Scienza leggera: le rane di Galvani, la pila di Volta e il bolognese Victor Frankenstein

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Era una notte buia e tempestosa. I due erano andati a letto da poco, ma un tuono più violento degli altri li svegliò. “Presto! Andiamo, andiamo!!!” gridò lui balzando fuori dalle coperte. Lei, più lentamente, seguì il marito mettendosi una vestaglia. Il temporale stava arrivando. Mentre si dirigeva verso la terrazza, dove il marito stava già sistemando tutto, si fermò a chiudere una finestra che sbatteva. E proprio in quel momento, un enorme fulmine sopra S. Luca illuminò tutta la città. Si ritrasse di scatto e chiuse le persiane infreddolita e spaventata.

Quando arrivò era già tutto pronto. Dal palo di metallo fissato sul tetto, pendeva un filo lungo pochi metri che arrivava fino un tavolaccio posto al centro della terrazza, dove l’estremità era fissata a…due zampe di rana. La moglie si sedette vicina al marito, in attesa…Poi il vento si fece sempre più forte e cominciò a cadere qualche goccia d’acqua: il temporale era quasi sulle loro teste. Lui si alzò a controllare ancora una volta che tutto fosse in ordine e mentre stava tornando a ripararsi sotto una piccola veranda…ecco che accadde ciò che stavano attendendo: un fulmine violentissimo squarciò il cielo e andò a colpire il palo di metallo posto sul tetto, il filo tremolò e la scarica elettrica passò attraverso di esso fino ad arrivare alle zampe della rana che…cominciarono a muoversi e contrarsi…proprio come accade quando una rana salta…Il marito uscì nella pioggia e guardò con attenzione e poi prese a saltare di gioia e si precipitò ad abbracciare la moglie: “Hai visto?? Hai visto??? Hai visto come si muovevano???” Le gocce del temporale scivolavano su di loro confondendosi con le lacrime…erano bagnati fradici…ma felici, felicissimi: l’esperimento era pienamente riuscito!

Il set up utilizzato da Galvani per uno dei suoi esperimenti

La storia appena descritta ebbe certamente luogo, più o meno in questi termini, a Bologna il 16 aprile 1786 ed i protagonisti furono Luigi Galvani e la moglie Lucia Galeazzi.

All’epoca Galvani ha 49 anni e da nove è professore di Anatomia pratica all’università di Bologna (per la precisione all’Accademia delle Scienze), dove ha preso il posto del suocero. Galvani è quindi più che altro un medico, un anatomista, che però da qualche anno ha cominciato ad interessarsi all’elettricità.

Fino a pochi anni prima, l’elettricità era un fenomeno assolutamente misterioso, una manifestazione magica con cui intrattenere nobili e regnanti durante cene e ricevimenti. Sin dai tempi dei greci, si sapeva che, se si strofinava un materiale come l’ambra, essa era capace di attrarre oggetti leggeri come ad esempio i capelli. La stessa parola “elettricità” deriva proprio da “electron” che in greco significa: ambra. Ma da allora, come buona parte delle scienze, per diversi secoli, le conoscenze sull’elettricità non progredirono quasi per nulla.

Una prima importante razionalizzazione fu merito di Benjamin Franklin, personaggio poliedrico e geniale, scienziato e padre fondatore degli Stati Uniti d’America. Franklin era convinto che la ragione fosse in grado di spiegare e riprodurre ogni fenomeno fisico, soprattutto quelli che, fino ad allora, come l’elettricità, erano stati fonte di superstizione e mistero e quindi di subordinazione della borghesia (americana) alla nobiltà e all’ancient regime europei. Franklin fu infatti il primo a concepire, nel 1747, la possibilità che esistessero cariche negative e cariche positive che si attraevano tra loro e che tendevano ad annullarsi a vicenda.

