Amore e rivoluzione (racconto)

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L’EI, il movimento definito terroristico, era convinto che l’Italia si fosse trasformata in un enorme blocco di sfiduciati, che guardano il fluire degli eventi: impotenti. Si chiamavano Colleghi tra di loro, i componenti dell’EI. Osservavano da lontano, tenendo i bicchieri di plastica con il caffè freddo, il mondo di Prati, quegli uomini incravattati che si idolatravano a vicenda e spedivano gli eredi nei migliori educatoi della città. Possibile si fosse arrivati a questo punto? Se lo chiedevano malcontenti. Possibile che nessuno si accorgesse che il divario tra i ricchi e i poveri era stato scavato a fondo e delimitato con lustrini di posticcia democrazia, facendo credere agli uni (i ricchi, i privilegiati) che l’uguaglianza e il merito alla fine trionfavano e agli altri (i Colleghi dell’EI) che il merito e l’uguaglianza esistono ma è inutile perseguirli, perché tanto è meglio una bella ripassata al culo dei ricchi, che tanto un posto nell’architettura societaria italica riescono sempre a trovartela.

Il quartiere di Prati a Roma.

Beh, l’EI non risparmiava proprio nessuno, ce l’aveva con la sua stessa classe sociale che non si armava di indignazione dolente, che era sempre pronta a trovarsi un padrino, che aveva perso la dimensione della propria umanità. Sebbene il loro impianto teorico fosse abbastanza semplice – dividere la società in due classi, ricchi da una parte e poveri dall’altra – presentava molti punti di contatto con la realtà. Innanzitutto, i Colleghi dell’EI, oltre a celebrare bei discorsi sorretti dallo studio della complessità societaria, le argute discussioni su liberalismo e laicità, riformismo e modernizzazione, subodoravano una verità molto più semplice. Ossia che a tutti, quelli come loro, non andava bene: pagare l’affitto era uno smodato mutuo senza sconti e per non avere niente; frequentare corsi di formazione era un lusso che molti si potevano permettere grazie alle rendite della nonna, usuraia in qualche paesino sperduto della Basilicata; l’automobile non esisteva come opzione e per lo più non conveniva; sposarsi era considerato un gesto da intemerati; figli, alieni che potevano arrivare da un momento all’altro, come un regalino non voluto, una tassa extra-lusso, una falcidiante maledizione dell’esistenza, a causa di un preservativo di caucciù sfibrato, un eccesso di zelo sessuale, un tacco troppo invitante, una gonna alzata in malo modo. Calcolavano, quelli dell’EI, che la maggior parte dei concepimenti avveniva in cucina, nel mezzo di qualche casa, affollata di giovani con i contratti a tempo predeterminato (verso la disoccupazione); poteva succedere che, mentre i coinquilini erano fuori – chi a ubriacarsi, chi a sfoderare il proprio superomismo davanti ad un suonatore di jazz in un piccolo locale chic, chi a deglutire kebab dalla polpa di pollo rancida – la coppia rimasta in casa – un uomo e una donna, e non potrebbe essere altrimenti – mentre la femmina, per scimmiottare i ruoli di un tempo, cucinava il piatto di pasta della sera, il maschio inveiva contro qualcuno che aveva incontrato durante il giorno, così, entrambi, si slacciavano dai pudori della giornata e. neanche a volerlo, lei inchinata senza ritegno per raccogliere la spugna dei detersivi e lui, imberbe e senza lavoro, chino sulla candida schiena, a ripulire la sua rabbia sociale con una penetrata selvaggia.

I figli del Ventunesimo secolo sarebbero nati in questo modo, dentro le cucine di piccole case cadenti nelle periferie suburbane delle grandi metropoli italiane, solo grazie ad una spugna caduta, un jeans troppo stretto sulle chiappe, ed una foga sessuale direttamente derivante da un uomo sulla trentina che, almeno quello!, manteneva la propria libido in luogo della mancanza di lavoro. La libido c’era ancora, il lavoro magari no, ma la voglia di scopare restava vigorosa anche per i ragazzi del Ventunesimo Secolo Italiano.

Gli studi empirici sul Paese, affrontati dai Colleghi dell’EI, erano supportati da dati inequivocabili ricavati da Internet, giornali e qualche canale estremo di informazione. Si informavano molto, non potevano fare altro d’altra parte, tutto quello che gli rimaneva era sapere quelle due o tre cose in più del trombone che parlava in televisione, alla radio e sui mezzi di comunicazione ufficiali di massa.

Qualunquismo! Qualunquismo!: lo spettro che li perseguitava era il qualunquismo. I Colleghi dell’EI, quando si camuffavano da persone del mondo reale, provavano a fare questi discorsi di richiamo al sovvertimento dell’ordine nei bar, nelle piazze, in qualche ristorante, in pizzeria o, per i più temerari, in qualche convegno, ma venivano additati subito come adepti dell’ultima tendenza estremista, seguaci del lascito di qualche capopopolo, oppure inondati da un mare di insulti peggiori. Si andava da comunista a sandinista, da guerrigliero, nel senso di Marcos, a fascista della settima ora, brigatista o avanguardista da strapazzo, illuso o coglione, di tutto. Come le loro tesi a tratti potevano riservare strali di insopportabile qualunquismo, anche gli insulti che ricevevano erano qualunquisti. Ma non importava, andavano avanti. La loro attività cominciò consistentemente nel 2009, ad aprile del 2009.

Dopo aver spaventato a morte l’onorevole Emiliana Rossa, il tartassamento era toccato ad un imprenditore, un mezzo barone d’alto rango, che sfoderava la sua brillantina nobiliare nei dibattiti televisivi, un certo Figino Figini Cosimi Martellotti. I quattro nomi che portava all’anagrafe pesavano, erano gioielli infarciti di scialo. Con un nome composto del genere sarebbe stato difficile non prendersela con quell’uomo. Il Figino Figini Cosimi Martellotti era iscritto a tutti i club di Roma:  scacchi, canottieri, reggicalze, filantropie varie, regalità d’asporto, credenze in mogano, poker, poker americano, Orientali e cibi Indiani, Unione Associazioni Migliori Obbligazionisti, Borsisti Italiani, canaste, lettori, scrittori, cerimonieri, e Grandi Orienti, eh sì certo, anche la massoneria non poteva mancare, ma era qualcosa di straforo. Quello che più interessava a Cosimi Martellotti era il club dei sassi ma, sopratutto, e questo esulava dall’appartenenza a qualche club, la sua personalità era completata dal trasporto inverecondo che provava per gli animali; incredibile, arrogante, ingestibile ardore verso i cani. Trascurava tutto il resto della sua vita per loro, i quadrupedi, persino le amorevoli premure della moglie sessantenne che aveva sopportato ampie e faticose tribolazioni per mantenersi in vita sana e attraente, e dimenticava, il Figino, la crescita della figlia Lucia, detta Lucy, la quale disprezzava il padre, quanto lui odiava i cacciatori.

