Emozioni pericolose

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Quali sono le ragioni dell’origine della religione nella storia dell’uomo? Alla domanda, che ha ovviamente senso solo se non credete in Dio, prova a rispondere un articolo scientifico (di cui, purtroppo, non ho i riferimenti).Gli autori sostengono che esiste in noi una naturale e istintiva predisposizione verso la divinità: ci viene spontaneo vedere “qualcuno” dietro ad ogni fenomeno naturale oppure a dare un’anima agli oggetti, alle rocce, alle montagne. Così si comportano i bambini ad esempio. Se gli si spiega che le piante nascono dai semi, spesso chiederanno “chi” ha fatto i semi.

Una possibile razionalizzazione di questa attitudine è che, ad esempio, se siamo in bosco e di notte ci sveglia un rumore improvviso, tendiamo a domandarci: “Chi è?” e non “Cos’è?”. Quando gli uomini preistorici, in una caverna, di notte, sentivano un suono strano era meglio pensassero che fosse un leone (un “qualcuno”), anche se poi in realtà era il vento (un “qualcosa”), perché così si mettevano in allarme ed erano pronti a scappare. Chi invece aveva un cervello che concludeva che la causa del rumore fosse sempre il vento, aveva più possibilità di finire mangiato dal leone, perché ogni tanto si trattava veramente del leone. La selezione ha quindi agito per premiare chi crede sempre che dietro al rumore ci sia un pericolo, un “qualcuno” e non un “qualcosa”.

In altre parole, in quanto esemplari di homo sapiens, siamo il frutto di un’evoluzione che ci ha selezionato per allertarci di fronte ad ogni “increspatura” della quiete e, in definitiva, per renderci paranoici e vedere il pericolo anche dove il pericolo non c’è. Questo è accaduto perché l’ambiente naturale nel quale ci siamo evoluti era un luogo pericoloso (in primis le savane africane), dove noi eravamo soprattutto una preda. Lo dimostra il fatto che, in situazioni di estrema paura, tendiamo a “rilasciare le feci”, perché ciò serviva a mascherare il nostro odore e confondere così il predatore che ci inseguiva.

Per migliaia di anni, l’ambiente circostante e i genitori hanno insegnato ai “cuccioli di uomo” a difendersi da insidie chiaramente identificabili: i predatori, i fiumi in piena, i precipizi, il buio della notte, ecc. Oggi, da un tempo evolutivamente ridottissimo, viviamo invece in un mondo, dove quei pericoli sono quasi del tutto scomparsi. Non solo: da qualche decennio, almeno nel mondo occidentale, sono in via di diminuzione anche gran parte di altri pericoli facilmente identificabili: non si muore più di vaiolo, di peste, di tubercolosi, lebbra, ecc.. Sono cioè scomparse malattie che hanno decimato per secoli la specie umana, costituendo fonte di preoccupazioni reali e tangibili per decine di generazioni.

Secondo l’Istituto Nazionale della salute mentale, ansia, panico e disturbi correlati colpiscono circa 19 milioni di uomini di età superiore ai 18 anni in Europa.

Eppure il nostro cervello è rimasto quello. Il nostro cervello continua a vedere un leone dietro ad ogni rumore sospetto, allertando il nostro corpo per scappare o difenderci  e continuiamo a sentire lo stimolo di defecare in situazioni di emergenza. Ma sia quei pericoli specifici, sia – in generale – i pericoli chiaramente identificabili non fanno quasi più parte della nostra realtà quotidiana. In altre parole, il nostro cervello – almeno in questo aspetto – non è più adeguato al nuovo ambiente in cui viviamo, perché è “programmato” per porsi molto facilmente e velocemente in uno stato d’allarme per reagire ad emergenze chiare e riconoscibili che oggi sono però quasi del tutto assenti.

E allora? Non esistono più pericoli e malattie? Tutt’altro. Oggi i pericoli e le malattie esistono eccome e – da un certo punto di vista – sono più insidiosi che in passato, sia perché sono difficilmente riconoscibili e riconosciuti come tali, sia perché non siamo stati preparati a contrastarli. Oggi si sta male e si muore per depressione, solitudine, attacchi di panico, suicidi, assassini di massa, ansia, ossessioni, ecc. ecc..

Nel 2012, negli USA, sono stati uccisi 39 studenti a causa di assassini di massa in scuole o università.

