11 film de chevet coraggiosi

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Il cinema è pieno di uomini coraggiosi, di eroi giovani e forti che ci fanno innamorare di loro ma, come dice Tom Joadd in “Furore”: “Non ci vuole coraggio a fare qualcosa che si deve fare per forza”. Abbiamo scelto personaggi non necessariamente eroici che, dato il momento e la situazione, hanno fatto scelte coraggiose. Non abbiate paura lasciatevi coinvolgere dagli imperdibili film de chevet.

mago di oz - il leone

Avere coraggio non vuol dire avere un cuor di leone

“Ti sei fatto l’errata opinione che solo perché rifuggi dai pericoli tu non hai coraggio. Tu confondi il coraggio con la saggezza. Nel paese da cui provengo ci sono degli uomini che sono chiamati eroi: una volta all’anno tolgono il loro coraggio dalla naftalina e lo portano in parata per le vie della città. E quelli non hanno più coraggio di te.”Il mago di Oz al pavido leone, “Il Mago di Oz”, Victor Fleming, 1939.

Film de chevet

Chevet in francese significa più o meno comodino. Le livre de chevet si tiene sul comodino per sfogliarlo, rileggerlo, accarezzarlo. Come i libri i film de chevet si amano, si guardano, si sfogliano, si accarezzano, si portano sempre con sé.

Se volete leggere tutte le recensioni dei film de chevet scritte dalla redazione cinema cliccate sui link qui sotto.
Dall’amore ai tradimenti, dai cartoni animati all’horror, dai viaggi alla famiglia, dai drammi storici ai porno … scopri
il ricchissimo arichivio dei film de chevet dell’Undici
11 film de chevet sulla Costituzione italiana
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11 film sulla follia (recensioni a 5 stelle)
11 film de chevet da sogno

 

il discorso del re

– Ho visto un re.
- Sa l’ha vist cus’e`?
- Ha visto un re!
- Ah, beh; si`, beh.

“Il discorso del re”  (The King’s Speech) di Tom Hooper, 2010
Con Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter

“Maestà… Vi esorto solo a non farvi governare dalla paura.”

“– Perché mai dovrei sprecare tempo ad ascoltarvi? – Perché io ho una voce!”

Come se un giorno vi svegliaste e vi dicessero: “Devi essere un altro, uno tutto diverso, uno che fa le cose che tu non hai mai voluto fare; e tutto ciò che sei tu, non funziona affatto per essere quell’altro che devi essere! dai, cambia! sbrigati!” Ci vuole un bel coraggio per cambiare. Perché per Bertie (Colin Firth) è proprio così: un bel giorno salta fuori che deve fare il re di Gran Bretagna e Commonwealth, ecc. (perché il Re Suo Fratello si è fatto venire il ghiribizzo di abdicare per una specie di fidanzata “impresentabile”), proprio lui che non ha mai voluto esserlo, non è stato educato per esserlo e muore di paura alla sola idea. In più (o forse e infatti, o forse perciò), balbetta in modo devastante. Gli serviranno l’aiuto di un originale terapeuta australiano (Geoffrey Rush) e il coraggio di stravolgersi di dolore, guardare nel proprio abisso e diventare ciò che gli impone il destino (la storia, il lignaggio, la sfiga): un re (citando Churchill) “dietro al quale schierarsi”.

Da guardare appollaiati sul trono di S. Edoardo tenendo sulle ginocchia il/la logopedista.

il buio oltre la siepe

Leggere i libri fa diventare coraggiosi

“Il buio oltre la siepe” (To Kill a Mockingbird) di Robert Mulligan, 1962
Con Gregory Peck, Mary Badham, Philip Alford, Robert Duvall

“– Ma se dicono che non dovresti difenderlo, perché lo fai? – Per molte ragioni. La principale è che se non lo facessi non potrei camminare a testa alta in questa città. Non potrei nemmeno dire a te e Jem di non fare qualcosa. Può darsi che a scuola tu senta parlare male di questa faccenda, ma voglio che tu mi prometta una cosa: che non farai più a botte, qualsiasi cosa ti diranno.”

