Intervista a Paolo Agnoli, autore di “Hiroshima e il nostro senso morale – Analisi di una decisione drammatica”

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Hiroshima e il nostro senso morale“L’utilizzo delle bombe atomiche sulle città di Hiroshima e Nagasaki alla fine della seconda guerra mondiale rimane probabilmente la decisione più controversa della storia contemporanea. Tuttavia, ho l’impressione che ancora oggi non sia facile intavolare un dibattito laico e razionale, libero da pregiudizi ideologici, sulle scelte di realizzare e poi usare il nuovo ordigno. Alcuni ipotizzano che, almeno in parte, molte difficoltà siano dovute alla mancanza di tutte le informazioni necessarie a capire, ricostruire e quindi giudicare tali storiche scelte. E in effetti bisogna ammettere che non c’è abbondanza di documentazione su tali vicende, vuoi perché alcune decisioni cruciali non furono mai messe per iscritto, vuoi perché molti documenti sono rimasti secretati fino a tempi relativamente recenti e altri potrebbero essere stati distrutti. Non credo però che il motivo principale di una tale situazione sia questo.” Introduzione a “Hiroshima e il nostro senso morale di Paolo Agnoli, Guerini e Associati editore.

Amo la scrittura, amo leggere, amo la narrazione, amo le storie. Ho una formazione prettamente umanistica e raramente nella vita mi sono avvicinata alla materia “scienza”. Eppure quando l’ho fatto, per motivi di studio o personali, mi sono resa conto quanto la fisica, la matematica, la scienza in generale possano grandemente influenzare l’attività di pensiero del singolo e i comportamenti di una società. Alla fine trovo naturale che un uomo di scienza arrivi a desiderare di approfondire studi filosofici, perché i dilemmi scientifici fondati sull’astrazione finiscono per sfociare in dilemmi filosofici, sociali, etici, in una parola umani.

Enola Gay

Enola Gay, l’aereo che portò l’atomica e l’equipaggio.

Siamo umanità e nessuno, mai è solo uomo di scienza, uomo di natura o uomo di cultura. Tutto è mescolato in noi e tutti siamo mescolati gli uni agli altri. E per questo vorremmo che ci fosse qualcuno che mettesse dei paletti e tracciasse delle linee nette su ciò che è bene e male, cosa si deve e non si deve fare per continuare a restare esseri umani, inteso come non disumani, e civilizzati, cioè educati al civile vivere comune.

Paolo Agnoli è uomo di scienza, laureato in fisica, amante delle materie che ha studiato e che lo hanno mosso a ricerca. Ma la sua ricerca lo ha portato a prendere una seconda laurea in filosofia, perché la stessa razionalità scientifica ti spinge verso la ricerca di definizioni e di approfondimento di sistemi di interpretazione della realtà, della società, della storia, dell’uomo che solo la filosofia ti può dare. Ho “incontrato” sul web Paolo, perché ha appena pubblicato un saggio “Hiroshima e il nostro senso morale – Analisi di una decisione drammatica”, un lavoro molto approfondito sulla drammatica scelta americana di portare scienziati e tecnici a lavorare all’atomica per decidere di sganciarla su Hiroshima e poi anche su Nagasaki. Non ho letto tutto il libro (294 pagine), ma l’ho iniziato e mi sono fatta prendere perché il tema è interessante e la scrittura avvincente. Conosciamo insieme questo uomo di scienza, per parlare di decisioni, storia, etica.

foto copertina Einstein Infeld evoluzione della fisica

Foto di gruppo con Einstein e Infeld, utilizzata per l’edizione attuale de “L’evoluzione della fisica”.

1 – Marinda: Il tuo libro è dedicato a tutti coloro che amano la filosofia. Personalmente ti ringrazio, perché la filosofia è stata, nella mia storia personale, la materia scolastica più amata. Come è nato in te questo amore? Quanto la tua formazione filosofica ti ha influenzato nella scelta dell’argomento di questo libro che hai scritto?

