Non sogno più

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Alfio catania Fb

Opere dell’artista Alfio Catania, dal suo profilo di Facebook

Quelle che leggerete sono 11 storie vere. Anche nei dettagli di mia invenzione. 11 storie che raccontano come sia difficile trovare nel lavoro ogni giorno motivo per continuare a sognare, non solo se si hanno pochi anni e la vita davanti, ma soprattutto se di anni se hanno un po’ di più.

Mi chiamo Fabrizio ho 48 anni e faccio il direttore generale di un’azienda italiana leader di mercato nel suo settore. Sono laureato in agraria, specializzato in gestione aziendale. Unisco conoscenza e sviluppo del prodotto a capacità gestionali. Sopra di me decide solo la proprietà: il padre, che ha fondato l’azienda oltre 40 anni fa, e i suoi figli, miei coetanei.
Sognavo un progetto innovativo di sviluppo ecosostenibile, ho creato un team interaziendale con supporti internazionali e per 3 anni abbiamo lavorato, ciascuno oltre alle normali attività, per realizzazione di un impianto produttivo ad impatto ambientale zero, facendo anticipare alla mia azienda 6 milioni di Euro, coinvolgendo numerosi partner e fornitori specializzati in parti del progetto. Questo solo dopo che l’intera operazione aveva ricevuto l’approvazione da parte del Ministero, che ci aveva permesso di ottenere un finanziamento dell’Unione Europea a fondo perduto per progetti di innovazione nel settore agricolo e energetico. Per presentare il progetto, per gli aggiornamenti, per gli studi di fattibilità, per ottenere il finanziamento abbiamo prodotto tanti di quei documenti da presentare al ministero e alla commissione Europea, che per conservarli abbiamo riempito un container. I tempi di presentazione sono stati rispettati, il progetto accettato e il finanziamento anche, e doveva arrivare in 12 mesi. Il lavoro è stato iniziato comunque, i partner hanno rispettato i preventivi e i tempi, la mia azienda ha iniziato a pagare. Ora si son spesi 6 milioni di Euro, l’impianto è pronto, ma uno dei partner, quello che forniva il materiale da trasformare in “eco carburante”, nell’attesa di ricevere la parte di finanziamento che gli spettava da progetto, è fallito. Era unico in Italia. Ha chiuso perché il finanziamento approvato e firmato e controfirmato non è mai arrivato, per nessuno. L’alternativa per la mia azienda è acquistare lo stesso prodotto in Francia o in Germania. I costi lieviterebbero e l’impianto non se lo può permettere. Facendo una valutazione economica, nella prospettiva di non vedere più un soldo, la cosa più conveniente è tenerlo lì, fermo, con il suo valore di 6 milioni di euro che avrebbero prodotto beni e lavoro e innovazione e reddito, che invece si deprezza ogni giorno. Mi restano solo svariati quintali di documenti che saranno presto carta da macero e il rischio di pagare per questo errore con il licenziamento.

Mi chiamo Sonia ho 59 anni, faccio la bigliettaia in stazione. Lavoro per le Ferrovie dello Stato da 32 anni, sempre al pubblico, anche se non sempre fra il personale viaggiante.
Sognavo di andare in pensione entro la fine del 2013, compio i 60 anni in ottobre. Invece, per ora, dovrò certamente continuare a lavorare per i prossimi 6 anni. Non ho più pazienza con le persone, sono sempre arrabbiate loro e alla fine son sempre arrabbiata anche io, non ho più lo stesso grado di attenzione, sono stanca, faccio errori. E invece sarò qui a raccontare ‘sta cosa per i prossimi 6 anni, tedierò tutti i passeggeri che si lamentano dei disservizi, tanto arrivano qui già arrabbiati a prescindere. Farò procedere sempre più lentamente la fila in biglietteria. Peggio per loro.