A nove anni Jane Louise “Scout” Finch in una sola breve estate impara un sacco di cose importanti: l’affetto di chi le vuole bene anche senza mostrarsi, la fatica della verità, le sembianze della paura e della vergogna. E soprattutto il coraggio di suo padre Atticus: il coraggio silenzioso che occorre a un uomo giusto per vivere tra coloro che per debolezza, per ignoranza, per autoindulgenza, facilmente cadono nell’ingiustizia, facilmente con essa convivono e con indifferenza la insegnano e la fomentano. Un meraviglioso vecchio film su razzismo e pregiudizio, coraggio e innocenza.

Da guardare nella casa sull’albero.

un eroe borghese

” Anna carissima,
è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I., atto che ovviamente non soddisferà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perché…”

“Un eroe borghese” di Michele Placido, 1995
Con Fabrizio Bentivoglio, Michele Placido, Omero Antonutti, Laura Betti, Philippine Leroy-Beauliau, Ricky Tognazzi

“È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese.”

Storia di un onesto avvocato milanese, Giorgio Ambrosoli (Fabrizio Bentivoglio nel film), che un giorno viene nominato commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona (Omero Antonutti). Il suo onesto lavoro tocca interessi enormi: il Vaticano, la politica (Giulio Andreotti, tanto per fare un nome), la mafia, gli intrecci tra loro. Minacciato, prosegue nel suo lavoro – per spirito di servizio, per senso del dovere, per cultura, per formazione, per indole, per integrità, perché è un uomo perbene –, consapevole dei rischi che corre. La sera dell’11 luglio 1979 un sicario di Sindona lo uccide sotto casa. Storia (raccontata in modo asciutto ed essenziale) di un borghese conservatore che incarna il coraggio di una rivendicazione quasi sovversiva: vivere onestamente, secondo giustizia e senza paura (cioè nella normalità) in un paese corrotto e malato (cioè il nostro).

Da guardare accucciati in un tunnel spaziotemporale tra il 2013 e gli anni Settanta.

salvate il soldato ryan

Oltre al coraggio in guerra servono occhio, pazienza e bus de cul

“Salvate il soldato Ryan” (Saving Private Ryan) di Steven Spielberg, USA, 1998
Con Tom Hanks, Matt Damon, Edward Burns, Giovanni Ribisi, Paul Giamatti

“Quando è stata l’ultima volta che ti sei sentito tranquillo?”

I quattro fratelli Ryan servono nell’esercito USA nell’ultima parte della Seconda Guerra Mondiale. Quando tre di loro muoiono, due in Normandia, un terzo a Okinawa, lo zio Sam decide che può bastare e che farà di tutto per riportare sano e salvo il quarto fratello, alla sua mamma. Un drappello di uomini capitanato da Tom Hanks viene quindi mandato alla sua ricerca, lungo le linee in avanzamento dell’esercito USA in Francia dopo lo sbarco in Normandia, con un’unica missione: salvare il dentone Ryan (un Matt Damon quasi agli esordi). Film che rasenta le tre ore, un po’ (molto) retorico nel messaggio che Spielberg aveva già sviluppato in Schindler’s List: chi ha il coraggio di salvare un uomo, è un eroe che salva l’intera umanità. Però, al di là delle belle scene di guerra (soprattutto l’affresco monumentale dello sbarco iniziale), poco altro. A parte la solita caterva di Oscar. 

aliens sigourney weaver

Certe questioni è meglio risolverle faccia a faccia, guardandosi negli occhi

Da guardare con un nutrito gruppo di amici brindando all’amicizia virile e tirandosi petardi tra i piedi

“Aliens – Scontro finale” di James Cameron, USA, 1986
Con Sigourney Weave, Michael Biehn, Paul Reiser

“Lei forse non è al corrente dei recenti avvenimenti, ma siamo stati presi a calci nelle palle!”