Paolo Agnoli - La filosofia si confondeva nel passato (pensiamo al mondo greco) con ciò che potremmo chiamare ‘scienza antica’, più tardi fornì i principi fondativi della scienza moderna. Per quanto mi riguarda la lettura, ai tempi del liceo, di un libro che Einstein scrisse con Infeld (L’evoluzione della fisica) mi convinse che nella vita, se ne avessi avuto la possibilità, avrei dovuto avvicinarmi sia alla fisica che alla filosofia. Dopo la conclusione dell’indispensabile istruzione universitaria, le letture di natura filosofica sono state prevalentemente nel campo della filosofia morale e i continui, diffusi giudizi popolari sul fatto che Hiroshima e Nagasaki abbiano rappresentato l’evento ‘più immorale’ di tutta la seconda guerra mondiale mi hanno spinto ad analizzare razionalmente queste convinte pretese morali, ed a pubblicare infine il risultato del mio studio.

Il corpo imbalsamato di Jeremy Bentham

Il corpo imbalsamato di Jeremy Bentham

2 – M.: La mia maestra delle elementari diceva che “Il senno di poi è una scienza esatta” e che “La storia la scrivono i vincitori”. Sei d’accordo, voglio dire, oggi la decisione degli Stati Uniti ti è sembrata corretta, nel senso utilitaristico – diciamo alla Jeremy Bentham – del termine. Ma pensi che allora sia stata compresa? Pensi sinceramente che sia stata fatta proprio per garantire “La massima felicità per il maggior numero”?

P. A. - Noi uomini cerchiamo, nello spiegare gli avvenimenti, una causa, La Causa. In realtà gli eventi sono più complessi di quello che vogliamo sperare, e spesso le relative cause sono molte, non una sola. Per esempio, nel caso dell’atomica, sicuramente gli americani misero anche nel conto che, dimostrando il loro potere militare, potevano ‘intimidire’ Stalin. Quest’ultimo non stava indubbiamente rispettando i patti di Yalta e si stava annettendo paesi come per esempio la Cecoslovacchia, l’Ungheria e la Polonia, senza certo sentire il loro parere (dobbiamo prendere  atto comunque che Stalin, che del resto aveva iniziato un progetto per la costruzione dell’atomica ben prima degli americani, non fu affatto intimidito dall’uso della bomba, o lo fu poco, vista la situazione in cui per esempio si ritrovarono infine i paese menzionati). La ragione principale dell’utilizzo dell’atomica sul Giappone, un paese certamente sconfitto ma che in 2600 anni di storia non si era mai arreso al nemico, fu però a mio avviso la motivazione di salvare un milione di vite di giovani americani  (e contemporaneamente milioni di vite giapponesi), vite che altrimenti sarebbero state sacrificate in una invasione diretta del Giappone.

3 – M.: Sempre a proposito di utilitarismo. Credi che sia legato alla cultura anglosassone? Cioè, ritieni, come me, che nella nostra cultura italico-latina si fatichi a prendere decisioni, anche importanti, perché non siamo capaci di vedere che cosa è meglio per la maggioranza, chiusi come siamo a valutare solo il nostro piccolo orticello?

P. A. - Qui sono abbastanza d’accordo con te. L’etica è sempre e fortemente legata al bene comune, che nel lungo termine del resto non è in contrasto con la felicità del singolo. Ma, appunto, bisognerebbe sempre ragionare con in mente un orizzonte ampio, non la contingenza.

4 – M.: Vivi a Roma, città centro del potere in Italia. Oggi sembra che tutto sia arrivato ad un’impasse perché chi può, non vuole scegliere. Penso che questo sia legato al fatto che a forza di salvaguardare il particolare, si sia arrivato ad un relativismo per il quale non si vuole scontentare nessuno e alla fine non si decide più nulla? O pensi che sia mancanza di una morale della scelta?

P. A. - Prima di tutto andrebbe sempre sottolineato che ‘non prendere decisioni’ (ciò per esempio accade spesso, ed a diversi livelli, nel nostro paese, come giustamente suggerisci tu) è anche essa una scelta di cui dovremmo sempre valutare bene le conseguenze. Da noi spesso la classe dirigente (anche se con alcune eccezioni) non avverte la responsabilità che deriva dalla propria posizione e non agisce di conseguenza. E’ la mancanza di responsabilità morale di costoro (possibile anche per il nostro atteggiamento consenziente, che spesso spera di mantenere intatto il proprio potere corporativo, magari un semplice ‘piccolo orticello’ di privilegi) alla base di tanti guai del nostro paese.

Enrico Fermi alla lavagna

Enrico Fermi alla lavagna

5 – M.: Chi o cosa ha maggiormente influenzato le tue scelte? Uno scienziato, un filosofo, un cantante, un pittore, un parente, un amico o … e soprattutto in che modo?

