Cronache dal conclave

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Dopo la gran rinunzia di Benedetto Sixteen, si è aperto il Conclave. L’Undici manda a seguirlo per noi un inviato specialissimo, forse il più acuto tra i vaticanisti, sia pure con un piccolo difetto: è morto nel 1916.

conclave sfocato

Finalmente una visione chiara del Conclave

Qualche anno fa, nella sua psicosi di fare turismo su tutto, l’Azienda del Turismo regionale pubblicò una cartoguida sui luoghi degli artisti che hanno dato lustro all’Emilia-Romagna. Dopo attenta analisi, probabilmente limitata alle prime righe di wikipedia, i responsabili della guida segnalarono come attrazione culturale di Forlì Olindo Guerrini, poeta, prosatore e polemista dalle molte vite e dai molti pseudonimi (Lorenzo Stecchetti, Argia Sbolenfi, Marco Balossardi, Giovanni Dareni, per non parlare dei suoi io narranti ed alter ego in vari dialetti, dal ravennate Pulinera – ossia Apollinare – al polesano Bepi). Ed effettivamente Olindo Guerrini nasce nella città di gran lunga più brutta della Romagna (senza se e senza ma, poche storie) nel 1845.

Ma se solo avessero letto fino alla terza riga, avrebbero scoperto che l’Olindo presentava se stesso con queste poche ma sentite parole: “Sono nato (ahimè!) a Forlì; ma la mia vera patria è Sant’Alberto, 15 chilometri al nord di Ravenna, dove i miei avi hanno sempre vissuto”. E Olindo a Sant’Alberto si trasferì a neanche un anno di età, incarnando in tutto e per tutto lo spirito del romagnolazzo di idee radicali, mangiapreti e dalla battuta salace.

Figlio del farmacista del Paese, a Olindo è aperta la via della “istruzione superiore”, così rara in un’epoca tanto antecedente il diritto allo studio. E dopo qualche episodio di insofferenza verso le scuole religiose che imperano nella Ravenna ancora sotto il dominio del Papa Re, prima viene spedito a diplomarsi (a fatica) nella Torino sabauda, poi – come tanti ravennati dopo di lui – va a fare l’Università a Bologna, laureandosi in Giurisprudenza. Che puntualmente gli fa schifo; perché alla fin fine è attratto dalla passionaccia politica ed è sorretto da una vis polemica che preferisce sfogare in articoli e scritti impertinenti, il più delle volte contro il clero ed i clericali, piuttosto che nelle aule di un tribunale.

le chiavi del conclave

conclave … le chiavi c’entrano

Così, quando capita l’occasione di essere assunto alla Biblioteca Universitaria di Bologna non se la lascia scappare. Da questo periodo in avanti dà libero sfogo alla vena artistica, diventando amico di Carducci, con cui ad esempio si confronta in tenzoni ubriache sui problemi di coscienza di Suor Margherita, che cadendo inavvertitamente dal balcone su un ramo “Si ruppe il cul, ma ebbe salva la vita” (Da cui la domanda: doveva ringraziare Dio?).

E qui inizia il mito, quantomeno per i romagnoli, di Olindo Guerrini, del suo alter ego Lorenzo Stecchetti; a proposito: qualche anno dopo la mitica cartoguida, in un documento di piano ravennate si leggerà anche che “A Sant’Alberto sono le dimore di due dei maggiori poeti dialettali ravennati, Olindo Guerrini e Lorenzo Stecchetti”; della scurrile e boccaccesca zitella Argia Sbolenfi, che tanto scandalizzò il pio Riccardo Bacchelli (“Guerrini? Poeta di terza categoria e pornografo di quarta”). Ma si sa, l’autore del monumentale “Mulino del Po”, oggi famoso per il vitalizio che porta il suo nome, non aveva certo il dono dell’ironia e della leggerezza, se ancora in vita si meritò lo sferzante epitaffio di Montanelli (“Qui giacciono i 120 libri e 120 chili di Riccardo Bacchelli. Liberata da tanto peso, la letteratura Italiana, con sollievo, pose”).

