Soldi per tutto, ma non per tutti

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È su questo principio che si muove il potere. Gli uomini che ne fanno parte posseggono i soldi; ma come mai stiano sempre nelle stesse mani, è facile spiegarlo. Tutto nasce da una frase: «È mio», sottintendendo «Questo è mio, quest’altro è mio… tutto è mio». Prima dell’introduzione della moneta i “questi” erano visibili, ogni uomo potente teneva la sua parte del “tutto” ben in vista. Anche oggi molti ostentano ancora, ma i più furbi, i quali hanno fatto tesoro degli eventi della storia (su tutti, le rivoluzioni), nascondono sotto una fitta coltre i loro “risparmi”.

È questa la differenza sostanziale fra i due periodi, demarcati dall’entrata nel mondo – sulla scena – della moneta.

“La certezza di avere tutto, anche se so che non potrò mai averlo”. È questo il pensiero, palesemente contraddittorio, che sorregge ad esempio un criminale efferato, nonostante viva in un bunker. Quel “tutto” è stato definito, nel tempo, in svariati modi, uno dei quali mi ha sempre colpito molto: torta, da cui “spartizione della torta”. Il dolce in questione rappresenta, nell’immaginario collettivo, la fanciullezza, anche se solo vagheggiata… crema, panna, pan di spagna e cioccolato illuminavano, e ancora illuminano gli occhi dei bambini.

Ma cosa hanno a che fare spietati finanzieri o criminali efferati con i bambini, perché questo accostamento? Invero non vi è alcuna stranezza, in quanto quegli uomini sono rimasti bambini, o meglio è a quell’età che risale la loro bramosia, la loro sete di tutto, “È mio” non è stato più sradicato. Ma chi dovrebbe assolvere tale compito? I genitori prima, la società poi, vale a dire che le lacune lasciate dai primi dovrebbero inderogabilmente essere colmate dalla collettività.

Sembrerebbe quindi molto semplice e invece, come si può constatare, è molto complicato, e ciò per vari motivi, i primi dei quali attengono alla psicologia e alla legge, seguiti da altri attinenti a materie quali la sociologia, l’economia, la filosofia, ma anche la pedagogia, la neurologia, nonché il cinema, la letteratura, la pittura e tutta l’arte in generale.

Ovviamente quest’elenco potrebbe spaventare; potrei proporre – rapito da qualche delirio – un’altra idea bizzarra per ogni “genitore”, immaginandolo nelle vesti di psicologo, giurista, piuttosto che letterato, artista ecc.

Rassicuro, quindi, su questo punto delicato e non per mancanza di fiducia nelle potenzialità dell’essere umano, il quale, eventualmente spinto e avvinto da mille passioni, potrebbe decidere di addentrarsi in tutti i campi suddetti, rischiando, suo malgrado, di dimenticarsi di se stesso, e degli altri. Mi viene in mente un caso su tutti, relativo a Platone, il quale si dedicò allo studio degli uomini per una vita intera e solo verso la fine – si narra che avesse circa settant’anni – si rese conto di non aver avuto un contatto reale con la gente. Nonostante l’insegnamento tratto da questo famoso caso, vale a dire che bisogna avere la giusta misura in simili approcci, altri ce ne sono stati ed altri ancora potrebbero essercene.

Poniamo, quindi, per assurdo, che quell’uomo decida di intraprendere quei dispendiosi studi. A questo punto, dovrebbe studiare ognuna di quelle materie presso facoltà universitarie o istituti d’arte, ed ecco palesarsi il primo elemento discriminatorio, poiché a questo percorso avrebbe accesso solo l’uomo facoltoso. Il termine sembra quasi nato per dire che chi possiede facoltà monetarie può accedere a quelle universitarie, precluse invece a colui che si trovi in possesso delle uniche meritevoli di attenzione, cioè le facoltà intellettive. Tra l’altro in questa dicotomia si colloca il diritto allo studio, rivendicato con lodevoli lotte dai giovani contro gli uomini del potere.

