Chico Forti

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Questa volta vogliamo parlare di Chico Forti, non da ultimo come spunto per allargare il discorso a vicende di giustizia e non.

Chico Forti sta scontando l’ergastolo per l’omicidio di Dale Pike, dal cui padre Chico stava acquistando un hotel a Ibiza.

Enrico “Chico” Forti è un ragazzo originario di Trento, classe 1959, laureato in ISEF (Istituto Superiore di Educazione Fisica) a Bologna, il quale, dopo una sostanziosa vincita a un quiz di Mike Bongiorno, più di vent’anni fa, decide di mettere a frutto il gruzzolo in molteplici attività.

E’ un tipo particolare, dotatissimo in molti campi: campione di windsurf, addirittura inventore di apparecchiature sperimentali per lo sport, parla molte lingue tra le quali il giapponese, ha il brevetto di pilota, è brillante e di bell’aspetto.

Si trasferisce negli Stati Uniti dove sposa, dopo il divorzio dalla moglie italiana, una miss, da cui ha tre bambini; si lancia nell’attività immobiliare, a Miami, nonchè in quella di documentarista, dapprima solo sportivo.

E’ praticamente un cittadino modello, quando un giorno, nel 1998, gli piomba addosso addirittura l’accusa di omicidio. La vicenda è ampiamente spiegata in web, e anche piuttosto complessa. Per molti è sicuramente innocente e la polizia di Miami ha soltanto voluto vendicarsi del suo documentario realizzato per Rai 3, sulle strane indagini riguardo la morte di Gianni Versace; per altri, pochi, ma agguerriti, solo un arrampicatore che, vistosi scoperto nel tentativo di gabbare un anziano e fargli svendere un albergo per lucrarci, ne ha ammazzato il figlio che tentava di opporsi alla circonvenzione del genitore.

Lorenzo Cherubini (Jovanotti) è nato a Roma il 27 settembre 1966. E’ uno tra i personaggi famosi che appoggiano la causa di Chico Forti, chiedendo la revisione del processo.

Oggi alcuni nomi famosi in Italia, come Jovanotti, Fiorello e Red Ronnie, stanno tentando di rilanciare l’attenzione sul caso, ritenuto di malagiustizia a stelle e strisce, e per difenderlo sono scesi in campo nomi del calibro di Ferdinando Imposimato, ora suo difensore (quelli americani, obiettivamente, l’avevano difeso ben poco) e la “super woman” criminologa Roberta Bruzzone.

Nella speranza che questo non diventi l’ennesimo reality alla Parolisi, ricordiamo che intanto Chico sta scontando l’ergastolo in Florida, sulla base di una sentenza con cui il giudice , ammettendo la scarsità di prove, ha stabilito di avere la percezione inequivocabile della colpevolezza (strano modo di sentenziare); le sue istanze di revisione sono state tutte rigettate e ha perso la sua famiglia.

Innanzitutto ci spiace che la questione si stia politicizzando. Molti di noi non sono affatto antiamericani, ma è quasi inevitabile pensare ad Amanda Knox o alla tragedia del Cermis: ove un cittadino yankee venga accusato di qualcosa fuori patria, gli USA scatenano sempre campagne di denigrazione o di insabbiamento, e questo è forse uno dei lati meno amabili di quel Paese, perfino per chi lo ama. Piaccia o no.

Dipoi, il pensiero va a tanti altri italiani rinchiusi, a torto o a ragione, in carceri sicuramente più scomode ancora di quella dove sta Forti, e la domanda è: ma la diplomazia fa qualcosa per questi connazionali? Lo Stato italiano si muove, si informa? Vero è che c’è chi fa il bullo in giro per il mondo e a volte, direbbe qualcuno, va in cerca di guai; ma altrettanto potremmo dire noi, circondati da cittadini stranieri che, per quanto ci riguarda, accogliamo volentieri, ma spesso delinquono senza che i paesi d’origine collaborino più che tanto a fare giustizia: le garanzie legali da parte nostra, in genere, non sono loro negate. E se il nostro sistema giudiziario e carcerario è sovente deprecabile, questo risulta essere una piaga su cui la politica dovrebbe intervenire in quanto riguarda tutti, italiani e non.

Immaginiamo che ormai di tutto questo importi poco a Chico Forti, che nelle foto appare l’ombra di se stesso, rassegnato e stanco; tuttavia, se non altro a titolo di atto simbolico, un passo ulteriore verso la revisione, a nostro avviso, andrebbe fatto: almeno per dare un segnale di presenza di questa nostra povera Italia, laddove, ricordiamo, un problema o un incidente può capitare a chiunque. Chico era felice, incensurato e appagato: noi ci chiediamo per quale motivo avrebbe dovuto ammazzare uno che conosceva da venti minuti (era appena andato a prenderlo all’aeroporto credendo di dover parlare di affari); vittima e padre, spiace dirlo, erano ambedue figure non cristalline, nonché aiutate a contattare Chico da una strana cricca di tedeschi, uno dei quali pluripregiudicato, i quali si forniranno poi l’alibi a vicenda.

