La lingua e la casa

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L’intellettuale italiano è un animale prevedibile. Ama o amerebbe crogiolarsi in TV, è ipocrita, permaloso, serve il Re perché lo vede come suo committente, osserva il potere nelle sue mille sfaccettature, certo di riuscire a trovare sempre qualcosa di buono e giusto. L’intellettuale italiano cerca di scrivere del presente avendo ben inteso il suo compito: tutto, alla fine, deve avere una giustificazione, o meglio, tutto deve avere avuto una giustificazione plausibile, necessaria. E l’happy end non può essere una tra le tante opzioni ma l’Opzione. Unica, divina, ineliminabile. L’intellettuale non conosce la spiritualità delle cose e del vivere, è dannatamente materiale negli atteggiamenti mentali e fattuali, ha rispetto per il Vaticano e un po’ meno per Gesù Cristo, anche se, mai, potrebbe ammetterlo. L’intellettuale italiano ama a tal punto il politicamente corretto che, certe volte, crede di aver detto qualcosa di scorretto, a patto che ciò che ha sostenuto sia ben impiantato nel possibilmente scorretto: più di una certa dose di scorrettezza è bandita, è sufficiente leggere le prescrizioni del “saper stare al mondo”.

Il Gran Cancelliere dell’ordine e generale del corpo d’armata Jean Louis Georgelin si è opposto alla proposta di conferire la Legion d’Onore a Bob Dylan perché “ribelle e drogato”. Un atteggiamento, quello del generale, assolutamente coerente con il suo ruolo, al contrario di quello che accade, sovente in Italia, dove la commistione potere-intellettualità non permette di distinguere l’intellettuale (che dovrebbe essere naturalmente “contro”) dall’ufficialità, quasi sempre sostenuta dal medesimo.

Succede a volte che l’uomo della strada si fermi ad ascoltare le parole che provengono dall’intellettuale. Di primo acchito hanno qualcosa che stona, lontano dal buon senso, assurdamente cerebrali, poi, coadiuvato da altri intellettuali che lo circondano, viene spiegato all’uomo della strada, con amorevole ferocia, che quelle parole sono sagge e, talune volte, per di più geniali.

Forse, si chiede l’uomo della strada, sono stato io a non comprendere, sono io che ritengo strampalati concetti troppo alti e meditati che un piccolo uomo come me non può capire. Succede, dunque, che l’uomo della strada rinsavisce, si schiarisce i pensieri e accetta tutto, anche quello che riteneva così radicalmente ingiusto e sbagliato. Succede che l’uomo della strada crede di aver compreso. Tutto ciò che non gli risultava naturale, ora è stato mediato e il sentimento diventa quello di un tale che ha avuto una maturazione, un progresso deciso al suo intelletto, proprio perché ora afferra il senso delle parole dell’intellettuale.

L’intellettuale ha questo forte potere ricattatorio: se non capisci le mie parole, significa che non sei sufficientemente intelligente o che la tua cultura è rimasta ad uno stato embrionale o non all’altezza di speciose analisi della società, dell’economia, della politica. Non si arrende all’evidenza dei fatti, ma cerca di darne un’interpretazione piegata ai suoi ragionamenti. Per sembrare più intelligente e geniale, caldeggia tesi surreali o forzatamente ciniche. Se poi viene contraddetto, accusa l’interlocutore di populismo o demagogia perché le controdeduzioni sono troppo piatte e conformi alla realtà delle cose. Confonde, pertanto, la verità con la banalità, essendo, queste stesse, in taluni casi, perfettamente coincidenti. Coincidenti ma non accattivanti.

Molto meglio configgere il puntello nel muro unico, di cui la maggioranza è comproprietaria, che sfidare il senso superficiale delle cose; dimostrarsi avvezzo alle prese di posizione è spesso un valore aggiunto e non un incedere nel regno sovrano dell’ottusità. Molto meglio agire per contrasto alla minutaglia, che scandagliare una realtà che alla fine dei conti non presenta, dopo tutto, alcun tipo di eccentricità.