I nostri genitori “preistorici” ci insegnavano a riconoscere e difenderci dal pericolo-leone o, in tempi più recenti, ad attraversare la strada; ma chi ci insegna a proteggerci dall’ansia che ci mangia dentro o dalla depressione che rischia di condurci al suicidio?

Se la peste nera del XIV secolo uccise un terzo della popolazione europea, oggi – secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità – muoiono più persone a causa del suicidio che per i conflitti armati di tutto il mondo e per gli incidenti automobilistici. In tutte le nazioni, il suicidio è attualmente tra le prime tre cause di morte nella fascia di età 15-34 anni. Se per millenni, non era raro che un bambino morisse per una qualche malattia, oggi, negli “evoluti” paesi occidentali, il rischio maggiore per i nostri figli sta diventando uno squilibrato che entra nella loro scuola/università e comincia a sparare all’impazzata. Sta accadendo negli USA, e purtroppo, è probabile accada sempre più spesso in Europa dove assumiamo tanti comportamenti sociali statunitensi. La depressione colpisce nel mondo 121 milioni di persone, deteriorandone la capacità di lavoro e di relazione. Nella sua forma più grave può portare al suicidio ed è responsabile di 850.000 morti ogni anno.

Non siamo pronti a difenderci da tutto questo, perché non siamo stati “programmati” per farlo e nessuno ci ha educato a farlo. Anzi, mi sento di affermare che – in diversi casi – sia proprio il nostro cervello la causa di questi mali. Essendo infatti predisposto e abituato a porsi spesso in allarme – atteggiamento utile in passato, quando pericoli “reali” (il leone) erano spesso in agguato – tende oggi a fare lo stesso, quando i pericoli non esistono più o sono assai meno preoccupanti in termini assoluti. E’ come se il cervello “avesse bisogno” dell’allarme. Non solo: nella savana era facilmente riconoscibile l’insorgere e il cessare dell’emergenza. Quando il leone se n’era andato, il cervello, e conseguentemente il corpo che era stato allertato per difendersi, poteva tornare a rilassarsi. Oggi le situazioni di preoccupazione sono più complesse o, appunto, indotte dal cervello stesso oppure viste in televisione (oggi siamo costantemente informati su ogni tragedia che accade in ogni parte del mondo), così che si rischia di arrivare al paradosso per cui viviamo costantemente in una situazione di emergenza anche se l’emergenza è assente oppure è un’inondazione nelle Filippine vista in TV. Per cui, persone che potrebbero condurre una vita mediamente tranquilla, finiscono vittime di ansie spesso ingiustificate, depressioni e solitudini che sono fonte di altra depressione e solitudine, perché, come scriveva Francis Scott Fitzgerald: “Quando si è soli nel corpo e nello spirito si ha bisogno di solitudine, e la solitudine genera altra solitudine.”

Oltretutto le emergenze con cui l’homo sapiens ha convissuto per millenni erano prettamente fisiche e richiedevano la risposta del nostro corpo: un leone, la fame, la sete, dolori fisici, ecc.. Oggi, di fronte a minacce psichiche e dolori dell’anima, rispondiamo allo stesso modo: produciamo adrenalina, contraiamo i muscoli, siamo sempre pronti a scattare: tutte risposte fisiologiche utili di fronte ad un leone pronto a mangiarci, ma invece fonte di stress e ansia o addirittura malesseri fisici nel mondo attuale. In definitiva, l’assenza di pericoli tangibili e ben identificabili per difenderci dai quali siamo stati preparati da millenni di evoluzione è la causa degli attuali, complessi, indefiniti pericoli e malattie dell’”evoluto” presente. La “società del benessere” ci ha liberato dai leoni e dalla peste, ma ci lascia alla mercé di nuove insidie, che fatichiamo a riconoscere e combattere, proprio come gli europei del Trecento di fronte alla peste.

La corretta e normale respirazione: in fase di inspirazione, il diaframma si abbassa, spingendo la pancia all’infuori: i polmoni si espandono e l’aria entra.
L’espirazione si produce quando il diaframma si rilascia, sale verso l’alto, diminuendo il volume dei polmoni e quindi aumentando la pressione dentro di essi: l’aria tende ad uscirne.