Mi chiamo Elsa, ho appena compiuto 46 anni. Sono laureata in lingue e specializzata in marketing. Posso dire che ho sempre lavorato all’estero sin dalla giovinezza, quando facevo l’animatrice nei mini club di Villaggi Turistici in Turchia ed Egitto, sia da adulta, dopo aver passato un anno all’Università di Santa Cruz in California. Ho lavorato per multinazionali a Bruxelles, Amsterdam, Francoforte, Zurigo, Nizza, Palma di Maiorca. L’unica parentesi per un’azienda italiana, ho lavato per una Griffe mondiale sinonimo della moda, a MIlano. È stata la mia peggior esperienza, sia economicamente che professionalmente che umanamente. Son tornata in Italia per amore, da due anni.
Sognavo di trovare opportunità interessanti, anche consulenze, progetti a tempo, vanto un curriculum per il quale sono ancora ricercata dall’estero: Stati Uniti, Francia, Germania. Ci sono posizioni aperte con fior di retribuzione. Qui le persone che ti chiamano per un colloquio e una presentazione e ti dicono: “Perfetto, abbiamo un progetto per lei che inizierà il mese prossimo, mi mandi la sua proposta professionale ed economica”, poi verbalmente ti danno l’approvazione e quando il mese prossimo diventa il mese in corso, non solo ti richiamano per avvisarti che non se ne fa più niente, anche se tu hai rinunciato ad altre proposte ed hai già lavorato alacremente per presentare le tue idee e il tuo preventivo, ma non ti rispondono più al telefono e non rispondono nemmeno alle mail. Non dico aziende piccole, parlo di nomi della moda, dell’abbigliamento, delle calzature, del Made in Italy, di cui si vedono le campagne pubblicitarie sulle riviste di tutto il mondo o i cui accessori sono indossati dalle Vip sui Red Carpet. Mio marito ha 5 anni più di me e un lavoro sicuro per un istituto di ricerca statale. Così faccio la moglie italiana con partita iva, con tanto, tanto tempo libero dedicato a trovare un’occupazione che in Italia sembra quasi impossibile da trovare.

Mi chiamo Gian Luca ho 44 anni, e sono il rovescio della medaglia di Elsa. Sono ricercatore universitario e ho sposato una bellissima collega sudamericana.
Sognavo una vita di passione e soddisfazioni scientifiche. Mi sono preso un anno sabbatico, non retribuito ed ho accettato un progetto a termine presso la sua università, nella capitale del paese in cui è nata. Il progetto è terminato. Se rimango nel bellissimo paese sudamericano perderò il mio lavoro, che mi piace, che è nella mia città, in Italia e che mi manca. Se torno a casa potrei perdere lei, che per seguirmi dovrebbe lasciare il suo lavoro e la sua terra che ama. Intanto scrivo di altro, per non pensare. Perché perderò comunque. Con un unico stipendio non si campa né qui né là. Passione e soddisfazioni professionali sembrano una composizione che non possa trovare un suo punto di stabilità.

Mi chiamo Angelo, ho 42 anni e faccio la guardia carceraria. Mi sono trasferito da Roma in una piccola città, più vivibile, con la mia famiglia, una moglie che ha lasciato il lavoro che le piaceva in un’attività di cui era socia, per portare le due figlie in un posto più tranquillo, umano, salubre.
Sognavo una qualità della vita migliore, di lavorare in una situazione carceraria diversa da Rebibbia. Invece carceri sovraffollate di ladri di polli ovunque, senza soldi per gli straordinari, costretto con i colleghi a far la colletta per comprare la carta per la stampante, perché non puoi spostar foglia senza documenti firmati e timbrati in originale, ma timbro e firma vanno apposti su un foglio di carta, non a video. Se i mezzi per portare le persone ai processi, agli interrogatori, per trasferirli in altri carceri, si rompono, se si fonde una batteria, non ci sono i soldi per riparare o sostituire nulla. “Di’ al tuo datore di lavoro – Il Ministero della Giustizia – che mi paghi gli insoluti degli ultimi 2 anni e che mi paghi quello che gli serve adesso anticipatamente.” Così mi ha detto l’elettrauto, quando ci sono andato. Il mio datore di lavoro non paga nemmeno il mio straordinario, ma mi impone di farlo. E così, oggi si lavora di più, si è meno tutelati e lo stipendio sempre meno adeguato ai sacrifici richiesti.

