Recensioni a 5 stelle: 11 folli film de chevet

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I film de chevet salgono sul carro del vincitore e scrivono 11 folli recensioni alla maniera grillina: basta critiche paludate, basta con le vecchie recensioni, basta con la casta del cinema Guardatevi questi 11 film, sono bellissimi, se non vi sta bene è perché avete un chip in testa.

11 film de chevet

Ogni mese vi proponiamo 11 film che prendono spunto da uno stesso tema.
Chevet in francese significa più o meno comodino. Le livre de chevet si tiene sul comodino per sfogliarlo, rileggerlo, accarezzarlo. Come i libri i film de chevet si amano, si guardano, si sfogliano, si accarezzano, si portano sempre con sé.

Se volete leggere le vecchie recensioni dei film de chevet scritte dalla redazione cinema prima che impazzisse e salisse sul carro del vincitore cliccate sui link qui sotto.
Dall’amore ai tradimenti, dai cartoni animati all’horror, dai viaggi alla famiglia, dai drammi storici ai porno … scopri il ricchissimo arichivio dei film de chevet dell’Undici
11 film de chevet sulla Costituzione italiana
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Il tema è la follia e noi follemente usciamo dai nostri binari morti per improvvisare 11 recensioni alla maniera grillina. Basta con la solita critica paludata schiava dei soliti parametri. Basta con la supponenza dei soliti pseudo-intellettuali, loro non se ne accorgono ma sono già morti. E allora leggetevi questi velati consigli di visione, perché i film sono bellissimi, ovviamente sono tutti film da 5 stelle. Guardateveli e mandate a fanculo il Mereghetti e tutti i film de chevet che vi ha proposto il vecchio Undici.

Nel video la redazione cinema dell’Undici fa le prove per questo articolo

 

beppe grillo scemo di guerra

Intanto impariamo a salutare come si deve

“Scemo di guerra” di Dino Risi, 1985
con Michel Coluche, Beppe Grillo, Bernard Blier, Fabio Testi

“A un subalterno non è consentito concludere le barzellette dei superiori: tu devi ridere e stop”
Questo è un film molto bello che parla di cose importanti, cose di cui oggi non si parla più neanche al cinema: la guerra e anche la follia.

beppe grillo in scemo di guerra

Scemo di guerra in tempo di pace

Perché la guerra fa impazzire e in un contesto folle come quello della guerra i pazzi si trovano a loro agio e magari hanno soluzioni migliori dei soldatini sempre obbedienti e senza fantasia. E questo vale anche adesso perché anche adesso siamo in guerra. Certo questa di “Scemo di guerra” è una di quelle guerre vecchie e noiose, impolverate e insanguinate in cui gli uomini muoiono o impazziscono o, assai più raramente, diventano eroi. Il film ha il merito di mostrarci che questa guerra è una  cosa in cui non c’è meritocrazia ma il potere è in mano a chi l’ha sempre avuto e ci ha portato al disastro e non gliene frega un cazzo di mandare a morire la gente. Per fortuna tra pochi anni (nel 2020 per la precisione) arriverà una guerra tutta nuova e bellissima che durerà 30 anni e sterminerà i 4/5 della popolazione (si salveranno solo quelli che hanno un rifugio antiatomico, se non ce l’avete siete già dei morti che camminano).
Lo sappiamo che vi diranno che Dino Risi ha fatto film migliori, ma questo è l’ennesimo retaggio della cultura di sinistra, quella del “benaltrismo” che sta ancora lì a rimpiangere “Il sorpasso” e “I mostri”. Intanto guardatevi questo film che è anche divertente, fa ridere, è tenero e romantico. Poi ci sono degli attori bravissimi come quel Beppe Grillo che interpreta il dottore e che è l’unico che capisce cosa sta succedendo.