Le malattie dell’anima e della psiche si originano quindi dal distacco dalla nostra natura e dalla Natura in senso lato. Ne è un emblema, l’atto più naturale che esista: respirare. Non sappiamo più respirare e nessuno ce lo ha insegnato. Esiste infatti una respirazione normale, diaframmatica, illustrata nello schema a fianco ed una, toracica, che si attiva in situazioni di emergenza quando è necessario ossigeno in grandi quantità (per scappare dal leone…) e che dovrebbe lasciare spazio alla prima, quando l’emergenza cessa. Oggi, molte persone, respirano quasi sempre in questa seconda maniera, mantenendo il diaframma costantemente contratto, ossia spinto verso il basso, perché il loro cervello, frequentemente in allarme, comunica al corpo che deve prepararsi ad una minaccia fisica.

La respirazione toracica però non è corretta ed è giustificata solo in situazioni di emergenza che si suppone siano limitate: se infatti il diaframma si mantiene contratto e non risale nella gabbia toracica, i polmoni non si svuotano e l’espirazione tende ad essere incompleta. Questo fa sì che non ci sia posto per nuovo ossigeno, così che avvertiamo un senso di una fame d’aria che è alla base, ad esempio, degli attacchi di panico. Insomma il panico alimenta altro panico, in una spirale psico-fisica che si autoalimenta.

Allo stesso modo, un diaframma innaturalmente bloccato verso il basso obbliga altri organi a sistemarsi in maniera innaturale e tutto ciò è concausa del reflusso gastroesofageo, dell’ernia iatale, del rigonfiamento dello stomaco e delle emorroidi. Insomma: un cervello in costante emergenza non genera solamente ansia nevrosi, ma anche mali prettamente fisici.

Cosa fare dunque? Forse dovremmo insegnare e farci insegnare a vivere in questo mondo complesso dove sono in agguato nuove malattie. Il cervello è l’organo più vulnerabile in questo contesto modernoe – come il resto del nostro corpo – va difeso, protetto, curato e amato. Così, come stiamo attenti a non mettere il piede sopra dei pezzi di vetro o a non farci mangiare da un leone, così dobbiamo fare attenzione a non danneggiare e a tutelare la nostra psiche. E infine, per concludere, ci sentiamo di dire che anche qualche passeggiata in più al mare…non può che fare del bene…

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Cicci

    E se creassimo un mondo senza odio, fame, guerre, razzismo, cinismo; un mondo dove essere deboli non è un problema, ma un diritto, un mondo dove essere ammalati non è solo un problema nostro, ma di tutti forse non avremmo più bisogno della religione?

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    • Elsa Labonia

      A mio modesto parere la prima cosa che noi dobbiamo curare nel nostro interesse è liberarci dell’odio. E’ l’odio, che spesso, in forma d’invidia, ci corrode e consuma energia che sottraiamo al nostro fisico. Personalmente sono stata fin dall’inizio della mia esistenza, una creatura contestata, sia dai familiari che dagli amici. Ho sempre amato dire il vero, benchè sapessi delle ripercussioni e credo che questo sia stata la ragione. Ho combattuto e combatto le così dette guerre…competitive con la calma e riflessione. Ho imparato a NON lasciarmi sopraffare dalla depressione che, benchè ne avessi vissute di “tragedie” NON mi ha mai conquistata, tanto meno dal panico. Ignoro le persone dotate di odio e invidia. Confido nel Dio che è in me stessa e mi affido alla giustizia che prima o poi la vita mi offre in risposta. Credo nella Giustizia della VITA perchè è la vita che agisce e crea!

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  2. Penelope Pras

    Considerare i disturbi d’ansia e dell’umore una prerogativa del Primo Mondo è un errore. Certo la prevalenza nei vari paesi del mondo è diversa (ad esempio, date un occhio qui: Baxter AJ, Scott KM, Vos T, Whiteford HA. Global prevalence of anxiety disorders: a systematic review and meta-regression. Psychol Med 2012 Jul 10:1-14), ma a mio parere questo potrebbe almeno in parte essere giustificato da una minor possibilità di raccogliere dati nei paesi in cui l’assistenza sanitaria non è capillare (quindi, incidenza sottostimata per mancate diagnosi). I disturbi depressivi lievi e di durata limitata, reattivi ad eventi della vita, sono considerati eventi parafisiologici da diversi psichiatri,che addirittura pensano non sia indicata alcuna terapia.

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  3. jeremy bentham

    La depressione, i problemi “di cervello” esistono nei Paesi del Primo Mondo ma credo che con la Grande Crisi, dovendo affrontare altre criticità, essi si attutiranno.

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