Dopo che Cosimi Martellotti era andato in televisione a parlare del poco tempo che aveva, oberato dai suoi moltiplicanti impegni, i Colleghi dell’EI si erano incazzati ferocemente contro quel tizio dalle folte sopracciglia brizzolate, inquadrate sugli occhi, che si univano in un miracolo di peli a quelli che spuntavano schifosamente dalle orecchie. Sarebbe stato un ottimo esempio di cavia in qualche laboratorio di endocrinologia. I peli di Figino infatti erano lunghi e limacciosi, robusti scivolavano attaccati alla pelle, anche se non davano molto nell’occhio, a prima vista. Ci si doveva avvicinare per notarli, dal momento che Figino aveva una naturale predisposizione ad affascinare l’uditorio, ed ecco perché, chi gli era di fronte, era più attento alle sue parole che ai suoi peli. Grande lettore, fine interprete di classici dimenticati di letteratura greco-antica, dai Colleghi dell’EI veniva riconosciuto quanto meno un conoscitore dei classici, lezioso sicuramente, ma ottimo cultore e bibliofilo, tanto da essere abbastanza stimato.

Inclini a rispettare chi leggeva veramente, e chi studiava, quelli dell’EI si scoprirono al colmo della sopportazione nei riguardi di quell’uomo che, sebbene di elegante alone, andava  negli studi televisivi a lamentarsi del maltrattamento dei cani, del randagismo, definito da lui il vero cancro della Penisola e, sopratutto, di come lui non riuscisse ad ottemperare a tutti i suoi obblighi istituzionali. Il discorso pronunciato da Figino, nel settembre del 2009, da uno scranno televisivo, che li fece saltare dalla sedia fu: ”Vorrei essere come i giovani che vedo in giro per Roma, si godono la vita e non hanno impegni, che tanto ci pensa il paparone che sta a casa spaparanzato di fronte alla partita, mentre elargisce i denari e i talenti. Soltanto che se questi non li fanno fruttare i talenti, per inedia o incapacità, non fa mica come nella parabola di Nostro Signore Gesù Cristo ma gliene dà altri”.

Si infervorarono i Colleghi dell’EI, si ritennero offesi da un uomo che aveva tutto e che li additava come un branco di sfruttatori di talenti altrui. Colpito: andava colpito. Come si permetteva un privilegiato del suo calibro di giudicare una massa di giovani con i contratti monchi, le file burocratiche verso l’ultimo concorso truccato, i pianti isterici causati dalla manchevolezza di un futuro? Figino aveva tutto, non poteva pretendere anche di dettare le linee di comportamento a loro che non avevano niente.

Ci fu una riunione infuocata per decidere della sua eliminazione.

Qualcuno diceva che, malgrado gli insulti, Figino, il barone Martellotti, tutto sommato era un uomo che contava poco nella Roma dei ricchi, slegato dai poteri realmente forti, dai palazzi della politica, dalla massoneria, dunque poteva anche essere considerato un innocuo ricco dal culo d’oro.

Lo scontro più acceso fu tra Berardo Viola, chiamato dai Colleghi Lucky boy, e Martin, detto Martin Holden.

“Andiamo, Martin, non fare lo stronzo! Se noi vogliamo veramente incidere, non possiamo prendercela con il primo che va in televisione a millantare la propria ricchezza. Metti da parte l’orgoglio!”

“Ma non capisci Lucky? Qui è in gioco molto più dell’orgoglio. Qui siamo in gioco tutti! Questo dice a mezzo stampa che ha tanti impegni, poverino, mentre noi ce ne stiamo in questa cantina di merda a parlare di rivoluzione.”

“Non dire cazzate, noi non parliamo mai di rivoluzione.”

“Senti Lucky, io sto pensando di abbandonare.”

“Che cazzo dici?”

“Io non lo so se tutto questo è giusto. Ho ventotto anni e non ho un lavoro che duri più di una sega, e invece di cercarmene uno, sto qui a perdere tempo con voi, a discutere di salvare il mondo.”

“Sei impazzito? Tu ti sei completamente fottuto il cervello con il charas che ti fumi.”

“Dico sul serio. Non vedi che non concludiamo niente?”

“Se solo un minuto fa volevi far fuori Figino Figini Cosimi Martellotti!”

“Lo so, ma mi sembra che nulla abbia senso.”

“Perché?”

“Crediamo veramente di cambiare le cose in questo modo. Uccidendo le persone?”

“Ehi, ehi, calma, calma, calma. Noi non uccidiamo nessuno, facciamo solo aprire gli occhi alla gente, ai loro famigliari. In un certo senso contribuiamo alla giustizia. Ricordi cosa abbiamo scritto” – Berardo Lucky Boy indicò le istanze programmatiche scritte a caratteri cubitali che campeggiavano a fianco del poster di Stephen King.

“Non lo so.”

“Che cosa non sai, sei diventato uno di quelli? Un “tutto va bene?”

“Ascolta, Lucky, io li odio quelli come Martellotti, non hanno mai dovuto fare un cazzo in vita loro eppure hanno tutti i privilegi del mondo, se ne vanno a giocare a carte, hanno tanti soldi che non sanno se ficcarseli in culo o nella fica delle puttane che si scopano. E la cosa che più mi manda in bestia è ciò che manda in bestia tutti: quelli vanno in televisione ad insegnarci a vivere e non sanno niente delle reale situazione italiana. Lo so bene, io non rinnego niente dei fondamenti dell’EI. Soltanto che da un po’ di giorni mi sto chiedendo se noi non siamo veramente dei qualunquisti figli di puttana. Voglio dire, ma non è sempre stato così in Italia e nel mondo? Il potere da una parte e i derelitti dall’altra?”

“Che cazzo significa Martin?”

“Non credete che nel mondo ci sarà sempre un gruppo, un qualcuno più forte di noi, qualcuno che ha più privilegi, soldi, e che lo ostenta al mondo. Qui stiamo discutendo di far fuori uno che non sa nemmeno che esistiamo. La storia dell’uomo è questa! Ricchi e poveri, il resto è solo questione di nomi. I ricchi e i poveri li hanno chiamati in tutte le maniere possibili e immaginabili. Classe operaia e borghesi, schiavi e padroni, impiegato e dirigente, contadini e latifondisti, popolani e nobili, plebei e patrizi…e forse, se potessimo sintetizzare, bene e male. Ma poi che cambia? Si ritorna sempre allo stesso punto, qualcuno si incazza, qualcuno muore e poi di nuovo si ricomincia.”

“Sei un qualunquista!” – gridò da dietro la sedia una delle due donne del gruppo, Fontamara.

“Martin non ha tutti i torti.” – intervenne Glaucone, laureato in storia contemporanea, l’intellettuale dei Colleghi EI – “In realtà è la storia dell’uomo che ci porta a credere che ci sono stati sempre grandi moti rivoluzionari contro il potere costituito. Restringiamo il cerchio alla nostra Italia. Parliamo di Mazzini.”

“Non ci rompere il cazzo!” – intervenne torvo Secondino che non ne poteva più delle lezioni di Glaucone.

“Aspetta Secondino, fammi finire.”

“Si dai fallo finire.” – intervenne Hanscom, un altro Collega EI, che qualche problema psichico lo evidenziava con lo sghiribizzo di muovere le orecchie.

