Lights… Camera… Revolution! 11 film de chevet rivoluzionari

3
Share on Facebook439Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Qual è la forma più estrema e diretta di partecipazione? La Rivoluzione! Il cinema è perfetto per farci vedere le rivoluzioni, i loro sogni, i loro drammi, le loro disillusioni. E possiamo farlo comodamente seduti in poltrona. E allora via con 11 film che raccontano il Risorgimento, la rivoluzione russa, l’Iran, il Messico, un futuro distopico, la teoria dei giochi di John Nash, l’Olanda di Crujiff…

Avvertenza: prima di guardare i film e farvi travolgere dal vostro istinto rivoluzionario riguardatevi questo estratto di “Giù la testa” di Sergio Leone, 1971

11 film de chevet

Ogni mese vi proponiamo 11 film che prendono spunto da uno stesso tema.
Chevet in francese significa più o meno comodino. Le livre de chevet si tiene sul comodino per sfogliarlo, rileggerlo, accarezzarlo. Come i libri i film de chevet si amano, si guardano, si sfogliano, si accarezzano, si portano sempre con sé.
Dall’amore ai tradimenti, dai cartoni animati all’horror, dai viaggi alla famiglia, dai drammi storici ai porno … scopri il ricchissimo arichivio dei film de chevet dell’Undici
11 film de chevet sulla Costituzione italiana

Le rivoluzioni richiedono molto impegno, comportano dei rischi, ci costringono a metterci in gioco e a cambiare le nostre vite. Sarà per questo che le si auspica su twitter e le si racconta al cinema ma in pratica le rivoluzioni non si fanno quasi mai. Ecco se vogliamo non farci trovare impreparati alla prossima rivoluzione o anche solo se vogliamo goderci un bel film possiamo guardare uno degli 11 film de chevet rivoluzionari di cui andremo a raccontarvi. LIGHTS… CAMERA… REVOLUTION!

La_corazzata_Potemkin

Ammutinatevi contro il pensiero unico e guardatevi La Corazzata Potemkin

“La corazzata Potemkin” [Bronenosec Potemkin] di Sergej M. Ejzenstein, Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, 1926

La corazzata Potemkin è uno dei massimi capolavori del cinema eppure è impossibile parlare di questo film senza partire da chi l’ha fatto conoscere a tutti noi cioè il professor Guidobaldo Maria Riccardelli super mega direttore del Secondo tragico Fantozzi. Sappiamo dell’occhio della madre, della carrozzella, del montaggio analogico etc. etc. ma in realtà il film non l’abbiamo mai visto. Ma è un peccato perché Fantozzi si sbaglia di grosso. Oltre a non essere “una cagata pazzesca” La corazzata Potemkin è un film tutt’altro che noioso la cui visione resta coinvolgente anche oggi che l’URSS non esiste più da un quarto di secolo. Certo si tratta di un film muto degli anni Venti, altamente retorico e celebrativo, a tratti sperimentale ma non lasciatevi spaventare perché l’ora scarsa della sua durata (dura molto meno dei 92 minuti di applausi ) tra scene di massa, colpi di scena e ammutinamenti vi passerà in un baleno.
Oggi il solo guardare questo film è un atto rivoluzionario per cui fatelo e potrete vantarvi con gli amici che voi La corazzata Potemkin l’avete visto davvero e che è anche un bel film.

Da vedere dopo aver bruciato le copie originale di “Giovannona coscialunga”, “L’esorciccio” e “La polizia si incazza”

reds-1981

Quando c’era Lenin i treni arrivavano in orario

“Reds” di Warren Beatty, USA, 1981
Con Warren Beatty, Jack Nicholson, Maureen Stapleton

“Vorrei sapere qual è la vostra idea di libertà.”