Da vedere in un bunker antiatomico, pieno di sabbia

improvvisamente-lestate-scorsa

Qualcosa mi dice che non andrà tutto liscio

“Improvvisamente l’estate scorsa” (Suddenly, Last Summer) di J.L Mankiewicz, 1959
con Elizabeth Taylor, Katherine Hepburn, Montgomery Clift

“Oh, Sebastian, che meravigliosa estate. Noi due soli, Sebastian e Violet. Siamo tanto fortunati…”
Chi dice cose scomode, sgradevoli, chi pronuncia spaventose verità viene fatto passare per matto: succedeva alle streghe, succedeva agli eretici e oggi succede ai liberi davvero! a chi ha il coraggio giacobino dell’1=1! È un sistema semplice, pratico ed estremamente efficace. Funziona da millenni e specialmente con le donne, le quali un po’ matte (certo tendenzialmente isteriche, che diamine) sono tutte (ora è finita: sgallettate, daje, in Parlamento!). Tanto più era un sistema semplice nei luridi anni Cinquanta privi di Internet e di coscienza ambientale. E allora quel che la giovane (e pura) Catherine Holly (Elizabeth Taylor) sa della morte di suo cugino Sebastian secondo Violet Venable (Katherine Hepburn), la ricca e debosciata madre di lui, è una spaventosa verità da nascondere: il viaggio dei due cugini in Spagna durante l’estate si è concluso tragicamente nella misteriosa morte di Sebastian, Catherine è molto scossa, soffre, chissà cosa nasconde. Che cosa può aiutarla, poverina? Una bella lobotomia! consiglia la perfida Violet allo psichiatra dr. Cukrowicz (Montgomery Clift) che prende in cura la ragazza. Il medico temporeggia (un tecnico, ma incredibilmente è anche una persona onesta), indaga e sospinge la vicenda verso un drammatico epilogo, in cui la verità sarà finalmente regina. Sebastian non ha volto né voce; Gore Vidal che sceneggiò il film insieme a Tennessee Williams (autore dell’opera teatrale da cui è tratto) raccontò di fortissime pressioni (rispetto del Codice Hays, National Legion of Decency) esercitate sulla produzione perché i riferimenti all’omosessualità fossero meno espliciti possibile. Così il potere istituzionalizzato calpesta e sbriciola, tra le libertà, anche quella suprema dell’arte, grazie ai suoi schiavi, disonesti burocrati e ammuffiti moralisti.

Da vedere prenotando le vacanze estive (chi se le può permettere, si intende, perché si sa che faremo la fame finché non usciremo dall’Euro, dopo ovviamente scatta il carnevale).

il corridoio della paura

Bisogna stare vicino alla gente, ascoltarla. Così poi ti vota

 

“Il corridoio della paura” (Shock Corridor) di Samuel Fuller, 1963.
Con James Best, Gene Evans, Constance Towers, Peter Breck, John Craig

“Lo so perché passai ai comunisti: fin da bambino i miei mi davano bigotteria per colazione e ignoranza per cena. Mai, neanche una volta, riuscirono a farmi sentire orgoglioso di dov’ero nato”
I giornalisti fanno parte del sistema, parlano sempre delle solite cose, nascondono la realtà. Non gliene frega un cazzo dei problemi della gente normale. Per paura di perdere i loro privilegi scrivono quello che gli dicono di scrivere. Ma non è stato sempre così. Guardatevi questo film. È meraviglioso, non fatevi spaventare dal fatto che sia in bianco e nero, i film a colori sono stati imposti da Hollywood, anche questo deve finire. È un film bellissimo su un giornalista che vuole andare a caccia della verità, quella verità che i mezzi di informazione vogliono nascondere alla gente per trovare un colpevole che fa comodo a loro. Se volete lavorare bene, come lavorano le persone comuni, il mestiere del giornalista è un mestiere bellissimo e difficile. Così questo si fa internare in un manicomio per farsi raccontare da due folli la verità su un omicidio sul quale sta indagando. Ma dentro al manicomio ci sono tutti: dai razzisti alle ninfomani che magari nella scorsa legislatura infestavano il parlamento.
“Il corridoio della paura” è un classico, vi hanno fatto credere che classico e vecchio sia la stessa cosa, ma è un trucco. Guardate il film e poi diteci se non è mille volte meglio dei film a colori che ci propinano le televisioni amministrate (malissimo) da giornalisti messi lì dai partiti.
Da vedere dopo aver acceso il camino con alcune copie di “La Repubblica”, “Il Corriere della Sera”, “L’Espresso”, “Panorama”, “Il Giornale”, “Novella 2000″ …

qualcuno volò sul nido del cuculo

… e io non ci sto più, e i pazzi siete voi!