“Allora dicevo…anche Mazzini era uno scavezzacollo, romantico e idealista come noi, voleva cambiare la testa degli Italiani a cui non importava un cazzo dell’Italia, eppure, animato dalle letture romantiche dell’epoca sapeva che nella vita bisogna lottare, anche se l’esito sarebbe stato quasi sempre la sconfitta. Chi lotta, chi vuole cambiare degli ordini stabiliti perde, lo sanno tutti, e lo sappiamo anche noi, lo sa anche Secondino che gli stanno sulle chiappe questi discorsi, ma non per questo dobbiamo rinunciare a lottare. Noi abbiamo iniziato questa battaglia, Cristo!, l’abbiamo iniziata, non possiamo abbandonarla all’inizio. Anche Mazzini lottava contro i vecchi, e noi stiamo facendo lo stesso, consapevoli che solo fino ad una certa età si può fare qualcosa che ci faccia sentire parte della Storia e io voglio sentirmici. Dobbiamo eliminarli questi vecchi, ma non faremo come l’eversione di destra e di sinistra degli anni Settanta che ammazzavano chiunque gli capitasse a tiro. Quelli erano assassini travestiti da rivoluzionari, avevano in testa tutte quelle pappe ideologiche. L’abbiamo scritto no? Noi faremo in modo di polverizzare la struttura malefica della Famiglia, il vero morbo della nazione. E lo facciamo proprio perché siamo italiani! L’abbiamo sempre detto, no? Avvertiremo solo i figli che hanno padri o madri che li costringono a non pensare e, credimi, caro Martin Holden, questa Lucia Figini Cosimi Martellotti, detta Lucy, ne è un esempio perfetto. Romana, frequenta l’Università dei preti che neanche mi ricordo come si chiama, è ora che capisca che il padre le ha rubato il futuro. Noi siamo solo sentinelle che vigilano sul futuro delle persone. È finita l’era delle rivoluzioni, è iniziata quella della defamilizzazione.”

“Voi siete un branco di comunisti e di fascisti! Vorreste imporre il vostro modello di società alle persone. Volete sfidare i movimenti storici, quelli economici del mondo. Noi siamo gli ultimi di questa Terra e la cosa più triste è che non ci rendiamo conto che dietro di noi ci sono popolazioni intere che sono più ultime di noi, che invece del problema del lavoro, ogni santo giorno, devono stare attenti a non morire di sete oppure a non finire uccisi.”

“Andiamo Martin che cazzo dici? Questo è terzomondismo d’accatto!!”- intervenne Trionfale.

“Martin, un giorno di stanchezza capita a tutti.” – fece Berardo – “Tutti sappiamo che la nostra è un’impresa azzardata, ma non vogliamo di certo fare la rivoluzione oppure cambiare il mondo. Siamo tutti consapevoli che il Terzo Mondo sta peggio di noi, che ci sono popolazioni che, se riescono a vedere il tramonto la sera con un piatto di cibo in mano, bé, già questa per loro è una vittoria, ma questo non giustifica il nostro perdurante immobilismo. Vuoi leggere la relazione che abbiamo compilato su Figino? Leggila perché ci sarà da ridere. Ti dico che Lucy, la figlia, lo disprezza e credo che far scoppiare una crisi famigliare sarebbe molto semplice. Leggi!”

Martin Holden prese a brutto muso la relazione compilata, non fu affatto convinto da quelle parole, ma almeno glielo doveva. Era stato lui, insieme a Lucky Boy, a fondare i Colleghi dell’EI e adesso non poteva di certo tirarsi indietro al primo impedimento di carattere morale. Prese il foglio e lesse il rapporto che avevano scritto Fontamara, Trionfale e Cafone nei confronti dell’uomo in questione.

Figino Figini Cosimi Martellotti era oltremodo ricco e non lavorava molto. Possedeva alcune azioni di qui, altre di lì, organizzava appuntamenti sportivi e culturali della città, ma in realtà l’unica sua caratteristica pervicace era l’opulenza. Viveva da ricco, investimenti sensati, case ovunque, ed era proprio questo che non sopportavano i Colleghi. Invidiosi? Forse. Amanti della giustizia? Anche. Il problema di ogni movimento sovversivo è che si cammina per simboli, c’è una tambureggiante sete di simboli. Vogliono generi di persone, stereotipi da combattere, stendardi peculiari, tipi d’uomini, in una parola vogliono un simbolo. Da abbattere. E Figino era il simbolo.

Ad essere onesti l’unica rogna di quest’uomo, dalla vita pressoché perfetta, era un vizio medio orientale, da harem, un harem particolare, nel quale coltivava l’insana passione segreta dei cani. Si, Martin Holden, provò uno spasmo di ribrezzo a leggere che Figino se la faceva con gli animali. Con i cani, era un cultore dei cani, li adorava in cerimoniali oltremodo carezzevoli, sesso, e non poteva farne a meno. E non era finita lì. Infatti permetteva di girare film porno nella villa che possedeva sull’Appia Antica, all’altezza di Terracina, pellicole di novanta minuti, girate con tutti i crismi di una pellicola di novanta minuti, a sfondo, come dire, animalesco. Porno animaleschi, era un produttore e regista di materiale erotico-bestiale, e per arrotondare, e finanziarsi il suo genere preferito, non disdegnava, e non rinunciava così, al porno classico che entrava, in quanto bene di finanziamento e suo male necessario, nelle stanze della sua villa.

Un uomo che non si faceva mancare niente, avrebbe titolato il cronista di nera che fu costretto a parlare della sua vicenda tempo dopo.

“Questo è un vero pervertito!” – ringhiò sbavante di indignazione, Martin.

“Puoi dirlo forte, Martin Holden.”

“Dico io, capisco che ogni uomo ha diritto ai propri vizi ma Figino va oltre. Forse sarebbe meglio chiamare il WWF!”

“Martin e allora?” – domandò speranzoso Berardo.

“Ho letto che la figlia lo odia, però non viene spiegato molto bene per quale motivo.”

“E’ qui che tu fai la tua parte.”

“Quale parte?”

“Come quale parte? Diglielo te, Trionfale.” – fece Berardo ammiccando a Trionfale.

“La parte del ragazzo tenero, dolce, idealista e romantico che legge le poesie e conquista il giovane cuore della sprovveduta ragazza ricca senza l’affetto dei genitori.” – Trionfale lo disse chiudendo gli occhi, tutto d’un fiato.

“Scordatevelo!” – fu la risposta secca.

“Andiamo Martin.” – intervenne Viola, una delle due donne EI – “L’abbiamo sempre detto. La forza del nostro gruppo è che non uccidiamo nessuno, non ci sporchiamo le mani con questi figli di puttana della televisione. Aiutiamo solo le loro famiglie a rendersi conto di quale razza di persone hanno al fianco.”

“Non erano i patti.”

“Andiamo Martin.” – intervenne Berardo – “Lucy ha ventidue anni, ha la stessa rabbia che abbiamo noi. Molto probabilmente Lucy non sa che pervertito è suo padre e credi che una figlia non abbia diritto a sapere chi cazzo è il padre? Credi che una giovane creatura procreata da un mostro non abbia tutti i santi obblighi del mondo a conoscere la verità?”

“La verità?” – fece Martin Holden.

“La verità, Martin, la verità.” – Berardo lo guardava con occhi di fiamma, voleva convincere l’amico – “Mi hai sempre detto che la verità è la cosa che ti fa eccitare di più.”

Martin Holden guardò l’amico diritto in mezzo allo spacco dei due occhi, si girò verso gli altri del gruppo, appollaiati sui divani, che già sorridevano – ”Affare fatto, figli di puttana, affare fatto!”

“Allora, la prima cosa da fare, tienila bene a mente, è di conoscerla e di aprirle gli occhi. Mi raccomando però, non devi essere troppo insistente.” – fece Fontamara.

“So trattare con le donne.” – disse Martin Holden

“Ne dubito” – intervenne Viola, con la quale il ragazzo aveva avuto una breve relazione di sesso – “Però sei carino e puoi farcela.”

“Perché non può farlo allora Lucky boy?” – rimbrottò Martin.