Mi chiamo Alessandra, ho 45 anni e sono una piccola imprenditrice. Ho uno studio mio, con tre dipendenti, in regola. Ci occupiamo di comunicazione, grafica, design, web. Io faccio questo lavoro da 20 anni. Fino a 6 anni fa svolgevo la mia professione in uno studio con altri soci. Ora sono l’unica titolare e mai ho conosciuto un periodo così deprimente.
Sognavo che avendo la mia agenzia sarei stata più libera, più tranquilla, più soddisfatta. Pensavo di meritare un certo riconoscimento. Ora le capacità, l’esperienza, non valgono nulla, nessuno è disposto a pagare per quello che è il frutto del tuo lavoro: le idee. È sentire comune che non ci sia differenza fra una cosa e l’altra se l’altra è gratis. Ogni progetto viene messo in competizione al ribasso, ma non fra pari, perdere è sempre un dispiacere, ma lo è ancora di più se chi ti fa le scarpe non è un altro studio, ma il tipografo, il barista, l’amico del figlio del proprietario con l’hobby della grafica o della fotografia. Che pur di veder utilizzata la propria creatività non si preoccupa nemmeno di farsi pagare. E così ogni mese c’è meno lavoro, e ogni lavoro viene affidato solo dopo estenuanti trattative economiche e ogni mese c’è qualcuno che non paga e io, invece di dedicarmi alla ricerca di nuove idee, perdo tutto il tempo cercando di far tornare i conti.

Mi chiamo Roberto ho 43 anni, sono separato ho un figlio e faccio l’operaio specializzato, in un piccolo stabilimento che fa parte però di un grande gruppo. Nella nostra fabbrica siamo 30, ma in generale le cose non stanno andando molto bene, c’è una grossa crisi per l’intero gruppo anche se non nella mia sezione di produzione.
Sognavo una gratifica natalizia, mi serviva, volevo fare un bel regalo a mio figlio, che ha 12 anni e, fra le altre cose, non ha mai avuto una consolle per i videogiochi. Ma ci sono pochi soldi, sono state tagliate anche le tredicesime, ad ogni livello. Eppure il direttore ha detto che per noi, per il nostro stabilimento qualcosa lo avrebbe trovato visto che ci stavamo mettendo anima e cuore per raggiungere gli obiettivi. Ma dato che già l’importo era risicato ha posto la condizione di dare la gratifica solo a chi veramente la meritava. Sappiamo noi e sa anche lui, che ci sono 3 persone che meriterebbero di essere licenziate per la negligenza, sciatteria e menefreghismo con cui si comportano, altro che gratifica. E noi 27 dobbiamo fare anche il loro lavoro, oltre al nostro, quando si imboscano o perdono tempo. Interviene il rappresentante sindacale con la solita manfrina del principio o tutti o nessuno. E no, no io non ci sto. Che tutela sindacale è questa? Copriamo gli scansafatiche, gli egoisti, gli incapaci, persone che se ne fregano di noi e fanno solo i loro comodi? Il direttore ha detto che gli sembrava un’offesa al lavoro delle persone corrette e ha fatto una controproposta: “I soldi che ho lordi sono questi e diviso 27 fa un tot a testa. Chiedi a questi 27 se son disposti a fare il totale diviso 30 oppure niente a nessuno”. Ancora una volta il rappresentate ha detto che dovevamo restare uniti contro la voce del padrone e ha detto sì senza neanche chiederlo. Io avrei rinunciato anche alla mia gratifica per non darla vinta a quelli. Così, alla fine vincono sempre i furbi e i coglioni se lo prendono in quel posto. Vorrei tanto fossero licenziati, tanto a noi non cambierebbe niente. Anzi stiamo già mandando avanti tutto coprendo le loro magagne.