“Qualcuno volò sul nido del cuculo” (One Flew over the Cuckoo’s Nest) di M. Forman, USA, 1975
Con Jack Nicholson, Louise Fletcher, William Redfield, Will Sampson, Brad Dourif

“Voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro per la strada, ve lo dico io”
McMurphy (un grandioso Jack Nicholson quando ancora non era sul libro paga delle majors) viene trasferito da una prigione comune a un ospedale psichiatrico per valutare se i comportamenti a cui si abbandona da qualche tempo siano reali o simulati. Qui entra in contatto con una serie di degenti e si scontra con la rigida infermiera capo, che con la scusa di tutelare i pazienti li tiene in realtà in uno stato di dipendenza. Poco alla volta Mac si rende conto della realtà, ovvero che qualcuno decide chi è matto e chi no, e che spesso quelli più sani stanno dentro al recinto. È la solita storia della casta che costruisce un piedistallo e ci si issa sopra, ma uno vale uno, che si tratti di Grande Capo, Billyno o di uno di quelli in stato vegetativo sempre legati al letto, e grazie a Mac è venuto il momento di mandarli tutti a casa!

Da guardare dopo avere fatto un bell’elettroshock per ridarsi la carica

shining

La bella famiglia felice di una volta

“Shining” (The shining) di S. Kubrick, USA-UK, 1980
Con Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers, Barry Nelson

“Wendy? Sono a casa, amore!”
La trama è nota. Jack Nicholson è incaricato di trasferirsi con la famiglia a fare da guardiano di un albergo in Colorado, probabilmente di proprietà di qualche banca o di una multinazionale di quelle pappa&ciccia con il potere, chiuso per la manutenzione invernale. È l’occasione giusta per Jack per completare il libro che sta scrivendo, mentre la moglie Wendy lo aiuta ed il figlioletto Danny gira per l’albergo. Ma Danny possiede lo shining, la “luccicanza”, che gli consente di vedere i numerosi fatti di sangue avvenuti nell’albergo. Nel frattempo l’isolamento non fa bene a Jack, che inizia a sbroccare; quando dopo una scenata alla moglie che lo interrompe per parlare del tempo, Jack va a cercare un po’ di pace, Wendy inizia a scoprire la dura verità, ad esempio che per pagine e pagine il marito non ha fatto altro che scrivere la frase “All work and no play makes Jack a dull boy” (tradotto dallo stesso Kubrick con “Il mattino ha l’oro in bocca”). Da questo momento, la follia si impossessa dell’ambiente, in un crescendo di pathos, tensione e violenza, di cui fa le spese lo stesso Jack. Che dire? E’ Kubrick in tutto il suo splendore: potenza, visionarietà, uso innovativo della macchina da presa. Ma tutto questo secondo alcuni non basta, e addirittura quei falliti dei Razzie Awards hanno avuto il coraggio di nominarlo per la peggiore regia di quell’anno, ma sono dei cadaveri, morti che camminano e che spazzeremo via. Probabilmente l’unico film decente tratto dai patetici romanzi di quella mummia di Stephen King (uno che non ha ancora scritto un ebook).

Da guardare in compagnia di un portiere d’albergo, cercando di convincerlo che il portiere siete voi e non lui

un angelo alla mia tavola

State attenti perché qui basta uno abbia i capelli ricci perché gli diano del pazzo

“Un angelo alla mia tavola” (An Angel at My Table) di Jane Campion, 1990
Con Kerry Fox, Alexia Keogh, Karen Fergusson

“Mi consolavo scrivendo.”
Mi chiamo Janet Frame, vengo dalla Nuova Zelanda e volevo fare la maestra. Sono capacina, ma timida e sensibile, tanto sensibile, pure troppo per questo mondo di gente squallida, conformista e opportunista. Gente per cui contano solo regole vecchie, stantie, come il loro mondo puzzone e privo di banda larga. Così, un ispettore (senz’altro corrotto e colluso) ha stabilito che non avrei potuto insegnare (senz’altro per fare entrare al mio posto una sua parente/conoscente/una daa palazzina sua). L’ho presa male, ho tentato il suicidio, sono finita in ospedale. La sanità, si sa, fa schifo, medici prezzolati e incompetenti sono disposti a sperimentare qualsiasi terapia, anche omicida e criminale, per favorire le case farmaceutiche: in breve, hanno stabilito che ero schizofrenica e mi hanno fatto 200 elettroshock. Perché se non sei come tutti gli altri, allora sei matta, e pericolosa (come tutti gli esseri umani liberi, ma liberi veramente, mica quelli che leggono Repubblica). Be’, dopo ‘sta botta di 230 V, passano gli anni e un altro medico (uno che non si riconosce nei partiti tradizionali) mi dice che non sono schizofrenica, che sto bene e che sono un’artista come Van Gogh (e sorvolo sul magna magna nel mondo delle gallerie d’arte e dei festival letterari, ovviamente foraggiato da giri di fatturazioni false e finanziamenti illeciti ai partiti rappresentati negli enti locali). Insomma, alla fine sto bene, mi candidano al Nobel e una regista tanto bravina (una giovane, non una vecchia stantia e puzzona) fa un film dalla mia autobiografia in tre volumi, un bel film in tre parti con tre interpreti bellissime e con una testona di capelli rossi come me; ma siccome il mondo è marcio e i festival pure, il film vince solo il Leone d’argento e il Leone d’oro va a Rosencrantz e Guildenstern sono morti, la classica storia schifosa di corruzione alla corte danese che ha stancato tutti tranne i soliti che comandano nei festival!