P. A. - Le mie scelte di vita sono state molte, e sarebbe forse noioso ricordare tutte le persone da cui sono stato influenzato. Certo, l’esempio è sempre molto importante, e questo è un altro motivo per il quale la nostra classe dirigente dovrebbe riflettere a proposito dei propri comportamenti. A proposito del mio libro e della decisione di scriverlo, debbo dire che una persona che indirettamente mi ha molto influenzato sia stata Enrico Fermi. Non solo e non tanto perché, come scrive il fisico Jay Orear, se il criterio di scelta del più grande fisico di ogni tempo deve essere quello del migliore nella teoria, sperimentazione, ingegneria, approccio didattico, assenza di contaminazione tra scienza e sovrannaturale e contributi per il genere umano ‘allora Fermi sarebbe il più grande scienziato di tutti i tempi e di tutte le civiltà umane’. Ma soprattutto perché fu una persona, oltre che molto razionale, molto buona, animata da un profondo senso di giustizia e che sentì tutta la responsabilità (a proposito della costruzione ed uso dell’atomica)  di dover comunque prendere una decisione, che gli sembrò in quel momento ed in quel contesto la più ‘umana’ e moralmente lecita in base alle informazioni e conoscenze del problema che allora egli aveva. Non fuggì di fronte alle proprie responsabilità, con dolore ma anche tanto coraggio. Chi afferma che egli agì solo per gloria personale e per fornire un grande potere di dominio del mondo agli USA, non ha mai studiato con serietà la storia di quel grande nostro connazionale.

6 – M.: Se ti dicessero che sei stato scelto per avere, per un giorno, un superpotere che ti permetterà o di leggere nel pensiero ad una persona – viva o morta o di effettuare un’indispensabile scoperta scientifica e di poter divulgare al mondo quello che scopri, tu cosa vorresti venir a sapere? Pensi che il mondo te ne sarebbe grato?

P. A. - Penso così, su due piedi, di scegliere di poter scoprire come si possano davvero curare le diverse forme di cancro e poter subito rendere pubblica l’informazione. Ho 57 anni e ho visto molte persone, anche a me vicine, morire a causa di questa degenerazione delle nostre cellule. Anche se non dimentico che non è certo questa la causa principale di morte degli esseri umani, neppure nel mondo occidentale.

7 – M.: Una dote che hai e tieni nascosta e una dote che non hai ma ti piacerebbe avere.

P. A. - Credo (anche se so di essere in questo in grande compagnia, soprattutto in Italia) che potrei ben riuscire nell’allenare e dirigere una squadra di calcio di serie A. Sarei poi contento davvero invece se fossi capace di scrivere una poesia o un romanzo, visto che mi piace tanto leggerne, ma so con certezza che questo per me sarà sempre e solo un bel sogno.

probabilità e scelte razionali8 – M.: Reputi che tutto quello che sappiamo ci aiuti ad effettuare scelte più corrette o che alimenti sempre più dubbi legati alla complessità e quantità delle informazioni?

P. A.- Le informazioni sono importanti al fine di prendere decisioni corrette razionalmente che abbiano inoltre buona probabilità di rivelarsi poi anche fortunate. Le due cose sono infatti distinte, e non dimentichiamoci che spesso dobbiamo prendere decisioni in base alle informazioni (magari poche) che abbiamo in un particolare momento. In ogni caso la gestione di grandi quantità di informazioni, anche complesse -con lo scopo di prendere decisioni razionali e poter legittimare le nostre scelte-  può essere oggi facilitata molto da metodologie e tecnologie che tengono conto non solo di dati numerici ma anche del parere degli esperti del campo, parere basato su esperienza pregressa o anche capacità di ‘intuizione’ sviluppata e collaudata nel tempo. Spesso però i dubbi in ogni caso rimarranno, noi saremo infatti sempre destinati a deliberare in condizioni di incertezza: ma tutto ciò che potrebbe essere potenzialmente utilizzato per diminuire l’incertezza andrebbe sempre doverosamente studiato.

il senso della misura9 – M.: Provengo da studi sociologici fortemente influenzati da Heinz Von Forster”, fisico e filosofo e dal suo “Sistemi che osservano”. Tutta l’analisi anche sociologica degli anni ’70 e ’80 è stata segnata dalla sua idea che “è la mia esperienza a essere causa primaria e il mondo la conseguenza”, insomma – semplifico – anche le caratteristiche delle cose osservate non sembrano esistere in sé, ma determinate dall’osservatore. Esiste, secondo te una maniera oggettiva di raccontare la storia e la realtà?