“Lucky boy ha un gran fisico ma è negato con le donne.” – disse maliziosa Fontamara.

Trionfale intervenne: ”Adesso basta con tutte queste stronzate, tu vai da lei, la conosci, se c’è bisogno te la fai pure, l’importante che quel grande figlio di puttana crepi, hai capito o no? E’ facile, devi far leva sulla perversione, che cazzo!, quale figlia potrebbe continuare a voler bene ad un uomo così repellente? Martin! E’ uno che si fa i cani, sarà un gioco da ragazzi convincere la figlia a farlo fuori”.

Martin Holden iniziò a pedinare la dolce Lucy: gambe lunghe e tette morbide. Ventidue anni, studentessa di Giurisprudenza all’Università Pontificia, due begli occhi azzurri, e una cerniera di riga in mezzo che le divideva i capelli castano chiaro; era la rappresentazione in vita di tutto quello che i Colleghi dell’EI odiavano.

Ricca fino al disgusto e di curati modi, quello che più importava ai sovversivi era che fosse sola, che non avesse il ragazzo con cui diluire dolcemente gli anni dell’Università Pontificia. Martin Holden si avvicinò a lei come avrebbe fatto un qualsiasi ragazzo di quell’età, e dovette sorbirsi, per avere una qualche opportunità di persuasione, numerose discoteche alla moda romana, più di un aperitivo in mezzo al traffico o al calpestio degli zoccoli dei cavalli, più di una passeggiata alle Ville di Roma, sole in abbondanza e lunghe cavalcate dialettiche su quanto Roma fosse in fondo una piccola città, senza alcuna pretesa di crescere. Il fatto che fece andare in bestia i Colleghi dell’EI era che, mentre all’inizio Martin riportava loro circostanziate e profonde esposizioni su come fosse superficiale la giovane Lucy, successivamente cercava di glissare. La verità era che del padre…niente. Martin non era riuscito a scucirle nemmeno una parola, non potendo d’altronde chiederle esplicitamente che razza di sodomita fosse. Questa fu la cosa ritenuta più grave dai Colleghi, il giovane Martin Holden si era lentamente invaghito della giovane Lucy, e gli insulti furono oltremodo puntuti; non si poteva commettere un errore del genere, gli dicevano, era impossibile che un uomo determinato come lui fosse ancora attratto da una ragazza così evanescente ed inconsapevole. La cosa che più lo trasportò verso la giovane baronessina era che lei stessa sapeva dell’intreccio erotico-animalesco, e che lei stessa giudicava ipocrita gli ambienti ecclesiastici che era costretta a frequentare; e che lei stessa era consapevole che tutta la sua vita le era stata costruita su misura dai genitori. Lucy era vegeta ed era una che si chiedeva il perché delle cose, e molto probabilmente era anche più estremista di Martin Holden, mentre lo abbracciava, con un tale tocco leggero, che Martin si scioglieva, si confondeva e si faceva assorbire da quella massa informe di capelli vaporosi e soffici. Rimanevano così i due, senza parlare, su una panchina di Villa Torlonia, lei pensava al suo futuro, lui recalcitrava sul suo presente, e si chiedeva se, in fondo, l’impresa che perseguivano i Colleghi dell’EI, non fosse in realtà una grande bolla di utopia che si sarebbe afflosciata nelle particelle dell’aria, e dispersa nelle lande inaccessibili della Storia, fagocitata da elementi molto più grandi di loro. Lucy lo tempestava di tenerezze e di assurde malizie, sapeva dosare con molto equilibrio il suo naturale aspetto di ragazza bene con la pelle candida, e un costruito, ma non per questo falso, approccio conturbante. Martin Holden se ne stava impalato, come un torsolo.

Due mesi, durarono sessanta giorni quelle straordinarie sensazioni di vitalità e serenità. La passione per Martin fu così: qualcosa di vitale e sereno al tempo stesso e i suoi occhi riflettevano riconoscenza.

Quando fu Lucy a chiedergli di uccidere il padre, che odiava veramente, Martin tentennò molto, non sapendo cosa fare. L’imputazione che la figlia muoveva al padre, oltre al fatto di aver dedicato la sua vita al vizio dei cani, era quella di averla costretta a frequentare un’Università di preti.

Lucy odiava la sua casa piena di preti e camici che odoravano d’incenso, le parole sempre moderate che uscivano da quelle bocche, l’alito, quando la baciavano da bambina, asettico eppure fastidioso. Lei imputava il vizio del padre a loro. Secondo Lucy erano stati i preti ad indurlo a praticare quell’amore innaturale; senza dubbio loro, i preti, con le prediche, con la santità delle parole, con l’equilibrio degli sguardi, con la costruzione affettata della vita, da indurlo a predicarsi, da solo, un vizio diverso, tanto diverso dai canoni di rispettabilità che era costretto a seguire avendoli come amici. Un vizio per reazione a tutto quel mondo.

Martin visse momenti di sconforto e non si consultò con i Colleghi. Doveva prendere una decisione e la prese. Avrebbe ucciso Figino Figini Cosimi Martellotti e non perché fosse il simbolo della deturpazione morale, dei padri che mangiano la vita ai figli, della generazione che ha rubato il futuro alle generazioni, il simbolo di una società dell’immobilismo, l’indiretto, ma non per questo innocente, responsabile della mancanza di lavoro e della proliferazione del precariato, vale a dire di tutti i capi d’imputazione pendenti sulla sua testa e denunciati dalla sentenza emessa dai Colleghi dell’EI, niente di tutto questo. Martin lo fece per il motivo più vecchio del mondo, e forse quello più sensato e insensato ad un tempo. L’amore. Quello che provava per Lucy era forte e micidiale, lo atterriva sentire la voce della giovane ragazza, le parole le cadevano dalla bocca come gocce imperlate di saggezza; lui, che mai aveva provato un sentimento simile, non sarebbe stato in grado di dire anche un solo no a Lucy.

Martin Holden non poté avvertire i Colleghi della decisione presa, sapeva, di per certo, che sarebbe stato bandito dal gruppo senza troppi indugi.

La rabbia era stato l’unico motore della sua esistenza, e l’impresa che si era prefisso con i Colleghi era dettata da rabbia e indignazione, a volte motivata, a volte drogata, ma era essenzialmente così. Martin, ormai, si era convinto di aver omesso dalla sua vita una componente molto lontana dall’indignazione rabbiosa, ovvero l’amore. L’amore per Lucy era più forte del sentimento verso i valori dell’EI e non poteva permettere che Lucy si macchiasse di un delitto come quello, così decise di unire al sentimento più forte che avesse mai provato, il suo disciplinato rispetto per una consegna. L’amore più i suoi obblighi da Collega EI.

A fatti freddi Figino Figini Cosimi Martellotti doveva morire, non importava chi avrebbe dovuto ucciderlo. Certo che, così agendo, avrebbe sovvertito ad una regola precisa, la più importante e probabilmente la più innovativa profusa dalle menti dell’EI: il non coinvolgimento nei delitti.

Per l’EI la battaglia contro la famiglia, come organo fondante della società, era qualcosa verso la quale mostrare lucida e distaccata cointeressenza; in parole povere dovevano rimanerne fuori, mostrando ai figli che i genitori avevano rubato il loro futuro.