57 anni dopo essere stata ripescata, unica superstite, dal primo incontro ravvicinato tra l’alieno e l’uomo, Ellen Ripley (Sigourney Weaver) si lascia convincere a tornare sul satellite LV-426 accompagnata da una squadra di marines stellari (!! 25 anni prima di Buzz Lightyear!!!) per mettere in salvo i coloni che nel frattempo la stupidità umana (impersonata da una multinazionale brutta-brutta) ha insediato sul satellite ancora popolato dall’animalaccio. Ci vuole coraggio per Ellen a tornare a vivere una esperienza simile, ma ci vuole anche tanto coraggio per un regista poi diventato (quasi) di culto a prestare il proprio nome a un simile pesce lesso. A parte alcuni episodi di umorismo involontario (dovete sapere che nel 2179 la moda maschile è esattamente come quella odierna, solo che il bavero della giacca si porta rivoltato in avanti) e personaggi che non si vede l’ora che l’alieno faccia fuori (la marine donna portoricana lesbicaccia-arrabbiata-con-due-coglioni-così, il tenentino-comandante tutta teoria e mai svezzato al fuoco nemico, che poi si trasforma in eroe), lo scontro finale con il mostro vede protagonista la stessa Ripley a bordo di un “esoscheletro-gru” da trasporto merci trovato nella stiva della nave. Alla fine, hanno mandato su i marines spaziali, ma per sconfiggere l’alieno incazzato bastava un carrello elevatore Cesab! Lasciate ogni speranza voi che avete adorato l’originale di Ridley Scott. 

Da vedere arrampicati su un carrello elevatore

new york ore tre l'ora dei vigliacchi

In carrozza!!!

“New York, Ore tre, l’ora dei vigliacchi” (The Incident) di Larry Peerce, USA, 1968.
Con Thelma Ritter, Tony Musante, Beau Bridges, Martin Sheen, Tony Musante

“Che schifo di gioventù, vi dovreste vergognare, egoisti! egoisti! non pensate che a voi stessi.
Siete tutti di una razza, non valete una cicca.”

Questo non lo ha visto nessuno, quindi mi dilungo un po’ sulla trama. In un vagone notturno della metro newyorchese su cui tornano a casa una coppia middle class insoddisfatta, una famiglia con bambino, un borghese nero che odia i bianchi più di quanto i bianchi odino lui, un omosex, un barbone (che dormirà per tutto il film) e due soldati in licenza, uno dei quali (Beau Bridges) con il braccio ingessato, salgono due teppisti (Tony Musante e Martin Sheen al primo film o giù di lì). Musante è abile a provocare, cogliere il lato debole di ciascun passeggero e scatenarne la paura e vigliaccheria. All’ennesima che fa, il soldato ingessato decide che ne ha abbastanza e pur non aiutato da nessuno (che si guardano bene anche solo dall’offrirgli solidarietà), bastona i due teppisti, rivelandone la reale vigliaccheria. Come ha detto qualcuno, la gente è quella che è, ed è una fortuna che non sia messa troppo spesso alla prova. Al termine del film – tratto da un’opera teatrale, come ben si coglie dall’ambientazione claustrofobica – non si riesce ad evitare di porsi una domanda: io in una situazione così, avrei avuto il coraggio di intervenire o mi sarei chiuso come loro nella mia vigliaccheria? La risposta è dentro ciascuno di noi (ma come dice Quelo, è SBAGLIATA).

Da vedere sul portatile seduti comodamente in un vagone della metropolitana

babe e le pecore

Li piguri, li piguri, li piguri

“Babe, maialino coraggioso” (Babe) di Chris Noonan, 1995
Con James Cromwell, Martha Szubanski

“– L’unico modo in cui potrai essere felice è accettare il mondo così com’è…
– Il mondo così com’è fa schifo!”