Mi chiamo Sajò e vengo da Parigi, ma sono nato in Senegal e ora ho la cittadinanza italiana. Sono giovane, non ho ancora 40 anni, ma non manca molto. Ho studiato musica, parlo 4 lingue, insegno percussioni, canto e racconto favole della mia terra nelle scuole. Mi sono impegnato in questa idea, così son riuscito a girare il mondo. I miei progetti sono pagati bene.
Sognavo di portare la mia cultura, l’amore per il ritmo e la musica fra le classi di una scuola elementare di Ravenna. Insegnavo a costruire strumenti di percussione con pelli di capra come si fa nella mia terra, facevo divertire i bambini che costruivano il proprio tamburo e insieme imparavano a suonare e a cantare. Fra questi 75 bambini, tutti erano entusiasti, tranne una, che a casa si è lamentata per il puzzo delle pelli di capra quando vengono bagnate per essere stese, e per i poveri animali uccisi per far divertire i bambini. La madre ha scatenato un gran polverone, scritto a giornali ed Enti per la protezione animale. Ha fatto bloccare il progetto, con rischio di perdita del mio lavoro. Gli altri bambini avrebbero perso la possibilità di 2 ore di divertimento settimanale durante l’orario scolastico. Ho dovuto produrre documenti che certificassero che le pelli non erano nocive, che erano state conciate secondo la legge, proprio qui in Italia. Documenti senza i quali il progetto non mi sarebbe stato affidato, ma che tenevo in originale a Roma, a casa di mia madre. Ho dovuto chiedere scusa per aver urtato sensibilità di una persona. Ho avuto il sostegno della direzione. Che ha saputo tutto questo dai giornali. Però il progetto riprenderà. Il sonno della ragione genera mostri. Chissà se quella bambina tornerà a cantare e suonare con me e i suoi compagni.

Mi chiamo Monica ho 48 anni, sono sposata, con due figli. Sono laureata, specializzata, ho fatto tutte le esperienze che, ancora oggi, che ha la metà dei miei anni, mette in curriculum. Erasmus, inglese negli Stati Uniti e in Inghilterra, francese a Parigi, informatica agli albori, in IBM. Ho sempre fatto piccoli lavoretti da quando avevo 14 anni. Il primo contratto in regola l’ho avuto a 30 anni. Ho lavorato in un’azienda nella moda dal 2001. Due anni fa, però, ho lasciato quel lavoro a tempo indeterminato, dove ricoprivo una buona posizione, ma che mi aveva messo al centro di ogni nodo dei problemi economico-finanziari dell’azienda. Non dormivo più, non sopportavo più nessuno. Mio marito era d’accordo che economicamente, con qualche piccolo sacrificio, ce la potevamo fare con un unico stipendio. E ho seguito il mio sogno.
Sognavo di contribuire al reddito famigliare lavorando da casa, scrivendo. Io sola, davanti al computer, senza telefono che squillasse per 8/10 ore al giorno. Sognavo di scrivere, collaborare come redattrice per siti di informazione online, di ideare testi, anche pubblicitari, pagati. Ma in due anni con qualcosa come 500 e-mail – e forse più – inviate con curriculum, testi, brani, racconti, richieste di informazioni, disponibilità a colloqui ed incontri, non solo non ho trovato nessun lavoro, nessuna collaborazione ma non ho trovato ancora nemmeno una persona che si degnasse di darmi una risposta. Provate in Italia a far giungere le vostre parole a una redazione, anche solo ad un ufficio di selezione del personale. Ora che ce n’è bisogno del mio contributo economico, come farò?
È vero che c’è crisi, ma soprattutto di umanità.