Da vedere con Rosencrantz, Guildenstern, Amleto e quella sciroccata di Ofelia e tutte le amiche del Reparto Psichiatrico Occupato e Oltremodo Armato.

un giorno di ordinaria follia

Datemi il 100% se no la gente impazzisce poi scatta la violenza

“Un giorno di ordinaria follia” (Falling Down) di Joel Schumacher (1993)
con Michael Douglas, Robert Duvall, Barbara Hershey

“Ho superato il punto di non ritorno. Sai qual è? È il punto in cui, in un viaggio, è più conveniente proseguire che tornare indietro.”
Chissà chi ci mangia su ‘sti lavori stradali: l’assessore? l’ingegnere? la cooperativarossa? tutti e tre di sicuro, di sicurissimo! E il prezzo di questa bibita è ESAGERATOOO!!! MA adesso vi sistemo io, idioti, tutti idioti, tutti idioti, io insieme alla mia mazza da baseball, vi mando tutti a casa, tutti, vi sistemo io. Dannati fuorilegge, vecchicorrotti, amministratoricorrotti, immigraticorrotti per fame, adesso vi sistemo tutti quanti, con le mie armi: voi, il nazista del negozio di scarpe, il coreano della bibita, i ragazzotti ispanici, il mio capo, l’azienda secondo cui non sono più necessario, quellagranstronzadimiamoglie. Tutti da buttare, e io vi butto. Ringrazino, tutti gli altri, che si prostrino, perché volendo potrei fare di peggio: con un gesto solo potrei scatenare la violenza nelle strade, sollevando i normali disgustatieincazzati come me, le brave persone stanche di tutto, private e derubate di tutto, anche della speranza. Ringrazino che mi limito a terrorizzare il vicinato, gli operai al lavoro, i golfisti. Ringrazino me e i loro schiavi poliziotti, i sicari del potere, prostituiti per proteggere lo status quo dimmerda, lo status quo dei potenti, dei ricchi e dei fighetti di sinistra. Che ci ringrazino. E non ci facciano incazzare troppo.

Da vedere con un lanciarazzi sulle ginocchia. E ringraziate che non lo uso.

la promessa di sean penn con jack nicholson

m’appartieni e se ci tieni
tu prometti e poi mantieni
prometto, prometti

“La promessa” (The pledge) di Sean Penn, 2001.
Con Jack Nicholson, Mickey Rourke, Sam Shepard, Vanessa Redgrave, Helen Mirren

Quando si fa una promessa la si deve mantenere, di promesse che erano bugie siamo stufi e non permetteremo più che succeda. Troppo comodo fare una promessa e poi andare in pensione e godersi il vitalizio. È questo che pensa il protagonista di “La promessa” un poliziotto che il giorno prima di andare in pensione promette ai genitori di una bimba uccisa che troverà il colpevole. E seguirà la sua promessa fino alla follia.

Il film è tratto da un romanzo di Friedrich Durrenmatt grandissimo scrittore svizzero del secolo scorso, diretto da Sean Penn molto più bravo dietro la macchina da pressa che quando recita alla sua maniera ‘over acted” e interpretato da Jack Nicholson che impazzisce lentamente senza aver bisogno di sfoggiare le sue faccette da pazzo alla “Shining”. È un film bellissimo, guardatelo senza paura anche se fa male. E leggetevi anche il romanzo: Durenmatt è bravissimo e sintetico, chissà come sarebbe stato bravo su Twitter?

