Mete turistiche ma non troppo: la festa di Phang Daw Oo Paya, Lago Inle, Myanmar

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Non sapevo bene cosa aspettarmi quando ho partecipato alla festa di Phang Daw Oo Paya sul lago Inle, in Myanmar.

Il lago Inle è nella regione di Shan, nel nord est del Myanmar, una zona che ospita diversi gruppi etnici in continua tensione armata con il governo centrale birmano. Ma, nelle tre settimane della Festa della Luna, l’attenzione è tutta per le processioni e le regate. La cerimonia finale poi è un tripudio di feste, banchetti e allegria.

La giornata della grande festa inizia in maniera abbastanza disastrosa: lasciamo la cittadina di Nyaungshwe alle 5 del mattino, con delle rapide lance a motore sotto una pioggia battente, malamente coperti dai nostri ponchos di plastica “by Decathlon”. Arriviamo abbastanza fradici e scopriamo che la nostra destinazione, un ristorante con terrazza panoramica, è già super-affollata. Piano B: il palco per gli ospiti, proprio davanti alla zona di regata. Ci sono tutti i VIP della zona, e anche una grossa comitiva di turisti cinesi. Per fortuna la pioggia ci dà una tregua, la fortuna ci sorride. Piano piano ci asciughiamo e l’umore torna alto. Ma quando non è giornata…: il palco è parecchio affollato, i cinesi si agitano, il terreno è molliccio e impregnato d’acqua…per fortuna nessuno si fa male quando una parte del palco cede! Fuga generale, e noi restiamo lì da soli, che più VIP di così non ci è mai capitato.

E finalmente, lo spettacolo. Aprono la processione quattro statue del Buddha su un’imbarcazione dorata chiamata karaweik, dalle forme ispirate al Garuda (la mitica cavalcatura di Vishnu), accompagnata dai saluti entusiasti delle migliaia di fedeli accorsi all’evento. Questa tradizione risale al XII secolo, tempi in cui uno zelante re diffondeva la dottrina buddista percorrendo il lago in lungo e in largo sulla sua imbarcazione decorata da cinque piccole statue di Buddha. Durante le celebrazioni del 1965 vi fu una grossa tempesta e l’imbarcazione con i Buddha affondò. Pur con tutto l’impegno, solo quattro statue vennero riportate a galla…con grande sorpresa di tutti, la quinta statua era già tornata al suo posto nella pagoda. Da allora, solo quattro statue vengono portate in processione, la quinta rimane alla Pagoda Phang Daw Oo.

Quello che ci colpisce oggi è l’allegria. Finora i birmani ci erano sembrati chiusi, dimessi, poco inclini alla socializzazione, e chiaramente non interessati a noi turisti: certo, in un paese in cui tutto è controllato dal governo c’è poco da stare allegri. Oggi invece sono tutti vestiti a festa, chiassosi e ridanciani. Il clamore aumenta con l’inizio delle regate, e qui ci scaldiamo anche noi, perché lo spettacolo è veramente unico. In piedi, stipati come sardine, forse un centinaio di persone per barca, gli equipaggi sono pronti alla sfida. Ogni equipaggio ha la sua divisa e una serie di ombrellini decorativi, ma la cosa tipica delle barche del lago Inle è che si rema con una gamba. Una tecnica bizzarra, che lascia le mani libere per pescare con le nasse, delle reti/gabbie coniche, o fare altro. A volte poi la vegetazione sul lago è tanto folta che è necessario stare in piedi per dirigere al meglio la propria lancia. Non mi ricordo se poi vinsero gli ombrellini rosa per cui tifavo, anche la pioggia del mattino è un ricordo sbiadito.

Finita la regata, scopriamo le altre mille cose per cui questa regione è famosa. A Nyaungshwe c’è un allegro mercato con cibo, prodotti dell’artigianato locale, e tanta gente. Incontriamo le donne Shan con i loro tipici turbanti colorati, e le monache, cranio rasato come i loro colleghi uomini, ma vestite di bianco e rosa. Abbondano le bancarelle di prelibatezze locali. In generale in Myanmar si mangia piuttosto male, ma la versione “Inle” dello gnocco fritto è veramente buona, e anche le frittelle dolci avevano il loro perché. Come si dice: “fritta è buona anche una ciabatta”….

Muovendoci in barca, facciamo visita anche i mercati galleggianti di Ywama e Nampam, dove si trovano soprattutto tessuti, lacche e altri souvenir prodotti sul lago. In realtà sul lago tutto galleggia: le case sono su palafitte, le verdure crescono su orti galleggianti, si fa visita ai vicini in barca, e si fa la spesa in barca, direttamente dalla barca del pescatore e dell’ortolano.

Continuando la navigazione, si finisce a fare shopping alla fabbrica di sigari (mai viste tante donne fumare il sigaro!) e nei laboratori di tessitura (non potevamo non comprare l’onnipresente tote-bag Shan, la usano veramente tutti), dove troviamo donne Padaung al lavoro. I Padaung sono una tribù dell’etnia Karen, una minoranza che durante il periodo della colonizzazione britannica era riuscita a mantenere la sua indipendenza. Quando la Birmania ottenne l’indipendenza, i Karen non accettarono il nuovo governo, e tuttora vivono in conflitto con le autorità di Yangon. Le donne sono conosciute per i grossi anelli di ottone che portano ai polsi, alle caviglie e al collo. Considerati elementi decorativi, questi anelli hanno origini antiche. Si narra che anticamente i Padaung fossero genti lussuriose, il che irritò gli spiriti Karen (i nat), che decisero di punirli aizzando feroci tigri contro le loro donne. Un vecchio saggio, consigliò di usare grossi fili d’oro per proteggere il collo e gli arti delle donne dai morsi delle tigri. Da strumento di protezione a simbolo di seduzione, da oro a ottone, gli anelli sono rimasti nella cultura dei Padaung e sui colli delle “donne giraffa” da quando compiono 5 anni.

Tralasciando qualunque giudizio personale su questa tradizione-tortura, ci avviamo al Nga Phe Kyaung, il monastero dei gatti che saltano. Pare che nel tempo libero i monaci abbiano insegnato un po’ di numeri circensi ai gatti locali. Qui incontriamo una troupe di Rai3 reduce dalla regata, che sperava di concludere il reportage per Timbuctu con qualche acrobazia felina: ma i gatti sembrano stanchi e annoiati… Il monastero comunque merita una visita per le statue di Buddha in stili tipici di diverse regioni della Birmania.

Per finire in bellezza, non poteva mancare uno spettacolo di marionette in un vero teatrino di un vero artista birmano. Che dire, non è certo il più grande spettacolo del mondo, ma è la perfetta chiusura per questa giornata di full immersion nelle tradizioni birmane.

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone
Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!

Perché non lasci qualcosa di scritto?