L’importante è partecipare? L’Olanda degli anni ’70

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Fu l’Ungheria degli anni ’50 ad introdurre una maniera di giocare al calcio che sarebbe divenuta nota come “calcio totale”. In due parole, nel calcio totale, se necessario, ogni giocatore può assumere il ruolo di qualsiasi altro in campo. Se un difensore va in attacco, un centrocampista o anche un attaccante può prendere il suo posto in difesa. Uno dei tecnici che ammirava lo stile di gioco ungherese fu Jack Reynolds, più volte allenatore dell’Ajax Amsterdam. Reynolds studiò il sistema con cui i magiari giocavano e lo modificò leggermente per adattarlo alle esigenze del calcio olandese.

Johan Cruijff, conosciuto anche come Cruyff (Amsterdam, 25 aprile 1947) è stato il giocatore più emblematico dell’Ajax e dell’Olanda

Uno dei discepoli di Reynolds fu Rinus Michels, che divenne allenatore di Ajax nel 1965, proprio quando la squadra stava lottando per non retrocedere. Applicando i concetti di Reynolds, a cui aggiunse alcuni contributi personali, Michels non solo evitò che la squadra retrocedesse in serie B, ma l’anno successivo, 1966, la portò a conquistare il titolo olandese, anche grazie alle straordinarie prestazioni di un giovane attaccante di 19 anni che segnò 25 gol in 23 partite. Il nome di questo giocatore era Johan Cruijff.

Cruijff sarebbe diventato l’asse e l’asso dell’Ajax che avrebbe dominato il calcio olandese tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70. Nello schema del calcio totale, è necessario che ci sia un giocatore che possegga la capacità di muoversi in ogni settore del campo, orchestrare il gioco, dirigere i propri compagni di squadra ed aiutarli in determinate situazioni di gioco. Cruyff aveva tutte queste capacità e anche un’eccellente visione di gioco. A Cruijff si unì una generazione di buoni giocatori che costituirono la base di cui Michels aveva bisogno per creare una squadra di campioni: Johan Neeskens, Sjaak Swart, Ruud Krol e Johnny Rep, per menzionarne alcuni.

L’apoteosi dell’Ajax giunse con la conquista di tre Coppe dei Campioni consecutive: 1971-1973. Si trattava di una squadra inarrestabile, anche se, nel 1972, Michels passò al Barcellona, dove avrebbe portato Cruyff nel ’73. Lì entrambi conquistarono la Liga nel ’74 e Cruyff fece innamorare i tifosi catalani con giocate strepitose come il “gol impossibile” segnato all’Atletico Madrid il 22 dicembre 1973.

Quando la nazionale olandese si qualificò per i Mondiali del 1974, la federazione scelse Rinus Michels come commissario tecnico. Un’altra volta Michels si trovava di fronte ad una sfida non da poco. Prima del 1974, l’Olanda aveva disputato solo due Coppe del Mondo, nel 1934 e nel 1938, entrambe caratterizzate da prestazioni poco brillanti. Gli “arancioni” (così detti per il colore della maglia della nazionale) non erano nessuno sulla scena mondiale e certamente non erano tra i favoriti di quel Mondiale, del quale il protagonista predestinato era il Brasile, circondato da un’aura magica dopo la strabiliante prestazione del 1970. L’obiettivo dell’Olanda era fare almeno una figura dignitosa.

Una tipica disposizione in campo della storica Olanda degli anni ’70

Michels prese l’incarico molto seriamente e si affidò ai suoi vecchi pupilli dei tempi dell’Ajax. Cruyff, Neeskens, Krol e Rep divennero titolari fissi della nazionale arancione in vista dei Mondiali in Germania Ovest. A quei Mondiali, l’Olanda faceva parte nel gruppo 3, con Svezia, Bulgaria e Uruguay. I sudamericani sembravano essere il pericolo maggiore per gli olandesi, dato che ai Mondiali precedenti avevano raggiunto le semifinali, dove avevano dovuto inchinarsi al Brasile delle meraviglie di Pelé e Tostao.

