La pagina della Cover Writer: Timira – romanzo meticcio, di Wu Ming2 e Antar Mohamed

Share on Facebook86Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Un uomo trascinato dalla corrente si aggrappa alla schiuma. Proverbio Somalo
Cosa vuol dire appartenere ad una razza, un popolo, una nazione?
Cosa significa partecipare ad un’identità nazionale, una fede religiosa, un’etnia, un luogo?

Può significare niente. Niente, perché non scegli dove nascere, non scegli la razza dei tuoi genitori, il colore della loro pelle, la lingua con cui ti parleranno la prima volta o la loro religione, se ti terranno con loro o se ti abbandoneranno in un altro territorio, non scegli il luogo in cui inizierai ad andare a scuola, dove socializzerai con i coetanei o imparerai l’educazione nella prima infanzia.
Eppure può significare tutto. Nel momento in cui scegli. Perché poi crescendo puoi aver il desiderio di far parte di qualche cosa di più vasto ed importante di te solo e della tua origine. Scegli il luogo in cui vivere, la religione a cui aderire, scegli delle idee, delle relazioni, dei comportamenti, dei luoghi, magari anche una nuova lingua.

Ancora oggi, c’è solo una cosa che nessuno può cambiare: l’essere per tutta la propria esistenza con il colore della pelle e i tratti somatici appartenenti all’etnia di chi ti ha generato.
A questo pensavo durante la visione di due film che ho appena visto, due storie che affrontano il tema del colore della pelle e della schiavitù negli Stati Uniti di 150 anni fa. Lo fanno in maniera diversa ma coinvolgente.

La gente nera nei primi Stati Uniti era e poteva essere solo africana, non autoctona e nient’altro; e non aveva il diritto di essere libera, di scegliere, di partecipare, di andare a cavallo, di combattere per un’idea, di battersi per la propria libertà, di amare una persona, nemmeno della propria razza, figuriamoci di un’altra. Non poteva partecipare a nulla. Di questo si parla in “Django unchained” e in “Lincoln”. In quest’ultimo si nota lo sconvolgimento dei rappresentanti dell’esercito sudista di fronte alla presenza nell’esercito dei nordisti di truppe di colore, così come crea panico in giro per il west vedere Django, un nero, armato e a cavallo.

tommy-lee-jones

In “Lincoln” Tommy Lee Jones è il senatore Stevens

Fa commuovere vedere che il senatore interpretato da Tommy Lee Jones chieda e ottenga di portare a casa il foglio originale, su cui è stato approvato il famigerato 13° emendamento con il quale, di fatto, si abroga la schiavitù, per farlo vedere alla donna che ama. Una donna nera, l’unica che lo veda senza giacca e parrucca, la persona con la quale dorme nello stesso letto, e che tratta come una moglie, ma che, fino ad allora, poteva vivere con lui in un unico modo: quello di schiava e padrone. Siamo abituati a credere che questi temi siano lontani, legati ad altri tempi ed altri continenti.

Ma non è così. E lo abbiamo visto in questi giorni.

Ancora oggi, anche nella nostra nazione, si fatica a pensare che una persona di colore possa essere un vero italiano. Se sei nero, anche se sei nato in Italia, anche se ti chiami Ballotelli e guadagni più di tutti gli operai dell’intero stabilimento Fiat di Pomigliano, resterai sempre nero, “Il negretto di famiglia”, come dice il fratello del proprietario della squadra per cui Mario Ballottelli attualmente gioca con impegno e ottimi risultati.

Wu Ming

Wu Ming

Timira – Romanzo Meticcio” scritto da Wu Ming 2 e Antar Mohamed, in stretta collaborazione con la di lui madre Isabella Marincola, ci parla proprio di questo: di quanto è difficile appartenere, del sentirsi profughi ovunque, perché non esiste un luogo in cui sentirsi se stessi, perché nessun luogo è casa. E non è una storia che ci parla di chissà quali terre e persone lontane. No, ci parla di noi, italiani, ieri fascisti, l’altro ieri socialisti e comunisti, ma ancora oggi portati a vivere le ex-colonie, in particolare la Somalia come roba nostra. Ci consideriamo buoni e cari noi italiani, brava gente, ma siamo razzisti, maldestri, profittatori, incapaci di resistere al fascino delle donne africane, ma altrettanto incapaci di considerarle allo stesso livello delle donne bianche.

Questo romanzo ci racconta la storia complicata, mai consolatoria o edificante di Isabella Marincola, mulatta italiana figlia di madre somala e padre fascista, sorella del partigiano Giorgio, unico italiano di colore ucciso dai nazisti a Bolzano, dove era finito in un lager nonostante la sua cittadinanza fosse italica.