Reds racconta la storia di John Reed, socialista, giornalista e scrittore statunitense, autore de I dieci giorni che sconvolsero il mondo (1919), morto nel 1920 a soli 33 anni, l’unico americano sepolto al Cremlino. Reporter di guerra, Reed giunse in Russia nel 1917 per scrivere della Rivoluzione per conto della rivista socialista The Masses, ma non si limitò a questo compito. Partecipò alla Rivoluzione, ne frequentò tutti i grandi protagonisti, scrisse il libro che immediatamente testimoniò l’imponenza degli eventi russi a tutto il mondo: la sua partecipazione e la sua vicenda divennero un simbolo del valore internazionale delle istanze bolsceviche. (I suoi compatrioti non la presero benissimo.) Insomma, non più un reporter: un rivoluzionario. A inizio anni Ottanta, Warren Beatty (che da quasi quindici anni pensava a questo film e ne fu ossessionato: le riprese sarebbero dovute durare 15 settimane, ne durarono 52) fece della storia di John Reed (che lui stesso interpretò) e di sua moglie Louise Bryant (Diane Keaton) un grande prodotto hollywoodiano su un comunista buono e bravo (!); geniale l’idea di scandire la narrazione attraverso i racconti sulla coppia di celebri intellettuali americani come Henry Miller, Dorothy Frooks e Scott Nearing . Un filmone in cui un uomo prima sostiene la sua donna nella conquista di libertà e autonomia, poi prende parte alla analoga lotta di un popolo intero; la Rivoluzione non è mai stata tanto bella quanto nelle strade di San Pietroburgo insieme a “Jack” e Louise, che si baciano sulle note dell’Internazionale.

Da guardare spesso durante la ricerca di un/una partner così in gamba che vi porta a vedere una rivoluzione.

Loro ci credevano, ma forse se vivessero in questa Italia chiederebbero asilo politico all’Impero Austro Ungarico (o chi per lui)

“Noi credevamo” di Mario Martone, 2010
Con Luigi Lo Cascio, Valerio Binasco, Francesca Inaudi, Toni Servillo, Renato Carpentieri, Luca Barbareschi, Anna Bonaiuto, Luca Zingaretti, Michele Riondino

“Noi la lotta dovevamo cominciarla quando ne uscimmo. Noi, dolce parola… Noi credevamo.”

Fu vera gloria, il Risorgimento? Fu rivoluzione popolare, rivoluzione borghese o rivoluzione tradita? Il cinema italiano non ha mai molto amato il Risorgimento (a parte Visconti): parlare (scrivere, raccontare) di patria suona subito e soltanto ridicolo, parlare (scrivere, raccontare) di storia è tuttora davvero faticoso, in Italia, e il racconto del Risorgimento ancora tende a oscillare tra gli estremi della retorica cafona e della più sterile strumentalizzazione polemica. Ancora a 150 anni dall’Unità. Forse perché il processo rivoluzionario non è compiuto e la madre penisola non ha ancora partorito gli italiani? Mario Martone (anche cosceneggiatore con Giancarlo De Cataldo) ha preso ad esempio tre vite di uomini dell’Italia meridionale e le ha intessute in quattro episodi, attraverso quarant’anni di Risorgimento (1828-1868), ispirandosi al libro di Anna Banti di cui ha mantenuto il titolo e il suo doloroso imperfetto. Niente di facile, niente di retorico, ma gli ideali politici di ragazzi che rischiavano la vita, la speranza e le illusioni delle popolazioni, la teoria e la pratica, i sogni e la politica; e pezzi di presente che fisicamente si spingono dentro le inquadrature, a suggerirci la nostra vicinanza con quelle vite e quella storia.

Da guardare con la camicia rossa.

quien sabe?

Posate l’iPhone e il telecomando perché la rivoluzione si fa con le armi

“Quien sabe?” Di Damiano Damiani, Italia, 1966
Con Gian Maria Volonté, Lou Castel, Klaus Kinski, Carla Gravina, Martine Beswick 

“Raimundo, perché avete deciso di ammazzarmi? Ci sarà un motivo. Solo perché io sono ricco?”
“No, signore. Perché noi altri siamo poveri e lei ha fatto di tutto per farci restare cosi.”