Poco tempo dopo Galvani, a Bologna, comincia ad effettuare esperimenti per verificare quali relazioni esistano tra l’elettricità e la fisiologia o, in senso più ampio, tra l’elettricità e la vita. Bologna è da circa 200 anni parte dello Stato Pontificio e l’università, seppure goda di una certa libertà, non può sfuggire al controllo della Chiesa. E’ illuminante a questo proposito la storica sala di anatomia dell’università bolognese. Nella parte superiore della sala, molto vicino al tetto, si può ancor oggi vedere una piccola finestrella chiusa da una persiana. Dietro ad essa, quando si eseguivano le dissezioni dei cadaveri, si posizionava un religioso che aveva il preciso compito di spiare gli scienziati (non ignari della sua presenza) per verificare cosa scoprissero all’interno del corpo umano e, in particolare, se arrivassero ad individuare cosa fosse l’anima. Insomma: libertà scientifica sì, ma sempre sotto il controllo della Chiesa. Anche Galvani è molto religioso e lo scontro interiore tra fede e spirito scientifico ebbe probabilmente un ruolo assai importante nella storia che andiamo a raccontare.

La statua di Galvani nell’omonima piazza bolognese. Si notino sulla pagina del libro, le zampe di una rana

Vedere le zampe di una rana morta che si contraggono quando sono attraversate dalla corrente elettrica è una visione sensazionale per Galvani e per qualsiasi scienziato dell’epoca. Per la prima volta si comincia a pensare a possibili collegamenti tra vita ed elettricità. Lo scienziato bolognese fornisce questa interpretazione: nelle zampe delle rane (e per estensione in qualsiasi essere vivente) risiede un’”elettricità animale”, un fluido vitale che si attiva quando viene stimolato da una scarica elettrica esterna (nell’esperimento sopra descritto: da un fulmine). A quel tempo, cosa sia la vita è tutt’altro che chiaro (anche oggi per la verità…): in tanti credono che esista un “soffio vitale” che anima gli esseri viventi, il cui funzionamento è giudicato differente da quello della materia inanimata.

Galvani è un personaggio scientificamente controverso e probabilmente tormentato, così come lo sono tutti i personaggi di transizione. Infatti la vicenda che stiamo raccontando si svolge in uno dei periodi di maggiore trasformazione della storia europea: nel 1789 scoppia la rivoluzione francese ed il “vento della libertà” che porta con sé razionalismo e rovesciamento dei dogmi religiosi arriverà presto anche in Italia e a Bologna. Quindi, se è vero che Galvani crede in un’elettricità che si origina negli animali indipendentemente da qualsiasi intervento esterno e che è quindi riconducibile a Dio, “creatore del Cielo e della Terra” e non riproducibile dall’uomo, è anche vero che egli è uno scienziato interdisciplinare, come oggigiorno devono esserlo gli scienziati moderni, ed è il primo ad integrare fisica ed elettricità nella fisiologia, fondando di fatto l’elettrofisiologia.

Galvani pubblica i risultati dei suoi sensazionali esperimenti nel 1791 (un anno dopo la morte della moglie), rilevando che le zampe di rana si contraggono anche senza lo stimolo dell’elettricità esterna, ma anche solo mettendo in contatto nervo e muscolo (dove Galvani crede sia accumulata l’”elettricità animale”) con una specie di pinza metallica.

A questo punto, entra in gioco un altro dei personaggi principali di questa storia: Alessandro Volta. Volta è otto anni più giovane di Galvani ed insegna fisica all’università di Pavia, all’epoca sotto il dominio austriaco. Così come Galvani, è un abilissimo sperimentatore e costruttore di strumenti scientifici, ma se il bolognese pubblica i suoi lavori in latino, è introverso e raramente si sposta da Bologna, il lombardo conosce e scrive in inglese e francese, viaggia spesso ed ha costruito una fitta e fruttifera rete di relazioni con scienziati europei. Anche nella scienza queste cose hanno grande importanza. Se Galvani oggi, userebbe con ritrosia l’email e preferirebbe il telefono, Volta sarebbe a suo agio con Skype, strumenti di file-sharing e scriverebbe lavori in collaborazione con scienziati di tutto il mondo, confrontandosi con loro in video-conferenze.