Giorgio e Isabella

Giorgio e Isabella

La vita di questi due fratelli strappati alla madre e cresciuti a Roma dalla moglie dell’ufficiale Giuseppe Marincola, che li detestava poiché prova vivente del tradimento del marito ma che li aveva fatti vivere alla stessa maniera dei propri figli, ci parla di noi, delle scelte che chiediamo di fare agli altri per farli sentire italiani, per poi ignorali o sperare sempre che se ne tornino a casa loro. Anche se la loro casa è questa. Timira è Isabella, quando sceglie di tornare in Africa di vivere là e cambia nome ispirandosi a quello di una poetessa locale. E Isabella è Timira quando, in seguito alla guerra civile scatenata con la caduta dell’amico e compagno Siad Barre, viene rimpatriata in Italia, dove il figlio sta studiando, senza cittadinanza, ma nessuno dei due ha un posto in cui vivere. Questa donna è stata mondina in “Riso Amaro”, attrice teatrale conla Pavlova, ha avuto tre mariti e un figlio. In un intreccio che il libro percorre attraverso narrazione in prima persona da parte di Isabella, racconto in terza persona di Wu Ming 2, ottimo narratore che l’ha conosciuta, documenti, lettere, pezzi di diario, parole di Antar, figlio e altro autore.

La cosa che più mi ha colpito di questo libro, che è la personalissima, ma anche la nostra storia; è che è impossibile non stare dalla sua parte, dalla parte di Antar. Senti che ci sono situazioni dure e ingiuste, che nessuno merita e che nessuno si procura completamente da solo, a volte la storia prende il soppravvento, ma i diritti umani, l’opportunità di salvezza va offerta a tutti, anche se non sempre questi tutti sono facili, simpatici, umili. Anche se essere meticci, non significa necessariamente  essere eroi senza macchia e senza paura, come era stato Giorgio, che aveva lottato per liberare l’Italia, morendo ammazzato dai Nazisti. Ma leggendo ti dimentichi che Isabella o Timira non è bianca. Esce solo che è come tutti quanti. Un po’ italiana, un po’ africana, un po’ furba, un po’ cogliona, a volte indisponente, spesso triste e arrabbiata, a volte sorprendente. E te ne dimentichi del suo colore perché ti viene raccontata la sua umanità. E alla fine ti chiedi se non siamo tutti profughi senza residenza e senza un “dove” in cui tornare, meritevoli di migliori opportunità. Come Isabella, come Antar e come chi bussa alle porte delle istituzioni per veder riconosciuto che, nella propria unicità si è comunque parte di un qualcosa di istituzionale, dopo che questo riconoscimento ti è mancato anche fra gli affetti.

Non avevo mai letto nulla del collettivo Wu Ming ex Luther Blisset. Dopo questa bellissima opera a 6 mani, credo che leggerò altro. La trama è in ordine di senso, non di tempo. La costruzione degli stralci in ordine cronologico è opera mia.

“Questa è una storia vera … comprese le parti che non lo sono.”

Isabella durante la lavorazione di Riso Amaro

Isabella durante la lavorazione di Riso Amaro

Roma/Veneria di Lignana (VC) 1948

Alfredo mi ripeteva spesso che anche io ero fatta così, e se ne stupiva molto, convinto che chi ha sofferto per le frustate, sarà sempre l’ultimo a impugnare una frusta. E invece il proverbio è vero anche al contrario: chi di spada perisce, di spada ferisce.

Tournée con Tatiana Pavlova – “La lunga notte di Medea” di Corrado Alvaro – Autunno’48/Autunno’49.

… il mio personaggio era quello di Layalè, una delle schiave … e diceva la bellezza di sessantadue battute. Tra queste ce n’era una lunghissima … “Ora non puoi tornare là donde sei partita. Ora sai che la vita è la ricchezza adoperata come forza. La potenza come giustizia. Nei tuoi paesi, la ricchezza dorme custodita nelle miniere, difesa dai mostri, proibita a tutti. Ma già uno v’è arrivato e l’ha rapita. Questo lo chiamano eroe. E te una donna tradita. All’uomo basta una sola parola: Vittoria. Vi sarà sempre denaro per compensare chi canta le lodi del vincitore. E vi saranno sempre quelli che cantano le lodi di chi perde. Con le parole si può rendere giusto l’ingiusto, diritto il torto, buono il malvagio. Ma chi canta il vinto sarà il prediletto degli Déi. E così il mondo andrà avanti, facendo il male e lodando il bene.”.

