Segni particolari: Expat

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Nel 2012 gli italiani iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiana Residenti all’Estero) raggiungono i 4.208.997. Tra il 2011 e il 2012 il numero assoluto di chi ha lasciato l’Italia ha superato le 90.000 unità. In questo articolo vi racconto la mia storia, con i suoi alti e bassi, da expat (abbreviazione di: expatriate, ossia “espatriato”, NdR)

Qualche giorno fa ho aperto la borsa dei documenti, quella che di solito non porto con me quando esco di casa, e ho trovato la mia carta d’identità italiana. Ancora valida, un po’ sgualcita, rilasciata dal Comune di Monza il 21 agosto 2009.
Il pensiero sul significato dell’espressione “identità italiana” mi accompagna  ormai da un po’, forse perchè si è da poco conclusa la 63esima edizione del Festival di Sanremo e forse perché siamo in piena turbolenza elettorale. Da brava expat, ho seguito appassionatamente entrambi gli eventi.

Due anni a New York, uno in West Virginia e i prossimi a Shanghai.

Quando inizi a preoccuparti che i figli che ancora non hai si vergogneranno di te per il tuo accento marcatamente italiano, ecco che allora hai già passato il punto di non ritorno. Forse non te ne sei accorto, ma è proprio così. La tua vita è proiettata al di fuori dei confini nazionali.

Ho impiegato un po’ a capire e ad accettare con cuore e cervello che non si tratta più di una generica e prolungata esperienza all’estero, ma di una scelta di vita forte, non facile, entusiasmante e molto più comune di quanto si possa credere. Del resto siamo uomini e migriamo per natura, come gli uccelli. Se non ci troviamo bene nella patria natia, il “gene Marco Polo” ci spinge a imbarcarci verso terre sconosciute.

Esperienze di vita bellissime e mai noiose, ma dopo un po’ è inevitabile fare i conti con una tormentosa domanda: che resta della nostra identità?

Agli occhi dei conoscenti di vecchia data sei quello un po’ strano, che se la tira e con la puzza sotto il naso (anche se, per fortuna, gli amici veri restano tali e quali anche a distanza). Agli occhi della prozia sei il nipotino-eroe espatriato, per cui è doveroso conservare tonnellate di lasagna in freezer perchè “chissà-che-porcate-mangia”. E nell’immaginario dei i tuoi nuovi amici sei l’amico italiano che usa la moka e gesticola quando parla.

Quando sei lontano dal Paese in cui sei cresciuto, ti manca. Nel mio caso manca l’Italia. Manca la famiglia, mancano cornetto e cappuccino, mancano gli amici e il centro della tua città.

Ma l’amara verità è che, dopo pochi giorni passati in Italia, il cervello dell’expat si ribella e scalpita involontariamente alla vista e all’ascolto delle solite scenette, dei soliti discorsi, delle solite lamentele. E’ una reazione naturale, spontanea, automatica.  Personalmente credo che accada perchè quando inizi a capire e ad appropriarti della logica e delle dinamiche della cultura ospitante, il cervello diventa più plastico, crea nuove connessioni e si apre a nuovi modi di pensare che sono lucidi, coerenti e in linea con il nuovo territorio. E’ parte integrante dell’affascinante processo di adattamento.

Per chi lo vive non è facile: come avere due cervelli in collisione tra loro. Sei in Italia? Vorresti rimetterti sul primo aereo e reprimi con tutte le tue forze il fischio nello stomaco della pentola a pressione che ti farebbe risultare antipatico e altezzoso. Sei nella tua casa estera? Ti mancano i Pan di Stelle, il bidet, e ti consoli cantando a squarciagola Ciao Amore Ciao o Ti scatterò una foto (non al bidet).

Volente o nolente questa fase, prima o poi, la attraversano tutti gli expats di lungo periodo. Forse non tutti canteranno Tiziano Ferro, ma una sana crisi di identità è un passaggio obbligato.

Come superare l’impasse?

Per fortuna vivamo nel 2013, siamo costantemente connessi con il nostro Paese d’origine e, potenzialmente, con il resto del mondo. Così vai in cerca di ricette per combattere il mal di casa e continuare a guardare il mondo con la serenità dei nuovi occhi. Assicuro, che se prese a giuste dosi, sono medicine infallibili.