Gli olandesi debuttarono proprio contro gli uruguaiani. Contro ogni pronostico,  una doppietta di Rep regalò la vittoria ai ragazzi di mister Rinus. La gara successiva contro la Svezia si concluse a reti inviolate (0-0) e spense un po’ degli entusiasmi generati dopo l’esordio vittorioso. Tuttavia contro la Bulgaria, si scatenò tutto il potere degli “arancioni”: aprì le marcature Neeskens su rigore dopo cinque minuti; seguirono i gol di Rep e Jong, poi ancora Neeskens su rigore per un 4-1 finale che significava primo posto nel girone.

I commentatori sportivi, affascinati dal gioco olandese, cominciarono a chiamare la squadra “Arancia meccanica”, riferendosi al libro di Anthony Burgess, da cui Stanley Kubrick trasse il celebre ed omonimo film di nel 1971.

Il girone del secondo turno si profilava molto più complicato. Ne faceva parte il Brasile, campione in carica, insieme all’Argentina e la Repubblica Democratica Tedesca (ossia la Germania dell’Est, dove 20 anni prima era nata Angela Merkel…). Cruyff e compagni liquidarono l’Argentina con un sonoro 4-0 e poi fu il turno dei teutonici, sconfitti 2-0. C’era “solo” il Brasile sulla strada per la finale. Anche se della strepitosa squadra che aveva vinto il Mondiale del ’70 (sconfiggendo l’Italia in finale per 4-1), rimanevano solo Rivelino e Jairzinho, si trattava comunque di una formazione di assoluto valore che incuteva timore e rispetto.

Ma il calcio totale pareva ormai inarrestabile e, grazie alle marcature di Neeskens e Cruyff, gli “arancioni” vinsero 2-0 e conquistarono il diritto a giocarsi il titolo mondiale. Davanti a loro c’erano i padroni di casa, la Germania Ovest, la stessa squadra che, a sorpresa, aveva infranto i sogni di gloria della mitica Ungheria ai Mondiali del 1954. In un pomeriggio di luglio a Monaco, la finale comincia e, quando non è trascorso neanche un minuto di gioco, Uli Hoeness stende Johan Cruyff in area. Rigore!

Neeskens spiazza Maier: 1-0 per l’Olanda dopo un minuto di gioco.

Batte Neeskens ed è gol. L’”Arancia meccanica” ha iniziato la finale con il piede giusto. Ma come si dice, chi di spada ferisce, di spada perisce. Fallo in area sul tedesco Hölzelbein e rigore per la Germania che trasforma Paul Breitner. E poco prima dell’intervallo, Gerd Müller mette a segno il 2-1 che, per il momento, spegne le illusioni dei “tulipani”. Cruyff, nel frattempo, si è guadagnato un giallo per discutere troppo animatamente con l’arbitro.

Nel secondo tempo ci sono occasioni da ambe le parti, ma la porta tedesca sembra stregata per Cruyff e Rep. Anzi, alla Germania viene annullato un gol segnato da Müller in fuorigioco. Poi l’arbitro fischia la fine. Ancora una volta, dopo l’Ungheria del ’54, i tedeschi hanno infranto i sogni calcistici di una nazione che sembrava destinata a sicura vittoria. Beckenbauer, Breitner e Müller festeggiano ciò che è stato negato a Cruyff, Neeskens e Krol.

Dopo la debacle di Monaco di Baviera, Rinus Michels si dimette da commissario tecnico. Gli olandesi non accusano eccessivamente il colpo e si riorganizzano, questa volta sotto la guida di George Knobel, e riescono a qualificarsi per la fase finale degli Europei del 1976, in Jugoslavia, a cui, all’epoca accedevano solo quattro squadre. A Zagabria si gioca la semifinale contro la Cecoslovacchia, e gli olandesi perdono 3-1. Knobel lascia l’incarico e al suo posto arriva l’austriaco Ernst Happel, un altro “profeta” del calcio totale, che comincia subito i preparativi per la Coppa del Mondo 1978 che si disputerà in Argentina.

Il simbolo del Mundial di Argentina ’78

Come accaduto con l’Ungheria degli anni ’50, la cui parabola fu interrotta da vicende politiche, nella fattispecie dalla invasione sovietica del 1956 che portò molti giocatori ad espatriare, anche nella storia dell’Olanda dell’epoca entrano in gioco questioni extra-calcistiche. Nel 1976 un gruppo di militari si rende protagonista di un colpo di stato in Argentina ed instaura un regime militare caratterizzato da torture e altri eccessi, tra cui la triste e orribile storia dei desaparecidos.