Nel 1964 Sergio Leone col suo “Per un pugno di dollari” mostrò al mondo che i film western potevano anche essere fatti fuori dagli Stati Uniti. E fu una rivoluzione. Da lì nacque il genere cosiddetto Spaghetti Western genere che racchiude un po’ di tutto basta che ci siano uomini a cavallo che percorrono ampi spazi tirando fuori la pistola appena possono. Uno dei filoni dello Spaghetti Western è il western politico, meglio se rivoluzionario. Uno degli esempi migliori è questo “Quien Sabe?” che ci parla della rivoluzione messicana e dei suoi eroi collaterali. Il cacciatore di taglie yanqui El Niño (Lou Castel perfetto per questa parte) per arrivare ad uccidere il capo dei ribelli e intascare la grossa somma della taglia si infiltra in una banda che traffica armi per conto dei rivoluzionari. Il capo della banda è El Chuncho (Gian Maria Volonté, grandissimo è dire poco) un poveraccio che fa i suoi interessi ma ha a cuore la povera gente. Il film ci travolge tra atti eroici, meschinità, tradimenti e naturalmente tante mitragliate e morti ammazzati. Diverse sono le scene memorabili come il lungo assalto iniziale al treno (un grande classico dei western), la sequenza nel covo dei rivoluzionari, la festa nel pueblo di San Miguel e soprattutto lo straordinario finale.  Guardando Quien Sabe capiamo che in fondo il mondo è sempre lo stesso e ognuno svolge il proprio mestiere facendo al meglio quello che ci si aspetta da lui: i ricchi si arricchiscono, i poveri fanno i poveracci, i rivoluzionari sparano e si ammazzano, i potenti promuovono il loro impero, la CIA (o chi per lei) trama per stroncare sul nascere qualsiasi governo che non sia amico dell’impero.

quien sabe fine

In fondo cosa ci dovrebbe spingere a fare la rivoluzione? Quien Sabe?

Il nostro eroe questo mica lo capisce ma il suo istinto di poveraccio lo porterà a fare la cosa migliore. Alla fine quando El Chuncho urla la famosa frase “ E tu, non comprarti il pane con esto dinero, hombre! Compra dinamite! Dinamite!!!” viene davvero voglia di mollare il carrello della spesa per riempirlo di esplosivo perché l’eroe di Quien Sabe sarà anche brutto, sporco e ignorante ma non possiamo fare a meno di fare il tifo con tutto il cuore per lui e per la sua rivoluzione disperata.

Vasca da bagno, barba e capelli, guardare il film ed eliminare(*) chi si è preso gioco dei nostri sentimenti. (*)Eliminare non necessariamente fisicamente.

benicio del toro che guevara

La rivoluzione si studia sui libri …

Che – L’argentino (Che – Part one), Che – Guerriglia (Che – Part two) di Steven Soderbergh, 2008,
Con Benicio Del Toro, Rodrigo Santoro, Demián Bichir, Julia Ormond

– Qual è la qualità più importante che deve avere un rivoluzionario? – L’amore. – L’amore? – Le dirò una cosa, anche se potrà sembrarle ridicola. Un vero rivoluzionario è guidato da un grande sentimento d’amore: amore per l’umanità, amore per la giustizia e per la verità.

Io sto qui, e per farmi andare via da qui mi dovranno uccidere. Io sono al fianco di quelli che resteranno, fino alla vittoria.