P. A. - La scienza rappresenta il modo con cui noi conosciamo il mondo, non una presunta conoscenza ‘oggettiva’ della realtà (realtà che comunque esiste). Ciò non significa, per quanto riguarda il processo conoscitivo, arrenderci all’arbitrarietà. Nella scienza il concetto di soggettività è infatti  recuperato con quello di intersoggettività, come chiarisce bene il fisico Giulio D’Agostini: “La così detta ‘oggettività’, come è percepita da chi è al di fuori della ricerca scientifica, viene recuperata quando una comunità di esseri razionali condivide lo stesso stato di informazione. Ma anche in questo caso, si dovrebbe parlare più propriamente di intersoggettività”.

10 – M.: Oggi si parla molto di cervelli in fuga. Per quale motivo potresti immaginare di lasciare l’Italia? E dove vorresti andare e per fare cosa, qualora dipendesse solo da te?

P. A. - Il motivo per il quale, se fossi più giovane, mi convincerei a lasciare questo paese (che per molti versi amo moltissimo), è che è ostaggio degli interessi di potenti corporazioni di ogni tipo, ciò a scapito del presente e dell’avvenire dei disoccupati, dei precari, di tanti e tanti giovani generosi, spesso ben preparati e istruiti (le nostre università ancora svolgono decisamente  bene la loro funzione), che hanno il solo torto di essere al di fuori del ‘recinto’. In questo paese chi ‘è dentro’, certamente in differenti modi non tutti paragonabili, non vuole mettere in discussione neppure il più piccolo privilegio o sicurezza acquisiti. In realtà, è il mio pensiero, con piccole rinunce attuali ne beneficerebbe in futuro anche lui o i suoi figli. Personalmente andrei in un paese dove siano tutelati per tutti (anche i meno capaci) i diritti ad una esistenza dignitosa e protetta da seria assistenza sociale e welfare, ma un paese che allo stesso tempo – e a differenza dell’Italia- puntasse molto sulla meritocrazia dei singoli. Un luogo che mi viene in mente è per esempio l’Australia, che mi ricorda un po’ quella che era l’America di qualche decennio fa.

11 – M.: La nostra rivista è composta di persone che amano il loro mestiere (chimici, fisici, biologi, neurologi, radiologi, economisti, dietologi, informatici, insegnati …) ma che trovano soddisfazione a scrivere di altro: moda, musica, cibo, cinema, letteratura, scrittura, attualità, politica, società, poesia. C’è un argomento lontano dalla tua esperienza che ti incuriosisce o su cui vorresti raccontare una storia anche immaginaria?

P. A. - Come ti dicevo precedentemente mi piacerebbe davvero saper scrivere un romanzo. Scrivere un saggio, come per esempio quello da cui è partita questa intervista, è virtualmente alla portata di tutti, basta poter e voler ‘faticare’ un po’. Per scrivere un romanzo o una poesia però, oltre il dovuto impegno, credo bisognerebbe avere appunto doti che purtroppo non mi appartengono. Se ne avessi le capacità proverei a scrivere molto volentieri un romanzo (o magari la sceneggiatura di un film!) ambientato fra giovani studenti universitari degli anni ’70, riprendendo in parte la mia storia personale, dove le tematiche relative all’impegno scientifico si intrecciassero con quelle relative alla passione politica e alle vicende di carattere privato.

Paolo Agnoli

Paolo Agnoli

Paolo Agnoli in 11 punti.

1 – Paolo Agnoli è dottore, con lode, in fisica (Roma, Università la Sapienza, indirizzo fisica nucleare) e in filosofia (Roma, Università di Tor Vergata, indirizzo storia del pensiero scientifico), sempre secondo il vecchio ordinamento.

2 – Ha vinto anche il premio/borsa di studio  “Enrico Persico” bandito dalla Accademia Nazionale dei Lincei.

3 – Inizia negli anni ’80 una lunga esperienza  lavorativa con aziende di telecomunicazione, tra cui l’allora SIP (oggi Telecom Italia).

4 – In quel periodo partecipa, tra l’altro, ad un corso residenziale di specializzazione in Telecomunicazioni presso la Scuola Superiore Guglielmo Reiss Romoli all’Aquila.

