Questo Carnevale…Quaresima anticipata!

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Baìo di Sampeyre

Baìo di Sampeyre – Carnevale di origine occitana che si tiene ogni 5 anni

Partecipare al Carnevale è partecipare ad un cultura tradizionale di allegria. Le considerazioni di una maestra fuori sede a cui i Carnevali tradizonali mancano molto.C’è qualcosa in questi giorni che accomuna le regioni del Nord, differenziandole dalle altre regioni d’Italia, in particolare da quelle del Centro. In Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli e Trentino infatti, in questi giorni le scuole sono chiuse per le vacanze di Carnevale. A questo elenco si aggiungono anche alcune regioni del Sud.

Lasciatemi spezzare una lancia a favore di alcuni giorni di vacanza per questa ricorrenza, sapendo però che il calendario scolastico deve comprendere comunque un certo numero di giorni di lezione; le regioni decidono semplicemente come distribuirli, quando iniziare e finire e quali giorni di sospensione concedere. Quindi non si tratta di giorni in più, ma di giorni che prendono in considerazione il Carnevale fra le motivazioni per cui valga la pena sospendere le lezioni. Con questo mio contributo non intendo improvvisare un saggio sulla storia e lo sviluppo del Carnevale in Italia. Visitate un qualsiasi sito Internet sull’argomento e tutti vi spiegheranno come sia una festa antichissima, con origini plurime che vanno dalle grandi feste pagane degli antichi Romani alle feste contadine legate ai riti della terra e della fertilità; come si sia arricchita di significati sia per il contributo della Commedia dell’Arte nonché per gli interventi e i divieti sia di Chiesa sia di Stato. Di come sia una festa diffusa in tutto il mondo e altro ancora.

No, intendo parlarvi del Carnevale non da storica esperta, ma da esperta emotiva.

In quanto nata e proveniente da una delle regioni del Nord, il Carnevale fa parte anche della mia storia; in quanto studiosa e appassionata delle tradizioni popolari fa parte della mia personale cultura. Cultura? Che facciamo, associamo la parola cultura alla parola Carnevale?

Carnevale a S. Giorgio di Resia

Carnevale a S. Giorgio di Resia

Proprio così. Il Carnevale è una delle poche forme di cultura popolare che ancora resiste alle ingiurie dei millenni, della cultura di massa nonché di quella globalizzata. I carnevali conosciuti dalla maggioranza delle persone sono per lo più: quelli stranieri, quelli di nascita e organizzazione più recente, quelli più massificati e commerciali. Ma esistono numerosi altri meravigliosi carnevali che portano ancora i segni di una cultura antica, locale, originalissima che molto spesso sopravvive solo per il Carnevale. In questi giorni in molti luoghi si possono ancora ascoltare antiche musiche popolari, suonate con formazioni strumentali originali e accompagnate dai balli di quel paese, di quel repertorio da secoli. Nell’arco alpino strumento principe è il violino, che viene suonato da gente del paese che ancora ha imparato le musiche a orecchio dai più anziani; i balli sono tramandati di generazione in generazione, sempre uguali a se stessi; i costumi vengono preparati con maestria dalle donne del paese che ci lavorano per mesi. Negli anni ottanta ricordo che RAI 3 trasmetteva degli splendidi documentari su carnevali praticamente sconosciuti, portando quindi questa cultura alle famiglie italiane. Oggi perché non se ne parla più? Purtroppo quello che penso è che da troppo tempo ormai veniamo messi in contatto solo con notizie, eventi e fatti preselezionati: questo sì, questo no. Non ce ne rendiamo conto, ma la nostra cultura è fortemente censurata, e veniamo a conoscenza solo di cose scelte da altri. Il Carnevale è uno di quegli elementi dimenticati.

Dato che mio interesse in questo giornale è di scrivere di scuola, cosa c’entrerà mai tutto questo discorso?

