La cena (racconto)

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Si erano conosciuti due anni prima, nel 1949. Lui faceva ancora l’allenatore nella High School e vide quella ragazza in un campetto di playground dove Bobby l’irlandese era a caccia di talenti negri. Non potevano ancora giocare all’Università ma era, ad ogni modo, una goduria vederli giocare. Dean Janet, un amico allenatore di Bobby, gli aveva dato un ottimo consiglio: visionare il tale Wilson Greedy. Fu grazie a Wilson che Rhetta e Bobby si conobbero.Bobby notò Rhetta seduta su una panchina che incitava il fratello più piccolo a muoversi; molto inusuale per una donna così giovane animarsi tanto per uno sport considerato da tutti un’attività prettamente maschile. Lo dirigeva con consigli degni di una massima esperta e ci metteva una tale foga che sembrava un’indemoniata della tattica ben eseguita. L’irlandese non poté non essere notato poiché, in mezzo a tutti quei negri, lui era l’unico bianco. Gli spalti e la recinzione erano gremiti di gente schiamazzante e multicolore, che si esaltava per una schiacciata, un tiro impossibile, un incrocio in palleggio.

La schiacciata poi, il gesto simile alla rovesciata nel calcio, non veniva praticata molto nel 1949. L’uomo non possedeva ancora l’esatta cognizione delle qualità fisiche che Madre Natura gli aveva assegnato in un lontano non-tempo. Nel 1949, l’unico in grado di schiacciare nel campetto di playground di Frederick Douglass Boulevard era tale Jake Leboir, un negro di venti anni originario della Martinica, che faceva impazzire gli spettatori con balzi favolosi. Riusciva a staccare dalla lunetta e finire dritto al canestro, ben prima di “Doctor J” Juliius Erving o del più maestoso di tutti, “Air” Michael Jordan.

Jake Leboir costringeva i cuori delle giovani negre, che assiepavano speranzose il territorio del playground, ad impazzire di felicità. Tutti provavano a fermarlo, e ci riuscivano, ma quando staccava i piedi da terra era impossibile. Lo guardavano volare. Le urla e gli stridii delle giovani donne accompagnavano l’elevazione di Jake, e lo esaltavano; si lanciava nel vuoto verso il cerchio di ferro e sfidava le particelle. La forza di gravità, intransigente, veniva continuamente violata dai balzi feroci di quella tigre nera e caraibica. Gli avversari giocavano solo il ruolo dei poveri diavoli che, attraverso la tattica, l’arguzia e l’intelligenza del parquet, provavano a resistere ad un talento molto vicino ad un compromesso sulfureo.

Wilson, il fratello di Rhetta, era molto bravo, giocava da guardia, anche se in quei campetti infuocati, nei quali imperversavano insulti, sudore e pacche sulle spalle, i ruoli erano interscambiabili; aveva quindici anni e già una visione del gioco gelida e algebrica. Non era il classico negro tutto fisicità e muscoli, gli piaceva pensare in campo, scrutare la posizione dei compagni e degli avversari, ed era meticoloso nel calcolare l’angolo migliore di tiro, il pericolo da evitare, la fuga giusta nella quale infilarsi. Un pignolo geometra del pallone a spicchi, sì un buon atletismo, ma niente più. Gli osservatori avrebbero appuntato: giocatore di grande fosforo. Quanto intelligente sul campo tanto ingenuo nella vita, dove, a farla da padrone, era sua sorella maggiore Rhetta Greedy.

“E tu che ci fai qui?” – disse la donna a Bobby.

“Studio.” – rispose, sorpreso che una donna nera potesse rivolgergli anche un solo vocabolo.

“Ti conviene metterti vicino ad una negra vera, non so se te ne sei accorto ma qui sono tutti dei negri e, fidati, non pensare di risultare inosservato. Che cosa hai fatto in faccia? Non solo sei bianco ma sei anche smunto. Mangia un po’ di carne che ti farà bene.”

“Cosa potrebbe capitarmi?” – Bobby si difese nel sarcasmo.

“Fai come ti pare, io ti ho avvertito.” – continuò a guardare la partita – “Dai Wilson passa la palla a Jake che fa vedere a questo studioso come si schiaccia.”