5 - Per anni contibuisce alla progettazione e realizzazione su tutto il territorio nazionale di reti private a commutazione di pacchetto (la tecnologia utilizzata da Internet).

6 – Si è occupa attivamente, in seguito, dei primi di sistemi di messaggistica e di telefonia cellulare sperimentati in Italia.

7 – Partecipa a gruppi di lavoro internazionali focalizzati sui protocolli di misurazione per l’analisi e la valutazione di prodotti e servizi nel campo delle telecomunicazioni.

8 - Nel 2009 fonda – con Francesco Piccolo (omonimo dell’autore/sceneggiatore) – Pangea Formazione, di cui è socio di maggioranza ed attuale direttore. La società è focalizzata nell’uso dell’approccio probabilistico (bayesiano) come supporto a scelte strategiche in ambito aziendale ed industriale.

Paolo col padre Sergio Agnoli a fine maratona a Roma

Paolo col padre Sergio Agnoli a fine maratona a Roma

9 – Oggi si interessa in modo specifico alla teoria delle decisioni razionali e alla sua applicazione nel campo industriale e strategico (‘decision making’), approfondendo diversi aspetti della razionalità, non ultimo quello delle decisioni etiche.

10 – Pubblica diversi libri (Hiroshima e il nostro senso morale è l’ultimo) ed articoli sia di carattere specialistico che divulgativo. In passato ha collaborato con il sito http://scienzapertutti.lnf.infn.it dei Laboratori Nazionali di Frascati (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare).

11 – Due i grandi hobby che coltiva con passione ma con diversa assiduità: la lettura, saltuaria, di romanzi e poesie della letteratura americana e la corsa di lunga distanza, anche a livello agonistico master, praticata virtualmente ogni giorno

 “Hiroshima e il nostro senso morale” comincia così

… La mattina del 6 agosto 1945 un bombardiere americano sganciò una bomba atomica sulla città giapponese di Hiroshima. La bomba esplose a una altezza di circa 600 metri, sollevando una nube di fumo alta diciassette chilometri e uccidendo all’istante 80.000 persone. Solo 3 giorni più tardi un altro bombardiere fece cadere un secondo ordigno nucleare nel porto della città di Nagasaki. Una nuova epoca della storia dell’umanità era iniziata.

1.1. Due dilemmi etici principali

Le tematiche etiche relative a questi drammatici eventi possono essere rappresentate in due problemi distinti, riguardanti rispettivamente lo sviluppo e l’impiego dei due ordigni lanciati sul Giappone.
Il primo, la scelta di costruire la bomba, riguardò in modo specifico tutti gli scienziati coinvolti. Sulla ricostruzione di questi avvenimenti mi soffermerò nella Prima parte di questo lavoro.

Il secondo problema, concernente le differenti possibili modalità di utilizzo delle bombe – la cui straordinaria potenza era certamente ormai chiara a tutti coloro cui spettavano le decisioni più importanti – riguardò ancora gli scienziati ma soprattutto i politici americani e segnatamente il presidente degli Stati Uniti. Su questo problema mi soffermerò nella Seconda parte.

Ovviamente, almeno in parte, queste due questioni hanno mostrato talvolta interazioni. Come afferma in modo convincente lo storico americano H. Bruce Franklin: “Prima che le armi nucleari potessero essere usate, dovettero essere progettate; prima che potessero essere progettate dovettero essere ideate. La loro storia comprende le complesse interazioni tra le intuizioni e le illusioni di coloro che le concepirono, di coloro che le costruirono, e di coloro che decisero di farne uso.” (Franklin, War Stars: The Superweapon in the American Imagination, citato in Drogan, Link, 2012, p. 23) In ogni caso, nella cornice generale rappresentata dai due dilemmi etici principali, spesso mi è capitato di dover discutere alcuni quesiti specifici (dibattuti anche in letteratura, sia dal punto di vista storico che morale), che qui riassumo.

• È opportuno e moralmente lecito che scienziati quali fisici, chimici e matematici mettano a disposizione le loro competenze al fine di costruire strumenti progettati per uccidere o addirittura sterminare altri esseri umani?

• Gli scienziati che parteciparono attivamente alla costruzione della bomba non rincorrevano soprattutto la gloria professionale derivante dall’aver contribuito a una invenzione storica?

• Questi scienziati non volevano, in cuor loro, soprattutto difendere e rafforzare il sistema americano, reservandolo dalla ‘minaccia comunista’ tramite una dimostrazione della potenza distruttrice che gli Stati Uniti erano capaci di raggiungere?