Se non fosse per i mezzi di comunicazione di massa, le parole insensate dei molti sedicenti intellettuali italiani rimarrebbero nel recinto della libertà di espressione. Chiunque può avvalersi di essa, nessuno può negare ad alcun intellettuale altezzoso di dire quelle parole insensate. Ma, purtroppo, entrano in gioco i processi comunicativi che tutti conoscono e che sono controllati da conglomerati di potere a cui fa comodo ascoltare le parole insensate dell’intellettuale.

È così che occupano i medium di massa: stampa, TV, in parte il Web, riviste, Università eccetera. Sia beninteso: nessuno architetta l’allaccio tra il potere e l’intellettuale. A parte i casi che sfociano nelle azioni penali della magistratura o che minacciano la sfera dell’etica o della deontologia (giornalisti o intellettuali al soldo di mafia, logge massoniche o associazioni di categoria), per la maggior parte delle volte il connubio è di naturale conformità e coincidenza. Il fiuto del potere e dell’intellettualità spinge entrambe le categorie ad andare dove meglio si trovano. Arroccati, il potente e l’intellettuale, uno per soldi e posizione sociale, l’altro precipuamente per posizione sociale e affrancamento culturale, vanno a braccetto pur non amandosi. Gli uni, gli intellettuali, servono gli altri, i potenti, senza esserne, spesso, coscienti. Incoscienti e incuranti del fatto che se non dicessero le determinate cose che dicono non potrebbero neanche dirle, o al massimo lo potrebbero fare da uno scranno poco visibile ai più.

Il potere concede visibilità all’intellettuale e in cambio richiede un atteggiamento servizievole ma naturale che, per l’intellettuale, è naturalmente servizievole. Taluni fanno risalire questo atteggiamento alle corti di tanti secoli fa, dove l’intellettuale, l’artista, l’uomo di cultura, non poteva non essere cortigiano proprio perché era il signore a dargli da lavorare e quindi da mangiare. In più, in Italia, si inserisce l’elemento di un Paese che è spesso stato servo, che ha visto nascere prima la lingua e poi la casa. E se nasce prima la lingua, significa che prima bisogna usarla e questa, si sa, viene usata per leccare.

L’intellettuale italiano è abituato a leccare perché ha nei geni la consapevolezza che il primo mezzo di sopravvivenza era rappresentato dalla lingua e non dalla casa. La casa la difendi, la vivi, è il personale rifugio dalla frenetica vita e dalle doppiezze umane, se non ce l’hai vivi ai margini o cerchi di lottare per raggiungerla. Quando la società in cui vivi non è fondata sul merito ma sulla relazione, l’unica cosa che rimane da fare per scalare la società è la lingua. Così fa l’intellettuale italiano.

Uscendo fuori dalla metafora della lingua e della casa, è bene portare qualche esempio alle tesi citate. Prendiamo un caso politico: Futuro e Libertà di Gianfranco Fini.

Quando nel 2010 l’ex presidente della Camera si ribellò ad anni di asservimento berlusconico – servire Berlusconi era un modo per acquisire posizioni di potere e sdoganare la sua forza ex fascista (leccare per avere una casa politica) – egli stesso pensò che avrebbe potuto farlo in ragione di un bacino elettorale. Ci fu un discorso solenne di fondazione del nuovo soggetto politico, ci furono molti intellettuali che si schierarono dalla sua parte, fu dato risalto, tramite i mezzi di comunicazione, alla Fondazione Farefuturo, fino ad allora sconosciuta e che prese ad occupare uno spazio non trascurabile di supposta credibilità. L’intellettuale di riferimento, in capo alla nuova forza, fu Alessandro Campi, fino ad allora ignorato dai più e balzato agli onori della cronaca per essere il propugnatore ideologico di quel partito politico.