Congiungendo nervo e muscolo delle zampe di una rana morta con un arco metallico, si osservano contrazioni delle zampe stesse

Volta è inizialmente affascinato dalle scoperte di Galvani, ma poi, nel 1792, offre una spiegazione alternativa ed opposta. Se per Galvani, l’elettricità è insita nel corpo delle rane e viene solo stimolata dall’esterno, per Volta è vero invece il contrario: l’elettricità osservata da Galvani non è “animale”, ma “normale” elettricità generata dal contatto di due metalli differenti che collegano nervi e muscoli. “E’ la differenza dei metalli che fa” sostiene Volta, il quale è convinto che siano i metalli che producono energia, mentre le zampe della rana sono solo “rilevatori” e non generatori di elettricità. Le due interpretazioni sono opposte e si riveleranno inconciliabili negli anni successivi dando origine ad una delle più note dispute scientifiche di ogni tempo. Scienziati di tutto il mondo ripetono gli esperimenti di Galvani (povere rane!…), schierandosi dalla parte del bolognese o del pavese.

Con perfetto spirito scientifico, Galvani risponde alle critiche con i fatti e dimostra che le contrazioni si verificano anche quando nervo e muscolo vengono messi in contatto utilizzando un solo metallo e poi addirittura, nel 1794, senza metalli, per esempio con pezzi di tessuto animale. Volta sembra sconfitto.

Ma da Pavia, Volta replica ancora e afferma che non è, in effetti, necessaria la presenza di due metalli per produrre la corrente che fa muovere le rane, ma si possono usare anche due conduttori qualsiasi (corpi che conducono elettricità), meglio se umidi. “E’ la diversità de’ conduttori che è necessaria”, scrive ora Volta, indipendentemente se siano metalli o altro. Volta sembra proprio un gran rompiballe pieno di sé…E’ infatti vero che è in grado di reinterpretare tutti i risultati di Galvani, ma non è capace di confutarli con dati e proposte nuove: le sue appaiono tutte obiezioni “ad hoc” per rompere le scatole a Galvani….

La controversia non è solamente scientifica: c’è innanzitutto una questione filosofico-religiosa. Per Galvani l’elettricità è “dentro alle rane” e lì ce l’ha messa Dio: gli uomini non possono ricrearla perché ciò significherebbe oltrepassare un limite e sconfinare nell’ambito di competenza del Creatore. Volta, che pure è religioso, è invece convinto che le scoperte di Galvani vadano spiegate come fenomeni fisici, riproducibili in laboratorio, senza la rana e quindi senza Dio, ma grazie a strumenti costruiti dall’uomo. Volta è un razionalista dello stampo del summenzionato Franklin. Per Galvani quest’approccio non solo è in contrasto con le sue idee scientifiche, ma è prima di tutto una sacrilega irriverenza nei confronti della sua fede.

Luigi Galvani (Bologna, 9 settembre 1737 – Bologna, 4 dicembre 1798)

Ma le contraddizioni sono il sale della vita e anche di questa storia. Infatti, nonostante queste convinzioni, Galvani dimostra di essere ancora una volta uno scienziato moderno perché, pubblicando i risultati dei suoi esperimenti, illustra sempre in modo accurato e chiaro le metodologie e le tecniche con cui li ha eseguiti, in modo che altri possano riprodurli; una caratteristica fondamentale e identificativa della scienza moderna. E risponde ancora: nel 1797, preparando con cura i nervi delle zampe delle rane, osserva contrazioni anche senza che esista il contatto tra due corpi diversi in un esperimento considerato la fondazione dell’elettrofisiologia. Ma Volta non è convinto e, in una sua memoria, Galvani esprime tutta la sua frustrazione per non riuscire a convincere l’avversario: “Egli vuole questa elettricità la stessa che quella comune a tutti i corpi; io, particolare e propria dell’animale: egli pone la causa dello sbilancio negli artifizi che si adoprano, e segnatamente nella differenza dei metalli; io, nella macchina animale: egli stabilisce tal causa accidentale ed estrinseca; io, naturale ed interna: egli in somma tutto attribuisce ai metalli, nulla all’animale; io, tutto a questo, nulla a quelli, ove si consideri il solo sbilancio”.