Martin, fino all’ultimo galleggiò nell’indecisione, tuttavia, una sera, verso le undici le guardò le tempie e il profilo. Erano al cinema a vedere un oscuro e pretenzioso film islandese, 101 Reykjavik, infognati in una piccola saletta d’essai al centro della città. Nella saletta loro due e uno strano vecchio con il cappotto infilato e la sciarpa al collo. Il film era del 2000 e parlava di un trentenne disoccupato – tanto per cambiare! – che vive la vita a farsi una cultura di film porno, che ha una madre (Victoria Abril) sull’orlo di una crisi bisessuale, e che coltiva i passatempi tra qualche chiavata e alcuni sermoni socio-culturali sulla propria generazione.

Martin Holden fu investito da una pazzia rischiarante. Decise di redimersi. Non avrebbe dato più tanto peso all’intelligenza di cui si riteneva dotato. Anzi, per una volta buona, avrebbe lasciato che il suo cervello fosse meno intelligente dei suoi sentimenti. Per tutta la vita aveva frenato qualsiasi volo, ritenendolo stupido, ma davanti a Victoria Abril e rintanato nel cinema d’essai, schiuse finalmente le porte alla stupidità dei sentimenti. L’omicidio del padre sarebbe stato opera sua. Quella fu la prova eterna del suo amore.

In due mesi Lucy gli aveva cambiato la vita, lo aveva fatto salire sul trono della serenità e anche se avesse messo a repentaglio l’ideologia dell’EI e una robusta morale naturale che andava contro l’uccisione di un essere umano, non importava, l’amore vinceva su tutto. Pensò che l’amore batte l’ideologia e la morale, e quindi era giusto che l’azione fosse fatta, per lui e per Lucy.

Non disse niente ai Colleghi. Il disegno che aveva progettato era razionale: si sarebbe spacciato come attore porno. Martin sapeva come raggiungere la villa sull’Appia vicino Terracina, sapeva i giorni in cui Figino faceva le riprese.

Si girava il venerdì sera. Martin Holden temeva il voltastomaco ad entrare dentro quella villa dove si praticava l’animalsesso. L’animalsesso era qualcosa di spregevole ma lui si sarebbe offerto come attore porno “normale”, avendo in programma, il Figini, di girare anche filmini normali, che, poi, avrebbe immesso nel circuito dei porno amatoriali.

Quando entrò nella villa, Martin Holden millantò di essere stato mandato dall’Agenzia con cui di solito collaborava il Figini. La villa era opulenta di viola e fuxia, tutte le tonalità davano su quei colori, divani, tappeti persiani intarsiati di Buddha sodomizzatori, ritratti di bestie feroci e di cani d’accompagno, una fontana al centro dell’atrio d’entrata a forma di uncino, dalla quale zampillavano due spessi fiotti d’acqua che riempivano la vasca, ricolma di pesci rossi e blu. Fluttuavano nell’acqua assorbendo sulle squame i riflessi provenienti dalle luci che cadevano a picco dentro la piscina ittica.

Martin Holden si presentò a Cosimi Martellotti come l’attore porno professionista, con tanto di analisi del sangue, confezioni di Viagra, cremine e tubicini vari. Fortunatamente per Martin si sarebbe partito con il normoporno, mentre l’animale, ce ne era uno al lato della stanza, era un cane di proporzioni medie, che si ingozzava, fino all’inverosimile, di carne in scatola gelatinosa in una scodella rotonda. Martin non aveva mai fatto un film porno e non aveva mai ammazzato un uomo. Con sé si era portato una Beretta 90two, recuperata in un’armeria.

Oltre a Figino e a Martin Holden, erano presenti un operatore sulla cinquantina, che assomigliava sorprendentemente all’attore negro di Matrix, sebbene fosse bianco, e un’attrice, molto bella, molto bionda e di origini senza dubbio slave. Ebbe la certezza che si trattasse d una donna proveniente dall’Europa dell’Est quando si presentò dicendo a Martin Holden: ”Piacere sono Ilana, mi fare tanto piacere lavorare con te” – dopo avergli tirato un buffetto sulle parti basse. Martin Holden prese a sudare, incastrato sotto i proiettori, le borchie indossate dalla donna, il suo rossetto di un bruno acceso, e l’operatore nerboruto che lo osservava, lasciando intendere una domanda: ”Perché mai questo stronzo non si leva le mutande e non inizia a scopare?”. Di fronte a loro, sull’uscio, Figino, che scrutava senza modulare particolari espressioni, solo in attesa che il campo di battaglia fosse finalmente occupato.

Il ragazzo dell’EI prese un po’ di tempo, simulando un mal di pancia, a tratti reale.

“Va bene pausa” – gridò Figino un po’ indispettito – “Vai al cesso e sbrigati. Ehi ragazzo, se hai pippato coca non voglio sapere niente, ti dico solo che con me hai chiuso.”

Martin corse al cesso senza voltarsi. Si era cacciato in una tale situazione  e gli veniva da vomitare a pensare che, prima o poi, quella povera bestia, sporca al muso di gelatina di carne in scatola, si sarebbe dovuta sobbarcare il peso violento di quei viziosi. Si avvicinò alla tazza ed emise un flutto di vomito spesso a invadere la gola, e per un minuto respirò a fatica. “Dio ma dove mi trovo?” – si sedette sulla tazza, la testa girava vorticosamente, si girò e notò che sul lavabo c’era una foto dell’amata Lucy. Quel vecchio porco teneva la foto della povera figlia in bagno, mentre all’ingresso della villa vi erano mille ritratti di cani e altre bestie. Si alzò, tenendosi i pantaloni con le mani, estrasse la Beretta90two dalla tasca e si decise a compiere l’atto più intenso della sua esistenza. Ripose nella tasca della giacca la pistola e si dileguò in fretta dal bagno. Non sapeva come agire e così decise di bighellonare, di straparlare per prendere tempo. Era un vero rompipalle quando ci si metteva e, ora, l’occasione immensa di sfoderare anni e anni di praticantato, come seccatore, era arrivata. Entrò spavaldo dentro la stanza dove si faceva il cinema. Quando rientrò, Figino stava raccontando con la sua “r” arrotata le esperienze avute nel campo culturale. Millantava, o forse era vero, di avere realizzato tutta una serie di documentari, molti dei quali girati in America. Dai racconti si evinceva che la sua vera passione era il cinema, chissà, quindi, in quale modo era finito in quel cesso di animalsesso.

Martin si accostò maldestramente dietro la porta del set per ascoltare quello che Figino stava raccontando. Doveva entrare al più presto altrimenti si sarebbero insospettiti.

“Eccomi.”

“Oh finalmente, dai, che non abbiamo tutta la notte.”

“Si signore ma vorrei chiedere qualche delucidazione sul film.”

“Si prego” – Figino ostentava pazienza.

“Che cosa dovremmo fare?” – Martin sudava molto.

“Che cosa?”

“Che cosa dovremmo fare?” – iniziò a calcare le consonanti

“Ragazzo, sei matto?” – l’operatore e la ragazza presero a sghignazzare.

“No è che sono alle mie prime esperienze, quindi mi piacerebbe di preciso… cioè credo di dover essere messo al corrente delle posizioni…voglio dire quelle da adottare, quelle che preferisce.”

“Ragazzo!” – Figino si avvicinò a Martin, ballonzolando.