Da vedere al circolo dei pensionati che se attaccano a raccontarvi le solite storie

casa-dei-pazzi

E’ vero, siamo un po’ squinternati, ma non vuol dire che non abbiamo ragione

“La casa dei matti” (Dom Durakov) di Andrej Končalovskij (2002)
con Yuliya Vysotskaya, Stanislav Varkki, Yvgeni Mironov, Sultan Islamov, Elena Fomina

“Non è un manicomio! È la nostra casa e in questa casa ci viviamo e ci vivremo per sempre!”
“– Cosa vedi? – Una mela? – Io invece vedo su questa mela dei popoli, che si amano, che si divorano, che si combattono, intere generazioni fino alla morte guardano in alto per riuscire a vedere la mia faccia, e tu vuoi che io li mangi? Io posso solo perdonarli e… e perdono anche te.”
Io vi avviso: se non mandiamo a casa tutti adesso e per sempre, quando nella stanza dei bottoni si deciderà la guerra, voi ci piomberete nel bel mezzo, come questi matti della casa sul confine tra Inguscezia e Cecenia nel 1996. Vi sciropperete le bombe, un esercito di qua e quell’altro esercito di là, la vostra preziosa quotidianità salterà per aria. E probabilmente non avrete nemmeno la fortuna di trovarvi in compagnia del fantastico assortimento di matti da manuale di questo manicomio, dove ogni sera si aspetta tutti insieme di vedere passare il treno che per Zhanna è sicuramente guidato dal suo fidanzato, Bryan Adams. Insomma, scoppia la guerra, medici e infermieri spariscono ancor prima delle bombe, arrivano i ceceni (e per Zhanna una speranza d’amore) e la casa dei matti diventa il luogo in cui le contraddizioni si fondono (il comandante russo e quello ceceno che hanno combattuto insieme in Afghanistan, i soldati russi che vendono le munizioni ai ceceni in cambio di erba) e vengono distillate per separare la superficie degli eventi dalla fondamentale umanità di tutti, matti e non matti; distillate grazie alla follia, all’abbandono al sogno e a quella meravigliosa malinconia panslava inscindibile da vodka e fisarmonica. “La vita è quando ogni giorno produci nuova merda” osserva un ospite della casa. Questo senso concreto della vita nella sua nobile meschinità, questo è ciò che ignorano lassù nella stanza dei bottoni in cui finora hanno comandato le nostre vite! Si preparino al peggio, si preparino a dissolversi, come l’Impero russo! (non c’è più, vero? dai, c’è ancora? àspe, guardo su Wiki… àspe, non ho rete! dai, non c’è più, non mi pare che ci sia… ah, sai cosa faccio? chiamo mio cugino che d’estate va sempre in vacanza in Croazia, lui magari lo sa, mi sa che una volta è stato anche a Praga, adesso chiamo) Preparatevi al peggio anche voi: non verrà un Bryan Adams a consolarvi!

Da vedere su un F-35 nuovo fiammante.

una-scena-del-film-si-puo-fare

Democrazia diretta: una persona = un voto

“Si può fare” di Giulio Manfredonia, 2008
con Claudio Bisio, Andrea Bosca, Giuseppe Battiston, Giovanni Calcagno, Giorgio Colangeli, Anita Caprioli

“Purtroppo la pazzia non guarisce per legge.”
Diciamo subito che se ci fosse stato il reddito di cittadinanza, gran parte di questa storia (che si ispira alla realtà di oltre 2000 cooperative sociali che danno lavoro a 30.000 persone diversamente abili) non sarebbe mai accaduta. Matto o meno, ognuno ha comunque diritto ad avere un lavoro che possa svolgere decentemente e con soddisfazione, e che gli garantisca un giusto salario: Nello il sindacalista ne è convinto e quando a inizio anni Ottanta si ritrova a dirigere una cooperativa di persone congedate dai manicomi per effetto della Legge 180 (o Legge Basaglia, del 1978), cerca di tradurre questa idea in realtà. Non è facile, è un rischio, è un complicato gioco di equilibri tra responsabilità ed entusiasmo, dosaggi di medicinali e conquista di quotidianità, inattese vittorie e sconfitte dolorose e scontate, lungo un sentiero sconosciuto. Un film allegro sul lavoro come luogo sociale di normalità e libertà e sull’umano desiderio di starsi vicini, capirsi e rispettarsi anche quando si è molto diversi e destinati a vivere distanti. Delle cooperative corrotte scrivo un’altra volta, stavolta non voglio guastarvi la visione del film, anche se molto probabilmente ve lo meritereste perché potrei scommettere che non solo avete votato malissimo, ma probabilmente siete dei retrogradi, ultraquarantenni e giornalisti oppure vecchi burocrati autori di programmi in otto punti (roba fatta in casa, in Excel, manco Power Point).