Pare che la sua foto col basco (stellato) in testa sia la foto più riprodotta al mondo. Dagli anni Sessanta a oggi, l’immagine del Che è stata appiccicata (e commercializzata) ovunque. Ernesto Guevara de la Serna detto “Che” è il simbolo immortale della rivoluzione, quello di Patria o muerte e di Hasta la victoria siempre: da un lato è un mito, il volto avventuroso, giovane e romantico di una rivoluzione, dall’altro un protagonista di eventi straordinari, la cui lettura è ancora oggi per molti controversa. Sarebbe stato facile, in un film comunque hollywoodiano che si concentra su anni “militari” del Che a Cuba e in Bolivia accarezzare la leggenda e piombare nella retorica.

benicio del toro che guerrilla

… ma si fa con i cannoni

Invece è pura narrazione della vita di un uomo eccezionale. Nella prima parte l’incontro con Castro in Messico, la rivoluzione a Cuba, dalla Sierra Maestra, a Santa Clara fino alla strada per l’Avana (1957-58), intervallati dai giorni newyorkesi del suo intervento presso le Nazioni Unite (1964); nella seconda, l’ultimo anno di vita (1966-67), in Bolivia a organizzare la lotta armata. Steven Soderbergh è un regista curioso (Palma d’oro col primo lungometraggio Sesso, bugie e videotape a 26 anni, per poi passare a Torbide ossessioni, a Out of Sight, a Traffic, agli Ocean’s e a Magic Mike) e Benicio Del Toro preparava questo film da dieci anni (insieme alla coproduttrice Laura Bickford): è un film che trasuda passione sincera per il Che uomo, prima che personaggio e mito, un film che espone senza ipocrisie la sua lucida scelta politica, pensata, praticata, rivendicata e difesa. Un consiglio: se le forze non vi abbandonano, guardate insieme le due parti e troverete molti richiami tra i giorni cubani e quelli boliviani.

Da guardare col pranzo al sacco perché la rivoluzione non è un pranzo di gala.

v per vendetta

Per fare la rivoluzione bisogna che tutti ci mettano la faccia

“V per Vendetta”  [V for Vendetta] di James McTeigue
Con Hugo Weaving, Natalie Portman, Stephen Rea, John Hurt

Una rivoluzione senza un ballo è una rivoluzione che non vale la pena di fare

Chissà perché nei libri e soprattutto al cinema quando ci raccontano il futuro sono così pessimisti? Forse perché come in questo V per Vendetta tratto dallo straordinario graphic novel di Alan Moore (che come al solito ha disconosciuto la trasposizione cinematografica) gli autori pensano al futuro portando alle estreme conseguenze i germi che ci sono nel presente. In un futuro prossimo Londra è governata da una dittatura che dopo aver seminato il terrore tiene in pugno la popolazione grazie alla paura e a un rigido controllo dei mass media. La gente in cambio della pace civile e di un superficiale benessere accetta la privazione di ogni libertà individuale e quasi non si accorge di quello che succede. Ma se la gente ha paura o è tenuta nell’ignoranza come fa a ribellarsi? Chi può fare la rivoluzione? Per fortuna almeno al cinema e nei libri ci sono gli eroi. E V, l’eroe di V per Vendetta, è un eroe meraviglioso non solo per la sua maschera geniale ma perché è l’eroe che col suo racconto, la sua passione e il suo esempio sa toccare il profondo delle nostre coscienze. Perché la rivoluzione necessita per forza di violenza e di vendette ma senza un eroe romantico, una rosa rossa e un ballo appassionato non varrebbe proprio la pena di farla.

Da vedere nel proprio rifugio segreto. Se non ne avete uno fatevi rapire da chi ce l’ha.

Russell Crowe in A Beautiful Mind

Non crediate che questo qui sia uno che dà i numeri

“A Beautiful mind” di R. Howard, USA, 2002
Con Russel Crowe, Ed Harris, Jennifer Connely

“Dinamiche dominanti, signori, dinamiche dominanti… Adam Smith, si sbagliava!”