I due stettero in piedi l’uno di fronte all’altro, probabilmente Figino aveva notato qualcosa di insolito nell’attore. Non aveva mai visto un attore porno tirarsi indietro prima di essersi abbassato i pantaloni; cioè poteva capitare che un attore se ne andasse in lacrime perché neanche una pasticca di citrato di sildenafil, specificamente spinterogeni per l’erezione, aveva sortito l’effetto sperato. Gli era capitato che un attore potesse avere scarsa affinità con l’attrice, o che lei fosse troppo attenta all’igiene, o che lui non fosse in vena di stare sotto i riflettori, ma mai che un attore non si spogliasse. L’attore porno è prima di tutto un naturista, un uomo che farebbe carte false per spogliarsi davanti ad un consesso di persone, fosse nel bel mezzo della Quinta Avenue all’ora di punta. o davanti al Cremlino per l’anniversario della nascita di Lenin. Ecco perché Figino capì che quel ragazzo non era un attore porno, o comunque se lo era, al massimo poteva essere un improvvisato del sesso.

“Sei sicuro che ti ha mandato l’Agenzia con cui lavoro da anni?”

“Certo signore, mi scusi, deve avere pazienza.”

“Non ti sei tolto nemmeno la giacca, non mi era mai capitato un attore così timido.”

“Non sono timido, devo solo ambientarmi.”

“Vuoi conoscere meglio la tua compagna di set?”

“No è che…forse…”

“Dai, c’è uno stanzino appena entrati a destra. Andate lì” – quel vecchio porco riusciva a sembrare persino paterno, dopo che gli aveva concesso un’ultima occasione, all’insegna del motto in rima baciata “non si nega mai una possibilità, ad un attore porno in difficoltà.”

“Dai caro, andiamo.” – fece l’attrice, che intanto si era denudata lasciandosi all’altezza delle cosce due cinture borchiate e luccicanti. L’atmosfera era, per così dire, metallica, forse volevano fare un film in costume da officina meccanica, dove lui era il meccanico e lei la cliente che chiedeva una chiave inglese.

Ilana prese per mano Martin e andarono a rinchiudersi nello stanzino. Accesero un piccolo lumino che pendeva, a rischio caduta, dal soffitto e lei lo fissò negli occhi. Sotto la luce l’ombretto degli occhi esplodeva in tutta la sua aggressività e a Martin Holden le donne truccate come un circo non piacevano.

“Allora tesoro, che dobbiamo fare?”

Il forte accento slavo, Albania o Russia, la rendeva ancora di più metallica  e fredda. Non si rendeva bene conto in quale situazione si fosse cacciato, mentre Ilana non aveva il minimo accenno di imbarazzo, e lui sudava di inadeguatezza.

“Chicco, se vuoi ti scaldo un po’.”

“Non c’è bisogno, grazie.”

Martin non riusciva a toglierle gli occhi di dosso, non capiva più se fosse schifato da quella donna o se invece fosse irrimediabilmente attratto. Una pistola nella giacca non lo aiutava molto a pensare, non si era mai trovato tanto vicino ad una donna, senza la minima sicurezza di quello che sarebbe potuto succedere. La pistola era carica.

“Dai Chicco, ho una serata dopo che abbiamo finito.”

“Che serata?”

“Devo fare una serata di lap dance in un locale.”

“Ah bello…bé, il fisico c’è.”

“Grazie tesoro.” – la ragazza sembrò lusingata dal complimento e si schernì con un sorriso quasi imbarazzato.

“Sei molto bella.” – Martin prendeva tempo e intanto iniziava ad accorgersi di avere di fronte una bellezza. Era bionda e gli occhi verdi, un didietro sodo come un granito e le tette rifatte più belle dell’intero Lazio.

“Di dove sei?”

“Sono di Russia.”

“Dove di preciso?”

“Mosca, tanto solo solo questa città conoscete.”

“Non è vero, dipende con chi parli. Io non sono un ignorante.”

“Lo so.”

“E poi guarda” – non ebbe il tempo di finire la frase che si era stesa giù e gli aveva aperto la patta dei pantaloni. Se c’è una cosa che Martin non conosceva era che le donne del porno hanno una dimestichezza naturale, allacciata alla pragmatica. Tutto è pragmatica nei rapporti di lavoro, non esistono riflessioni; la catena industriale, una volta partita, non si può fermare a causa di un un pene floscio.

“No aspetta.” – la donna era già addosso e gli aveva tolto l’ultimo fiato.

“Stai zitto” – lo guardò dal basso, senza permettergli di prendere coscienza di quello che stava succedendo. Fu incassato al muro, e mentre il lumino appeso al soffitto andava ad ondate di luce, accendi e spegni, accendi e spegni, la donna rifocillava con un gesto serrato e sempre uguale la spiritualità di Martin Holden. Era una professionista e non ci volle molto per accorgersene.

Ilana era un’artigiana del sesso orale, meticolosa, attenta, la giusta fantasia e la ferrea concentrazione. Ogni tanto lo guardava e Martin, che era venuto lì per un solo scopo, si stava ritrovando a non pensarci più. Deve essere difficile, pensare di attuare un piano come uccidere una persona, mentre c’è una bellissima creatura, con tutto l’armamentario arrapante del caso, che ti cinguetta sulle  parti basse. Ilana prese a toccargli la pancia e le anche, poi si bloccò un attimo e disse con una voce estranea: ”Così ti scaldi per il il set” e prima che lui potesse rispondere qualcosa, giù, ancora con quel piacere simile ad un martirio di goduria. Era partito per unire amore e rivoluzione – il sentimento per Lucy e il proposito di fare fuori uno degli appartenenti al male sociale – e si era ritrovato con una stupenda ragazza russa che lo serrava alle parti basse, senza neanche permettergli di comunicare.

Ilana iniziò a palpargli i glutei, non gli dava tregua, l’azione della bocca non prevedeva pause mentre le sue mani formicolavano dappertutto sulla sua vita snella. La mano destra toccò qualcosa di strano – fu solo una breve pausa dall’estasi – mentre lo guardava ammirata per la resistenza che non riusciva ad abbattere. Il giovane improvvisato attore porno aveva un ferro dentro le tasche, qualcosa a forma di una pistola, certo che era una pistola, Martin l’aveva ancora con sé, l’aveva lasciata nella giacca, proprio sopra la tasca sinistra. Ilana continuò a tastargli quella parte metallica, ma alla seconda volta che indugiava, non fece a tempo di rendersi conto che questa sparò un colpo secco ed involontario proprio tra i suoi splendidi occhi verdi.

La luce saltabeccò per pochi secondi. Si era improvvisato omicida, ma non ci si improvvisa omicidi. La donna rimase appesa al membro di Martin con il labbro superiore, stecchita senza avere alcuna consapevolezza di morire.

Martin si ritrovò con una donna morta sull’uccello e il rimbombare dello sparo. L’operatore nerboruto e Figino si diressero verso la porta dello stanzino a passi veloci, tentando di entrare.

“Apri! Tutto bene? Tutto bene?”

“Si, un attimo.” – fece Martin.

“Ilana, va tutto bene? Cos’era uno sparo?”

“No è solo un gioco” – Martin prese la testa della donna e la ripose per terra con delicatezza, era sporca del suo liquido ai lati della bocca e l’espressione del viso comandava pietà.

“Apri!” – l’operatore batteva la porta con i pugni, digrignando i denti.

“Aspetta!”

“Ilana ci sei? Va tutto bene?”

“Si, sta bene.”

“Ilana, Ilana!!”

“Figlio di puttana vuoi aprire o no?”

“Quando esci te ne vai, sei licenziato, non ho mai lavorato con un tipo come te. La tua Agenzia dovrà pagarmi le spese della telecamera, l’operatore. Tutto! Non finisce qui.”

