Il rito del voto

2
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone
partecipazione

Partecipazione

Varcare il seggio elettorale in Via Aquileia a Ravenna, mi ha fatto sempre sentire bene. Prima di arrivare con la scheda elettorale in mano e la mia scelta in testa, l’ultima volta, ovvero qualche week-end fa, ho viaggiato per 12 ore. Un viaggio strano, pieno di pensieri, come me tanti che tornavano per fare quella tanta osannata crocetta. Mi sono ritrovata a passare un insolito sabato sera in compagnia di Dino Barrant, amico ritrovato fra i lettori de L’Undici, alla stazione di Firenze e mi chiedevo se ne valesse veramente la pena, se tutto quel tempo perso, sarebbe stato poi ripagato in termine di vittoria, colpa mia poi che non mi sono ancora decisa ad iscrivermi all’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero, NdR).

A casa mia, il rito del voto è ogni volta lo stesso, tre schede elettorali sul tavolo in legno, mia mamma che indaga su chi voterò, un caffè e via verso il seggio. Questo momento è preceduto da lunghe e accese discussioni con mio padre, che mi ha sempre trasmesso una passione per la politica. È preceduto dalle chiacchiere da bar sport con gli amici, dalla televisione che rimbalza messaggi elettorali, dai giornali che si alimentano dell’ultimo sondaggio, da chi promette di più, da chi è giusto, da chi è cattivo. Da mio nonno, vecchio cuore rosso della campagna romagnola, il quale è ancora convinto che il comunismo sia una cosa realizzabile. Dagli amici di destra e di sinistra, che preparano la campagna elettorale, dai volantini nelle buchette, sulle macchine, simboli, colori, spille, adesivi, penne per imbonire chi è ancora confuso. Un atmosfera che si vive solo ogni 5 anni, se non cadono prima i governi. Ogni volta la stessa sensazione…credere che quel politico demagogo sia l’uomo giusto,  sia lui a far prendere di nuovo respiro all’Italia.

elezioni_studenti

Gli studenti italiani all’estero non hanno potuto votare.

È da qualche settimana che mi imbatto in discussioni politiche tra italiani expat (espatriati, NdR). È la prima volta che vivo la campagna elettorale all’estero, l’atmosfera di tensione politica mi è mancata, ma non mi sono mancate le occasioni per discutere, confrontarsi, litigare per il proprio pensiero.

Qualche giorno fa sono inciampata in M. che professa l’astensionismo, pensavo che non esistessero più gli astenuti…poi pensandoci bene, mi sono ricordata delle ultime elezioni in Sicilia, dove il livello di astensionismo è stato parecchio alto. Gli ultimi risultati poi parlano chiaramente, la partecipazione al voto è calata di 5 punti rispetto al 2008. Sarà perché in Italia rispetto alla media europea abbiamo sempre avuto un elettorato attento e partecipe, che mi ha in stranito questa presa di posizione. Ultimamente ho conosciuto tante persone che volutamente non si sono presentate al seggio. Io personalmente, non potrei mai rinunciare ad andare a votare, è banale dirlo, ma è l’unico momento in cui mi sento di partecipare attivamente alla vita democratica del nostro paese. Ogni volta mi reco al seggio contenta e fiduciosa. E anche se la nostra costituzione lo definisce un diritto, io lo considero un vero proprio dovere civico.

Economia lussemburghese

Economia lussemburghese

Qui in Lussemburgo è un obbligo andare a votare, non puoi astenerti dal farlo. M. dice che il suo non andare a votare è una presa di posizione, è una scelta consapevole e dettata dalla stanchezza di accontentarsi o votare il “meno peggio”. Penso che un uomo di diritto non dovrebbe mai pronunciare queste parole. M. sostiene che noi, gli expat, non dovremmo neanche votare, in quanto non abitiamo più nel paese di origine e non contribuiamo neanche fiscalmente allo stato. Per lui, gli stranieri che abitano in Italia e che lavorano contribuendo alla società come il resto degli italiani, dovrebbero avere il diritto al voto, di questo ne sono piena sostenitrice. Sono assolutamente contraria al resto della sua tesi. È vero che non abitiamo più nel vecchio stivale, ma io non potrei mai accettare di non votare per il mio paese, perché lo amo, perché è la casa dei miei affetti e perché è così tanto strano volere aver voglia di sperare un futuro migliore per chi verrà dopo di me? Per chi dei miei amici ci abita ancora? Per la mia famiglia? Il mio diritto di voto esiste perché potrei tornare in Italia un giorno, esiste perché la mia italianità scorre nelle mie vene, perché sono cittadina italiana per nascita e per legame con la mia terra. E se non mi sentissi così che senso avrebbe continuarlo ad esserlo? Non è forse meglio provare, scegliere e correre il rischio di sbagliare? È vero quello che dice M. che scegliere di non votare è equivalente a prendere una posizione? M. è stanco di essere rappresentato dai soliti burattinai, ma questa stanchezza non ci accomuna forse tutti noi?