Balli tradizionali al Carnevale di Bagolino

Balli tradizionali al Carnevale di Bagolino

C’entra eccome, perché appunto la scuola è o dovrebbe essere luogo di cultura e anche da qui inizia con i più piccoli la selezione tra ciò che deve far parte della loro cultura e ciò che può non farne parte. Quando arrivano a scuola i bambini hanno giustamente un numero limitato di esperienze sulle spalle. Tutto ciò che noi decidiamo di trasmettergli può essere in alcuni casi anche l’unica occasione per loro. Anche se la cultura popolare entra nelle nostre scuole, sia come cultura locale, sia come cultura di altri popoli data la diversa provenienza dei nostri piccoli alunni, gli argomenti che vengono trattati sono spesso standardizzati. Ecco quindi che si parla di lingue e dialetti, cucina e piatti tradizionali, abbigliamento, festività religiose. Contemporaneamente entrano con prepotenza elementi fortemente sostenuti dai mass media, come è successo per la festa di Halloween. Anche il Carnevale viene ‘festeggiato’ nelle nostre scuole, ma completamente avulso dalla realtà e svuotato della sua importanza nelle culture locali.

I bambini di oggi non hanno nemmeno le parole per parlare di Carnevale. Dicono: “Domani è Carnevale” e non “Domani è l’ultimo giorno di Carnevale” perché nemmeno sanno che Carnevale è un periodo dell’anno che dura da subito dopo l’Epifania fino al Mercoledì delle Ceneri. Decidono il loro travestimento in modo del tutto individuale, spinti dalle mode e dai personaggi del momento, non concepiscono un progetto di gruppo sul travestimento e se viene loro proposto lo subiscono mal volentieri. Non hanno idea di quali attività fare se non giocare e lanciare coriandoli, di quali scherzi organizzare se non quelli in vendita nei negozi, e non conoscono alcuno dei significati di tutti questi aspetti della festa, semplicemente perché non li conoscono più nemmeno gli adulti che li educano.

Carnevale di Bagolino 2

Carnevale di Bagolino: violista.

Educare al Carnevale, ecco la mia proposta.

Ma per educare a qualcosa, quella cosa deve essere conosciuta, meglio ancora vissuta. Così trovo semplicemente brutto che tutti i lavoratori della scuola piemontesi o campani non possano partecipare ai loro carnevali se non lavorano in Piemonte o Campania, e così per le famiglie che non vivono più nel luogo d’origine. Anche per questo le tradizioni locali italiane si spengono, perché tutte le persone che devono lavorare ‘fuori’ non possono più seguirle e alimentarle (ma fuori da cosa poi, non siamo tutti residenti in Italia?). Educare al Carnevale, per opporci, come affermato in un meraviglioso libro che da poco ho letto, al dilagare delle passioni tristi e sviluppare una prassi governata dalle passioni gioiose. Smettiamola di permetterci solo il dovere, e sviluppiamo con metodo e fiducia il concetto di piacere, che può essere insito nelle cose, non per forza venire sempre dopo ciò che va fatto. Smettiamola di fare di ogni carnevale una quaresima anticipata! Perché se abbiamo delle passioni forti e vive, possiamo veramente trasmetterle e con queste insegnare a vivere con passione.

Voglio finire ringraziando con tutto il cuore i cari amici di Cegni, di Resia, di Bagolino e Ponte Caffaro, di Montemarano, della Val Varaita e del Comelico.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Anna maria

    Giusto Lamaranga, ridiamo importanza al Carnevale e alle diverse tradizioni locali, e basta coi dolcetti scherzetti o le liste di regali per Babbo Natale! C’é Troppo consumismo e poco divertimento…….

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    • robina70

      la trovo da sempre la ricorrenza più triste dell’anno – già nei miei ricordi anni settanta, quei bambini vestiti da zorro e da fatina che si aggiravano con aria smarrita lanciando coriandoli sono l’immagine dello spaesamento totale. a parte le (non molte) località che hanno una propria tradizione carnevalesca, credo che la dimensione “vissuta” di questa festa si sia persa decenni e decenni fa, sbiadita e poi svanita del tutto per morte naturale

      Rispondi

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