Bobby si spostò vicino alla donna, gli piaceva quel suo modo spiccio di fare.

“Cosa studi?” – Rhetta era incuriosita.

“Io veramente sono venuto a veder giocare Wilson Greedy, tutti mi hanno parlato molto bene di questo ragazzo.”

“Ah bene, parli con la persona giusta.”

“Sei la ragazza?”

“Sono la sorella di Wilson, Rhetta, Rhetta Greedy.”

“Piacere.”

“E tu, oltre a fare lo studioso della palla chi sei?”

“Sono Bobby Sheridan, piacere Rhetta.”

“Il piacere è tutto mio.”

Gli incontri che seguirono furono molto proficui dal punto di vista del loro rapporto, diventarono presto amici e poi amanti, per il dispiacere di Wilson che, orgoglioso com’era, quando scoprì la relazione, mollò un pugno in faccia a Bobby. Fra le schiacciate di Leboir e le vedute spaziali di Wilson, l’amore si consolidò a colpi di conversazioni che avevano per materia, sopra ogni altra cosa, la pallacanestro. Per Wilson non ci fu nulla da fare dal momento che era difficile, negli anni cinquanta, farsi accettare da un college solo per meriti sportivi, e a prescindere dalle discriminazioni razziali dovute al colorito ebano, il ragazzo, in realtà, non era portato per lo studio, tanto che non riuscì mai a prendere il diploma delle scuole superiori. Fosse vissuto negli anni novanta avrebbe di certo potuto frequentarne qualcuno e passare nel mondo agognato dei tantissimi sensi di rivalsa negri, la NBA. Wilson fu tagliato fuori nei ’50,  ma nei ’70, negli ’80 o nei ’90 sarebbe diventato con ogni probabilità un ricco uomo di colore con le catene al collo, osannato in qualche “highlights” di gioco, e svolazzante tra appendici di folla e pallonate, sbattute al vetro di un canestro, per un alley-oop mancato di un centimetro. Optò, a malincuore, per un posto perenne nelle carceri americane, non un vero delinquente ma un frequentatore non troppo accidentale di coltelli e sale da biliardo affollate di pasticche sintetiche e tubi a canna mozza. Misteri e beffe del tempo mutevole.

La cena di patate e bistecche continuò in un clima di allegria, orchestrata dalla voce flautata di Rhetta e dai rimbrotti oscuri di Bobby. Dopo quasi due anni di conoscenza e un anno di convivenza, era la prima volta che avevano a cena un bambino di dodici anni, Dino Doran. Di solito ai loro rendez vous invitavano i pochi amici che non trovavano insopportabile che nel 1951 due esseri umani, uno bianco e l’altra nera, potessero vivere felici insieme.

Dino si sentì, dopo pochi minuti di ambientamento, in una vera casa con adulti spensierati e pronti a tutto per farlo stare bene e, sebbene mangiasse le stesse patate e le stesse bistecche che ingollava trecento giorni all’anno in casa sua, stavolta era diverso. Adesso le patate non erano più farinose e stoppacciose, le sue mani non erano tirate ai tendini per averne pelate almeno un milione e la carne, poi, aveva perso il lento e disgustoso sapore di animale, e aveva assunto il succoso senso di proteina che conquista il palato e fa saltare di gioia i nervi quando la lingua incontra un rivolo di sangue resistente alla cottura ai ferri.

“Insomma mister Doran che credi che farai nella vita?” – gli chiese Rhetta.

“Ah credo che diventerò un fallito, un bel buono a nulla in scatola come quelli che vedi per le strade di New York.”

“Non fare così Dino.” – intervenne Bobby che si sentiva in colpa per aver stroncato in un colpo le velleità di un ragazzino. Aveva deciso, il pomeriggio stesso prima di invitarlo a cena, che non sarebbe stato in grado di giocare a pallacanestro. Bobby, infatti, era alla continua ricerca di talenti giovanili, e testava almeno una decina di ragazzi al giorno che si presentavano nella sua palestra il martedì e il giovedì, i giorni adibiti ai provini. Gli aveva fatto pena quel ragazzino di dodici anni, mezzo italiano e mezzo irlandese (come lui). Gli aveva detto, dopo un’ora di provino, che non era quella la strada migliore per la sua realizzazione. Dino si era congedato trascinandosi penzoloni e, dopo due ore che se ne era andato, Bobby lo vide ancora lì, fuori dalla palestra, ad aspettare un autobus che non voleva passare. Notò qualcosa. Dino era sporco di fango e aveva la faccia sporca. Così decise di invitarlo a cena.

