la borsetta di matellassé nero con la catenina e l’interno in Bordeaux), la gonna sopra le ginocchia, il tailleur in tweed e i numeri 5, 22 e 19.

Ma soprattutto ha interpretato la garçonne, la donna elegante e libera, sensuale e coraggiosa, la Donna uguale all’Uomo: Chanel ha acceso la fiamma della rivoluzione femminile. Gabrielle è colei che si rimbocca le maniche e sa approfittare anche delle disgrazie, piange Boy in silenzio sulla strada dell’incidente, ama il suo uomo, ama il suo lavoro e forse anche la vita, ma più di tutto ama se stessa ed è proprio per questo che il suo stile resta ancora oggi.
“La natura ti dà la faccia che hai a vent’anni; è compito tuo meritarti quella che avrai a cinquant’anni.” [Coco Chanel]

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Chi lo ha scritto

Alfonso Gaizo

Presentarsi è una cosa difficile; sembrava non ci potessi riuscire e invece eccomi: piacere sono Alfonso, Alfy o Alfio, come credi. Studio Statistica, ho 21 anni e sono ancora alla scoperta di me stesso. Alcuni dicono che sono cinico, sofisticato e lunatico, altri mi reputano sognatore, buono e positivo: io penso di essere un po’ tutte queste cose, solo che devo ancora capire le percentuali di composizione. Sono convinto che sia il particolare ad essere essenziale e che questo non sia invisibile agli occhi. Mi piacciono i numeri e, se messe nell’ordine giusto, anche le parole. Conosco a memoria le puntate di Heroes e Sex and The City, leggo Interview e mi piace il chill-out. Scrivo per L’Undici perché è leggero e competente, proprio come me (o almeno proprio come vorrei essere), ma soprattutto scrivo perché il mondo sappia come lo vedo.

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Tirso Valli

    Una donna non è né troppo ricca e né troppo magra è una frase che nel tempo è stata erroneamente attribuita a Coco Chanel. Troppo evoluta, troppo arguta, per questa affermazione. Wallis Simpson, meno arguta, ma più determinata e ambiziosa, fu l’artefice! :)

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  2. marinda

    Coco ha inventato la donna contemporanea. Oltre al profumo e al tailleur, alla petite robe noir, ci ha lasciato con l’idea dell’accessorio vistoso. La camelia. I bijoux, catene, perle finti e vistosi, i bracciali con i charms, le spille. Anche chi non poteva permettersi gioielli costosi, poteva trasformare il proprio aspetto con oro e perle di bigiotteria.
    Ha trasmesso l’idea che l’uomo fosse un accessorio della donna. Non viceversa.
    Non sola, ma indipendente.
    “Una donna non è mai nè tropo ricca nè tropo magra”. Ma questa idea della ricchezza e della magrezza non so se è un buon insegnamento.

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