Un giorno due matematici scappati dall’Europa virante al nazismo pubblicano un’opera che definisce in maniera sistematica il comportamento umano razionale partendo dal susseguirsi di mosse e contromosse tipico dei giochi. Qualche anno dopo, un giovane dottorando di matematica perfeziona uno dei rompicapi su cui si erano bloccati i dei due soloni, trovando una soluzione che da allora porta il suo nome: equilibrio di Nash. Per la matematica, ma soprattutto per le applicazioni alle scienze sociali, è una rivoluzione, forse la prima dopo la scoperta della termodinamica. E visto che a partorire questa soluzione è uno schizofrenico bipolare fatto e finito, figuriamoci se Hollywood prima o poi non ci mette gli occhi sopra. Se poi a Hollywood si incarica di raccontare la storia uno dei registi più retorici e sopra le righe che ci siano (Ricky Cunningham), … oplà, ecco a voi servito il polpettone. Il film tratta la disturbata vita a Princeton di John Nash (un Russel Crowe monoespressione-occhio di triglia, probabilmente la sua personale interpretazione di cosa significhi uno sguardo da genio), dall’arrivo all’assegnazione del Nobel in economia. Forzature, ricostruzioni di fantasia, scene ben oltre il limite dell’umorismo involontario (la più sconcertante, quando Nash in romantico appuntamento disegna con il dito la via delle stelle in cielo): tutto quello che non avevate mai osato chiedere su John Nash e… facevate bene a non chiedere. Ah, dimenticavo: essendo una ciofeca, il film ha mietuto oscar(s).

Da vedere con il/la compagno/a, come risultato non cooperativo di un war of sexes game

Persepolis

In Iran la rivoluzione è stata una reazione e alla fine Iran in punk non è neanche mai nato

“Persepolis” di M. Satrapi e V. Paronnaud, Francia, 2007

“Ero sopravvissuta a una rivoluzione, a una guerra e una banale storia d’amore mi aveva atterrito”

Una bande dessinée di raro spessore; non storia per bambini, ma racconto di come i regimi dittatoriali moderni si impongano con il consenso della gente. La rivoluzione in questione è quella iraniana, quando dopo la cacciata del corrotto e funesto Shah Reza Pahlavi, e con la parte più progressista della popolazione che dà per certa la vittoria comunista, si impone invece l’islamismo rigido dell’Ayatollah Khomeini. La storia segue il racconto (animato ed autobiografico) di una bambina e poi giovane donna, in un Paese dove pubblico e privato sono agli antipodi, l’uno scandito dall’Islam e controllato dai Guardiani della Rivoluzione, l’altro influenzato dai modelli culturali dell’occidente, soprattutto tra la borghesia colta. Ed una tale dissociazione non può che risultare devastante per la vita delle persone, quelle che vanno e quelle che restano. Amaro, profondo, bellissimo.

Da vedere truccatissimi, con tacchi a spillo e chador.

Questo signorino qui ha rivoluzionato il calcio, mica i bambocci con le creste che vanno di moda oggi

“Il profeta del gol”  di Sandro Ciotti, Italia, 1976

“Quando l’allenatore dà lo stop senti il cuore che batte vertiginosamente, devi riuscire a ricondurlo al suo ritmo normale in meno di due minuti; se non ci riesci è meglio che apri una tabaccheria o tenti di diventare Presidente del Consiglio”

Parliamoci chiaro: l’unica vera, grandiosa rivoluzione degli ultimi 70 anni è stata quella dell’Ajax e della nazionale olandese nel 1973-’74, quando i magnifici tulipani mostrano al mondo ammirato il gioco a zona. E come è giusto che sia, tutte le rivoluzioni nascono dalla società (la liberale, libertaria e libertina società olandese degli anni ’70, con le mogli in ritiro con i giocatori), si alimentano del collettivo, ma diobòno, hanno bisogno di un Líder Máximo. Il Roberspierre della zona è stato e sempre sarà Johannes Crujiff, il Papero d’Oro, così fuori dagli schemi da giocare con il 14 sulla schiena in tempi in cui la numerazione era rigorosamente 1-11. In questo film-documentario, Sandro “The Voice” Ciotti segue vita, morte e miracoli della squadra più bella del mondo, l’Ajax-Olanda di Crujiff: nello spogliatoio, nei durissimi allenamenti (perché come ha detto qualcuno in qualche altro film, “senza dorsali ed addominali, non si fa avanguardia”), nella filosofia di chi capisce che sta facendo la Storia, che la vita è adesso. Poi non si vince, perché la reazione è sempre più forte della fantasia: ci si accontenta di cambiare il mondo (NB: astenersi tentativi di collegamento a quel cazzaro di Zeman; il calcio e la zona sono una cosa seria).