Le telefonate su Skype.
Mentre prepari il pranzo, non c’è niente di più sano di una videochiamata con la mamma. Ti racconta come è andata la giornata, ti sgrida se metti troppo sale nell’acqua della pasta, ti parla delle sue perplessità elettorali.  Quando torni dal lavoro, trovi tua sorella connessa che, appena tornata da una serata della “movida milanese”, ti racconta di una Milano che cambia. Del resto la Barilla lo aveva già capito: dallo spot anni ’80 della bimba con l’impermeabile giallo che salva il gattino e pranza a casa con mamma e – nota bene – papà, alla videochiamata con papi nel 2000.  Per non parlare dell’avanguardia della Kraft con Kaori e il philadelphia.

Le comunità di expat, virtuali e non.
Celebrare il Thanksgiving il terzo giovedì di novembre, regalare Valentine’s Cards ai colleghi sono delle infallbili tecniche per avvicinarsi alla cultura ospitante, ma fare una bella scampagnata il lunedì di Pasquetta o preparasi una carbonara tra italiani sono piaceri irrinunciabili.

Sul web fioriscono blog e forum di comunità di espatriati. Ci si scambiano consigli sulle scuole per i figli. E se hai bisogno di un medico, ecco pronta la lista dei dottori più bravi. Si organizzano playdates per i figli e serate a tema per quelli senza. Si trovano amici e stupende reti di solidarietà.  E anche se il consiglio poi alla fine non si segue, l’empatia di un problema comune trasmette familiarità e sollievo.

Basta googlare “expat” per ottenere una lunga lista di siti, dalla community per le famiglie, a quella per i single, a quella per i professionisti di un certo settore. Per non parlare del numero strabiliante di blog di nostri connanzionali in giro per il mondo.

La Rai, Radiotelevisione italiana.
Non sono mai stata una grande fan del piccolo schermo, almeno fino a quando non sono venuta a vivere negli Stati Uniti. Il martedì sera non  perdo mai Crozza, guardo le interviste della Bignardi, e – ogni tanto – le ultime serie TV messe a disposizione dalla RAI, melanconiche o meno che siano. E, mentre preparo la cena, cerco ispirazione con i Menu di Benedetta. Anche questo è un modo di sentirsi meno lontano da casa ed è anche questa una pratica molto comune tra gli expats.

Incredibile come un sincero interesse per le vicende del proprio Paese abbia un gusto più saporito quando lo si cerca di vedere con il cannocchiale.

Per concludere e rispondere alla domanda su dove va l’identità, la mia risposta è che siamo ibridi. Ma anche un’identità ibrida è pur sempre un’identità, con caratteristiche proprie, peculiari e comuni a chi vive questa particolare condizione esistenziale.

Non siamo più italiani al 100% ma non saremo mai nemmeno americani, australiani o tedeschi. Forse lo saranno i nostri figli, anche se in America i pronipoti dei nostri compaesani immigrati sono ancora Italian Americans.

Del resto ho trovato il vero amore da espatriata e tra gli espatriati.  Tra vent’anni ci immaginiamo a vivere tra le colline umbre, con un orto, qualche buona bottiglia di Sagrantino in cantina e alle spalle decenni vissuti in giro per il mondo. Per ora sono solo sogni, ma sappiamo con certezza che sono realizzabili.

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8 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Cinzia

    Bello questo scambio. Pulito, sincero, profondo e leggero. Grazie… Ogni tanto, dopo una giornata iniziata alle 5 e quasi al termine alle 00.56, fa piacere leggere di emozioni per immaginare modi di vivere diversi. In fondo affrontiamo spesso drammi molto simili intorno alla nostra complessa Italia e…alla nostra identità. Anche quando ci trasferiamo dall’Abruzzo a Milano… Grazie Francesca ! Spero di trovarti vicina di casa in Umbria

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  2. Elisabetta

    Bellissimo articolo, e mi ha fatta molto sorridere. Ricordo quando ero in Cina l’anno scorso, quando mangiavo spaghetti dall’aria sinistra ascoltando Radio DJ dal pc, e la mia colonna sonora era diventata una canzone rap nostrana – inascoltabile se fossi stata in patria – che mettevo su youtube ogni mattina, sognando le spiagge italiane. E sono sopravvissuta grazie a skype.