“No mister, non è per quello che mi hai detto, io l’accetto, anzi apprezzo la schiettezza, ma se voi veniste nel posto dove vivo sapreste che non sto scherzando. Sono tutti pronti a dirmi che devo solo rigare dritto come un mulo.”

“Senti, carino, io vengo da Hillside Avenue e lì non c’è neanche il tempo per pensare ad un futuro.” – disse Rhetta.

“Lo so, Rhetta, ma tu non sai come sono i miei.”

“E come sono? Non saranno così terribili.”

“Pieni di rabbia sono, ecco come sono, non li ho mai visti felici come voi. Ora io non so niente di come si viva in coppia, sono solo un dodicenne, però, per il demonio, non deve essere così male! Invece i miei sembra che stiano insieme a forza, non si fanno mai tenerezze, si stanno sempre a guardare in cagnesco, e il rapporto che ho con mio padre è pari allo zero.”

“Che tipo è tuo padre?”

“Mio padre è un uomo che se mi ha fatto un sorriso una volta neanche me lo ricordo. Non è un uomo cattivo, però io non ne ho molta stima.”

“Perché?” – lo interruppe accorata Rhetta – “ Tu gli devi voler bene.”

“Allora forse non hai capito.”

“Certo che ho capito. Tu lo disprezzi e questo non va bene, ragazzo.”

“Per lui non è neanche contemplato il voler bene o il voler male.”

“Cosa intendi? Che non sa voler bene o che non sa voler male? Ragazzo, tutti amiamo o odiamo. A me per esempio tu stai simpatico, a parte quando disprezzi tuo padre. Ma potevi anche starmi maledettamente antipatico.”

“No è che…è una lunga storia.”

“Siamo qui per questo.” – Rhetta si strinse sulla spalla tesa e ossuta del compagno, Bobby.

Mai nessuno gli aveva rivolto alcune determinate parole, al contrario aveva sempre dovuto subire dinieghi. Allora, Dino, strinse forte le sue mani incrociandole, aprì la bocca e sospirò guardando negli occhi i due adulti.

“Bé, io non sono molto ben disposto verso mio padre, ha sempre un odore insopportabile addosso. Puzza di qualcosa, puzza di carne, sì, puzza proprio di bovino.”

“E’ un macellaio?” – chiese Sheridan. Rhetta gli infilò, di soppiatto, due unghie nel fianco.

“No, è un rappresentante di carne in scatola, quella con l’etichetta dove c’è la mucca che sorride.”

“Non ho presente.” – dissero contemporaneamente i due padroni di casa.

“Ma sì, andiamo. C’è una mucca che fa un gran sorriso e intanto si suona la coda da sola, come una specie di mandolino.”

“Ah si, Milkbeaf, Milkbeaf!”

“Esatto. Per quanto non ne sopporti l’odore ho quasi rimosso il nome di quelle maledette scatole nauseabonde.”

“Non è poi così male, quando Rhetta è troppo stanca per cucinare noi le mangiamo, e anche di gusto. Vero, Rhetta?”

“Senti Sheridan” – lo interruppe la donna – “ io cucino sempre per te, stai zitto e lascialo parlare.”. La donna accennò un sorriso verso il ragazzino che abbassò la testa.

