La scelta delle donne

2
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn16Email this to someone
Christine Lagarde

Christine Lagarde

È capitato prima o poi, a tutte noi di sentirci come loro. Quelle fantastiche donne che ogni mattina si svegliano presto, conciliano insieme bambini, lavoro, un bel tailleur, un’agenda fitta di appuntamenti e grinta da vendere. Le vedi per strada a passo veloce, in autobus, alla fermata della metro, in macchina, tutte forti, tutte organizzate, che conciliano vita professionale e personale, moltiplicando una giornata di 24 ore.

Manager, impiegate, operaie, artigiane, madri, single. Tutte di corsa, tutte combattive, straordinari esempi di conciliazione del privato e professionale.

È da qualche anno che abito all’estero. Basta uscire dall’Italia per “farsi passare il magone”, per il lavoro, per la quotidianità, per l’educazione civica. Come si dice però “tutto il mondo è paese”. Ritrovi sempre gli stessi meccanismi, soprattutto in ambito lavorativo. Il settore in cui lavoro, quello finanziario per intenderci, è testosterone puro. Le donne sono presenti, come segretarie, assistenti, o donne manager, donne estremamente determinate. È vero che siamo circondate di esempi di donne manager, ai vertici di grandi realtà, negli anni siamo potute entrare in diversi ambiti, settori in cui dove essere uomo era la regola d’oro. Se questo è assolutamente vero è altrettanto vero che una donna per poter arrivare alla stessa posizione di un uomo deve impegnarsi molto di più, sia per un concetto di fondo, sia per natura.

In questi giorni, ho chiesto alle donne della mia vita di definirsi, di condividere le loro aspirazioni e chi vorranno essere un domani. Tutte diverse, tutte con le loro fragilità, tutte alla conquista di quello che saranno. Denominatore comune delle loro risposte: la maternità.

Anne Marie Slaughter, la prima donna a dirigere la “policy planning” degli Stati Uniti, dice “Essere madri e professioniste affermate è un’impresa impossibile, almeno per ora”. Diciotto mesi dopo si è dimessa da questo incarico, continuando la sua carriera di professoressa all’Università di Princeton.

Io penso che sia ora che le donne che hanno incarichi di responsabilità lo ammettano: anche se continuano ad aprire nuove strade e sfondare il soffitto di vetro, molte di loro stanno contribuendo a rafforzare una falsità, cioè quella che “avere tutto”, è più di ogni altra cosa una questione di volontà individuale. Di solito il punto di partenza, più o meno esplicitamente dichiarato, è che avere tutto dipende in primo luogo dalla profondità e dall’intensità dell’impegno di una donna nella sua carriera. È questo il sentimento che si nasconde dietro i rimproveri di tante professioniste (come ad esempio della mia “boss”), alle nuove generazioni, cioè che non ci impegniamo abbastanza, non siamo pronte ai compromessi o sacrifici.

Ma la realtà di fondo è un’altra. Le donne che raggiungono posizioni di leadership sono pochissime. Tutte hanno in comune qualcosa, sono super donne. Una volta raggiunti i massimi livelli, una vita equilibrata rimane sempre più difficile per le donne che per gli uomini. A. una mia collega che lavora part-time per dedicarsi ai suoi figli, dice “Sai cosa aiuterebbe la grande maggioranza delle donne a conciliare lavoro e famiglia? Far coincidere l’orario scolastico con quello di lavoro.”

Ci si addentra in un ambito minato di stereotipi, ovvero la donna e la famiglia. Gli uomini sono ancora educati a credere che il loro dovere principale nei confronti della famiglia sia di provvedere ai bisogni materiali, le donne sono educate a credere che il loro prima dovere sia la cura. Guardo con ammirazione e gelosia i paesi scandinavi, dove il livello di occupazione femminile è altissimo, pionieri dei part time, asili dentro alle grandi realtà professionali, ma non solo, anche forse di una forma mentis diversa.

Le sartine di Empoli

Le sartine di Empoli

In realtà credo profondamente che sia una questione di scelta, ma nel terzo millennio penso che non esista ancora un giusto equilibrio tra la famiglia e il lavoro. La scelta quindi diventa automatica. I datori di lavoro non favoriscono i genitori, ma troppo spesso finiscono per discriminarli.

Le donne comunque hanno una loro responsabilità. Contribuiscono al “feticcio” della vita ad una sola dimensione. Lia Macko dice “Se non imparavamo a integrare la nostra vita personale, sociale e professionale, nel giro di cinque anni ci saremmo trasformate nella donna arcigna seduta all’altro lato della scrivania di mogano che mette in dubbio l’etica del lavoro dei suoi dipendenti dopo la solita giornata di 12 ore, per poi tornarsene a casa a mangiare in un appartamento vuoto”.

Donne come Christine Lagarde, Michelle Obama, sono straordinari modelli di ruolo. Vorrei un mondo in cui come dice Lisa Jackson: “Per essere una donna forte non devi rinunciare alle cose che ti definiscono in quanto donna”.

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn16Email this to someone
Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Silvia

    Mi fa molto piacere leggere articoli come questo. Sono una libera professionista ed ho vissuto sulla mia pelle cosa significa “maternità” in un Paese come l’Italia, che vanta uno dei migliori “trattamenti” e delle migliori “tutele” al mondo nei settori “maternità e gravidanza” (o per lo meno, questo è ciò che viene con tanto orgoglio presentato e diffuso!). A chi, come me, è iscritto alla gestione previdenziale separata, ad esempio, tutto ciò non può che far sorridere. In realtà, maternità e gravidanza, in Italia, vengono visti e vissuti come un costo sociale, e non certo come un’opportunità, ed i figli non sono altro che risposte ai desideri dei loro genitori che se li sono “cercati”, e giustamente li devono allevare e mantenere a loro spese fino a quando ce ne sarà bisogno (probabilmente, nelle prossime generazioni, ce ne sarà bisogno vita natural-durante del genitore, ma chissenefrega, è un problema suo!! :)). E così, i problemi sono di chi i bambini li ha ed ha deciso di averli, non certo una responsabilità sociale. Va da sé che questo ragionamento non può portare lontano… può portare al massimo avanti l’ultima generazione prima che.. si estingua! In realtà i nostri figli, i nostri bambini, non sono figli nostri, sono le voci, le speranze, le testimonianze, il futuro della nostra Terra, della nostra società, della nostra specie. Investire su di loro é prioritario rispetto addirittura all’investire su noi stessi (concetto blasfemo per le generazioni passate occidentali, che si sono abbuffate delle risorse disponibili lasciando un Mondo ridotto ad un colabrodo, indebitando il futuro dei loro figli e di tutte le nuove vite), ed è l’unico modo in cui possiamo capovolgere la prospettiva attuale, permettendoci di uscire dal binario morto sul quale stiamo correndo, per recuperare una prospettiva che sfugge al profitto del qui ed ora, allo sfruttamento di tutto ciò che ci circonda ed all’avido arraffamento in cui il furbo è sempre il vincitore, per tornare ad una dimensione di rispetto della natura, della Vita, del tempo, della Terra. Questo significa non privazione ma arricchimento, significa Cuore ed Anima, significa silenzio e ringraziamento. Sarebbe un bellissimo modo per amare davvero chi verrà dopo, per lasciare qualcosa che non sia rabbia, rifiuti o gas tossici.. anzi, pensandoci meglio, sarebbe forse un modo per cominciare ad amare soprattutto noi stessi. Forse, pensandoci bene allora, prima che ai nostri figli, lo dobbiamo a noi.

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?