Un caro amico mi confida che anche lui ha deciso di non votare. Penso che sia una grossa rinuncia e penso che anche se ci sentiamo tutti insoddisfatti, abbiamo il dovere e il diritto di fare quella crocetta, di consegnare una scheda bianca o di annullare il voto, ma non di non andarci.

Poi, perché mi dovrei affidare alla scelta del resto degli italiani? Preferisco partecipare, sbagliare e anche se tutti noi siamo scontenti della classe politica, votare. Non mi è mai piaciuto stare al di fuori della linea, piuttosto sbaglio, agisco e se non mi vanno bene le cose provo a cambiare. Il nostro sistema è talmente radicato nel clientelismo e nel personalismo dei partiti che è difficilmente possibile poter fare qualcosa. Ma almeno proviamoci, dico. Monti, Grillo, Ingroia, Giannino,  diversi e anche più. Rappresentavano l’alternativa, interpretavano le principali risposte alla crisi della democrazia del pubblico all’italiana. Siamo stanchi di vedere in scena lo stesso spettacolo di marketing politico, dei partiti più personali che personalizzati. Abituati a partiti dove la fedeltà al leader conta di più che la competenza, dove nella selezione della classe politica non contano i valori etici, ma semmai l’immagine, i rapporti personali e professionali.

E poi lasciatemi dire che mi sento  profondamente delusa dai risultati di queste elezioni. C’è chi dice che forse era meglio andare a votare un anno fa. Una profonda riflessione sul M5S che, nonostante la sua carenza di sostanza, è uscito come unico vincitore. M. dice che il suo partito, “quello degli astenuti” e Grillo hanno dato un segnale forte e sono alla fine i veri protagonisti di questo risultato. Io non so cosa pensare. Come dice “L’amaca” di qualche giorno fa di Michele Serra, “su due elettori, uno è imbecille” e mi sento esattamente come lui, imbecille. E citando Scalfari “E se negli anni ’70 lo slogan era “l’immaginazione al potere” oggi si potrebbe dire “l’inesperienza al potere”. Penso che inesperienza o meno, rivoluzione sociale, morale, politica a parte, sento un senso di amarezza, perché non impariamo mai. Perché crediamo sempre alle solite favolette, perché continuiamo a farci comprare il voto, perché come dice J. “Berlusconi sono 20 anni che insegna alla sinistra come si fa una campagna elettorale. Ma a sinistra ancora non ci hanno capito niente”, perché siamo ritornati indietro di 20 anni, o forse perché non ci siamo mai evoluti.

Cito due cari amici che militano in politica, opposti come pensiero.

Che facciamo? Aspettiamo o attraversiamo incuranti delle pozzanghere?

“Sono distrutto. Umanamente più che politicamente. Lo ammetto senza nessun opportunismo: è un voto che non riesco a comprendere. Non me la prenderò con nessuno, credo che sia stato un voto per quanto di cuore (o di pancia) estremamente consapevole e rispetto chi legittimamente ha rifiutando o non ha riconosciuto l’urgenza del cosiddetto voto utile assumendosi così la propria responsabilità. Allo stesso modo non ho la forza di buttare la croce addosso a chi doveva vincere e non lo ha fatto. Da dieci anni tento di fare politica e continuo a metterci la faccia anche nel momento in cui il Partito Democratico, il MIO partito, di fatto perde mancando l’occasione più importante della sua storia. Ritengo che le componenti, razionali e non, che hanno fatto maturare questo risultato siano indecifrabili nella loro vera realtà anche a chi oggi canta vittoria, per questo chiedo che mi siano risparmiate lezioncine di politica, o ancor peggio di morale. Non nascondo che queste ore siano le più difficili, innanzitutto sul piano umano, da quando mi interesso di politica perché il mio modo di intenderla e di interpretarla oggi si è scontrato con un risultato che rifiuta molte dei presupposti in cui credo. A meno di trent’anni credo sia mio dovere prendermi un po’ di tempo per pensare a tutto questo e spero di non essere il solo a farlo. Perché io davvero sto risultato non lo capisco, e non riesco a riconoscerlo “giusto” perché la nostra proposta politica era davvero la migliore.” F.S.