Mi chiamo Loredana, sono nata nel 1960. A 16 anni ero già mamma. La seconda figlia è arrivata 20 anni dopo. La famiglia che ho costruito con mio marito è ancora solida, anche se non è mai stato facile.
Sognavo una vita allegra, tranquilla, insieme. Siccome lavoriamo entrambi da più di 30 anni credevamo fosse a portata di mano. Invece lui, operaio specializzato, a cinque anni dalla pensione è stato messo in cassa integrazione, con poche prospettive e la ditta in cui stavo lavorando come magazziniera, ha chiuso e ora io sono nelle liste di mobilità. Sogno di raggiungere mio figlio, che per realizzare i suoi sogni di ricercatore, si è trasferito in Australia tanti anni fa, ed ora ha anche la cittadinanza. Anche mia figlia sogna l’Australia e ci andrà appena si diploma alla scuola alberghiera. Mia madre è anziana e malata, per ora non me ne andrò. Ma se penso ad un futuro qui, per me, per i miei figli, non sogno più.

Mi chiamo Marina ho 47 anni, sono sposata, son mamma, sono stressata e rattristata da questo preciso momento di crisi e di stallo.
Sognavo di raccontare storie. E allora da 3 anni sono diventata Marinda e, quei pochi momenti liberi che mi lascia la mia confusa routine quotidiana, li passo a scrivere. Assorbo storie e informazioni all’apparenza inutili o microscopiche. Le tengo dentro per un po’ poi, non posso fare a meno di raccontarle. Perché la crisi, i problemi economici la perdita di sogni e di futuro non affliggono solo chi si affaccia ora alla vita professionale. Tanti della mia generazione hanno impiegato impegno, sforzi, fatica per trovare la propria strada e ancora stanno faticando. Come possiamo essere pronti a far largo ai giovani se ancora sgomitiamo per il nostro posto, per la nostra famiglia, per la nostra personale idea di vita professionale, per portare a casa due lire?

Oggi, nella vita di tutti noi, di tutte le persone che conosco, della mia generazione c’è un episodio che racconta questa crisi e questo stallo. E merita di essere narrato. L’imprevisto, il crollo delle certezze anche più semplici, lo scontro quotidiano fra impegno e risultato, che oggi sembra sempre propendere sistematicamente verso la delusione, ci accomunano tutti.

Che ognuno di noi lavori nel privato o nel pubblico, fra i dirigenti o fra gli operai, che sia dipendente o libero professionista, sembra che non ci sia più spazio per i sogni e soprattutto sembra che l’impegno e il merito non contino più. Che i risultati siano slegati dall’immane sforzo di portare avanti la vita di tutti i giorni. Allora ho deciso di raccontare queste persone, con le loro storie di delusioni più o meno drammatiche. Tutte meritano ascolto. Tutte le esperienze negative sul lavoro devono trovare spazio. Ed essere trasfigurate in qualcosa di positivo, un racconto unico di un sentire comune. Cercare affinità e sostegno reciproco, non scissioni e antagonismo.

La scrittura è il mio luogo di sogno e di libertà. Dalle parole scritte, solo cose buone.

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Anna Maria Velli

    ho 61 anni, una laurea, due specializzazioni, un dottorato di ricerca, il lavoro che faccio mi piaceva molto, mi sentivo gratificata e lavoravo con passione, poi è cambiato il dirigente ed è cominciato il moobing, sotto gli occhi e l’indifferenza di tutti; inutile ogni tentativo di trovare un trasferimento o un comando in un altro ente: se non hai agganci niente da fare; “grazie” alla riforma Fornero per andare in pensione devo aspettare almeno 2 anni e mezzo, potrei andarci prima ma dovendo mantenere la famiglia e faremmo la fame. Sto morendo piano piano, consumata dalla depressione e dal dispiacere, non credo più in niente, né nello stato, né nell’umanità che mi circonda: mi hanno tolto la gioia di vivere, il piacere di lavorare, la fiducia nei miei simili