“Mio padre è un uomo indaffarato e io questo lo rispetto molto. Non sono uno di quei tipi che pretende la pesca, le giostre, le passeggiate con il paparino. A me basta solo un po’ d’attenzione, scusate non divago. Insomma, un giorno però ce ne andiamo tutti e tre a fare una camminata a Downtown, a Battery Park e tutte le zone della gente che sta bene, poi torniamo a Newark. Ah, ovviamente, e non lo dico tanto per divagare come al solito, nessuna parola durante la gita. Ero accompagnato da due manichini che non parlavano, mica stavano a farsi tutte le coccole che vi scambiate voi”. I due si staccarono e si lasciarono cadere le mani racchiuse sul tavolo della cucina. “No ma non mi dà fastidio, al contrario, mi piace vedere le coppie che si danno i baci e le carezze e tutte quelle robe lì, oh, non sono mica uno di quei maniaci che spiano le ragazze e i ragazzi che pomiciano! A scuola mia ce n’è uno, ha una faccia così brutta che mi dà i nervi, non mi piacciono quelli brutti. Scusate, divago sempre quando sto bene” – rise solo un po’ – “Dopo la gita torniamo a Newark, e allora sapete cosa succede? Che uno esce da un negozio di pelletteria e dice a mia madre che non gli ha pagato le fibbie delle mie scarpe. A parte il fatto che mia madre, avrà pure tutti i difetti del mondo, e ce li ha, ve lo assicuro, però cascasse il mondo, giuro sulla Madonna, che lei paga tutto, se ci fosse una cosa che non ha ancora pagato mi dà un gran calcio nel culo e mi spedisce a pagare, mi costringe a forza di botte ma ci riesce. Vai a pagare, non mi va, ci vai lo stesso! Insomma, allora, questo le fa una micidiale ramanzina. Dice che è una stracciona, che non vale niente, che deve andare a fare l’elemosina, questo davanti a me e a mio padre. Ah dimenticavo, mio padre si chiama come me Dino Doran. Allora io mi faccio avanti e gli dico a quel gran porco che la deve piantare perché ve lo ripeto e lo rigiuro sulla Santa Vergine: mia madre, cascasse tutto l’Universo, venissero gli angeli dell’Apocalisse ad annunciare la fine di questa merda di mondo, lo rigiuro, mia madre paga sempre, anche quando, quasi quasi, non deve. Sapete cosa fa questo quando gli dico che è un gran porco? Mi rifila un calcio su una caviglia, così, senza nessuna attenzione mi ha dato un calcio, che mi poteva pure rompere una gamba. Mia madre allora urla, gli dice che non mi deve toccare e come se non bastasse questo mi minaccia, mi dice che se non mi faccio gli affari miei me ne dà un altro. Che tipo! Allora mio padre si avvicina, e mica mi dice niente, se mi ero fatto male, niente! Mi mette solo un braccio su una spalla e mi allontana. Allora io penso: va bene, ci pensa lui. Gli chiede a quello della pelletteria qual è il problema, ma lo fa talmente a voce bassa che quello gli domanda che cosa vuole. Ci credo! Non si capiva niente, sembrava un bisbiglio. Io dico…ma se uno ti tocca una moglie, le dice che è una barbona, ma tu avrai anche tutto il diritto del mondo di incazzarti, invece se ne stava imbambolato! Era come se mia madre avesse torto in partenza e che lui, il gran porco, avesse tutte le ragioni del mondo. Quindi che succede? Succede che quello lì, dopo che mio padre gli chiede cosa sia successo, insomma gli chiede un chiarimento, ma lo fa in modo, non so come spiegarvelo, lo fa come se fosse già pronto a pagare. Infatti quello sapete cosa fa? Gli tira uno scapaccione sulle falde del capello, si perché mio padre porta sempre un cappello quando esce, un brutto cappello che dice che sia un borsalino, ma a me non pare proprio un borsalino. Comunque questo gli stampa questa botta sul cappello. Sapete che succede? Niente, dico io, se uno ti umilia così, tu almeno vuoi restituirgli una botta, invece lui raccoglie il cappello che si era anche sporcato, perché guarda il caso è caduto proprio su una pozzanghera piena di fango, un fango come un calcestruzzo! Se lo rimette in testa e dice a bassa voce, ancora più a bassa voce, che il giorno dopo passerà e gli pagherà i tre dollari che gli deve…secondo il pellettiere ovviamente, perché secondo me mia madre non gli deve niente e quello ci stava solo marciando. Quello per tutta risposta gli ride addosso, aveste visto che ghigno da iena, fa finta di mollargli un calcio in culo e poi lo caccia via con un urlo, dicendogli buffone o miserabile, adesso non ricordo bene, e poi gli dice, questo me lo ricordo bene, brutto irlandese comunista. Che poi mio padre è irlandese ma comunista poi, noi non sappiamo neanche cos’è il comunismo…Vi sembra normale? Vi sembra una cosa da uomini? Ci incamminiamo come niente fosse, che in realtà era successo tutto. Io l’ho vista mia madre, ogni tanto si girava verso mio padre sulla via del ritorno e lo guardava con una pena negli occhi che si vedeva che era mortificata. Io pure ero mortificato, ma neanche una parola mi ha detto mio padre. Madonna! Ho provato una sensazione che tutto intorno fosse meglio di me e che noi eravamo come gli ultimi della Terra. Io non mi voglio sentire così. Dico, ma te, Mister, se qualcuno mette le mani addosso a Rhetta fai qualcosa, se qualcuno ti tratta così farai anche di tutto per prenderti una rivincita oppure lasci andare?