Date le violazioni dei diritti umani perpetrate dalla dittatura argentina, diversi giocatori olandesi decidono di non partecipare a quei Mondiali, tra cui la leggenda Johan Cruyff. Tuttavia, il resto dell’ossatura della nazionale olandese parte regolarmente per il Sud America.

Questa volta la squadra non brilla e si qualifica per la seconda fase, solo come seconda del suo girone, dietro al Perù di Cueto e Cubillas. Nel secondo turno, gli olandesi finiscono in un girone con Italia, Austria e la loro nemesi del ’74: la Germania Ovest. Dopo aver travolto gli austriaci e pareggiato con i tedeschi (almeno questa volta non persero), con un gol da distanze stratosferiche segnato da Haas a 15 minuti dalla fine, sconfiggono l’Italia in una gara all’ultimo sangue, conquistando il primo posto nel gruppo e, di conseguenza, raggiungendo la seconda finale consecutiva di un Mondiale. Senza però dare l’impressione di brillantezza e forza dell’”Arancia meccanica” di quattro anni prima.

Gli avversari, ancora una volta, sono i padroni di casa. Questa volta, l’Argentina. La giunta militare guidata da Videla, come tutti i governi che internamente sono un disastro e hanno bisogno di cortine di fumo per ipnotizzare il popolo, voleva che la nazionale argentina vincesse quei Mondiali ad ogni costo, al punto che gli argentini conquistarono la finale solo dopo un pazzesco 6-0 contro un Perù non era certamente così inferiore, suscitando non pochi sospetti riguardo ad un “accomodamento” della partita in modo che l’Argentina superasse il Brasile per differenza reti.

Mario Kempes segna e l’Olanda perde la sua seconda finale mondiale consecutiva

Sia come sia, gli arancioni e i biancocelesti argentini si trovano di fronte il 25 giugno 1978 al “Monumental” di Buenos Aires. Per tutta la partita gli argentini si adoperano di rallentare il gioco e perdere tempo, per spezzare il ritmo ai loro rivali; gli olandesi si lamentano, ma senza trovare soddisfazione (l’arbitro è l’italiano Sergio Gonnella, NdR). Al 37esimo minuto segna “el matador” Mario Kempes e l’illusione olandese sembra nuovamente svanire. Ma a 8 minuti dalla fine Nanninga pareggia. Non accade più nulla e si va ai supplementari. Gli argentini continuano a innervosire gli avversari e a ricorrere a scorrettezze varie fino al 2-1 ancora di Kempes, seguito dal terzo di Bertoni.

L’Olanda è sconfitta, per la seconda volta in una finale dei Mondiali e di nuovo la tristezza invade il “Red Lights District”. Così si chiuse la storia di una storica nazionale sorta dall’imbattibile Ajax di 40 anni fa, che il mondo sempre ammirò, applaudendo il suo meraviglioso stile di gioco, dove tutti erano in grado di attaccare e difendere. Cruyff, che non pochi considerano il migliore di sempre, si ritirò nei primi anni ’80, per divenire poi l’allenatore del grande Dream Team di Barcellona. Rinus Michels tornò a dirigere l’Olanda e, con un’altra generazione d’oro, quella di Van Basten, Gullit e Rijkaard, riuscirà a conquistare il campionato Europeo del 1988. Ma gli anni d’oro dell’Arancia Meccanica, la meravigliosa squadra che illuminò i campi di calcio degli anni ’70, erano alle spalle.

[articolo originariamente apparso su La Catedral]

[traduzione dallo spagnolo di Gian Pietro Miscione]

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. kiki

    La presunta rinuncia di molti giocatori olandesi nel ’78 in polemica contro la dittatura è una mezza bufala messa in giro anni dopo. Van Hanegem si infortunò qualche mese prima e Crujiff aveva deciso di abbandonare la nazionale più o meno due anni prima.

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  2. Anselmo

    Van Hanegem era un alero de derecha, conazo, de derecha!!!
    Otra: en la final de ’78 no es ninguna verdad que despues del empate no pasa mas nada: a uno o dos minutos de la fin, Holanda (Poortvielt, me parece) lanza al poste un disparo desde lejos. Alla’ se entendio’ que dios habia tomado posicion.

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