Ma diversi e nuovi accadimenti segneranno lo sviluppo successivo della diatriba, non tutti relazionati alla scienza. Il 18 giugno 1796, dopo aver conquistato la Lombardia, le truppe francesi, con a capo Napoleone, entrano a Bologna, dichiarando decaduto lo Stato Pontificio. I francesi sono la “modernità” che scuote – seppure per pochi anni – tutta società del Nord-Italia, compresa l’università. Nel 1798, la Repubblica Cisalpina (lo stato napoleonico che comprende Lombardia ed Emilia e quindi sia Pavia che Bologna), esige dai professori universitari un giuramento di fedeltà: Galvani si rifiuta e perde la cattedra, Volta invece giura e abbraccia le idee napoleoniche, tanto che sarà destituito dall’incarico quando i francesi saranno scacciati da Pavia nel 1799 dall’esercito austriaco.

Il volto di Volta sulla vecchie 10.000 lire. Sulla banconota è raffigurata anche la prima pila realizzata dallo scienziato.

Nonostante quindi l’estrema importanza del suo ultimo esperimento che dimostra l’esistenza di una elettricità intrinseca all’animale, non dovuta alla semplice differenza tra corpi diversi, Galvani e le sue interpretazioni cadono in disgrazia, travolti dagli sconvolgimenti politici. Ma è solo il primo colpo per il “galvanismo”: il 4 dicembre 1798 Galvani muore e soprattutto nel 1799, Volta mette a punto la sua strabiliante e celeberrima invenzione: la pila.

Sottolineare l’importanza della pila nella storia e nel presente dell’umanità è superfluo: a cominciare dal cellulare, ogni giorno siamo circondati da strumenti che utilizzano una pila (batteria). In due parole, la pila è un dispositivo che, grazie da una reazione chimica che ha luogo al suo interno, produce una corrente elettrica: fu la prima volta nella storia che ciò fu possibile. Sembra proprio che il vincitore della battaglia sia Volta che, non a caso, si riferisce alla sua invenzione come ad un “organo elettrico artificiale”,  a sottolineare l’evidenza che non sia necessaria la presenza dell’”animale” come sostenuto da Galvani, ma che l’elettricità possa generarsi grazie ad uno strumento costruito dall’uomo. Quando Volta presenta la sua invenzione, l’eco è enorme ed egli diviene un’autentica celebrità a livello mondiale: nel 1801 Napoleone lo vuole alla sua corte per vedere di persona quella meraviglia e lo riempie di onorificenze.

E’ fuori discussione che vada reso imperituro merito a Volta per aver regalato all’umanità uno strumento così utile. Tuttavia, diversi aspetti contraddittori vanno sottolineati per non perdere di vista la questione. All’epoca (ma anche oggi), il trionfo di Volta fu interpretato come una prova inequivocabile della sua teoria secondo cui il contatto di metalli diversi è in grado di generare energia, e quindi, di conseguenza, come una confutazione della teoria del suo avversario, Galvani. Ma la verità è più sfaccettata e complessa.

La pila di Volta: una serie di dischi metallici “impilati” l’uno sull’altro e intervallati da dischi di carta o feltro bagnati con una soluzione salina

Volta era convinto di poter generare elettricità mettendo vicini due metalli diversi. Tuttavia, se è vero che la pila (sia quella costruita da Volta, sia una attuale) funziona grazie alla presenza di due metalli diversi, essi non devono essere in contatto, bensì essere separati da una soluzione salina che permette il passaggio di ioni (atomi carichi). Ed infatti fu ciò che Volta fece: mise tra un metallo e l’altro (zinco e rame), un disco di carta imbevuto in una soluzione salina. Oltretutto, paradossalmente, nonostante Volta fosse il più strenuo oppositore dell’”elettricità animale”, nella costruzione della pila, egli si ispirò proprio ad un animale, ossia alla torpedine. Infatti, la pila si chiama pila, perché, in origine, era costituita da una serie di dischi metallici (intervallati dal summenzionato strato di carta) “impilati” l’uno sull’altro e l’idea di ripetere l’elemento della sua pila (un disco di rame, uno di zinco e uno di carta), mettendone uno sull’altro gli venne osservando l’organo elettrico della torpedine, caratterizzato proprio da una disposizione “a pila” dei suoi elementi modulari. E’ anche probabile che la stessa, essenziale intuizione di usare dischi di carta frapposti tra i metalli sia stata “copiata” dalla torpedine.