“Se qualcuno mi tocca è meglio che non lo fa” – intervenne Rhetta.

“Niente invece, niente. Quando siamo tornati a casa mio padre si è seduto sulla solita poltrona, si è messo a mangiare le solite noccioline e guardava il vuoto. Io lo vedevo che pure lui c’era rimasto male, però niente, gli occhi fissi, masticare lento e tutto qui, non è successo niente però si vedeva che c’era rimasto male pure lui.”

“Tuo padre è una brava persona” – lo interruppe Bobby.

“No, si, cioè…è una brava persona ma perché non ha fatto niente? Ci ha fatto sentire tutti e due, me e mia madre, così piccoli.”

“Non ha fatto niente perché forse ha risolto la questione in un’altra maniera, forse ha denunciato il tipo della pelletteria.” – fece Rhetta per consolare il piccolo.

“Macché!! Non solo non ha fatto niente, ma il giorno dopo ho visto che è uscito prima di casa, e ci scommetto qualcosa che mi è caro, è andato dalle parti del pellettiere a pagarlo, lo so che l’ha fatto, senza dire niente, senza chiedere neanche a mia madre se avesse ragione o no.”

“Avrà avuto le sue ragioni.” – disse Bobby goffamente.

“Non dire così!” – scattò Rhetta – “Il ragazzo ha ragione. Che razza di uomo è uno che non difende la moglie e il figliolo?”.

Bobby la guardò secco negli occhi.

“Dico veramente, Bobby. Il ragazzo ha ragione, si aspettava che il padre, quanto meno, li difendesse, che dicesse a quell’uomo tanto arrogante di lasciarli perdere. Io non dico che non avrebbe dovuto pagare ma perlomeno doveva prendere le difese dei suoi famigliari.” – Rhetta si versò un bicchiere d’acqua e lo bevve tutto d’un fiato.

“No, ma ve l’ho rigiurato, mia madre ha sicuramente pagato, quello era solo uno che voleva rubare.” – a Dino tremolava la voce – “E poi dovevate vedere quell’uomo, sputava saliva, guardava mio padre come fosse uno scemo, uno svitato. Io mi sono vergognato, Madonna, o sono matto io oppure gli altri hanno qualcosa che non va.” – il piccolo scoppiò a piangere, era qualcosa che si teneva dentro da giorni e non riuscì a trattenere le lacrime che, come una cascata a senso contrario gli salirono su, di fronte ai due mezzi estranei. Portò la testa dentro le braccia incrociate sul tavolo, e iniziò a gocciolare potenti lacrime – “Scusate, non volevo rovinarvi la cena, scusate.” – non li guardava negli occhi e aveva preso a singhiozzare.

I due si consultarono senza sapere cosa fare, mentre gli occhi di Rhetta roteavano in quelli di Bobby. La negra strinse la mano al compagno, che era più impalato di lei, lo guardò negli occhi per rassicurarlo e, poi, si affacciò nel piccolo pertugio che il giovane Doran aveva lasciato scoperto tra le braccia e il viso. Non voleva spostarsi da quella posizione a guscio e avrebbe trovato ancora più penoso farsi vedere con la faccia indifesa e martoriata dal pianto. Rhetta gli scostò piano il braccio destro, senza forzare troppo la presa. Per un po’ rivide le botte che aveva preso quando era una bambina, e la difesa smisurata per proteggere il fratello minore Wilson e le angosce di sopportare più l’esistenza che il dolore.