Richiamandosi ai valori della destra moderna, ispirata ai principi dell’Europa unita, della legalità, del merito, Campi, Filippo Rossi e altri “intellettuali” vicini al nuovo partito di Fini sperarono di affrancare quel partito dal berlusconismo. Lo fecero, accettando inviti in televisione, interviste sulla stampa, usando il mezzo comunicativo. Niente di più lontano dall’essere intellettuali liberi, tuttavia assolutamente in linea con l’intellettuale italiano, o almeno il suo fenotipo: cortigiano di una corte che vuole conquistarne altre.

Sommerso dai fallimenti elettorali, ben prima che nel 2013, Fli (Futuro e Libertà) ha trascinato via con sé la centralità mediatica della Fondazione Farefuturo. Gli “intellettuali” che ne facevano parte sono stati gettati nell’oblio della più indifferente dimenticanza. E non lasceranno traccia alcuna nella storia del pensiero italiano. Una prova corposa di come l’intellettuale per essere incisivo deve rifiutare legioni d’onore o ampolle dell’ufficialità e concentrarsi su una semplice questione: la verità. E la verità di Fli non era la desta moderna, L’Europa, la legalità e il merito ma, più miseramente, Bocchino ed un partito che cercava di avere piccole quote elettorali, privo di ogni idea sia per quanto riguarda il futuro che la libertà.

L’intellettuale italiano è arrogante perché dimentica di essere lì solo perché, in molti casi, è stato spinto, raccomandato, agevolato da qualche conoscenza; eppure parla di capitalismo (l’unico mondo possibile che ha surclassato il pensiero del migliore dei mondi possibili), di liberismo, liberalismo, rispetto, libertà, uguaglianza. Non si chiede mai se la società in cui vive sia sicuramente libera perché, per lui, lo è: ciò è assodato, come fosse un dogma. Atteggiamento proprio di un religioso o di un mistico piuttosto che di uno che si serva delle scienze intellettuali per discernere la realtà.

A causa della sua tendenza verso il forte, l’unico possibile e la ragione, l’intellettuale non abbozza inutili critiche verso il medium di massa, anzi lo usa a suo esclusivo fine: incensare se stesso vuol dire incensare il potere che gli consente di incensarsi.

L’intellettuale di cui si parla, tuttavia, è genericamente inteso anche come colui che esercita una professione intellettuale: un medico, un ingegnere, un avvocato. Pur non usufruendo della TV o della stampa, mezzi assai protetti (come fanno i giornalisti o gli scrittori o i professori universitari o gli archistar o gli economicstar), il medico, l’ingegnere, l’avvocato o il giudice italiano, o altre categorie intellettuali, recano in loro lo stesso difetto dei colleghi più noti. Si associano in categorie, ordini, albi, correnti: uniti per stare dalla parte della forza, della ragione e dell’unico possibile. Affinché questi tre elementi divengano strumenti, adoperati non in virtù della dimostrazione di tesi o di riflettute analisi (la qualità), ma in ragione della quantità: se siamo tanti a dire una cosa questa diviene automaticamente vera. L’intellettuale italiano, a dir la verità, non è molto diverso da altri intellettuali occidentali, da un Bernard Henry Levy o da una Michiko Kakutami del New York Times: entrambi hanno l’autorevolezza artificiosa di donare luce ad un libro o ad un’opera artistica, ad una missione militare o ad un’azione politica. Influenzano il pensiero comune a scapito del comune buon senso, così da far risultare giusto l’assalto francese alla Libia o eccezionali le memorie di Amanda Knox. La differenza preminente è che questo afflato di asservimento al potere, negli Stati Uniti e in Francia, ha un respiro internazionale mentre, in Italia, rimane ancorato ad un provincialismo dovuto alla bassa presa che il Paese conserva nei confronti del consesso internazionale.

Il risultato è che l’intellettuale non libero italiano va in solluchero per intellettuali non liberi francesi, americani o inglesi e li ritiene mostri sacri, utili a corroborare tesi di ogni genere e tipo: “come dice Tizio”, “come dice Caio”.

Tale andamento pigro e furbo produce un circolo chiuso che fa morire lentamente il patrimonio intellettuale occidentale.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

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