La vita è altrove?

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Partecipare significa lottare, significa esserci, significa non abbandonare la scena della battaglia che è la nostra vita, quasi ogni giorno. Le persone capaci di immaginare e proiettarsi in mondi e scenari inesistenti sono senza dubbio dotate di un dono prezioso. Raffigurarsi nella propria mente ciò che non è reale è caratteristica che ci distingue in quanto umani e qualità essenziale per la stessa evoluzione della specie umana. Immaginare significa infatti progettare e quindi visualizzare obiettivi, requisito essenziale per raggiungerli.

Tuttavia chi utilizza e possiede una fervida immaginazione corre anche grossi rischi. Se infatti esiste una ricetta per la felicità, questa certamente prescrive di concentrarsi sul “qui ed ora”, senza preoccuparsi di ciò che è stato o ciò che potrà essere. Chi, insomma, si fa delle “seghe mentali” può faticare più di altri ad essere felice.

Ma i rischi sono anche altri e sono assai più pericolosi oggi piuttosto che in passato. Se infatti, l’evasione dalla realtà e il trasportarsi in mondi immaginari non sono certamente prerogative del nostro tempo, è però vero che, oggi, il mondo che ci circonda ci offre molte più occasioni e strumenti per farlo.

Pochi anni fa andai a casa dei miei piccoli nipoti e li trovai guardando la videocassetta de “Il libro della giungla” di Dinsey. Dopo poco notai che mettevano spesso mano al telecomando del videoregistratore. Mi avvicinai incuriosito e capii cosa stessero facendo: mandavano avanti la videocassetta ogni volta che c’era una scena che giudicavano noiosa per arrivare velocemente alle parti che invece consideravano le più divertenti…

Ok, stai pur qui e controlla i tuoi messaggi. Magari potrai avere qualche argomento per contribuire alla conversazione.

Tutto iniziò con il telecomando che, per la prima volta, ci offrì la possibilità di cambiare ciò che avevamo di fronte agli occhi: una trasmissione non mi piace? No problem, un click e passo ad altro. Non mi piace neanche l’altra? Altro click e così via…Poi arrivò la rivoluzione delle “finestre” del computer (non a caso il sistema operativo più popolare al mondo si chiama “Windows” ovvero “Finestre”, anche se pare che l’idea fu della Apple e non della Microsoft), ossia l’opportunità di interagire con diverse “realtà” allo stesso tempo o di passare a piacere da una all’altra con un solo click: non ho più idee per scrivere un testo su Word? No problem, un click e mi guardo un po’ internet e, dopo due minuti, passo a lavorare su un foglio excel, ecc. ecc.. Infine i cellulari e soprattutto gli smartphones che offrono continuamente la possibilità di essere fisicamente in un luogo, ma con la mente e magari pure il cuore, in tutt’altri, grazie ad sms e decine di applicazioni e programmi vari.

Se tutte queste innovazioni tecnologiche hanno senza dubbio aspetti positivi, come per tutti gli strumenti: ciò che conta è l’uso che se ne fa. Quindi, il pericolo assai concreto è che il cambiare (il telecomando, le finestre del computer e le applicazioni dello smartphone) non sia un mezzo, bensì un fine. A cominciare dallo “zapping” frenetico e sfrenato, fino ad arrivare ad interlocutori che guardano senza sosta lo schermo del cellulare mentre stiamo parlando con loro, la tendenza ad oscillare ossessivamente da un mondo ad un altro è un comportamento sempre più tipico dei nostri tempi ed è divenuto il modo d’essere e interagire di tante persone con la realtà circostante. La maniacale e continua distrazione dalla realtà è oggi a portata di click, appena qualsiasi realtà ci crea qualche minimo problema o annoia anche solo un poco.

Si dirà che il telecomando, il computer e i cellulari sono solo aggeggi tecnologici e la vita è un’altra cosa. E invece non è così. Innanzitutto si tratta di strumenti che utilizziamo per numerose ore al giorno; inoltre grazie ad essi lavoriamo, ci divertiamo, socializziamo, ci informiamo, ecc.. In altre parole viviamo con loro e attraverso di loro e così facendo modelliamo i nostri comportamenti e formiamo la nostra maniera di interagire con il mondo; soprattutto se lo facciamo sin da quando siamo piccoli. Le potenzialità della nostra mente sono enormi, nel bene e nel male, e la si può abituare, volontariamente o meno, a funzionare in determinate maniere invece che altre, condizionando quindi il nostro approccio con gli altri e il mondo in generale. Nella fattispecie, l’uso sfrenato e dissennato dei suddetti dispositivi può facilmente “allenare” la nostra mente a considerare la vita reale come fosse un televisore o un computer dove fare “zapping” e passare continuamente, con il solo pensiero oppure anche con il corpo, da una situazione ad un’altra, senza “starci” con la dovuta attenzione, senza “parteciparvi” attivamente.

Il primo rischio è non essere più in grado di godersi ciò che si sta facendo. Ossia, non importa se la realtà fisica che abbiamo di fronte ci piaccia o no: la tendenza a spostarsi ossessivamente in un “altrove” fisico o mentale e poi in un altro e poi in un altro ancora, è è così insita in noi che lo facciamo a prescindere dalla qualità di ciò che stiamo facendo o vedendo. Proprio come illustrato dalla vignetta qui a fianco: stiamo facendo l’amore o giocando (attività che si suppone siano piacevoli), ma siamo così abituati a “non essere lì con la testa” ed a cambiare meccanicamente scenario dopo un breve tempo, che il nostro pensiero va automaticamente altrove. Ciò significa non solo la perdita della capacità di essere “qui e ora” e conseguentemente di assaporare ciò che si sta vivendo, ma anche la perdita della nostra libertà: il protagonista della vignetta è vittima e schiavo della sua ansia ossessiva di cambiamento e “distrazione mentale”.