Da vedere montando parquet (insieme a qualcuno che non evada le tasse).

take shelter

“as avessom d’anghè, . . . mo as divartessom” (quasi ci stavamo per annegare, . . . ma ci siamo divertiti)

“Take shelter” di Jeff Nichols, 2011.
Con Michael Shannon, Jessica Chastain, Katy Mixon, Shea Whigham, Kathy Baker

“Pensate che sia pazzo? E’ questo che vi ha detto? Bhe allora ascoltate: c’è una tempesta in arrivo come voi non avete mai visto e nessuno, assolutamente nessuno di voi è preparato a questo. Dormite tranquilli nei vostri letti perché se questa cosa si avvicina non potrete più farlo.”
Questo è un film straordinario che parla delle paure di oggi, quelle che abbiamo tutti e che chi sta lassù nelle stanze del potere non può capire perché ha perso il contatto con la realtà. È così che arriva la tempesta, un il diluvio universale continuo che ci corrode da dentro e ci fa impazzire. La pioggia è implacabile e ci travolge perché nessuno, neanche le persone vicine lo capiscono. I medici dovrebbero aiutarci ma non gliene frega un cazzo. Così se hai una figlia malata e pure tu non ti senti proprio a posto non ti aiuta nessuno.
È un film folle e potente, nuovo, attualissimo. Chissenefrega se non ci sono volti di attori famosi che ormai recitano solo il loro personaggio e tanto meglio se non abbiamo idea di chi sia il regista. Anzi è buon segno perché questo film non fa parte del vecchio sistema gestito dai poteri forti. È per questo che non l’avete visto: perché loro vogliono continuare a decidere per voi e non l’hanno distribuito. Allora lo sapete cosa fate? lo scaricate da Internet perché possono chiudere Megaupload, possono bloccare Emule ma la rete rimane e rimarrà libera.

Da vedere con impermeabile e ombrello a portata di mano

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Antonio Capolongo

    Il folle è sano di mente. Non è una sorta di ossimoro, ma è sufficiente a spiegare la realtà, quella che il folle vede fino alle viscere, e anche oltre, negli abissi più profondi di quelle menti (tante) che si nascondono dietro una maschera (il cosiddetto “io”). Di fronte a questa visione, il folle non mente ma al contempo e paradossalmente decreta la sua fine.

    Grazie agli autori per il bellissimo e folle viaggio cinematografico.

    Buone cose
    Antonio

    Rispondi
  2. kiki

    Ho appena dato il mio voto 5 stelle (nel senso del voto all’articolo, non del voto nel segreto dell’urna) non tanto o non solo per la bellezza del tutto, non tanto e non solo per la grillizzazione della rubrica, MA SOPRATTUTTO per la didascalia che cita “Ti appartengo (io ci tengo)” di Ambra quando ancora aveva l’apparecchio e lo faceva venire duro a quel pedofilo di Boncompagni! Minkia, ma chi è quel genio che scrive le didascalie? Mitologico, ho passato mezz’ora a cercare di farmi venire in mente cosa fosse “se ci tieni tu prometti e poi mantieni” e quando finalmente l’ho ricordato, ho passato la mezz’ora dopo a ridere!!
    Ma esattamente quando è successo che i vari Ambra, Jovanotti, Totti, ma normali regazzini coglioni sono diventati magister pensieri della sinistra? Sono cresciuti loro o si è rincoglionita la sinistra? Entrambi?

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    • marinda

      Kiki non lo so, ma è successo negli anni ’90. Passando da “Sei come la mia moto” a “La gente della notte fa lavori strani”. Ad Ambra è bastato mettersi con Francesco Renga. A Boncompagni, la Carrà e Japino andare a viverre nello stesso palazzo ma in piani diversi e abbonarsi al foglio.

      Rispondi

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