In Libia parlano il libanese?

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[avvertenza: ciò che leggerete di seguito è una storia vera]

- Certo che tutti ‘sti libici…chissà perché sono arrivati proprio da noi.
- Mah, non si è ancora capito. E poi non è facile interagire con loro…meno male che sono accompagnati dall’interprete.
- Già, tra l’altro mi pare un tipo in gamba. Ma è libico anche lui no?!
- No, mi sembra di aver capito che è egiziano.
- Egiziano?! E conosce il libanese?!

Parlo forse arabo??!

Due ore dopo, in mensa, mentre avidamente addento la mia cotoletta, assisto a quest’altra conversazione:

In questi giorni siamo invasi dai libici.
- Li hanno operati?
- Sì,  a ciclo continuo. Anche oggi ne abbiamo ricoverati un paio,  ieri sera si son fatti portare le pizze in reparto, praticamente una festa.
- Come mai tutti qui, proprio adesso?
- Boh.
- Saranno sovvenzionati dal governo libanese?

Ah, ma allora è un vizio!

Ora cerco di spiegare meglio: nelle ultime settimane l’Istituto presso cui lavoro ha subìto una specie di pacifica invasione. Per motivi ancora a me per la gran parte oscuri, stanno afferendo ai nostri ambulatori e sale operatorie ortopediche molti uomini libici, di età compresa all’incirca tra i 20 e i 40 anni. Sono i feriti della guerra civile del 2011, giunti fino a noi, nel nord Italia,  grazie (forse) ad un progetto che non conosco e curati con fondi di cui ignoro la provenienza, anche se posso escludere che si tratti del Servizio Sanitario Nazionale.

I luoghi della guerra civile di Libia – da Limes 1/2011

E’ la prima volta che mi capita di vedere con i miei occhi, così da  vicino, i segni della guerra. Non sangue, ferite, corpi esanimi come se ne vedono sui media, però braccia e gambe che hanno perso la loro funzione, flaccide, atrofiche, come fossero appendici di gomma. Opere di pallottole che hanno tranciato di netto i nervi, che hanno attraversato toraci sfiorando cuori, che si sono conficcate nei crani. Fortunatamente qualcuno di loro sta già da tempo recuperando le forze, qualcuno ha “solo” ancora compromesso qualche nervo. Questi uomini già allora sono stati curati e sottoposti ad operazioni delicate, ad esempio in Turchia o in Tunisia. Ora sono approdati in Italia, sperando in qualche cura più efficace, che li faccia tornare come prima.

Mentre si fanno sottoporre ad elettroneurografia ed elettromiografia (metodiche neurofisiologiche che studiano rispettivamente nervi e muscoli), quello che mi colpisce di loro, oltre al disagio nel farsi esaminare da una donna (ma come sbadatamente dissi l’altro giorno all’interprete: “Questo passa il convento”), è la paura delle scosse elettriche e degli aghi, strumenti indispensabili per eseguire questi esami. Verrebbe qui  spontaneo pensare :“Certo che con tutto quello che hanno passato, questa è una passeggiata!”. Forse allora erano solo parzialmente consapevoli dei rischi a cui andavano incontro. Forse. O più probabilmente, nonostante abbiano visto qualcuno che prima di loro cadeva sotto i colpi dei militari, si sono fatti forza l’un l’altro, alimentati dall’adrenalina e dalla determinazione nel voler scrivere nella storia la parola “fine” a condizioni di vita ritenute inaccettabili, ingiuste per la maggior parte del loro popolo.

Quando mi capita di ripensare a loro, proprio in questi giorni (guarda un po’), mi domando: quanti di noi sarebbero disposti a rinunciare ad una parte di sé, fisica o no, per veder realizzati i propri ideali? Quanti di noi accetterebbero il rischio di pagarla cara anche per altri?  O di cadere dalla padella alla brace?

Quanto manca al fondo?

 

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2 commentiCosa ne è stato scritto

    • Penelope Pras

      Gentile Fiorella, era solo una riflessione personale che volevo condividere.

      Rispondi

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