Il secondo pericolo è che l’acquisizione di un atteggiamento per cui diventiamo incapaci di concentrarci su quello che stiamo facendo, ci priva della possibilità di modificarlo e migliorarlo, ossia di essere parte attiva della realtà. Sia essa una relazione interpersonale o professionale, una scelta di vita, la maniera con cui è amministrata la nostra città o anche una semplice conversazione, appena la realtà che stiamo vivendo presenta una minima difficoltà, proiettiamo la nostra mente o anche il nostro corpo da un’altra parte. Ora, dato che quasi nessuno e niente è perfetto, ogni relazione ed ogni situazione sono associate a qualche tipo di problema, piccolo o grande che sia. Ogni contesto e circostanza richiede la nostra “partecipazione” e non la nostra assenza emozionale e fisica. “Utilizzare il telecomando” o “passare da una finestra all’altra” nella vita reale si può fare, ma è il miglior presupposto per non raggiungere mai un obiettivo e non essere mai soddisfatti.

Incontrarsi con l’”altro”, inteso in senso lato come il mondo che ci circonda, è spesso faticoso. Se la nostra relazione di coppia mostra qualche segno di stanchezza, se l’ambiente di lavoro è poco stimolante, se i nostri amici non collaborano come vorremmo ad un certo progetto, se la politica e la società del nostro Paese sono deprimenti, la soluzione più semplice può essere immediatamente trasportarsi “altrove”, come facciamo con un click sul telecomando o sul mouse, lasciando le cose così come stanno. Ossia in altre parole: scappare, svicolare, abbandonare il campo, non affrontare le difficoltà, rinunciando a lottare e quindi alla possibilità di incidere sulla realtà con l’intento di migliorarla.

“Verranno un po’ di amici a guardare gli schermi dei loro cellulari”

Anche se i contesti sono differenti, i meccanismi mentali sono gli stessi: così come ad una cena, preferiamo evitare di partecipare ad una discussione noiosa a tavola, mettendoci a smessaggiare un amico con Whatsup o dando un’occhiata a Facebook, così, di fronte ad una difficoltà al lavoro, invece di adoperarci di affrontarla con tutte le nostre energie, scegliamo di lasciar marcire le cose, fare il minimo del nostro dovere e costruirci un “mondo alternativo”, magari fatto semplicemente di distrazioni sterili e “masturbatorie”.

Lottare ed “esserci” non significa necessariamente dover accettare pedissequamente le cose così come stanno: significa però affrontare le situazioni che la vita ci pone quotidianamente di fronte, che quasi sempre ci presentano difficoltà e raramente novità eccitanti. Poi, dopo aver lottato e partecipato, si può anche scegliere di cambiare lavoro, cambiare partner, cambiare amici o alzarsi da tavola perché la cena è davvero insopportabile. Ma “cambiare canale” ogni volta che la pendenza della strada sale solo un po’, è un atteggiamento che fa male a noi, al prossimo e alla comunità che ci circonda, qualsiasi essa sia. Lo “zapping” nel mondo reale, di fronte alle sfide personali e collettive, impedisce innanzitutto di gustarsi la vita e inoltre ci rende schiavi della nostra incapacità di lottare, privandoci quindi della libertà di prendere in mano la nostra esistenza. Perché, come diceva qualcuno: libertà è partecipazione…

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Alessandro

    I miei genitori mi dicevano che evadevo dalla realtà coi fumetti, e mi vietaroo Devil e l’Uomo Ragno. Quello che si fa col telecomando (saltare le scene, andare di qua e di là) si può fare tranquillamente con un libro (anzi, più invecchio, più mi piace farlo: tra i diritti del lettore, non c’è forse il “non leggere”?).
    Il comportamento ossessivo-compulsivo è semplicemente una delle componenti della personalità umana, che si esercita con quello che c’è: una coperta, una partita di foootball, un fumetto, uno smartphone. Vivere (o no) l’esperienza del momento è una scelta, gli strumenti con cui non lo si fa sono largamente inessenziali. Questo senza nulla togliere alle differenze di grado che internet, cellulari etc. hanno indubbiamente introdotto.

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    • Penelope Pras

      Io non confonderei il “comportamento” ossessivo-compulsivo con ciò che interessa: se a me va di leggere un libro, navigare in internet, ascoltare della musica o altro, piuttosto che stare con qualcuno, preferisco non stare con quel qualcuno e fare quello che ho voglia di fare in quel momento.
      Se invece decido di passare del tempo con una persona anche “solo” chiacchierandoci, il mio cellulare è parcheggiato nella borsa, spesso senza suoneria, e mi dà pure fastidio se mi telefonano.
      Per quanto capisca che, dopo tanto tempo che due persone si conoscono, magari non ci siano sempre un fiume di cose da dirsi, vedere delle coppie che stanno ai tavoli di un ristorante ognuno smanettando con il suo smartphone, mi mette una gran tristezza; così come uscire, sola o in un gruppo, con qualcuno che inizia a fare la stessa cosa. Il discorso è ovviamente diverso se ci sono delle urgenze (avrà anche dei lati positivi, questa tecnologia in evoluzione!).

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