Ancora prima che i talent show invadessero palinsesti televisivi, classifiche musicali e giovani menti, dalle setolose spoglie di Babe si levava il richiamo a trovare il coraggio di seguire la propria vocazione nonostante disapprovazione e censure, l’ostilità del mondo e tutti quegli stronzi che non ci lasciano vivere liberamente i nostri sogni più spericolati. Sogni belli e impossibili come per un maiale da spiedo ricoprire il ruolo di un cane da pastore, cioè sorvegliare, guidare e proteggere il gregge di pecore della fattoria in cui vive. Racconto allegorico e animalista, il cui roseo protagonista ha il coraggio di sognare e di essere se stesso – scegliendo bontà, gentilezza, tolleranza e buone maniere al posto di prevaricazione e autorità: a metà tra  Flashdance e la Fattoria degli animali.

Da vedere insieme al gregge di pavidi pecoroni.

il labirinto del fauno

La mamma lo diceva di non fidarsi delle persone con le corna da caprone

“Il labirinto del fauno” (El laberinto del fauno) di Guillermo Del Toro, 2006
Con Sergi López, Ivana Baquero, Ariadna Gil, Maribel Verdú, Doug Jones

“Fate attenzione: quello che sonnecchia lì non è per niente umano.”

Tra i mostri della vita reale e quelli della fantasia, di sicuro i primi sono più orrendi e insidiosi, ma anche per rifugiarsi tra i secondi serve un gran coraggio. Specie perché vita reale e fantasia si sfiorano e confondono e il pericolo aumenta geometricamente. Ofelia, ragazzina tanto sfortunata quanto audace, non avrebbe comunque altre possibili scelte (Spagna, 1944 del franchismo vincente, una madre vittima, gravida e morente e un patrigno fascista, potente e violento): tra soccombere e rischiare, sceglie il labirinto, l’ingresso in una dimensione mitologica dove superare tre prove “alla luce della luna piena”, inseguendo salvezza e libertà. Un grande film di avventura, in cui nello scontro tra il Bene e il Male emerge l’eroina Ofelia, ribelle, coerente e fedele a se stessa, capace fino all’ultimo di scegliere secondo coscienza.

Da vedere con gli occhi in mano.

restless l'amore che resta

“Quando c’è l’amore c’è tutto”
“No, quella è la salute”

“L’amore che resta” (Restless) di Gus Van Sant, 2011
Con Henry Hopper, Mia Wasikowska, Ryo Kase, Jane Adams

“– Gli uccelli canori, perché cantano al mattino? – Cantano perché sono felici di essere vivi un altro giorno. – E io canto ogni mattina da quando ti ho conosciuto…”

Fatto sta che ci vuole un gran coraggio ad amare qualcuno sapendo che lo perderai prestissimo, fatalmente e per sempre; ci vuole un gran coraggio, specialmente se sai (e sai molto molto bene) che cosa significa perdere qualcuno per sempre perché la morte se lo porta via. (E fatto sta che, non si direbbe, ma ad amare in sé ci vuole un gran coraggio.) E fatto sta che ci vuole un gran coraggio anche ad aspettare di morire, giovanissima – nell’attesa leggendo Darwin e disegnando uccelli marini. E meno male che fatto sta che di te si innamora questo tizio (amico del fantasma di un kamikaze giapponese) che con te condivide il cinismo di chi convive col dolore e la prossimità con la morte. E fatto sta che se questa tragedia la filma delicatamente Gus Van Sant, non piangi, ma ti viene un bel magone dolceamaro e una voglia scomposta di passeggiare con qualcuno in un bosco autunnale (in abiti vintage), innamorati e mortali.

Da vedere organizzando il catering per il proprio funerale.

i cento passi

Chi ha coraggio muore una volta sola

I cento passi” di Marco Tullio Giordana, 2000
Con Luigi Lo Cascio, Luigi Maria Burruano, Lucia Sardo, Tony Sperandeo

“Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda!”