- Medea – ci disse (Corrado Alvaro) – è l’antenata di tutte le donne che hanno subito la persecuzione razziale, di tutte quelle che vagano senza passaporto, da una nazione all’altra, e abitano i campi di concentramento, i campi profughi. Per come la sento io, uccide i figli perché non diventino vagabondi, perseguitati, affamati. Vuole estinguere il seme di una maledizione sociale e di razza, e quindi li uccide, in qualche modo per salvarli, in uno slancio disperato di amore materno.

… Tu sei una donna intelligente, lo sai che non ci sono soluzioni semplici per le cose complicate.

Roma/Mogadiscio – Marzo e giugno 1956

Eppure sapevo che una volta sbarcata non mi sarei certo sentita a casa, per il semplice fatto che quel sentimento non lo avevo mai provato, a meno che “sentirsi a casa” non significhi avere addosso gli occhi dei passanti, come mi accadeva a Roma, o essere presa a curbasciate, coma a Casal Bertone, o andare a dormire nei camerini di un teatro. … mi bastava uscire dal portone per diventare una straniera. Mi domandai se questo non fosse un vantaggio: la capacità di provare, in ogni, situazione, un familiare disagio.

i quattro fratelli Mmarincola.

i quattro fratelli Mmarincola.

Roma 18 febbraio 1960

…Il che senz’altro è vero, ma la verità è sempre variopinta e ho imparato a diffidare da chi vuole dipingerla di un colore solo.

Mogadiscio, Somalia 1962-68

Il mio professore di Italiano al liceo Umberto I di Roma, quando voleva cantarci le lodi della sintesi, recitava un paragrafo dell’Educazione sentimentale di Flaubert, dove 20 anni di vita erano riassunti in 3 righe.

“Egli viaggiò. Conobbe la malinconia dei piroscafi, i freddi risvegli sotto la tenda, lo smarrimento dei paesaggi e delle rovine, l’amarezza delle amicizie interrotte.

Ritornò. Fece vita di mondo, ebbe altri amori ancora.”.

A voler seguire quell’esempio, si potrebbe fare un sommario simile per i miei anni Sessanta.

“Scelse la Somalia. Conobbe il sole dell’indipendenza, il dolce sorriso di un figlio, le aule polverose della scuola italiana, l’invidia e il disprezzo per il sangue misto.

Sognò. Fece vita di casa, restò fedele al marito.”.

Brava, Somalia, 15 ottobre 1969

Ashkiro Assan madre di Isabella e Giorgio Marincola

Ashkiro Assan madre di Isabella e Giorgio Marincola

… Anche io, per lungo tempo, mi sono raccontata che mio padre è stato un gentiluomo, che ha fatto un gesto generoso, molto insolito per quei tempi. Darci il suo cognome, il nome dei nonni. Ma ora che ascolto mia madre, ora che per la prima volta mi può parlare, mi rendo conto che devo accettarlo: sono figlia di una violenza, e lo sarei anche se i miei genitori si fossero amati tanto, come in un bel fotoromanzo. L’amore ai tempi delle colonie è impastato di ferocia. Un pugnale affilato minaccia e uccide, anche se lo spalmi di miele. Sono la figlia nera di un razzista, uno che in tutti i modi ha cercato l’oblio per la sua avventura africana. Uno che con le sue bugie ha rovinato la vita a 6 persone. Compresa Flora Virdis (la moglie). Chissà cosa mi avrebbe detto la signora Marincola, se un interprete avesse tradotto in parole le sue frustate. Chissà cosa avrebbe risposto, se avessi potuto chiederle come s’era sentita, quando le avevano portato in casa i figli di un’altra, per di più neri. Se le avessi chiesto “Eri d’accordo?”, forse anche lei si sarebbe fatta una bella risata. Ma altro che interprete, ci vorrebbe per fare certe domande. Avrei giusto bisogno di un’altra vita.

Mogadiscio 20 settembre 1985

…Se sei un italiano con la pelle scura, sei una contraddizione vivente. Devi dimostrare che sei davvero italiano, devi essere più italiano degli altri, devi combattere fino all’ultimo.

Mogadiscio, Estate 1988

‒ Sì, giusto, mettiamoci pure le raccomandazioni, che non aiutano a selezionare gente meritevole. E poi le dimensioni della comunità, che per chi la frequenta è come vivere in un paesino di mille abitanti, e il fatto che intorno ci sia Mogadiscio o Saturno, non fa differenza. Quel che conta è poter cucinare spaghetti, fare quattro chiacchiere e avere la «generica», somala o saturniana che sia.

