Altri segni particolari: Expat

3
Share on Facebook175Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Doveva essere una domenica pomeriggio di metà anni ’70. Io avrò avuto 7/8 anni non di più. Suonarono al campanello e mio padre andò ad aprire. Era la cugina di mia madre, la stavamo aspettando. Entrò, seguita da un signore biondo e alto. Da pochi mesi si era sposata ed era andata a vivere in Germania. In quegli anni, e soprattutto a Rimini, allora meta di turismo tedesco, la Germania era sinonimo e paradigma di “straniero” e “diverso”. La cugina di mia madre era allegra, evidentemente emozionata e desiderosa di raccontare del viaggio e della sua nuova vita. La ricordo, in piedi, ancora nell’ingresso, mentre parla velocemente con mia madre.

Poi, ad un certo punto accadde qualcosa che turbò la mia quiete domenicale…qualcosa di sconvolgente, che mi lasciò in preda allo sgomento, qualcosa che trasfigurò la stessa persona della cugina di mia madre mutandola da persona familiare a minacciosa ”estranea”: mentre raccontava, mentre parlava, le sfuggì una parola in tedesco…si corresse subito ripetendola in italiano, ma io avevo sentito, io avevo “visto” quella minacciosa trasformazione davanti ai miei occhi: lei non parlava più come noi, non era più come noi…

Chi ha vissuto per un periodo abbastanza lungo all’estero sa di cosa parlo. Arriva un momento in cui, in quella frazione di secondo che precede la parola, mentre la frase in italiano ti si costruisce nella mente, ti rendi conto di stare pensandola nella lingua del paese straniero in cui ti trovi. E, a volte, proprio come accaduto alla cugina di mia madre, quando te ne sei accorto è troppo tardi: ormai l’impulso nervoso che va dal cervello alla lingua è già partito: la parola esce straniera, non italiana…

La lingua è uno degli aspetti fondamentali dell’identità di una persona e di una comunità. Gli italiani sono italiani anche e soprattutto perché parlano la medesima lingua e i popoli che rivendicano uno stato, catalani e baschi ad esempio, fondano le ragioni della loro aspirazione sull’esistenza di un idioma comune con profonde radici storiche. Per questo motivo, mischiare inavvertitamente due lingue è un chiaro segnale che qualcosa relativo alla nostra identità è avvenuto dentro di noi.

Trascorrere lunghi periodi all’estero significa principalmente confrontarsi con le sensazioni e le emozioni che la nostra identità formatasi per anni in un determinato ambiente, produce trovandosi in un contesto differente. Proprio come descritto dal bell’articolo di Francesca Hans sull’ultimo numero de L’Undici che mi ha stimolato a scrivere il presente pezzo.

In particolare, dopo i primi periodi di eccitazione dovuti all’arrivo in un nuovo ambiente, comincia a subentrare una profonda, intima e indistinta sensazione di nostalgia per un qualcosa difficilmente racchiudibile in una sola parola o concetto, ma che si avvicina a “casa”. Esiste un vocabolo inglese che esprime con una certa precisione questa emozione e che non ha un corrispondente in italiano: “homesickness”, formato dalle parole “home” (casa) e “sickness” (malattia, malessere); letteralmente dunque: il malessere dovuto alla lontananza da casa dove il termine “home” è più un concetto che un luogo fisico. E’ una nostalgia fatta soprattutto di ricordi sfuggenti e quotidiani, apparentemente poco significativi: lo sguardo d’intesa con il barista a cui ordini il cappuccino, i pranzi stanchi della domenica con i tuoi genitori, il profumo di un calicantus che ti sorprende nell’oscurità mente cammini verso casa in una notte d’inverno, i gesti della cassiera del supermercato di tutti i giorni…

E’ proprio il non sapere esattamente ciò che ti manca, e la banalità di queste sensazioni a rendere la nostalgia ancor più dolorosa e lacerante. Ti si rivela complicatissimo definire a te stesso e ancor più ai non-italiani cosa provi e cosa ti manchi. Come fai, ad esempio, a spiegare cosa significa Alberto Sordi per un italiano? O Pippo Baudo? Si tratta di un precipitato di significati ramificati e mischiati per secoli e scambiati tra milioni di persone. Anche la persona non italiana più disponibile e interessata, mentre tu provi a illustrarle chi fosse e cosa rappresentasse Alberto Sordi, dopo poche frasi non riuscirà più a seguirvi e se non si metterà a sbadigliare, sarà solo per buona educazione.

Nel mio caso, questa “homesickness” ha preso la forma della squadra di calcio della mia città: il Bologna. Quando mi capitava di vedere in televisione la gioia incontenibile degli italiani emigrati in Germania, in occasione di una vittoria della Nazionale contro i tedeschi, non potevo non considerarla figlia anche di una certa rozzezza e ignoranza. Adesso ho invece compreso e rivalutato. La squadra di calcio è la forma e il simbolo attraverso cui la summenzionata “homesickness” può farsi “carne”, trovare sfogo e addirittura trasformarsi gioia. L’emozione che mi suscita vedere un dribbling di Diamanti o un goal di Gilardino visti in televisione, all’estero, a chilometri di distanza ha ben poco a che vedere con quello che provo quando sono a Bologna. Guardando la partita in televisione, da expat (espatriato, NdA) vedo lo stadio, che è comunque un pezzo fisico della mia città, esamino come sono vestiti gli spettatori per capire che tempo fa, immagino la strada che farà il raccattapalle quando tornerà a casa dopo la gara, indovino le parole del tifoso inquadrato in primo piano…insomma mi sento anche io lì, parte di quel tutto che è Bologna.

