Sogni da Americani

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“Certi uomini vedono le cose come sono e dicono: perchè? Io sogno cose mai esistite e dico: perchè no?” Così diceva George Bernard Shaw, uno dei padri fondatori della London School of Economics. Lasciamoci trasportare dalla speranza e dalla forza dei sogni: ne abbiamo tutti bisogno, nessuno escluso.

Nell’intervista a “Otto e mezzo” del 7 novembre scorso, Lilli Gruber ha chiesto a Beppe Severgnini perché secondo lui gli Americani avessero scelto di riconfermare il mandato a Barack Obama. Della sua risposta, mi ricordo queste parole: (…) ha vinto perché l’America vuole il diritto di sognare. La felicità non è promessa dalla Dichiarazione di Indipendenza, ma il diritto di cercarla sì. E Obama questo lo incarna meglio.

La forza del sogno americano resiste nel suo carattere mitologico: la promessa di una verità che si tramanda nel tempo e permane anche nei periodi più bui, il racconto di una storia di pura felicità da inseguire a qualsiasi costo. La fede nel mito, condita con il fare pionieristico, dà al sogno quel ponte che lo fa scendere dal cielo alla terra. E’ un’iniezione di positività che alimenta l’immaginario collettivo dell’Americano medio, confusa con superficialità da chi, oltreoceano, si nutre di eroi tragici e romantici.  Il suo non realizzarsi sistematico non fa che da carburante: accende le voci dei critici, ma infiamma le speranze di chi il sogno lo sta ancora inseguendo.

Sfidando il proverbio “la mela non cade lontano dall’albero”, la lista degli americani che hanno cavalcato l’onda della mobilità sociale è lunghissima.

Chi avrebbe mai scommesso che un bambino nato da una famiglia afroamericana dell’Indiana sarebbe stato incoronato Re del Pop? E che il figlio di una mamma-single cresciuto in povertà sarebbe diventato uno dei più potenti petrolieri del mondo? E, ancora, che una ragazza dal nome Stefani Joanne Angelina Germanotta, vittima di bullismo e cresciuta nel bigottismo, si sarebbe ribellata diventando cantante, fashion designer e filantropa?

Con il riferimento a casi eccezionali come quelli di Michael Jackson, John D. Rockefeller e Lady Gaga si rischia però di attrarre l’accusa di propaganda ad hoc fatta dei soliti miti … dei soliti noti. Accanto a chi mira al red carpet, c’è infatti chi aspira ad un bel “carpet” con tanto di giardino e piscina, e ce la fa aguzzando l’ingegno.

Qualche tempo fa leggevo per esempio la storia di Ana White, una giovane donna che nel bel mezzo della recente crisi economica trova una brillante soluzione per offrire a lei, al marito e ai figli una vita più che dignitosa grazie a sudore e creatività. Nel 2009 Ana era mamma casalinga residente in Alaska. Insieme alla sua famiglia viveva in una piccola casa, arredata con il minimo indispensabile. Stanca di dormire sul materasso sistemato in qualche modo sul pavimento, un bel giorno si alza e inizia a progettare la struttura del letto. Si diverte, e il progetto continua. Quindi passa al tavolo, alle scrivanie, e alle sedie. Dà  vita al suo business e riscuote un gran successo. Senso pratico e un buon self-marketing sono stati la ricetta per la rinascita di Ana.

Una goccia nell’oceano? Niente affatto. Come Ana, di persone che ce l’hanno fatta se ne incontrano tutti i giorni. In un articolo dell’Huffington Post di qualche tempo fa sono riportati i dati di un poll a proposito delle credenze sull’American Dream: più della maggioranza degli intervistati ha dichiarato di vivere ogni giorno il sogno americano a prescindere dalla condizione finanziaria.

In tempi di difficoltà economica il verbo DIYing è diventato di moda: basta aggiungere una vocale per inneggiare alla vita (Do It Yorself) e non al suo opposto. Una sfida al cambiamento e alla paura di ricominciare. Con coraggio e umiltà ci si pone una semplice domanda - why not? - e si trova la forza di rimettersi in gioco, a volte riuscendo e a volte no, ma la certezza di avercela messa tutta sarà sigillo di una dignità quantomeno cercata. E si impara. Per esempio io ho imparato che è grazie all’esercizio e alla conoscenza della libertà  che si apprende il valore della responsabilità individuale e, da qui, si impara a conoscere i propri talenti.

Anche se la grandezza del sogno è direttamente proporzionale a compromessi e rischi – there is a price for everything come direbbero qui – la storia ci insegna che questa è una terra di avventurieri, molti dei quali hanno tra l’altro il nostro sangue se non addirittura lo stesso cognome. E’ come essere su un tagadà: al traballare della giostra, alcuni rimangono in piedi, altri perdono l’equilibrio.

Oltre al sistema valoriale, senza dubbio anche i sistemi creditizi e le condizioni economiche hanno contribuito a rendere concretizzabile il sogno. Ma a leggere i fatti di cronaca, sembra che, se l’attitudine resta positiva, anche la peggiore delle crisi può trasformarsi in opportunità.  Gli Americani desiderano in modo genuino un futuro roseo per se stessi e per i propri figli e fanno di tutto per costruirselo: spirito pragmatico e una buona salute sono la chiave di volta per far dare all’utopia la possibilità di trasformarsi in realtà.

E parafrasando una frase di De Andrè non dimentichiamoci che “è dal buio più nero che nascono le gioie più belle”. Ai sogni non vanno tarpate le ali, soprattutto quando a sognare sono i più giovani.

 

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Paolo Agnoli

    Riflessioni istruttive e persuasive. Grazie Francesca. Purtroppo il sentimento antiamericano è ancora abbastanza diffuso in Italia, e come tutte le manifestazioni razziste nasce dall’ignoranza. Il tuo articolo può contribuire a contrastarlo.

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    • Francesca Hansstein

      Caro Paolo, ti ringrazio per il prezioso commento. Sono d’accordissimo con te e sono contenta di avere questo spazio per condividere riflessioni personali di esperienza diretta. Grazie!

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  2. Astrid

    decisamente interessante perché peno di speranza e umanità e fa riflettere sull’altra faccia della medaglia…!!

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