Il mio credo pedagogico si specchia in un burattino di legno

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Pinocchio-BozzettoParafraserò John Dewey nel dare voce a cinque-atti-di-fede che vivono sia nella mia Pedagogia, sia nella Pedagogia collodiana che esordì – centotrentanni fa – con il nome di Pinocchio in una tipografia fiorentina (1).Io credo che i segni di riconoscimento che Mastro Ciliegia attribuisce al pezzo di legno che regala a Geppettopiange e ride come un bambino – cifrano la carta d’identità di Pinocchio.

Parliamo della sua tensione esistenziale a diventare un soggetto/Persona. E non un soggetto/Massa incapace di affrontare, insieme,  il dolore e  la felicità. Da stralunato chiromante, Collodi annusa l’avvento nell’emisfero boreale (bianco, maschio, alfabetizzato, sazio) di una caligine tossica da combattere senza perdere tempo. Traguardo possibile se nella vagheggiata società/post – postideologica, postliberista, postmediatica – l’Educazione farà rima con una Persona tre volte/i: irripetibile, irriducibile, inviolabile. Parliamo della Singolarità. Intesa come ultimo baluardo di difesa della donna e dell’uomo in una stagione storica dove le globalizzazioni (economiche-tecnologiche-consumistiche) campeggiano da totem di predestinazione di qualsivoglia processo di cambiamento del Pianeta.

E’ la sfida che lanciamo ad una umanità/nuova che indossa il duplice mantello della “complessità” (in difesa della differenza e della pluralità: e non dell’identico) e della “problematicità” (in difesa dell’ipotetico e del possibile: e non del dogma e della certezza).

Io credo che il burattino di legno sia la “metafora” di un Robin Hood – armato di Pedagogia – che vuole salvare l’infanzia e l’adolescenza da un baratro le sta trasformando in cittadinanze/suddite, abitanti in patrie plastificate e artificiali. Parliamo dei mondi mediatici azionati dalle leve dei consumi che rendono pubblica una rappresentazione surrettizia delle nuove generazioni. Siamo al cospetto di bambini e di adolescenti star di sfilate di moda, di festival canori, di short pubblicitari.pinocchio arrabbiato

Un quadro mercificato e ingannevole di un teatrino umano sempre più immagine-spettacolo-consumo. E sempre meno parola, solidarietà, cittadinanza.

Io credo che nel segno della “diversità” sia Pinocchio, sia la nostra Pedagogia si sono posti sulle spalle ali/intercontinentali per raggiungere lontane terre australi (a sud dell’Equatore). In queste, potranno scoprire statuti educativi dal compasso più largo: capaci di sguardi planetari che trascendano i tradizionali confini delle colonne d’Ercole. Per tale traguardo, occorre ricoprirsi di altre pelli pedagogiche: ineludibili, per mettersi in marcia e incontrare mondi sconosciuti.

Parliamo di un’impresa scientifica che impegnerà le due/Pedagogie (la nostra, debitrice del Problematicismo di Giovanni Maria Bertin e la collodiana) a ricoprirsi di mantelli “interculturali”. Se avvolte da stoffe griffate potranno assaporare il piacere esistenziale dell’andare/oltre.  Alla ricerca dell’isola dell’educazione che oggi non-c’è: l’utopia di Peter Pan.

Una Pedagogia/altra, dunque. Fondata sull’idea di un’umanità popolata di mondi plurali abitati anche dalle culture-di-legno della “diversità” e della “differenza”.

Io credo che il burattino Pinocchio e la mia Pedagogia possano rianimare – a due voci – un set di parole/saporite sempre più anoressiche oggi. Parliamo dell’ascolto, della conversazione, del confronto delle idee, della confutazione, del dissenso. Sono lemmi veicoli di convivialità (se percorrono le strade della cittadinanza), di conoscenza (se godono di idee contromano) e di vita interiore (se comunicano pensieri ed emozioni inattuali).

