Dal prediciottesimo alla condivisione spasmodica online: come ti teatralizzo l’esistenza

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Il copione è sempre identico: paesaggi bucolici in cui il pre-adulto o la pre-adulta di turno mostrano pose riflessive e profonde, poi di colpo un panorama metropolitano, la comparsa di una macchina di lusso che ispira movenze disinvolte mentre la musica in sottofondo si fa più scattante. E si arriva all’immancabile spiaggia che giustifichi il “déshabiller” e le movenze da backstage del calendario di “Max” per chiudere, di solito, con qualche abilità da mettere in mostra: chi danza, chi palleggia, chi fa semplicemente qualche flessione.

Si parla dei cosiddetti prediciottesimi, video commissionati a studi fotografici in occasione del raggiungimento della maggiore età, che vengono poi proiettati durante la festa per mostrare agli invitati come in fondo conoscano molto poco del loro amico o amica. Si va dai 600 ai 2000 euro di costo, ovviamente a carico dei genitori, spesso fieri di donare ai loro pargoli un videoclip di 20 minuti o meno in cui possano vedersi finalmente “uomini” o “donne”, se essere uomini o donne oggi significhi trovare una scusa per spogliarsi di fronte a panorami geograficamente notevoli.

La tendenza a cercare di apparire ciò che non si è nella realtà, è forse anche normale in un’età simile, ma raggiunge l’acme nei videoclip in oggetto, postati, condivisi, commentati e condotti ad un grado di celebrità che supera i trailer dei film in uscita. Siamo chiari: storicamente non si è mai smesso di sognare, di vedersi calciatori, modelli, piloti o astronauti, ma prima dell’era della condivisione, dell’approvazione virtuale e della teatralizzazione globale dell’esistenza era più facile che quelle fantasticherie – magari pure innocenti, perché no – svanissero per andare incontro a qualche ostacolo che imponesse un inevitabile disincanto. Ora sembra che tutto sia giustificato e giustificabile, lecito e pure dovuto. Perché se ai sogni in fondo non puoi far altro che contrapporre le mazzate fra capo e collo che ti dà un datore di lavoro, un nonno che ne ha viste tante o anche un amico un po’ più maturo di te, la trasformazione di quelle fantasie in qualcosa che, per quanto patetico e idealmente confuso, diventa concreto, rende tutto più difficile.

E allora calcando il tanto vituperato stereotipo del “si stava meglio quando si stava peggio” viene da chiedersi se non siano più sani i passaggi all’età adulta così come li interpretavano gli indiani d’America: una settimana in mezzo ad un bosco senza cibo né acqua e poi vediamo che idee ti fai della vita. Viene da pensare a quella vigorosa risposta del regista Ken Loach agli sfarzi americani che coronavano il compimento dei sedici anni; “Sweet Sixteen” si chiamava appunto la pellicola, e ritraeva le peripezie di un adolescente con la mamma in carcere che campava d’espedienti e microcriminalità fino ad un omicidio che cambiava tutto e che, proprio nel giorno del suo sedicesimo compleanno, lo poneva di fronte ad una maturazione che poco aveva a che fare con le camicie sbottonate, le macchine di lusso e gli occhiali da sole a specchio.

È il paradosso dei nostri tempi: non occorre più fare le cose, sbatterci la testa contro. Non si esprime più se stessi con una chiacchierata, un lavoro, la manifestazione verbale e fisica di un pensiero che ci identifichi. Basta un videoclip che ci dipinga fighi o almeno più che accettabili socialmente, tre o quattro frasi su un social network che evidenzino cosa ho fatto e perché. Ed ecco che su Facebook nasce la PFDM (performance sessuale di merda) dove si spiattella per filo e per segno (e con una grammatica abominevole) le proprie avventure sessuali che – si presuppone – debbano essere esilaranti, catastrofiche, concludersi con qualcosa di veramente singolare; ma così non è perché in realtà quello che più preme è evidenziare la propria esistenza, la propria storia, sbraitare pubblicamente: “Ehi ragazzi, faccio sesso anche io!”.

E quindi le cosiddette pagine “Spotted”, dove ci si insulta gratuitamente, si cercano timidi approcci del tipo “C’hai due bocce da paura, che ne dici se si va a prendere un caffè insieme?” o si rivendicano azioni mai compiute nella realtà ma che importa, il fatto stesso di scriverle e vedersele pubblicate sul web, gli conferisce qualcosa in più che un alone di vero, una vera e propria unicità, la creazione di un oggetto socialmente approvato che sta lì e rimane lì, posso rileggerlo e trarne godimento quanto mi pare.

Per ricadere nuovamente nella banalità citazionistica, forse qualcuno di voi ricorderà ancora il Mark Renton di Trainspotting che nel bel mezzo del caos di una discoteca londinese degli anni novanta notava come l’esibizionismo stesse cambiando il mondo: “Fra mille anni non ci saranno più né maschi né femmine ma solo segaioli” pensava il tossico irlandese. E non si può credere che sia un’esasperazione perché oggi l’importante non è più fare, ma semplicemente dire di aver fatto e premurarsi – cosa più importante – di conferirgli un’etichetta. Tutto ciò che un tempo riferivi agli amici solo se t’andava, ora lo condividi, perché un mi piace dà mille volte più soddisfazione di una risata o una pacca sulla spalla. Una sorta di masturbazione senza fine dunque, che non costituirebbe nemmeno un gran problema in sé  – la masturbazione intendo – il fatto è che ci accontentiamo di quella. Ci basta e ci avanza.

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Chi lo ha scritto

Marco Ciotola

Marco Ciotola nasce a Napoli nel 1987. Trasferitosi a Nettuno in tenera età, ritorna nel luogo natio una volta compiuti 18 anni per cercare di dare avvio ad una fruttuosa carriera nella camorra ma, pur conseguendo eccellenti risultati nelle prove scritte, stecca i test fisici e viene ritenuto non idoneo per la criminalità organizzata. Profondamente deluso torna a casa e si iscrive a Scienze della comunicazione, scelta che lo allontanerà da amici e conoscenti e lo porterà in seguito a stabilirsi a Roma, dove attualmente condivide un piccolo appartamento con 6 egiziani e 4 calabresi. Consegue la laurea specialistica nel 2013 e ad oggi collabora con alcune testate giornalistiche sopravvivendo grazie ai rimasugli di cibo lasciati quotidianamente a bordo strada nel mercato di Portonaccio. Durante il tempo libero colleziona unghie di piedi. Di estranei.

2 commentiCosa ne è stato scritto

    • Marco Ciotola

      Ciao Pasquale, hai perfettamente ragione su Renton. Era scozzese, errore mio (grave). Credo che tu abbia anche ragione sulla parziale insensatezza dell’articolo che tuttavia non avevo intenzione di porre come profonda riflessione sulla gioventù d’oggi, semplicemente mi premeva sottolineare anche un po’ ironicamente quella smania di condividere che sta togliendo una grossa fetta di senso alle cose che facciamo

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