Nonostante i mille pseudonimi, l’opera che più di ogni altra renderà giustizia al genio di Olindo Guerrini porta tuttavia il suo nome anagrafico, probabilmente perché a deciderne la pubblicazione non fu lui, passato a miglior vita già quattro anni prima, ma suo figlio Guido: sono i Sonetti Romagnoli, usciti postumi nel 1920, dove attraverso personaggi, archetipi, situazioni, è reso un affresco straordinario del romagnolo medio, anzi, più precisamente del ravennate: anarchico, contropotere e controcultura, irriverente, vittimista, sempre pronto allo scherzo purché greve. E, prima di ogni altra cosa, avvelenato con il clero. Un odio verso le gerarchie ecclesiastiche che ha il suo apice nella serie di sonetti che chiude l’opera, dedicata al Conclave del 1903, che porterà all’elezione sul soglio di Pietro del trevigiano Giuseppe Melchiorre Sarto, “Pio disum” (Pio X). Dodici sonetti che sono un capolavoro di sarcasmo contro la Chiesa e contro il rappresentante di Dio in Terra. Con più divertimento e meno acredine di un Giuseppe Gioacchino Belli, come se in Guerrini si avvertisse il godimento per una liberazione dal potere temporale dei Papi che per il romano Belli quando scrive è ancora di là da venire (e che anzi avverrà solo dopo la sua morte).

I sonetti romagnioli di stecchetti

Basta. La parola al nostro inviato, dal Conclave ai primi giorni del nuovo Papa, con la traduzione a fronte di Magdi (Cristiano) Allam (se qualcosa urta i non romagnoli o gli epigoni di Bacchelli, che se la prendano con lui!)

CONCLAVE

E’ Cunclev, Pulinera, eccol iqué

Il Conclave, Apollinare, eccolo qui

E’ corr a Roma stanta vis d’e’ cazz

Corrono a Roma 70 facce da lazzo

Is sera in Vatican cun e’ cadnazz

Si chiudono in Vaticano con il catenaccio

E i magna com i ludar tott i dé.

E mangiano come ludri tutto il giorno

Dop is grata la panza, i to e’ cafè

Poi, si grattano la pancia e prendono il caffè

E in t’la sela piò granda d’e’ palazz

E nella sala più grande del palazzo

Is radona a vutè pr’ e’ piò cazazz.

Si radunano a votare il più sprovveduto

E l’è par quest ch’in vota mai par mè.

Ed è per questo che non votano mai per me

E intant ch’i vota i da d’intendar ch’i ha

E mentre votano fanno credere che hanno

E su Spiritusant ch’e’ va e ch’e’ ven

Il loro Spirito Santo, che va e che viene

E ch’ui insegna al purcarí ch’i fa.

E che gli insegna le porcherie che fanno

Puvar Spiritusant! sui passa vsen

Povero Spirito Santo! Se gli passa vicino

Vut ch’at e’ dega mè quel ch’ui dirà?

Vuoi che te lo dica io quello che gli dirà?

«Azident che pozza da scapen…!».

Accidenti, che puzzo di calzino!”

SEMPRE IL CONCLAVE

Sembra che durante il Conclave sarà soppressa la distribuzione dell’acqua negli appartamenti destinati ai Cardinali che ne sono forniti.

(La Tribuna, 28 luglio 1903).

I pò toi l’acqua, mo n’avè paura

Possono togliere l’acqua, ma niente paura

Che i Cardinel par quest in passa un guai;

Che i Cardinali per questo non passano guai

Sl’è par laves, i prit ins leva mai

Se è per lavarsi, i preti non si lavano mai

E sl’è par be, la bumba l’è sicura.

E se è per bere, la bomba è sicura

Pen d’ caccar, d’ lozz e d’ crocch par su natura,

Pieni di sporco, lezzo e unto per loro natura

Che dal volt i’ ha la pell ch’ l’ha fatt al scai,

Che delle volte hanno la pelle fatta a scaglie

T’ pu immaziné che pozza da furmai

Ti puoi immaginare che puzza di formaggio

E ch’ razza d’erca ch’ui sarà in clausura.

E che razza di zoo che ci sarà in clausura

E difatti aven vest che ch’ la matena

E difatti abbiamo visto che alla mattina

Ch’is asrè da par lò in t’ la surgarola

Che si chiudono da soli nella cella

I pinsè prema d’ tott a la cusena:

Pensano prima di tutto alla cucina

I tus la pgnata, e’ sped, la cazzarola

Si prendono la pentola, lo spiedo e la casseruola

E’ curtell, la cuciera e la furzena

Il coltello, il cucchiaio e la forchetta

Mo gnanc’on ch’e’ tuless la bagnarola.

Ma neanche uno che prendesse la bacinella

ANCORA IL CONCLAVE

Nell’interno sono rimaste 248 persone e cioè: 62 cardinali, 62 conclavisti, 62 guardie nobili, 62 camerieri, nonchè tutto l’altro personale, composto di medici, farmacisti, cuochi, ecc.