Assodato, quindi, che intraprendere tanti percorsi accademici è privilegio solo di pochissime persone, potremmo considerare un’alternativa. Quell’uomo bisognoso di colmare i suoi vuoti potrebbe fare un gesto di grande umiltà, cioè chiedere consulenza agli esperti, contando sulla disponibilità soprattutto di psicologi e sociologi di strutture pubbliche. Altri colleghi sono contattabili oggigiorno anche tramite internet. Ma tutti gli altri professionisti dell’elenco, sarebbero consultabili solo a pagamento, ciò che solitamente preclude quest’alternativa alla maggioranza della popolazione, gettata ancor più nell’erranza a sua insaputa.

È esattamente in questo punto che la società dovrebbe dare il suo contributo, captando i segnali di bisogno – campanelli d’allarme – di quelle persone che hanno smarrito, o non hanno mai intrapreso la retta strada. Intervenendo si porterebbe giovamento a tutti. Ma chi, nello specifico, ha il compito di intervenire? Mi arrovello la mente alla ricerca di una soluzione, sebbene ne abbia esposto una radicale nello scritto “Il lavoro, l’educazione e il pensiero nella Costituzione italiana… la sfida di un padre”.

Nell’attesa del suo concepimento prima, e della realizzazione poi, ne prospetto altre, cercando di sviscerare i molteplici aspetti, uno ad uno, proprio come per l’argomento trattato in questo scritto – il concetto di proprietà.

La soluzione in questo caso contemplerebbe l’introduzione di pubbliche equipe di professionisti (esperti in tutte le materie summenzionate), tante quante le popolazioni bisognose d’aiuto… sarebbe un bel modo per uscire dalla logica del denaro ed entrare nel campo dell’animo umano. Ma prima che ciò avvenga, passerà un po’ di tempo. Conscio di questo temporaneo impedimento, continuo quindi nell’argomentazione dei due punti fondamentali e che più mi stanno a cuore, la legge e la psicologia. Quest’ultima, in quanto scienza che studia la mente umana, può spiegarci la causa di quella bramosia di beni materiali fino a farci comprendere la concezione distorta che alcuni soggetti hanno di quei beni, nella cui definizione essi includono anche l’essere umano. La pratica di usare uomini, donne e bambini alla stregua di oggetti – dal lavoro minorile allo schiavismo, dallo stupro all’assassinio, dalla pedofilia alla compravendita di organi umani ecc. – rappresenta uno dei principali motivi del disagio sociale, e non viceversa. I crimini scoperti sono solo il culmine di un degrado morale e culturale radicato in tanti substrati che si specchiano in altrettanti stadi criminosi, i quali hanno in comune la costante vittima-carnefice. Tentare di arginare questi gravi fenomeni con la sola punizione, non basta. Bisogna arrivare alla radice di questi comportamenti malvagi, prima che vengano trasferiti ai figli, e nel frattempo rieducare i colpevoli.

Diffondendo questi principi, potremmo auspicarci che un giorno venga concepito da tutti anche il senso della legge, e non invece, come per tante altre materie, che rimanga nel suo ambito circoscritto, frequentato solo dagli esperti.

Il senso della legge

Per concepire il significato di una norma, non bisogna essere giuristi, bensì cittadini. Ogni legge tiene conto di tutti, ma non può accontentare tutti, anche se persegue questo fine. Il legislatore, quindi, volge il suo pensiero all’esigenza generale del popolo, della nazione, e non all’esigenza di ogni singolo cittadino. Con tale sottile differenza, la legge contempla tutti i casi al fine di un equilibrio tra tutte le persone (a partire da chi vuole tutto fino a chi non ha niente). È questo il concetto principe che sta alla base di ogni legge, della sua applicazione e del suo rispetto. Osservare una legge vuol dire rispettare gli altri e, implicitamente, il pensiero del legislatore. Ogni singolo cittadino, quindi, ha il dovere di sacrificare una parte della propria esigenza personale in favore dell’esigenza dell’intera collettività. Ogniqualvolta un cittadino trasgredisce una legge (dal divieto di sosta alla libertà personale), viola l’intera collettività, compreso se stesso. A riportare l’equilibrio originario dovrebbe provvedere la sanzione, parte integrante di ogni norma. La pena comminata, reca in seno un duplice elegiaco proposito, fungendo da deterrente per il trasgressore – dissuaso a ripetere l’inosservanza – e da esempio (da non seguire) per gli altri cittadini. La massima giuridica , atta a spiegare quanto testé detto, è compendiata nella locuzione latina “Ignorantia legis non excusat”, vale a dire “L’ignoranza della legge non scusa”. Nessuno, quindi, può asserire: «Ho violato una legge, ma chiedo scusa, non la conoscevo». Tuttavia, in rari casi si può essere in presenza di “ignoranza inevitabile” derivante da cause particolari. Riguardo a questi concetti, mi ricorre alla mente l’opera di un grande autore, Cesare Beccaria, il quale nel suo illuminante Dei delitti e delle pene, risponde a tante domande sulle leggi e sulla giustizia.