‒ Un mio vecchio alunno di origine yemenita diceva sempre che somali e italiani sono come il caffè e il latte: molto diversi a prima vista, ma molto omogenei  quando  li  mescoli.  Porse  è  proprio  questo  che  rende  gli italiani diversi dagli altri espatriati, qui a Mogadiscio. L’italiano fa uno sforzo in più per differenziarsi, sente di doverlo fare… e questo lo rende ridicolo.

Craxi-Barre

Bettino Craxi e Siad Barre

Mogadiscio 23 aprile 1991

…Se ricordare significa richiamare alla mente quel che abbiamo dimenticato, allora accatastare souvenir è un attentato contro la memoria. È come mandare a mente una poesia e scordarne il significato a forza di rimasticarla. Conservi una fotografia per ricordare un volto, ma dopo anni ti accorgi che non ti dice più nulla, perché nel frattempo ti sei scordato la didascalia. Nei musei del mondo, gli uomini si affannano a restaurare gli oggetti, ma il vero danno è quando si perdono le etichette.

Roda Val di Fiemme 25 luglio 1991 – 48° anniversario della caduta del fascismo.

I primi giorni ci hai pure provato a far finta di essere in ferie, ma era come cercare di addormentarsi senza avere un’idea di quanto durerà la notte, se due, due mesi o vent’anni. Essere profughi è una malattia come l’insonnia, che ti tiene sveglio anche se sei stanco morto.

Isabella e Alberto Sordi

Isabella e Alberto Sordi

Bologna, novembre 1991

… Pare si tratti di un esercizio che le ha prescritto il medico per contrastare l’oblio. Solo a guardarla sembra di vedere una vecchia che recita una vecchia poesia, di quelle che si imparano a scuola, e ti viene il dubbio che Itala la ripeta senza badare al senso delle parole. Infatti si blocca sempre sulla stessa frase, non si schioda di lì, e allora ti domandi che valore abbia l’esercizio, se da una parte trasforma i ricordi in un ritornello vuoto e dall’altra li chiude in trincea a difendere una posizione.

Bologna, 19 maggio 1992

Blaise Pascal diceva che tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola cosa: non sapere starsene tranquilli in una stanza.

…- Senti bene, razza di fallita: sai perché come attrice non hai fatto carriera? … Te lo dico io.

Il fatto è che tu pensi di avere un credito col mondo, pretendi di riscuoterlo da chiunque incontri e così ti bruci la terra intorno.

Bologna, 18 maggio 1992. Tre ore dopo

Antar non torna. È uscito tre ore fa, con un fardello di ruggine e amarezza, in cerca di una discarica dove smaltirlo. Tu sai che è stupido preoccuparsi, evocare disgrazie e foschi scenari, sai che è stupido ma non puoi farci niente, ogni vago arrivederci ti ficca in testa pensieri di morte.

… Esistono mille tecniche e mille esercizi per rafforzare la memoria, ma nessun espediente per esercitare l’oblio. Ogni sforzo per dimenticare ci fa ricordare con più vividezza.

Isabella Marincola nel 2011

Isabella Marincola nel 2011

Da oltre un anno la tua zattera malconcia naufraga per stanze, affitti, parole sgarbate e occhiate ostili. Hai cercato aiuto con ostinazione, convinta  che il male peggiore, per un essere umano, sia coltivare l’onnipotenza. Nessuno si salva da solo, ti ripeti. Una verità banale che finora hai sempre inteso come invito a riconoscerti debole, bisognosa, fragile. A lasciare che gli altri si facciano carico di te. Ma dal momento che siamo tutti profughi, la frase acquista un significato nuovo. Ci salveremo tutti, oppure nessuno. L’approdo dei naufraghi è una baia in fiamme:  soltanto insieme si può spegnere l’incendio. Chi sbarcasse da solo, morirebbe bruciato.

Profugo è  tuo figlio Antar, e la cittadinanza italiana che ha tanto inseguito è solo un inganno. Profugo è tuo marito Mohamed, in una stanza sporca del Qaloombi Hotel di Burao.

Se imbarchi pure loro, sulla tua scialuppa, il dilemma del che fare svanisce in un soffio.

Verrà un giorno, ti dici, nel quale ai profughi sarà dato rifugio, senza bisogno di marchiarli con il sigillo di un dio o di un sovrano. Verrà un giorno nel quale all’ospite sarà data accoglienza, senza bisogno di una legge che lo dichiari sacro o bandito. Ma poiché quell’alba non è ancora sorta o almeno tu non ne vedi il chiarore in mancanza dello stato, quando anche i diritti umani sono lettera morta, rivolgersi a un prete è l’ultimo dei peccati.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook86Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?