Nel cortile del Santo Ufizio, presso la fontana, si è eretto un grande padiglione depositandovi circa 4.000 piatti, grande numero di bicchieri e stoviglie ed ove lavorano dodici sguatteri incaricati della pulizia di dette stoviglie.

Ai cardinali si serviranno tre pasti giornalieri: alle nove colazione, al tocco pranzo, alle ventuna cena

(Il Resto del Carlino, 1° agosto 1903)

Met pu dusentzinquanta e se in parson

Metti pure un gruppo di 250 persone

I’ ha una pruvesta d’ quatarmela piatt,

Hanno una provvista di 4.000 piatti

Lassegna indrí al taren, lassegna al pgnatt,

Non contiamo le teglie e le pentole

I’ è seds precis e in pont ch’ui tocca pr’on.

Sono sette precisi e in punto che spettano a ciascuno.

Seds a dsnè, seds a zné, seds a clazion,

Sette a pranzo, sette a cena, sette a colazione,

Fa e’ tu cont, Pulinera, e quand t’ l’è fatt,

Fa i tuoi conti, Apollinare, e quando li hai fatti

T’avdirè che, salvend la pert d’e’ gatt,

Ti accorgerai che, fatta salva la parte del gatto,

Sti prit is magna quarantott purzion.

Sti preti si mangiano 48 porzioni

Adess, fasegna i cont da ch’ l’etra man:

Adesso, facciamo i conti dall’altra mano:

Sta zent, ch’ins pò sfiurè par la campagna,

Sta gente, che non può andarsene in giro per la campagna,

I fa tott la su caca in Vatican.

Fa tutta la sua cacca in Vaticano.

Donca, s’i chega in prupurzion ch’i magna,

Dunque, se cagano in proporzione a quanto mangiano

Mè am zugh un litar, ch’ai dagh poch luntan,

Io mi gioco un litro, che gli vado poco lontano,

S’in fa e’ stabi par totta la Rumagna!

Se non fanno il letame per tutta la Romagna!

PENTATEVCO ATTORNO AL VATICANO

II.

Eccovi un po’ di cronaca del Conclave:

Durante la giornata vennero introdotte nel recinto del Conclave parecchie cibarie accuratamente visitate secondo le prescrizioni. Furono fra le altre introdotti 300 polli, 500 uova, 2 quintali di vaccina, 1 di vitella, 4 di ghiaccio, cestini di insalata e frutta.

(Il Resto del Carlino, 3 agosto 1903)

L’è un pezz ch’am s’era immaziné che questa

È un pezzo che mi ero immaginato che questa

La n’era un’elezion mo una magnazza:

Non era una elezione, ma una gran mangiata

Lezz iqué, Pulinera, e dim che strazza

Leggi qui, Apollinare, e dimmi che razza

D’imbutidi ch’is da sti camuresta!

Di imbottita che si danno ‘sti camorristi!

A camparesset te cun sta pruvesta

Non ci camperesti tu con questa provvista

Ch’ l’an i basta pr’un dé, che Dio i’ amazza?

Che a loro non basta per un giorno, che Dio li uccida?

Fa cont ch’is magna, viva la su fazza,

Fa conto che si mangiano, alla faccia loro,

Quesi du chilo d’ manz e un poll a testa!

Quasi due chili di manzo e un pollo a testa!

Zenqzent ov: Azidenti a ch’la farté!

500 uova: Accidenti a quella frittata!

Lassa ch’i magna pu par la carsuda,

Lascia che mangino pure per la crescita

Mo intignamod us ciama un bel magnè!

MA in ogni caso si chiama un bel mangiare!

Cossa i amancal piò? La cheran cruda?

Cosa gli manca ancora? La carne cruda?

Mo, da e’ mument ch’i sbocia a tott’andè,

Ma dal momento che gozzovigliano a tutto andare,

Is puteva to dri nench la mantnuda!

Si potevano portare dietro anche la mantenuta!

PENTATEVCO ATTORNO AL VATICANO

IV.

Mo se e’ Spiritusant dal volt e’ stà

Ma se lo Spirito Santo delle volte sta

Par elezzar un Pepa anca tri mis,

Per eleggere un Papa anche tre mesi

E’ vò di, Pulinera, ch’ lè indecis,

Vuol dire, Apollinare, che è indeciso,

Ch’e’ dobita, ch’e’ zerca, ch’un e’ sa.