Cosa fare con questa “homesickness”? Bisogna semplicemente lasciarla fare, lasciarla libera, lasciare che segua il suo corso. Non è pensabile reprimerla e nemmeno è possibile utilizzarla come continuo termine di paragone con la realtà straniera nella quale si vive. Discorsi del tipo: “Ah, ma a Bologna gli autobus funzionano benissimo, mica come qui…” o “La pizza italiana è tutta un’altra cosa, non ha niente a che vedere con quella che mangiate voi!” sono assolutamente sterili, frustranti e fonte di nuovo dolore. E’ ovvio che – nella maggior parte dei casi – il confronto sarà sempre a favore della nostra “home”: è come paragonare qualcuno con nostra madre o nostro padre! Si tratta di due piani differenti e non accostabili, due squadre che giocano in due campionati diversi: ogni confronto si trasformerebbe in scontro che ci impedirebbe, tra l’altro, di imparare ad apprezzare l’”altro”.

E’ proprio il cibo uno dei principali terreni di questo conflitto. L’unico tratto definente l’identità italiana che ha resistito all’assalto della globalizzazione consumistico-anglosassone che l’ha stravolta e annientata quasi del tutto è proprio il nostro peculiare rapporto con il mangiare. L’arcifamosa scena di Alberto Sordi in “Un americano a Roma” è emblematica: Albertone parla come un americano, veste come un americano, si atteggia come un americano, ma quando si arriva al cibo…beh, allora no, allora Albertone mette da parte la mostarda e la “marmelade” e si abbuffa di “maccaroni”. Per questo, come spiegato sopra, per vivere bene all’estero, va limitata al massimo ogni discussione riguardante il cibo. Il religioso ordine con cui consumiamo le portate, l’ossessiva attenzione a non mischiare sapori (carne-pesce, dolce-salato, ecc.), gli inesplicabili ma sacri accostamenti possibili tra sughi e tipi di pasta (mangereste mai tagliatelle alla carbonara o tortellini aglio, olio e peperoncino?), ma anche l’estremo ed innegabile amore che mettiamo nel cucinarci i pasti, sono e saranno sempre parte fondamentale della nostra identità italiana e quindi di noi stessi. Che non può essere messa in competizione con quelle del paese in cui stiamo vivendo. A cosa serve spiegare ad uno spagnolo che uno dei loro piatti nazionali (la tortilla, di fatto una frittata) è quello che noi cuciniamo quando non abbiamo altro in frigo e dobbiamo preparare qualcosa d’emergenza? Perché intestardirsi a glorificare ad un inglese il sublime sapore dell’olio d’oliva extra-vergine o spiegare ad un sudamericano che – se è vero che gli italiani mangiano sempre pasta – i tipi di pasta e di combinazioni con i sughi sono centinaia ed ognuno porta con sé storia, tradizione e amore?

Vivere bene da stranieri non significa armarsi di una corazza appuntita che difende la nostra identità inviolabile. Significa piuttosto essere porosi e aperti – sforzo sempre difficile – in modo che il nostro essere fuoriesca tranquillo e sereno e faccia amicizia e si mescoli con quanto di nuovo, diverso e straniero c’è fuori.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook175Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Teresa

    Ho letto con grande interesse questo articolo ed ho pensato a mio figlio che si trova a Parigi a lavorare. Chissà se anche lui ha provato e pensato quello che tu hai scritto così magistralmente bene. Mi auguro solo che non soffrì la nostalgia. Per la famiglia e per la sua città ed altro. Ne sarei scontenta . Speriamo che sia sereno , che viva bene la sua quotidianità. L’ importante e’ che lavori perché in Italia di lavoro neanche l’ombra.

    Rispondi
  2. Costanza

    L’ho sento mio questo articolo. Ogni passo ogni parola descrivono dettagliatamente e precisamente i miei stati di animo, complessi e alternati e contraddittori che seguono i viaggi , fisici o fantasiosi, tra le mie due case. Due luoghi distinti e lontani. Una lingua che si impone sull’altra e un bagaglio emozionale e di esperienze che va difeso come parte essenziali di noi. Si tratta di una dolcissima nostalgia che sa di vita vera vissuta e viva, ancora e per sempre, mentre si arricchisce di nuovi scenari e nuovi incontri

    Rispondi
  3. Francesca H

    Grazie Jumpi per la bellissima e profonda testimonianza, personalmente mi ritrovo in tutto quello che scrivi a tal punto che leggendo l’articolo non ho potuto trattenere le lacrime. Incredibile come da Italiani lontano da casa si vivano le stesse emozioni.

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?