“Apri!! Figlio di puttana, apri!”

Martin doveva agire. Avrebbe desiderato smaterializzarsi, ma non era una possibilità e allora diede un bacetto sulla fronte di Ilana. Ne avrebbe uccisi tre quella sera, niente male per uno che al massimo, dall’inizio della sua vita, aveva ucciso trentadue zanzare, venticinque mosche e un gatto, un piccolo felino soffocato dal getto portentoso di un vermifugo.

“Apri bastardo. Ilana? Fammi rispondere da Ilana, Ilana!!!”

Sparare non è semplice, il grilletto è una molla in bilico tra la tua mano e il ferro, e il ragazzo non l’aveva mai fatto; è per questo che si fermò un secondo prima di premere.

“Figlio di puttana!!”

Fece a tempo a scodellare l’ultimo insulto, prima di finire steso con lo stomaco perforato. L’operatore con la faccia alla Laurence Fishburne bianca si distese come un morto ad un funerale, morì con le braccia incrociate sul torace ed un’espressione del viso ferma, come in un quadro di Francis Bacon.

Figino blaterò qualche vocale mischiata ad un sibilo frusciante: era la paura in forma di voce. Martin Holden sembrava un pazzo. Non era più un ragazzo di ventotto anni con un sogno matto, ma era un ragazzo di ventotto anni immerso in una realtà matta.

“Che cosa vuoi da me?” – balbettò Figino.

“Niente signore.”

“E allora prendi le tue cose e vai via, io non ti denuncerò.”

“No, prima dobbiamo parlare.”

“Ma allora cosa vuoi?” – Figino piagnucolava.

“Niente, non voglio niente, però dobbiamo parlare”. I nervi se li sentiva dentro la testa pulsare e flettere, come organi di un meccanismo isterico, mentre le mani erano inferocite e tenevano in pugno l’arma da fuoco come un tesoro che si è raggiunto.

“Lei conosce sua figlia Lucy?”

“Certo che conosco Lucy, che cosa c’entra Lucy?”

“Lei non può domandare. Deve solo rispondere. Lo faccia altrimenti sparo, mi creda lo faccio ormai sono compromesso e lo farò se non segue tutto quello che le dico.”

I due erano uno davanti all’altro, i peli schifosi e neri catramosi di Figino sembravano meno schifosi sulla sua faccia impaurita, e la spocchia della sua “r” arrotata erano andate via, sparite. Come era assurdo notare che un uomo può cambiare la sua attitudine prima di morire. Il regista che era stato, autorevole, che aveva conosciuto persino Edward Kennedy non c’era più, solo l’uomo senza alcuna difesa, ritto come uno scheletro con la polpa appesa alle ossa. Lo guardava senza muovere un solo muscolo della faccia e il cane che si doveva apprestare alla squallida messinscena osservava i due esseri umani con curiosità e un vorticoso scodinzolare quasi a sollazzarsi e a farsi beate beffe.

“Io faccio parte di un movimento che vuole rendere giustizia al mio Paese, L’Italia. Lei si è macchiato di gravi colpe, lei occupa tutti i posti della società che non le spettano. Ruba il lavoro alle persone che devono affermarsi. Lei ha peccato. E’ un vecchio e continua ad essere un protagonista. I protagonisti dobbiamo essere noi, ha capito? Io non dovrei essere qui con due persone morte ammazzate ed un figlio di puttana cinosessuomane che mi guarda con la sua faccia viscida implorandomi di graziarlo.”

“Oh, oh, ragazzo per favore stai calmo.”

“Non mi chiamo ragazzo, io sono Martin, Martin Holden.”

“Va bene Martin, vuoi soldi? Vuoi un lavoro? Una casa? Io posso darti tutto ma adesso metti giù la pistola che mi fai cagare sotto.”

“Lei non immagina neanche per quale motivo sono qui.” – gli occhi di Martin erano rossi nervosi e i muscoli delle mascelle talmente tesi che gli stavano  franando sotto i denti.

“Me l’hai detto. Io sono il nemico, quello che attenta alla tua realizzazione individuale e non ti permette di occupare un posto nella società.”

“Bravo, signore, l’ha detto con una chiarezza che non siamo mai riusciti ad usare.”

“Si ragazzo, scusa volevo dire Martin. Adesso per favore metti giù.”

“Aspetti devo dirle altro.”

“Io ho una moglie ed una figlia che vivono grazie ai miei soldi. Per favore, perché deve punire anche loro?”

“Sua figlia quanti anni ha?”

“Ventidue.”

“Ventitré a maggio” – puntualizzò Martin Holden, decretando il diritto maggiore dell’innamorato rispetto a quello del padre disonesto.

“Come conosci mia figlia?”

“Sono qui solo per lei.”

“Come fai a conoscerla? Che storia è questa?”

“E’ la storia di un gruppo di giovani ragazzi che lavoravano in nero e sono stati licenziati da un giorno all’altro e adesso hanno deciso di ribellarsi.”

“Ma a chi? Io non ho mai licenziato nessuno.”

“Gliel’ho detto, lei è comunque colpevole, è una lotta tra generazioni. Non esistono le rivoluzioni del sessantotto, le guerre civili, le lotte tra classi sociali. Esistiamo solo noi e voi. Noi siamo i buoni e voi i cattivi.”

“Non capisco. Che cosa c’entra mia figlia?”

“Non importa. Io devo sparare, tanto ormai sono fritto.”

“Martin quanti anni hai?” – piagnucolò Figino.

“Ventotto.”

“Martin, hai solo ventotto anni, non si può essere fritti a ventotto anni.”

“Ah è vero questo…forse in un mondo diverso da questo. Potevate pensarci prima di licenziarmi, di sbarrami le porte per un lavoro, prima di fagocitare tutto, prima di costruirvi il vostro mondo fittizio in televisione che vendete come merce, che fate passare per prelibata ai poveri coglioni che vi guardano. Voi siete dei mostri!”

“E’ per qualcosa che ho detto in televisione? Ci vado ogni tanto ma non volevo offendere nessuno. Sono disposto a pagare. Dimmi quanto ti serve, diremo che è stato tutto uno sbaglio che si sono ammazzati a vicenda. Ho parecchi contatti con la polizia e la magistratura, per favore.”

Martin sorrise amaramente, tutto quello che gli sembrava folle e un po’ ridicolo, ad un tratto divenne cristallino nella sua testa.

“E’ proprio questo che ci dà sui nervi, sono i vostri contatti con chiunque, i vostri privilegi, la vostra rete di ricattabili compromessi, le segnalazioni varie. Voi vi comprate il giudizio della gente. Siete abituati ad andare con le vostre facce cariche di ipocrisia a millantare crediti. Andate anche in televisione a dire queste aberrazioni.”

“Scusa, Martin, io volevo solo dire che ho qualche buon amico che ti può aiutare.”

“Stia zitto, noi odiamo le raccomandazioni, lei è un mafioso e neanche lo sa, è questa la sua tragedia!”

“Io sono una persona per bene, Martin.”

“E noi è proprio con le persone per bene che ce l’abbiamo.”

“Perché Martin?”

“Perché le espressioni persona per bene sono da uomo medio quale lei è. Vi date tante arie, siete amici delle più alte cariche dello Stato e della Chiesa, eppure riuscite a rubarci tutto con la faccia delle persone per bene.

“Martin, per favore!” – Figino piangeva di paura, si era inginocchiato con le mani nei capelli e adesso lo implorava di fermarsi, i denti battevano a scatti ritmici e la pelle si era fatta come ritratta dal viso.