“Non so se in un paese normale Berlusconi sarebbe stato ancora candidato (e quasi vincente), come si chiedono i miei amici che hanno votato a sinistra. So per certo, invece, che in un paese normale:
- Renzi sarebbe stato il candidato premier del PD, e non quel rottame del vecchio apparato di partito;
- Fini non sarebbe più presidente della Camera da mò;
- Casini oggi avrebbe il problema di trovarsi un lavoro, e invece è ancora in parlamento;
- Monti non sarebbe mai stato premier, e tantomeno candidato, e tantomeno votato;
- i vertici del PD non bollerebbero come idioti gli elettori di Grillo e Berlusconi, ma si sforzerebbero di attirarli;
- Bersani, dopo essersi fatto rimontare 10 punti in un mese, si sarebbe già dimesso.
Il parametro della normalità vale per tutti, eh.” A.A.

Penso che entrambe le loro posizioni debbano essere prese in considerazione.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Ugo Tini (Gigi)

    Provocazione per provocazione: penso che sarebbe molto più giusto che il voto fosse vietato ai giovani.
    1. bevono, si drogano e vanno in discoteca quindi le loro capacità mentali sono come minimo abbebbiate
    2. non si interessano di politica, proprio non gliene frega, non leggono, non si informano e quindi non ne hanno idea e si riducono ad andare dietro a quello che la spara più grossa
    3. non lavorano, quindi non pagano le tasse: perciò perché dovrebbero decidere quante tasse debba pagare chi invece lavora e in qualche modo li mantiene?
    4. in Italia comandano per lo più i vecchi perché ogni volta che ci siamo affidati a qualcuno di nuovo (non necessariamente giovane) era ben peggio di quelli di prima, quindi meglio lasciare che decidano i vecchi
    5. a 20 anni (oggi anche a 30) si è spensierati e si pensa a divertirsi: “se ti fai il cattivo sangue per la politica invece di dargliela a mucchio, vedi punto 1.”

    quindi direi di mettere un limite minimo per andare a votare, non so se 25 o 30 o 35 anni, l’importante è che uno paghi le tasse da almeno 3 anni e che si sottoponga a un test per verificare la sua conoscenza della politica.

    Il vecchio Gig.
    ps sia chiaro che è una provocazione, ma gli argomenti sono sostenibili almeno quanto quelli di Dino

    Rispondi
  2. Dino Barran

    Cara Freida,

    Non ricordo se ti ho esposto durante la nostra odissea il mio favore per l’introduzione di un limite massimo di étà per l’esercizio del diritto di voto. Diciamo 80 anni, ma possono essere anche 79 o 81, non cambia nulla.

    Lo baso sulle seguenti considerazioni:
    1- le facoltà mentali possono averci abbandonato e il nostro voto essere equiparabile a quello di un interdetto;
    2- se dette facoltà sono ancora presenti, il livello di informazione è comunque suscettibile di essere alquanto ridotto;
    3- si finisce per chiedere a figli/nipoti per chi votare, con questi ultimi che dispongono dunque di un doppio voto;
    4- si è consapevoli che, ormai, non si vedranno le conseguenze del proprio voto e quindi si vota tanto per votare, alla boia d’un giuda; e soprattutto
    5- a 80 anni, chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto, basta cosi’. Se ancora ti fai cattivo sangue per la politica invece di dargliela a mucchio, vedi punto 1.

    Oggi, come cantavano i Dik Dik, è il primo giorno di primavera. Ti auguro di passarlo al sole, insieme a coloro che ti vogliono bene. Anche via skype o solo attraverso le righe di questo forum.

    Dino

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?