Da vedere in quattro sul divano, in linea, muovendosi sincronizzati in avanti ogni volta che l’azione non è attiva

vogliamo anche le rose

Le rose … non ci dovrebbe essere nemmeno bisogno di chiederle

“Vogliamo anche le rose” di Alina Marazzi, 2007

D’ora in poi decidiamo solo noi.

La lunga rivoluzione femminile e i movimenti femministi attraversano il Novecento (in ricaduta dal secolo precedente) ingaggiando una lotta quotidiana e terribile per il voto, la parità nei diritti, la dignità nel lavoro e nei rapporti familiari e interpersonali; per cambiare tutto, visto che “nella famiglia l’uomo è il borghese e la donna il proletario”, e dopo il pane devono venire anche le rose. In un montaggio di pubblicità e filmini di famiglia, programmi televisivi e animazione, Alina Marazzi ripercorre le strade e i volti delle donne italiane in cerca di cambiamento e giustizia, aiutata dai diari di tre di loro: l’educazione cattolica, la sessualità, la repressione del corpo e la sua liberazione, ma anche l’emancipazione attraverso la scuola e il lavoro, la partecipazione ai movimenti, le battaglie per il divorzio, l’aborto, la contraccezione. Un corpo a corpo che dura tuttora – potrete votare una donna alle prossime elezioni? quante donne entreranno nel nuovo Parlamento italiano? –, un ballo in cui le donne sono tutte Ginger Rogers: fanno esattamente gli stessi passi di Fred Astaire, ma all’indietro e sui tacchi.

Da guardare insieme a mamme, nonne e soprattutto figlie e nipoti.

Dozza_con_bimbi_foto_Primo_Gnani

Se sei un rivoluzionario a farti la scorta vengono i bambini

“La febbre del fare” di A. Rossi e M. Mellara, Italia, 2010

“Siccome io avevo un cugino emigrato a Stoccolma, io e un consigliere di minoranza ci prendemmo due giorni – che ce li pagammo noi – andammo a Stoccolma e ci facemmo accompagnare a vedere come erano organizzati gli asili nido di lì”.

Poi va a finire che aveva ragione Gramsci, è la verità ad essere rivoluzionaria. La verità di chi deve rimboccarsi le maniche e rimettere in piedi una città ferita dalla guerra. Come in tutto il nord-Italia, direte voi. Vero, ma in questo caso con in più la diffidenza del generoso alleato USA verso la campionessa indiscussa del comunismo italiano. Due giovani autori bolognesi Rossi e Mellara (altri documentari alle spalle, come il bellissimo “Un metro sotto i pesci” o l’inquietante “le vie dei farmaci”, ma anche opere cinematografiche meno felici, come il pretenziosetto e stantio “Fortezza Bastiani”), fanno un lavoro straordinario di intervista, montaggio, recupero di filmati su Bologna nel periodo che va da Dozza a Zangheri, quando tutto finisce. Un racconto corale, preciso, completo, ma soprattutto divertentissimo, con perle inarrivabili come la jam-session di Skiantos e Buson Brothers in una cantina di via dei Poeti o – in pieno ’77 – l’intervista surreale del damsiano con telecamera a un Vigile urbano motociclista durante un corteo, con concetti che nemmeno la Scuola di Francoforte. E tu resti lì, nostalgico già a 40 anni, a chiederti what happened to the post-war dream.

Da vedere chiedendosi quando (e perché) dai Dozza e i Fanti ci si è ritrovati i Vitali, Cofferati, Delbono, ecc.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook439Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Stellanigra

    Sempre gustosissime queste recensioni!
    Mitologico l’estratto video a cappello di tutto…

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?