Ho sentito il bisogno di esporre questi pensieri sulla legge, alla luce degli ultimi eventi negativi, delle innumerevoli trasgressioni che ormai sembrano travolgere tutti. Proprio in questi frangenti si annida il rischio che anche colui che ha sempre rispettato le leggi, possa essere tentato di trasgredirle. Mi rendo conto che qualcuno non ha scelta e così accade che al bivio “trasgredire per sopravvivere” o “non trasgredire ma morire” opti per la prima soluzione, spesso portando nel gorgo anche i familiari. Purtroppo questi casi sono in aumento; mentre molte persone si trovano in queste disumane condizioni, altre rubano impunemente le loro vite.

Tra queste persone della seconda risma, ce ne sono alcune tenute in alta considerazione dal popolo e, proprio sulla scorta di ciò, i loro esempi negativi hanno il potere di smontare impianti giuridici costruiti in secoli di lavoro: «Lo fanno loro, perché non potrei farlo anch’io?». Mi riferisco a personaggi molto noti (soprattutto attori, cantanti e calciatori), colpevoli il più delle volte di evasione fiscale o di elusione. Anche in questo caso, la società dovrebbe rieducare questi pseudoprofessionisti che infoltiscono una lista lunga e avvilente.

Gli effetti psicologici sono devastanti, e richiamano in causa la scienza che ho menzionato nelle righe precedenti, l’unica in grado di far luce sul percorso da intraprendere – una strada in salita, ripida e tortuosa –, fino a traghettarci verso una soluzione, partendo da noi stessi. È esattamente in questi frangenti che psicologia e legge si fondono, proiettando l’uomo verso una crescita preparata precedentemente, attraverso una graduale osmosi – vasi comunicanti in cui il principale canale di comunicazione è e sarà sempre l’educazione.

Si apprende, infatti, dalla psicologia che i genitori sono gli unici ad avere accesso alle regione della psiche cosiddetta “super-io”, in cui vengono immessi i messaggi che segneranno marcatamente il comportamento futuro, almeno fino all’età della ragione – orientativamente oscillante fra i tredici e i quindici anni. Superata quella soglia, il futuro uomo ha la possibilità, qualora apprenda altre nozioni dall’esterno (studio, letture e altre fonti attendibili), di contrastare gli eventuali messaggi distorti e tentare di sostituirli. Nel caso invece di un ambiente quasi tutto malsano, la situazione si complica moltissimo, perché l’adolescente sarà circondato da modelli esterni negativi che rappresenteranno ai suoi occhi una sorta di continuum dei modelli genitoriali. Interrompere queste continuità, deve diventare il primario impegno di una società civile organizzata.

Alcune popolazioni, o grosse fette di esse, sembrano non essere neanche lambite dalla civiltà, dal progresso culturale. I loro modelli negativi si ripetono ininterrottamente e, a vari gradi, ciò interessa tutti.

