Quattro, cinque

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Tutte le volte che ho provato a pensarti,

non mi sono concentrato

Ho perso le tracce del respiro sul naso

e ho cominciato a starnazzare

Starnazzare nel brodo, vero brodo di camomilla

camomilla nella vita, nella mia vita, e aspetto e aspetto,

Che qualcosa accada, qui dentro nel mio cuore, qui dentro, proprio qui dentro

Fuori ci sono loro, I fantasmi annoiati con me,

che si nascondono

Io so come stanarli ora

e non mi fanno più paura

Eppure è proprio questo a spaventarmi

che loro non me ne facciano più

Che loro siano così avvinghiati a me

da trovare difficile riconoscerli

Perché ormai sono me, me con torto, me con la ragione, me con lo sbaglio

E insieme cosa facevamo?

Io e loro,

i miei fantasmi,

Facevamo così

rincorrevano me che correvo

Ma era la mia vita,

un bambino che corre per scappare

Che vede accanto a sè e alle strade su cui fugge

quello che esiste

Esiste tutto così, tutto, e io posso, posso viverne

Con me adesso, loro non mi lasciano,

e ci ho stretto amicizia

E non fanno paura,

assiepati attorno al letto, circondanti il comodino

Che si accomunano con

e piangono per,

i miei fantasmi

Quelli, i miei fantasmi, non fanno più paura

È proprio ciò che mi spaventa

che invece di correre,

il bambino stralunato, se ne sta fermo, ora,

Io sto fermo ora, e tutto intorno,

guardo dalla finestra macchiata di pioggia,

si alimenta da sé

E non vedo niente però sento,

di vedere tutti ruotare e correre

e arruffarsi per la zuffa

chiamata amore, vita e morte,

delusione, pena e dolore,

rincrescimento e ansia

amore e amore che si porgeva

Me ne sto fermo, e aspetto, come sempre,

fino a dove non lo sento neanche io

E i fantasmi continuano con me

Ad aspettare con me

E andiamo nella nuova camera, tutti quanti ad aspettare

Io con quei quattro cinque fantasmi

Io e quei cinque appollaiati un po’ tenebrosi

un po’ sorridenti, un po’ ubriachi

Seduti ognuno al loro posto che attendono con me

E sentono, quello che sento io?, e ridono silenziosamente

E un po’, la cosa solo più penosa,

provano solo un po’ di pena anche per me

Reagire,

sono talmente bravi che ti danno l’impressione che non ce ne sia bisogno

Ucciderli,

ti darebbero del matto senza condannarti

Ignorarli,

è quello che vogliono

non provare a conoscerli

Seguirli,

non ne hanno bisogno

Sono fermi

Il bisogno, l’unico imponderabile bisogno,

è vivere con loro nel ristoro

Di abeti che bruciano,

di sangue che si eleva

un po’ di semplice ristoro di una droga

Che aspiro

e loro guardano senza chiedermene un po’

e hanno la faccia di nonna

che sorride e che mangia e non deve

Di un bastone pronto su un cane

Si rifugiano da me e vogliono rifugio da me

e desiderano che io sia il loro rifugio

Alla fine,

mi lasciano stare per un po’

La mattina, quando sia il cielo lastrato di grigio o seviziato dalla luce del sole,

mi sembra che tutto sia normale

e che loro non esistano

Così ho tanta fiducia nel prossimo piede

che metterò fuori il rifugio dei miei fantasmi

Che accoglienti mi abbracciano, luridi e schiavi, ogni volta che la mattina scolora.

 

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

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