Inoltre, Volta non comprese mai le autentiche ragioni che soggiacciono al funzionamento della pila, rimanendo convinto che il contatto bimetallico fosse il vero motore di elettricità e rifiutando invece la corretta interpretazione chimica secondo la quale la corrente elettrica si genera perché un elemento cede elettroni ad un altro. Nonostante ne apparve il chiaro vincitore, Volta rimase perciò intrappolato nella disputa con Galvani, continuando ad essere eccessivamente interessato a negare l’elettricità animale, piuttosto che concentrarsi sulla spiegazione del funzionamento della sua invenzione. E paradossalmente il sensazionale successo della pila, oscurò, almeno in parte, la sua persona scientifica e le sue teorie che si riveleranno almeno parzialmente errate.

Ma allora, chi aveva ragione? Per prima cosa occorre rilevare che, all’epoca, né Galvani, né Volta, né nessun altro avevano realmente idea di cosa fosse l’elettricità che era considerata come un flusso di un “qualcosa” che si muove da un punto ad un altro, così come fa l’acqua. Non a caso il termine “corrente” elettrica fa proprio riferimento al comportamento di un fiume. Oggi sappiamo che l’elettricità, in due parole, può essere vista come un effetto del comportamento degli elettroni (particelle cariche negativamente che si trovano negli atomi di qualsiasi elemento) che tendono a spostarsi da una zona in cui ce ne sono di più ad una dove ce ne sono di meno. Questo squilibrio di elettroni e quindi di carica elettrica viene definito differenza di potenziale elettrico. Ma l’esistenza dell’elettrone fu svelata solo un secolo dopo Galvani e Volta; la fisiologia (lo studio del funzionamento degli organismi viventi) era ancora molto misteriosa e la chimica si evolse in maniera significativa solo più tardi e – parzialmente – proprio grazie alle applicazioni della pila di Volta che permise di isolare elementi quali l’idrogeno e l’ossigeno, rompendo la molecola d’acqua.

Avevano quindi ragione un po’ tutti e due…Le zampe delle rane si muovevano e si muovono, infatti, effettivamente per effetto di un’elettricità “animale”, ed in particolare per una differenza di potenziale si crea tra interno ed esterno delle membrane cellulari e che è alla base della trasmissione dei segnali nervosi. Quindi Galvani aveva ragione quando sosteneva che esiste un’elettricità insita ad ogni organismo vivente; tuttavia la conoscenze e le possibilità tecniche dell’epoca gli impedirono di individuare le ragioni, i meccanismi e i luoghi dove essa si genera. In particolare negli esperimenti sulle rane, le contrazioni si producono a causa di una differenza di potenziale generata dal contatto tra la parte di tessuto intatta e la parte lesa. Questo stimolo mette in moto l’elettricità interna accumulata in condizione di squilibrio nel tessuto. Bisognerà però attendere 150 anni dopo la morte di Galvani per arrivare ad una completa comprensione di questi fenomeni. Volta invece aveva ragione perché intuì che l’utilizzo dei metalli poteva condurre alla generazione di energia elettrica artificiale. E soprattutto “ebbe ragione” all’atto di creare uno strumento straordinario come la pila (del quale però non comprese mai bene il funzionamento…). Possiamo quindi assegnare un pareggio.

La controversia tra questi due geni italiani è studiata da ogni studente di chimica o di fisica ed influenzò non solo la scienza. Quando una persona lascia veramente il segno nel mondo, allora nella lingua nascono termini derivati dal suo nome: un onore che spetta a pochissimi. Se da Volta discendono il nome dello strumento per misurare differenze di potenziale (voltmetro), la parola voltaggio (sinonimo improprio di tensione elettrica) e anche l’unità di misura del potenziale elettrico (il Volt), Galvani non è da meno, anzi: dal suo nome derivano il galvanometro (strumento per misurare la corrente elettrica continua), il galvanismo (contrazione di un muscolo stimolato da una corrente elettrica, termine curiosamente coniato da Volta) e soprattutto – massimo onore – un verbo che esula dall’ambito scientifico, ossia galvanizzare (e addirittura il corrispondente inglese: to galvanize) che significa caricare, eccitare, infondere energia, in senso figurato. Esiste addirittura anche una canzone dei Chemical Brothers, intitolata proprio “Galvanize”: nessun gruppo di musica elettronica di fama mondiale ha mai composto una canzone in qualche modo collegata ad Alessandro Volta…