La stretta delle braccia sul tavolo era blindata a difesa della sua presentabilità.  Dino fece resistenza: in fondo quelli erano due persone che conosceva appena, gli avevano offerto la cena e l’avevano fatto sentire a suo agio, ma non erano i suoi genitori e sentiva il diritto di avere, in quell’esatto momento, i suoi genitori.

Rhetta forzò le braccia di Dino e gli disse a voce alta: “Fatti vedere!”.

La donna era commossa, trattenne a stento le lacrime. Continuava, con gli occhi madidi di brillantina acquosa, a fissare il ragazzino. “Fatti vedere!”.

Bobby, teso nella sua postura di irlandese, li guardava. Erano seduti ad un metro e li osservava. Guardò l’orologio e si versò un po’ di acqua nel bicchiere, bevendola a piccoli sorsi.

“Fatti vedere, piccolo.” – la donna aveva iniziato a singhiozzare, fece leva ancora di più sulle sue braccia muscolose di lavoratrice, e fiera continuò. “Fatti vedere, ci sono io, guarda che ci sono io, non aver paura”. Dino ingurgitò un po’ di saliva sedimentata a malloppo nella gola, alzò cautamente lo sguardo in su e vide le braccia forti di Rhetta. “Fatti vedere”, stavolta riecheggiò, quasi che un vento ibrido di lamento e di orgoglio avesse scosso il lampadario pendulo che si inchiavardava granitico nel soffitto.

Si agganciarono in una morsa strettissima, e il pianto del piccolo divenne fluido, un gettito debordante, rabbioso. Si abbandonò completamente, il singhiozzo forte e disperato invase qualsiasi suono che fosse provenuto dalla strada, e Rhetta lo abbracciò come meglio sapeva fare carezzandogli i capelli arruffati e sporchi.

“Non ti preoccupare.” – continuava a ripetergli come una litania, facendolo sfogare lievemente. Rhetta gli palpò la testa alle tempie e gli disse fiera: ”Fatti vedere, un uomo piange ad occhi aperti e guardando in faccia le persone. Fatti vedere mister Dino Doran! Tu sei un uomo che piange ad occhi aperti e guardando in faccia le persone”.  Gli occhi della donna erano fissi sugli occhi, finalmente ben aperti, del bambino. Dino era fermo e la guardava, sempre dritto negli occhi. Le mani della donna e del ragazzino erano intrecciate e sudate. Un lieve velo di sudore caldo copriva la fronte bianca del bambino mentre la testa della donna era rigida e indirizzata verso il bambino. Dino notò alcune microscopiche rughe ai bordi della bocca viola di Rhetta e smise di gemere mutando il pianto in una musica d’accompagno.

“Promettimi una cosa.” – esclamò Rhetta.

“Dimmi Rhetta.” – chiese con un filo di voce Dino.

“Che quando ti sentirai così non avrai paura di piangere e di trovare la forza.”

“Io non voglio più piangere, Rhetta. Mi fa sentire debole.”

“Ho detto di promettermelo, non lascerai che nessuno ti dica di trattenere le tue emozioni, e se hai da piangere lo farai. Non devi vergognarti ad essere un uomo, non devi vergognarti. Tu sei un uomo che piange ad occhi aperti e guardando in faccia le persone.”

“Rhetta, mi ricordi una nonna.”

“Grazie, piccolo, per avermi dato della decrepita.”

“No, non intendevo questo, magari da grande potessi avere una bella donna come te al mio fianco…volevo dire che mi sembri rassicurante come una nonna. Posso chiamarti Nonna Rhetta?”

“Puoi chiamarmi come ti pare, piccolo” – mentre lo strizzava tra le braccia.

“Nonna Rhetta.” – ribadì il piccolo Dino, con una lacrima che gli pendeva da una ciglia.

Rhetta lo strinse più forte e gli scostò un po’ la testa, poi lo baciò in fronte e adagiò la testa del bambino dentro il suo petto. Mentre gli accarezzava i capelli, si girò verso Bobby. L’uomo la guardò negli occhi. Si fissarono per un secondo, poi lui si versò un altro po’ di acqua e cominciò a bere, lentamente. Abbassò lo sguardo e guardò a terra. La donna stette lì con la testa del bambino chiusa nel suo seno e lo sguardo fermo a guardare la testa ondeggiante e reclinata del suo uomo che aveva smesso di guardarli.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

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