Contro gli stupri di gruppo

In queste pagine ho posto l’accento su un aspetto psicologico che ho inteso racchiudere nella frase “Questo è mio, quest’altro è mio… tutto è mio”, in quanto ritengo che sia il più importante su cui intervenire, il primo da sradicare. Anche altri aspetti hanno, ovviamente, la loro importanza, anzi sono tutti concatenati, ma il primo è l’artefice principale della situazione di crisi mondiale che stiamo vivendo. A partire da quel concetto, pochi uomini stanno riducendo in miseria tutti gli altri. Sembrerebbe logico che i tanti si opponessero ai pochi, al fine di un’equa redistribuzione della ricchezza planetaria. Perché ciò non avviene? Per due motivi principi, ma strettamente connessi. Il primo, già citato, è che il potere si trova sempre nelle stesse mani. Il secondo è che fra i tanti ci sono molti uomini che tendono ad emulare i pochi, creando quell’insormontabile ostacolo che le persone oneste non riescono ad abbattere. In sintesi, la mancata coesione fra i tanti “in miseria” dona lunga vita al potere, il cui peso continuerà a gravare sui pochi onesti cittadini rimasti.

L’odierno e allarmante quadro finale è ciò che abbiamo sotto i nostri occhi, un tale imbarbarimento che conduce a violazioni di leggi in ogni angolo della Terra. In alcune zone (India, Siria…) avvengono inauditi crimini sull’umanità che il solo fronte giudiziario non potrà mai arginare se in quei luoghi il popolo viene sistematicamente deprivato del pensiero, l’unico in grado di far rinascere la libertà.

Ma il pensiero ha bisogno di un veicolo – il libro –, che mi conduce d’un tratto alla città a me più prossima, Napoli, nella quale negli ultimi due anni più di venti librerie sono state costrette a chiudere (sorte comune a tante altre città italiane). Una libreria è depositaria di pensieri, e il libraio è il consulente culturale, colui che ti aiuta nella scelta del libro, ti mostra un catalogo, ti propone un nuovo autore, ma soprattutto parla, è vivo. Ma tutto questo non è un vicolo cieco, è solo una nube da spazzar via per far sì che ritorni il sereno.

 
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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Antonio Capolongo

    Entro dicembre, al massimo, chiuderà Guida a Port’Alba, storica libreria di Napoli. Un altro colpo al cuore. Nel marzo scorso scrivevo delle librerie di Napoli, del lavoro di libraio, nell’ultimo passo del mio scritto che, evidentemente, non ha invertito la rotta, o meglio non ha fermato la mano che tiene la scure che sembra proprio non volersi arrestare dinanzi a nulla, falciando e falcidiando.

    Rispondi
  2. Antonio Capolongo

    Quando apprendo notizie come quella di oggi (di cui riporto il link, in calce), cerco di capire ancora di più il senso della legge, se siamo arrivati a un’interpretazione libera e “tollerante”, tale da permettere di reiterare illegalità alla luce del sole… sotto gli occhi di tutti.

    Ciao
    Antonio

    Aerei privati, barche ed immobili. Sequestrato l’impero Caltagirone http://affaritaliani.libero.it/roma/aerei-privati-barche-ed-immobili-sequestrato-impero-caltagirone-21032013.html

    Rispondi
  3. Ester

    Complimenti per l’articolo… accomunare chi trasgredisce la legge per un divieto di sosta ad un assassino è davvero molto forte come concetto, ma degno di riflessione.
    Mi vengono in mente le tante vittime innocenti della strada, perché chi trasgredisce il codice stradale per eccesso di velocità rischia di diventare un potenziale omicida.

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    • Antonio Capolongo

      Ciao Ester, grazie per i complimenti. Hai ragione, è un concetto forte, tanto quanto l’impegno da profondere per ritornare alla legalità, soprattutto nella nostra nazione. Dalle mie parti c’è un detto che recita così: “Ogni capa è nu tribunale”. Credo che sia molto calzante oggi, anzi “ieri”, magari a Milano.

      La percezione del tribunale – dei magistrati – da parte della gente, può essere molto influenzata dal comportamento di coloro i quali vengono eletti democraticamente, alcuni dei quali aggravano il danno rivolgendosi al pubblico da uno schermo, ex cattedra.

      Un tale deleterio messaggio, consente a qualunque cittadino disonesto di giustificare le sue violazioni, le quali ai suoi occhi – la sua “capa” – appariranno “leggere e tollerabili”, mentre “pesanti e intolleranti” gli sembreranno i tutori della legge che eventualmente lo vorranno punire.

      Buone cose
      Antonio

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