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  3. Tamerice

    Come hai saputo scrivere bene, descrivere la condizione di espatriato che io ho vissuto fino a poco tempo fa, sembra il mio pensiero fatto articolo ;)… Mi definisco ex-pat in attesa di tornare a vivere altrove ma non per fuga, assolutamente, ma proprio per riprovare il gusto e le sensazioni che hai descritto tu in questo post. Rileggerlo mi rinfresca il benessere che provavo quando stavo in Africa. Ritengo l’espatrio un punto di non ritorno ma nel senso buono del termine: una crescita umana e di esperienze straordinarie, un’altra io migliorata.
    Io non so se ho crisi di identità, mi sento più italiana di prima che partissi ma con un bagaglio in più di africanità; insomma cerco di non rinunciare a nulla di ciò che mi piace, di prendere ingordamente tutto e farlo mio…

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    • Francesca H

      Ciao Tamerice,
      grazie per la condivisione, sono assolutamente d’accordo. Ho conosciuto un po’ di persone che hanno vissuto in Africa e credo che lasci dei segni indelebili, forse anche piu’ di altre esperienze all’estero. Non per niente non ho mai sentito parlare del Mal di Francia!
      Secondo me questa cosa della fuga e’ un po’ sovrastimata (qui direbbero overrated sinceramente non so se esprime lo stesso concetto) anzi direi che per partire ci vuole un gran coraggio. Buon proseguimento di viaggio :)

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  4. Freida

    mentre leggevo le tue parole, mi sono detta “è proprio così”. Vivere all’estero è una scelta forte. Penso che sia altrettanto forte rimanere in Italia. Con semplicità sono partita, senza peso sul cuore, ma con una valigia piena di paure ma anche di leggerezza, voglia di scoprire, piena di aspettative. La vita da “expat” è unica, “ibrida?” no non credo, senza radici si, ma solo se ci consideriamo all’interno dei territori nazionali. Mi sono sentita all’inizio non appartenere a nessun posto, poi con il tempo ho trovato il posto dove mi sento veramente a casa. Ed è bello confondersi, mescolarsi, confrontarsi nel melting pot delle culture, mi sento soffocata quando non ho questo confronto…. In Italia. Amo profondamente il nostro paese, casa di affetti, bella vita, sole, buon cibo e cultura straordinaria. Ad oggi pero’ ti confido che non ritornerei mai dove sono nata, perchè significherebbe non avere una prospettiva e rinchiudersi nei limiti del nostro paese. Sono orgogliosa e contenta di essere “expat”, di essere italiana, ma anche sentirmi cittadina del mondo.

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    • Francesca H

      Ciao Freida,
      grazie per la risposta e per aver condiviso la tua esperienza. Sono contenta che all’estero ti senti a casa e ti capisco quando parli della bellezza e degli stimoli che nascono dal confronto. Per me e’ stato molto bello scoprire che le “expats” in giro per il mondo condividono le stesse sensazioni ed esperienze, avendo una radice comune. Teniamoci in contatto. In bocca al lupo!

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  5. marinda

    Cara Francesca, da non expat, ma da persona che avrebbe sempre desiderato esserlo, penso che abbiate una marcia in più, mantenendo il meglio della cultura d’origine e facendo vostra la la cultura in cui andrete a vivere, filtrando il tutto con l’idea che il mondo è grande, noi siamo piccoli e nessuno è al centro dell’universo. Ma tutti possono sentirsi a casa dove decidono. A volte l’Italia mi fa l’effetto di una stanza chiusa, piena di gente che sbraita e non capisce che basta uscire a prendere aria per capire che la vita, il mondo, il mestiere, non è tutto lì. Poi, anche rientrando in quella stanza vedrai le cose diversamente.

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    • Francesca H

      Grazie Marinda, e’ esattamente la descrizione di quello che intendo con identita’ ibrida.
      Non e’ facile andare via dal paese di origine ma una volta che parti, il resto vien da solo.
      Mi rendo anche conto di quanto sono stata fortunata.
      La cosa che piu’ mi piace e che nel mio piccolo cerco di fare anche io e’ combattere gli stereotipi (anche quando purtroppo di avvalorano da se’) sull’Italia.
      Vivendo in un Paese che ha poco piu’ di 500 anni di storia, ho capito quanto il nostro patrimonio artistico, storico e culturale basterebbe ia farci diventare il “gioiello del mondo” se tenuto a dovere, ma ahime’ per ora non sembra essere cosi…

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