Giovanni Aldini (Bologna, 10 aprile 1762 – Milano, 17 gennaio 1834)

La storia tuttavia non finì con l’invenzione della pila: in quegli anni non tutta la comunità scientifica dimenticò Galvani e i suoi studi. Il più accanito e famoso sostenitore delle teorie del “galvanismo” fu il nipote di Galvani: Giovanni Aldini. Aldini collaborò con lo zio ed alla sua morte proseguì i suoi studi. Tuttavia si era probabilmente stufato di tutte quelle rane e decise di provare gli effetti dell’elettricità su un altro tipo di organismi…

Aldini, infatti, faceva passare elettricità attraverso cadaveri umani o pezzi di essi (ad esempio la testa) ottenendo l’incredibile effetto di far muovere quei corpi, producendo in essi convulsioni e spaventosi movimenti degli arti. Durante un esperimento il braccio di un cadavere “elettrificato” fu in grado di sollevare un peso di diversi chili. Non è chiaro se fosse effettivamente convinto di poter riportare in vita quei corpi o se invece il suo intento era solo impressionare il pubblico. Sta di fatto che, oltre ad essere uno scienziato, Aldini era un vero e proprio “showman” e viaggiò per per l’Europa mostrando i suoi “particolari” esperimenti che produssero enorme curiosità e scalpore e che gli permisero di raccogliere denaro che poi donò all’Accademia delle Scienze bolognese.

Ma Aldini voleva sempre di più: voleva provare un esperimento ancora più ambizioso e per questo dovette spostarsi a Londra. I corpi su cui effettuava le sue prove erano infatti di condannati a morte che in quasi tutta Europa venivano decapitati. Nella capitale inglese, essi venivano invece impiccati, così che Aldini poteva avere a disposizione corpi perfettamente intatti…La sua più famosa “rappresentazione” ebbe luogo il 18 gennaio 1803 al Royal College of Surgeons (Collegio Reale dei Chirurghi) di Londra. Un tale George Forster era appena stato impiccato per aver assassinato moglie e figlio. Il corpo fu portato ad Aldini il quale gli applicò una corrente elettrica prodotta da una pila: la mandibola cominciò a tremare, gli occhi si aprivano e chiudevano fissando il pubblico e il viso del cadavere era scosso da orribili spasmi.

La rappresentazione di uno degli esperimenti di Aldini, con conseguente panico generato negli spettatori

Poi il gran finale: Aldini introdusse un polo della pila in un orecchio e l’altro nell’ano: l’intero corpo prese a muoversi in maniera sconnessa, tra orribili convulsioni: la schiena si inarcava, le gambe si contorcevano, un braccio si alzò verso l’alto stringendo un pugno, i polmoni cominciarono a gonfiarsi e la testa a muoversi avanti e indietro….Una sensazione mista di terrore e incredulità attraversò la platea di esimi chirurghi londinesi: davanti a loro stava accadendo qualcosa di straordinario e mai visto prima. E nessuno, davvero nessuno, poté evitare di pensare in cuor proprio qualcosa di assolutamente terribile e stupefacente: sembrava proprio che il professor Aldini stesse riportando in vita quel cadavere…

In tutta Europa e soprattutto a Londra, Aldini divenne una celebrità: in molti lessero il suo studio pubblicato nel 1807 a Londra: “An account of the late improvements in Galvanism” ed assistettero ai suoi shows. Tra questi è probabile che ci fosse anche la moglie di un famoso poeta dell’epoca Percy Shelley. Il suo nome era Mary Shelley. Nel 1818 la Shelley pubblicò una libro assai particolare, poi passato alla storia: “Frankenstein, ovvero il moderno Prometeo”, dove si racconta di come un tal dottor Victor Frankenstein generi una creatura vivente da materia inanimata, grazie a scariche elettriche. E’ quindi assai verosimile che la storia raccontata nel libro sia stata ispirata dalle vicende appena descritte e la figura del dottor Frankenstein proprio da Giovanni Aldini.