Servono cento passi esatti, soltanto cento passi, per andare da casa sua a casa di “Zu’ Tano”, cioè Gaetano Badalamenti, il potente capomafia di Cinisi: per Peppino Impastato (Luigi Lo Cascio nel film) quei cento passi sono il simbolo di tutto ciò che non basta cambiare, ma bisogna distruggere e poi ricostruire: la società, l’economia, la vita quotidiana e familiare intrise di mafia, immerse nella mafia. Non vuole campare come suo padre “il leccaculo”, vuole un’altra vita. Quindi, ancora ragazzino anni fonda il giornale L’idea socialista,  poi nel 1976 il gruppo Musica e Cultura e la libera Radio Aut; nel 1978 si candida con Democrazia Proletaria, ma lo ammazzano il 9 maggio: è lo stesso giorno in cui viene ritrovato il cadavere di Aldo Moro. Poi, più di vent’anni fino alle condanne per la sua morte, e una vicenda in cui alcuni di coraggio ne hanno mostrato tanto, altri invece hanno concorso a rendere l’Italia un paese di cui spesso non si può che vergognarsi.

Da vedere e basta.

tra le nuvole

Questa casa non è un albergo e, soprattutto, viceversa

“Tra le nuvole” (Up in the air) di Jason Reitman
Con George Clooney, Vera Farmiga, Anna Kendrick, Jason Bateman

“Sono come mia madre: mi affido agli stereotipi, si fa prima”

America oggi: crisi, precarietà nel lavoro e nei sentimenti. Qual è la cosa che fa più paura? Essere licenziati naturalmente perché non significa solo essere esclusi dal proprio lavoro, ma anche perdere la dignità davanti alla propria famiglia e sentirsi inutili, emarginati, senza futuro. E’ per questo che ogni tanto qualcuno che viene licenziato poi non trova il coraggio di andare avanti. Ed è per questo che manager e dirigenti non hanno il coraggio di dire in faccia alle persone che non servono più preferendo affidarsi ad una società di tagliatori di teste che faccia il lavoro sporco per loro.
Il “lincenziatore per conto terzi” è il mestiere che svolge George Clooney volando a licenziare persone da un capo all’altro degli Stati Uniti, rimanendo per così tanti chilometri tra le nuvole che in un anno sarebbe potuto arrivare sulla Luna. Ma se l’ottimo George Clooney si è scelto una vita senza legami e senza responsabilità, la bellissima Vera Formiga percorre la strada più vile, il promesso sposo è spaventato dalle nozze e il futuro è togliere al lavoro sporco anche la dignità di guardare in faccia alle persone, allora questo film (che tra l’altro ha uno svolgimento davvero poco coraggioso) in questa selezione non ci dovrebbe neanche stare visto che di gesti coraggiosi non ce n’è proprio traccia. Ma forse è proprio questo che vuole dirci: in questa società la possibilità di essere coraggiosi non è proprio più prevista, neanche se sei George Clooney.
Forse gli unici coraggiosi sono i veri licenziati che sfilano davanti alla telecamera raccontando la loro vera storia.

Da vedere con un pesantissimo zaino sulle spalle

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Zingales

    Alt! So per certo che Anselmo non ha mai conseguito il dottorato. Quindi adesso chiedo che si dimetta da acido (re)censore, perché uno che inventa dottorati non ha la statura morale per criticare chicchessia.
    Tra l’altro, si veste anche come un pagliaccio e con quella barba sembra uno scopino da cesso e… No scusate, nell’ultima parte mi sono confuso.
    Però insomma, SI DEVE DIMETTERE!!!!

    Rispondi
  2. Lello

    Che dire, sarò almeno alla decima visione di Babe e tutte le volte mi viene il magone alla scena finale.

    Rispondi
  3. marinda

    Non ho capito come ho potuto perdermi l’amore che resta. Devo assolutamente vederlo. Grazie

    Rispondi

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