    Rispondi
    • Antonio

      Non le hanno tolto, però, la dignità, caratteristica sconosciuta agli indifferenti da lei menzionati, trasversali a tutti gli ambiti.
      L’impegno intellettuale che l’ha sempre contraddistinta rimane, a mio avviso, la sua parte più bella che, in ogni caso, ha già trasferito ai suoi figli i quali, molto probabilmente, avranno modo di riscontrare nella società i nei più che negativi in cui si è imbattuta, ma al contempo potranno asserire di aver vissuto, aver vissuto pienamente.

      Grazie, dott. ssa Velli, per la sua testimonianza…
      Antonio
      P.S.: “Convengo con lei su tutto, in primis sull’umanità che ci circonda, ma tuttavia le sarei grato se volesse lasciare un’eventuale idea che ci proietti verso una soluzione”

      Rispondi
  2. Antonio Capolongo

    Raccontare queste storie non può più essere utile alla mia generazione (ultraquarantenni), ma chi viene dopo di noi ha il diritto di vivere e di assaporare quello stato di grazia che avemmo in dono. Ma ora, la generazione a venire, deve sapere anche quando e come quel dono ci è stato strappato dalle mani, dalla vita e dai sogni…
    Ringrazio Marina per il suo puntuale contributo, e per averci regalato queste storie, alle quali ne aggiungo un’altra.
    Luglio 2010 – La storia del senegalese Jamir, 33 anni, raccontata da un amico
    Per molti altri lavoratori l’entrata dello Stato, nell’amministrazione dell’azienda, ha significato la fine del rapporto lavorativo. Sono quei lavoratori che sottoscrivono un “contratto” molto diffuso nelle terre partenopee, quello in nero. Per loro non c’è stato scampo, falcidiati due volte, dapprima costretti a lavorare senza un regolare contratto, quindi senza diritti e senza serenità; in un secondo momento, paradossalmente, perdendo anche quel minimo che guadagnavano col sudore della fronte.
    Fra tutti questi lavoratori sventurati, ebbi la fortuna di parlare spesso con Jamir Zeudith; ci incontravamo in mensa durante l’ora di pausa pranzo. A farci fare la reciproca conoscenza, fu la comune passione per i libri.
    Jamir, trentatré anni, è proveniente dal Senegal, vive in Italia da circa dieci anni di cui gli ultimi tre passati a lavorare come operaio nell’azienda. Si è trasferito dal suo Paese natio con una laurea in chimica, dopo la morte della madre, il padre l’aveva perso all’età di quattordici anni. Da allora si è distrutto la schiena per sostenere la madre, insieme agli otto fratelli, anch’essi partiti in cerca di fortuna, sparpagliati per mezzo mondo.
    Le parole di Jamir mi accompagneranno per sempre, così come la sua semplicità ma, su tutti, il suo senso di sopportazione sarà memento per la vita.
    Jamir, alla stregua degli altri lavoratori in nero, non ebbe la possibilità di scelta tra il rimanere e l’andar via. All’entrata dello Stato il suo rapporto di lavoro si interruppe di colpo… non ebbe neanche il tempo di salutare.
    Lo incontrai qualche giorno più tardi, era insieme ad un suo amico e connazionale al quale era capitata la stessa sorte, stavano facendo il giro per tutte le aziende della cittadella del lavoro (CIS ed Interporto) alla ricerca di un posto di lavoro. Per loro incombeva l’affitto da pagare e il cibo da comprare. Non seppi in quel frangente come andò a finire quella ricerca.
    Qualche mese più tardi, eravamo in estate inoltrata, Jamir mi telefonò, mi raccontò che aveva trovato un’occupazione, ancora a Napoli e ancora in nero.
    In bocca al lupo Jamir.

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