Soltanto così l’infanzia e l’adolescenza – nel trasformare le parole in bolle di sapone – potranno dialogare con figure amiche e nemiche: la fata turchina e la volpe, mangiafuoco e lucignolo, il tonno e la balena, il giudice e la civetta, i poveri e i ricchi. Per poi invitarle alla mensa/  biologica della scuola e del paese dei balocchi.

Un replay. Quando fioriscono le primule e le viole regaliamoci una Parola!

Io credo che Pinocchio e la nostra Pedagogia siano amici della creatività e del gioco.

Parliamo delle anoressiche esperienze prive di cittadinanza che in una  scuola blindata nelle classi vengono relegate in un angolo perché giudicate colpevoli di trasgressioni alfabetiche e di logiche divergenti.

Rinforziamo il teorema.pinocchio disegnato

LA CREATIVITA’. La scuola vista con gli occhi di Pinocchio e della Pedagogia a noi cara soffre, da sempre, rimozione e censura nei confronti di un curricolo colorato di creatività. Dà ospitalità soltanto alla sua parodia, alla sua controfigura. Raramente riconosce l’immaginario e la fantasia. Quali le cause dell’identità “caricaturale” della creatività a scuola? Ci sembra si possa rispondere che va chiamato sul banco degli imputati il suo ricorrente modello nozionistico ed enciclopedico. Parliamo dell’egemonia verbalistica e libresca del fare-istruzione che ha, come rovescio della medaglia, il confinamento/declassamento dei linguaggi espressivi e artistici nel ruolo di alfabeti compensativi. Una sorta di stampella-di-sostegno con il compito di disintossicare lo stress mentale prodotto nei macrotempi dell’istruzione ufficiale. Cosicché, i linguaggi grafico-pittorici, manipolativi, musicali, teatrali, iconici anziché diventare alfabeti contromano (“lenti” per capovolgere e reinventare il mondo) sono relegati – in guisa di Cenerentole – ad accudire la bassa cucina dell’intrattenimento degli allievi negli spazi break dell’insegnamento ufficiale. Siamo al cospetto, dunque, di una scenario anti/educativo: la creatività viene costretta a indossare vesti giullaresche al fine di distrarre gli allievi dalla cultura ufficiale. Portandoli per qualche attimo in groppa alla fantasia prima di riprendere posto nel banco in attesa del rintocco canonico delle ore disciplinari e delle lezioni.il fantastico gioco di pinocchio

IL GIOCO. Non è soltanto contro la creatività. La scuola – sia la collodiana rifiutata da Pinocchio, sia l’odierna ingessata nel banco – esprime rimozione e censura verso un curricolo colorato di gioco. Preferisce un’istruzione “imbrattata” da saperi pedanteschi allo scopo di costringere le giovani generazioni a mimare, in un canto, un sorriso e una felicità che si spengono al cospetto del manuale-lezione-lavagna.

Ridotto alla povertà pedagogica (relegato ad alleviare lunghi tempi sedentari), al gioco viene data cittadinanza soltanto se indossa la maschera tragica della sua caricatura. Una spremuta di quattro salti all’aperto, conditi da microesplosioni di motricità pulsionale, permette di avere di ritorno scolari silenziosi e disciplinati. Questa, la parodia. La pratica programmata del gioco/spontaneo (i dieci minuti dell’intervallo da consumare all’aperto) è assai remunerativa per un sistema di istruzione che la usa da preziosa valvola di scarico della fatica mentale accumulata in classe ascoltando, in silenzio, l’insegnante e memorizzando i saperi dell’abbecedario. A patto – è il prezzo antipedagogico – che resti fuori dall’uscio della classe il suo profumo alfabetico: i suoi canoni semiologici e semantici, le sue grammatiche e sintassi, il suo gusto per l’imprevisto e per l’avventura, la sua voglia inesauribile dell’emozionante, dell’azzardo, del comico, del magico.

Questi soltanto dipingono il paradiso perduto di un’infanzia e di un’ adolescenza sorridenti e felici.

(1) Vedasi, J. Dewey, Il mio credo pedagogico, Firenze, La Nuova Italia 1954

 

 

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