La “creatura” generata dal dottor Frankenstein, protagonista dell’omonimo romanzo, pubblicato nel 1818 e rimodificato dall’autrice Mary Shelley per una seconda edizione del 1831.

E’ interessante notare che, all’epoca, romanzi di finzione come “Frankenstein” erano considerati “cultura bassa”, letti soprattutto da donne. La scienza invece era materia esclusiva delle élite: la classi meno istruite e meno abbienti avevano scarsissimo accesso o notizia di informazioni scientifiche. Un libro come “Frankestein” contribuì invece a popolarizzare in qualche modo la scienza, seppure fornendone una visione assai romanzata e ovviamente fantascientifica.

Inoltre il libro della Shelley pose per primo questioni tuttora attualissime: la scienza deve avere dei limiti? Quali sono i rapporti tra scienza e morale? O tra scienza e religione? Clonare essere umani o costruire robot intelligenti sono prospettive ogni giorno più concrete e non è assolutamente chiaro come le affronteremo. In fondo tutto si riduce alla domanda più grande di tutte: cos’è la vita? E alla fantasia che ci ha accompagnato sin dall’alba dei tempi: sconfiggere la morte. Rinascere, riportare alla vita ciò che era morto è il più grande ed assoluto mistero e la più profonda aspirazione degli esseri umani. E, forse, per la prima volta nella storia, quest’ambizione si presentò non più come un impossibile sogno, ma come una possibilità, quella sera bolognese di tempesta, quando Luigi Galvani e la moglie videro danzare, sulla loro terrazza, le zampette di una rana….

 

 

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Maria Grazia Giorsano

    Affascinante!!! Stasera racconterò questa storia ai mei figli e a mio marito, non vedo l’ora, so che l’adoreranno. Grazie!

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  2. Maria Lorello

    Un articolo che ho letto tutto d’un fiato, come un romanzo! Lo vedrei bene pubblicato in un testo scolastico di chimica, fisica o…perché no? …in un’antologia! Si raggiungerebbe così lo scopo di rendere affascinante lo studio di materie scientifiche, dimostrando che non esiste un confine tra letteratura e scienza, anzi affermando che le due cose sono complementari l’una all’altra. Purtroppo nella scuola italiana questo concetto si è perso, a cominciare dalle elementari, con l’ introduzione del famigerato modulo…ma il discorso mi porterebbe troppo lontano! Faccio i miei complimenti all’ autore dell’articolo, anche per la prosa scorrevole e il modo “leggero ” con cui ogni tanto fa commenti tra le righe, rendendo il tutto perfettamente fruibile anche per chi, come me, sa poco o niente di chimica o fisica!

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  3. Paolo Agnoli

    Grazie. Contributo interessante ed istruttivo. Un commento a latere. Fu per me (agli inizi) sorprendente scoprire come fra i padri fondatori degli USA vi fossero politici che amavano tanto la razionalità e la scienza, come appunto Benjamin Franklin. Ma anche John Adams, Thomas Jefferson,John Quincy Adams ed altri. Forse non è un caso così che la rivoluzione Americana sia avvenuta prima di quella Francese. Eventi che furono entrambi possibili per l’avvento della filosofia illuminista e che hanno cambiato davvero la storia dell’Occidente in generale e quella della scienza in particolare.

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  4. Penelope Pras

    Non riesco a togliermi dalla testa l’immagine dello showman Aldini che, nel bel mezzo dei suoi terrificanti esperimenti,urla “Si…può…fareeeee!”.
    Anche gli studi di conduzione nervosa del 2013 a volte possono dare soddisfazioni: “Dottoressa (risatina) non sono io che muovo il braccio…si muove da solo!!!”, ma purtroppo non c’è proprio paragone. Bell’articolo.

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