Che dubita, che cerca, che non lo sa

E adess avrebb savè da quand in qua

E adesso vorrei sapere da quando in qua

Sta terza pert d’Idio, coma ch’i dis,

Questa terza parte di Dio, come dicono,

Ch’e’ sa tott, ch’e’ ved tott d’in Paradis,

Che sa tutto, che vede tutto dal Paradiso,

L’intaress d’ la su Cisa un è savrà?

L’interesse della sua Chiesa non lo saprà?

Mo s’ l’è dogma ch’ l’è un Spirit banadett

Ma se è dogma che è uno Spirito benedetto

Ch’ l’ispira i Cardinel e ch’e’ sa tott

Che ispira i Cardinali e che sa tutto

E’ Pepa nov, parchè in l’ha incora elett?

Il Papa nuovo, perché non l’hanno ancora eletto?

Donca si perd e’ temp senza custrott,

Dunque, se perdono tempo senza costrutto,

Sti Cardinel, e’ bsogna ch’ l’epa dett:

Sti Cardinali, bisogna che abbia detto:

«Numiné chi ch’uv pe, che mè am n’infott!».

Nominate chi vi pare, che io me ne fotto!”

IL TRITTICO DEL NOVO PONTEFICE

II.

Santité! – Cossa gh’astu? – Santité,

Santità! – Cosa c’è? – Santità,

Avní da bass ch’ui è di piligren!–

Venite di sotto, che ci sono i pellegrini

Di che i vaga in malora – Cossa el stè?

Dì che vadano in malora – Cosa è stato?

Mo an e’ saví ch’i porta d’i quatren?

Ma non lo sapete che portano i quattrini?

Ostrega! Mona! – No stasí biastmè

Ostrega! Mona! – Non bestemmiate!

Che, s’iv sent, iv turà pr’un cuntaden.

Che se vi sentono, vi prendono per un contadino

Lesti, aptunev, ch’a si tott sviduré

Svelto, abbottonatevi, che siete tutto svestito

E av si scurdè i bragon sotta e’ cuscen!

E vi siete scordato i calzoni sotto al cuscino!

Deme la papalina! – Ecco, t’ l’iquà!

Deme la papalina! – Ecco, è qua

E le braghesse? – A vó, mitivli indos:

E le braghesse? – A voi, mettetele addosso:

Lesti ch’i ven – «Viva sua Santità!». –

Presto che arrivano – “Viva sua Santità!”. –

Ocio, i slonga i sachett!… Ciapé e’ piò gros

Occhio, allungano i sacchetti!… Prendete il più grosso

Grazie, grazie putei…, tropa bontà…(Stramaledeti)… Benedico vos…

Grazie, grazie putei…, tropa bontà…(Stramaledeti)… Benedico vos…

VIVA LA SU FAZZA!

Pio X ricevendo un suo intimo amico gli disse: se vi domanderanno chi sarà il nuovo Segretario di Stato, rispondete pure che per ora il Papa osserva, pensa e prega….

(Il Resto del Carlino, 19 agosto 1903)

Pio disum, quand ch’us elza la matena,

Pio X, quando si alza la mattina,

Us magna du panett cun e’ furmai

Si mangia due panetti con il formaggio

E’ to la su acquavita, e’ to un vintai,

Prende il suo grappino, prende un ventaglio,

E’ va in zarden fumend la caratena,

E va in giardino, fumando la pipa,

Us mett a l’ombra senza papalena

Si mette all’ombra senza papalina

E un pezz e’ lezz l’Avanti d’ sparaguai

E un poco legge l’Avanti di nascosto

Un pezz us god a corrar dri al parpai

Un poco si diverte a correre dietro alle farfalle

E dal volt a sunè la garavlena,

E delle volte a suonare lo scacciapensieri

Us botta in t’ la spagnera a cul buson,

Si butta sull’erba supino

E’ stend al gamb, e’ sptona la butega

Stende le gambe, si sbottona la patta dei calzoni

E pu e’ dorum pinsend a la clazion.

E poi dorme, pensando alla colazione

Mè, sgond a mè, a direbb che ló us n’infrega,

Io, per me, direi che lui se ne frega,

Mo sgond a sti giurnel d’i mi coion

Ma secondo questi giornali dei miei quaglioni

«Per ora il Papa osserva, pensa e prega».

Per ora il Papa osserva, pensa e prega”.

 

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Anselmo

    Un paepa argentino! I’è andè a tù o d’Argenta, un Frarès! cui vegna un azidaent (ai frarès)!

    Rispondi

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