• Non doveva esser del tutto chiaro agli scienziati e ai politici chela Germanianon sarebbe mai stata capace di costruire un simile ordigno? (Questa obiezione implica che si finse di credere al ‘bluff’ di Hitler solo per giustificare tale progetto).

• Non sarebbe stato più saggio e più giusto eseguire, prima di sganciare realmente la bomba su Hiroshima, una dimostrazione della sua potenza in una zona deserta o comunque isolata del Giappone?

• In ogni caso, non si poteva dare un minimo di preavviso ai giapponesi sulla città o sulle città prescelte per il bombardamento?

• Comunque, non si potevano scegliere basi militari, lontane da città densamente abitate?

• In particolare, la bomba su Nagasaki non è stata poi una inutitile spaventosa crudeltà tipica di chi vuole imporre il proprio sistema? O almeno dimostrare al resto del pianeta la sua terribile potenza militare e la sua spietata volontà di farne comunque uso?

• Nell’avvertimento fatto al Giappone conla Dichiarazionedi Postdam (si veda il par. 8.1) gli americani non potevano essere più espliciti e parlare chiaramente di ordigni nucleari e non solo di “forza smisuratamente grande capace di devastare l’intero Giappone”? Come potevano i giapponesi minimamente supporre l’esistenza di una bomba di tale natura?

• L’uso dell’atomica non fu deciso, anche e soprattutto dai politici, solo per ‘mostrare i muscoli’ ai sovietici?

• Sviluppando per primi il nuovo ordigno, gli americani non costrinsero i sovietici (e il resto del mondo tecnologicamente avanzato) ad attrezzarsi a loro volta a intraprendere una pericolosissima e costosissima corsa agli armamenti atomici? Mettendo in questo modo a repentaglio la stessa sopravvivenza della specie umana sul pianeta?

• In ogni caso non sarebbe stato più opportuno continuare a bombardare a oltranza in modo convenzionale e quindi invadere il Giappone per porre fine alla guerra in modo tradizionale, esattamente come era avvenuto del resto conla Germania?

• Non è poi vero che il Giappone era già sostanzialmente sconfitto prima del lancio dell’atomica e non aspettava altro che l’occasione per arrendersi, magari la semplice assicurazione che l’imperatore sarebbe rimasto al suo posto?

• Non bastava provare così solo ad aspettare, al massimo cercando di ‘affamare’ il Giappone, per ottenere la sua resa spontanea, anche se condizionata, evitando sia la bomba atomica sia l’invasione e perfino l’uso di ordigni tradizionali?

• Non avrebbero dovuto poi gli americani comunicare loro per primi ai giapponesi di essere in realtà disposti a più indulgenza di quanto ufficialmente mostrato nella Dichiarazione di Potsdam? Ovvero di essere in verità disposti a trattare una resa che avrebbe previsto l’accettazione dell’imperatore e della sua famiglia al potere e lo stesso mantenimento del sistema imperiale? Non avrebbero dovuto gli Stati Uniti dare al Giappone anche tutto il tempo necessario per riflettere sulla risposta, astenendosi nel frattempo da ogni azione di offesa nei suoi confronti?

• In qualsiasi caso, l’uso dell’atomica non è stato un atto disumano, con conseguenze profondamente peggiori di tutte quelle provocate dalle altre decisioni di carattere militare fino ad allora avvenute durante il conflitto?

Tutte queste domande mi sembrano assolutamente legittime. In più io credo sia importante discutere gli argomenti di cui si servono i semplici cittadini (e non solo i filosofi o gli storici di professione) per giudicare quegli avvenimenti e quelle scelte epocali. Tuttavia, anche se prometto di dare a tutte le domande una qualche risposta direttamente o indirettamente nel corso di questo scritto, non ho intenzione di approfondire l’analisi storica degli argomenti in esse contenuti. Sarò più interessato, come detto, a commentare sui giudizi di immoralità mossi alle decisioni degli scienziati e dei politici americani. In altre parole proverò a ragionare in termini morali.

Anche se i nostri giudizi non possono essere studiati come un esperimento di fisica o un’equazione matematica, essi rimangono tuttavia un oggetto di studio. Possiamo analizzare queste istanze morali, verificare la loro coerenza, mettere in luce e criticare i principi utilizzati. 

 

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