“Ha capito perché la uccido adesso?”

“Voi ce l’avete con quelli della mia età perché pensate che vi abbiamo negato un posto nella società.”

“Certo, vedo che capisce bene.”

“Scusa Martin, ci sono sempre state le conflittualità tra generazioni, ma verrà il vostro momento te lo garantisco.”

“E quando, quando?” – la sua voce si era inspessita, grossa, urlava di disperazione.

“Quando? Io credo…”

“Zitto, figlio di puttana, non rispondere. Abbiamo sbagliato tutto, ho sbagliato tutto.” – Martin Holden comprese ad un tratto che le teorie dell’EI erano inutili, che tutto era inutile, ché una generazione contro l’altra era qualcosa di superato, che la realizzazione sociale non si trova in quel modo, che, forse, avevano ragione i geronti, ma era troppo tardi, troppo tardi.

“Sua figlia è straordinaria, io la amo, e sono qui per lei. Lei è una persona spregevole che usa gli animali per godere, lucrando su di essi. Lei merita di morire e non per le stronzate del mio movimento ma perché fa schifo e merita di morire. Vuole saperla una cosa?”

“Ti prego Martin, ti prego.”

“Sua figlia sa tutto, sa della sua passione per i cani, sa che produce i film porno, sa di quanto è ipocrita la sua intera vita. Lei l’ha costretta ad andare a quell’Università. Lei è un mostro, lei le ha rubato tutto!”

“Io l’ho fatto per il suo bene, per darle l’istruzione migliore, non pensavo avesse questi risentimenti. Per favore dammi la possibilità di chiarire con lei.”

“Non ha capito, questa volta non ha capito. E’ sua figlia che la vuole morto, vuole vederla stecchito, vuole poter decidere senza i suoi pesanti ordini mensili travestiti da consigli.”

“Siete solo dei ragazzini.”

“Che cosa? Non lo dica più, se non vuole che spari adesso, in questo momento, non pronunci più quella parola.”

Il cane abbaiò di gioia, e corse incontro ad un uomo. Era alto almeno due metri, e si era pettinato ad onda con un po’ di lacca, talmente profumata che sia Martin che Figino starnutirono insieme.

“Chi cazzo sei?”

“State già girando?”

“Che cazzo dici? Vieni qui e stai immobile.”

“Che cosa succede?”

“Hai sentito che ti ho detto, cazzone? Vieni qui, zitto e immobile.”

L’uomo si avvicinò senza fiatare, le scarpe a punta che luccicavano erano probabilmente l’unica caratteristica spiccata della sua personalità.

“Chi cazzo sei te?” – fece Martin.

“Io sono Giliberti, l’attore mandato dall’Agenzia. Ho fatto un po’ di ritardo mi scuso per…”

“Stai zitto, stai zitto!!”

Martin Holden aveva sotto tiro i due rappresentanti di un mondo che qualche volta aveva visto in video. Oltre a Figino che frequentava spesso i consessi televisivi, l’altro lo riconobbe dopo un minuto. Era Giliberti, Gelindo Giliberti, conosciuto come Giliberti. Un organo di trenta centimetri: il suo lasciapassare per la realizzazione individuale.

Famoso tra gli adolescenti, era erede diretto di Rocco Siffredi. Faccia da schiaffi, armatura ben compatta e sopratutto il suo pene. Con un pene si potevano fare tante cose nella società italiana, e Giliberti che colpa ne aveva. Aveva solo sfruttato un talento non contemplato dal codice morale che si insegna ai bambini quando sono bambini. A nessuno si dice prova a scoprire le tue qualità amatorie, al massimo studia. Giliberti aveva combattuto per diventare Giliberti. Come un cavaliere brancaleonesco usa la spada, lui aveva combattuto con le sue armi fisiche ed era riuscito a spezzare l’egemonia di Rocco Siffedi, la stella assoluta nel firmamento dei cazzi grossi. Giliberti era il simbolo di chi ce l’aveva fatta, a trenta anni era un uomo che poteva permettersi casa, macchina, vacanze e vestiti, tutto quello che i Colleghi dell’EI sognavano e portavano a prova  delle mancanze di un’intera generazione.

“Ti rendi conto di essere un vizioso assetato di organi canini?”

“Per favore, Martin, per favore.”

“Allora procediamo con ordine, sedetevi sul divano e poi penserò a cosa fare. Se qualcuno di voi prova a fare qualche scherzo lo ammazzo senza avvertirlo, a sangue freddo.”

“Lasciami andare, io non ti ho fatto niente” – fece Giliberti.

“Stai zitto te elefantino!” – Martin ricordava di averlo visto su Internet, lo conosceva nelle parti basse, tutti quelli della sua età sapevano del suo organo lungo e famoso. Così si intitolavano i suoi filmati: La saga di Dumbo, La saga di Dumbo 2, La saga di Dumbo 3, La saga di Dumbo 4, Dumbo e Bambi, Dumbo e Pinocchietta, Dumbo, la regina e la strega nera, I leoni e Dumbo, Dumbo d’Africa, e infine Dumbo e il lato oscuro della forza: storia parodiata di Guerre Stellari nel quale il protagonista si chiama Dumbo Pussywalker e deve evitare di passare al lato oscuro, attraverso una lunga trafila di orge, ammucchiate, selvaggerie pedestri.

“Io non voglio farti del male, stai zitto.”

Martin si passò una mano sui pantaloni, erano sporchi e completamente sudati, si era alla resa dei conti.

Goffamente Martin pronunciò quella sentenza: “Signor Cosimi Martellotti, io la dichiaro colpevole per aver costretto sua figlia alle scelte dovute, agli obblighi fatti passare per diritto. Lei, se ne deve rendere conto, ha condannato sua figlia Lucy ad un futuro diverso dal suo destino. La sua colpa più grave è di averla illusa che l’unica strada percorribile fosse quella progettata da lei stesso.”

Fece tre movimenti uno di seguito all’altro, impugnò la pistola, mirò alla testa e fece esplodere la rabbia che aveva accumulato nella cantina con i colleghi dell’EI. La pallottola lo prese di striscio, purgandolo dell’orecchio sinistro. Figino gemeva dal dolore, il lobo e tutto il padiglione erano schizzati via sul muro a formare un’effige di orecchio umano incastonata sull’intonaco bianco. Giliberti si girò velocemente, vide il dolore di Figino. Strabuzzò ancora di più lo sguardo, quando, scrutandolo attentamente, poteva intravederne una parte verdiccia del cervello che pulsava dentro il cranio perforato all’altezza del padiglione auricolare.

“Figlio di puttana!!” – Figino si avventò contro Martin Holden che senza pensarci troppo lo scaraventò via con un colpo all’altezza dell’inguine e lo freddò con altri due spari che si ficcarono precisi a recidergli il torace in due parti.

“Ti prego non farmi del male, ti prego.” – implorò Giliberti.

Martin Holden comprese l’assurdità dei suoi gesti, era in trappola, aveva fatto secchi tre esseri umani nello spazio breve di mezz’ora. Lo guardò fisso e accennò un saluto, fece per andarsene. Voltò la mano, lo guardò, gli occhi dell’attore porno palpitavano di luce, richiedeva la grazia.

“Non mi sei antipatico” – lo fece fuori con un solo colpo; stavolta si era abituato, la mano, ormai, era la protesi per la Beretta 90two che impugnava rocciosamente.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

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