Ricordiamo inoltre che, stando alle perizie, Forti avrebbe compiuto in brevissimo tempo l’omicidio al buio su di una spiaggia, avrebbe denudato e in parte oltraggiato il cadavere, per essere poco dopo di nuovo all’aeroporto, dove era atteso dal suocero in arrivo da altra destinazione. Forse troppo sicuro di sé e abbagliato dall’”american dream”, permise alla polizia di interrogarlo senza avvocato e, spaventato da un trucchetto dei detectives, all’inizio raccontò una bugia (di non conoscere la vittima), che ritrattò peraltro quasi subito. Se è colpevole, che paghi: ma quel processo, a nostro avviso, è da rifare, e in fretta: gli anni passano, i testimoni scompaiono e la verità langue.

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17 commentiCosa ne è stato scritto

  1. claudio giusti

    Do you swear that you will tell the truth, the whole truth, and nothing but the truth, so help you God?

    In un caso giudiziario ci sono molti modi di non dire la verità e gli amici di Chico Forti li hanno utilizzati tutti. Hanno nascosto i fatti, li hanno ignorati, distorti e inventati. Hanno ingigantito dettagli irrilevanti. Hanno creato un diritto penale a proprio uso e consumo. Hanno prodotto una gigantesca montagna di frottole dietro cui hanno celato l’evidente colpevolezza del loro protetto. L’hanno potuto fare grazie all’insipienza e all’incapacità della nostra classe dirigente. Non ci dobbiamo stupire se tanti sprovveduti hanno sposato le inconsistenti tesi innocentiste del Forti, ma dobbiamo chiederci come sia possibile che tanti politici e giornalisti non si siano minimamente informati prima di prenderne le difese: quando bastava fare una telefonata. Non pretendiamo certo che questi passino le nottate sui libri di diritto americano, ma ci interroghiamo sulla qualità delle informazioni che utilizzano quando prendono decisioni importanti: quelle in cui non vi sono risposte univoche come per Forti, ma in cui si scontrano teorie diverse e dove, dagli stessi fatti, si traggono conclusioni opposte. L’affare Forti illustra l’incompetenza della nostra classe dirigente e spiega molto più di tante analisi perché siamo in guai così grandi.

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  2. claudio giusti

    Nei quarant’anni in cui mi sono occupato di diritti umani mi sono sempre esposto di persona.
    Prima per i dissidenti sovietici poi per i desaparecidos argentini e ora per i condannati a morte americani,
    Esporsi può causare problemi, IO so come affrontarli.
    Comunque:
    Gli amici del Forti assicurano la sua innocenza e pretendono l’appoggio della società e del governo.
    Purtroppo non sono in grado di dimostrarla e rispondono con astio a ogni richiesta, invitando il disturbatore a informarsi.
    Peccato non ci sia assolutamente modo di farlo.
    In dieci anni non hanno trovato il tempo di pubblicare gli atti del processo e le richieste d’appello.
    Le loro tesi innocentiste fanno acqua da tutte le parti e forse questo spiega l’irreperibilità di ogni documento ufficiale.
    C’è chi si accontenta di credere a un blog mentre altri hanno una reputazione da mantenere.
    Se appoggiassi le dichiarazioni innocentistiche del Forti gli amici abolizionisti me ne chiederebbero ragione.
    Ho chiesto anche alla Dottoressa Bruzzone, ma i documenti sono sempre da un’altra parte.
    In attesa si degnino di pubblicarli continuo a fare domande.

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  3. claudio giusti

    vorrei far sapere a tutti voi che sono io ad aver ricevuto delle minacce e che esiste un reato che si chiama abuso della credulità popolare. Se poi avete il fegato di accettare un civile incontro in campo aperto sono sempre disponibile. Non credo però che i chicchiani siano abbastanza preparati e coraggiosi da difendere le loro idee. Preferiscono stare nascosti e parlare fra di loro.

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  4. claudio giusti

    una domanda alla redazione.
    Mi chiedo se sia ancora possibile avere una posizione indipendente sul caso di Chico Forti. ogni volta che scrivo qualcosa sulla sua evidente colpevolezza sono aggredito dai suoi seguaci, ogni volta che faccio domande vengo insultato, se espongo i loro clamorosi errori minacciato. Capisco che il culto di CF sia diventato una sorta di religione (e ho molto rispetto per la libertà di religione), ma fino a quando il suo sarà un caso giudiziario rivendico il mio diritto di cittadino e di esperto di dire tutto quello che penso.
    Voi cosa ne pensate?

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  5. Carmen Gueye

    Lei continua a insultare e il solo fatto che continui a usare un aggettivo ingiurioso la dice lunga.

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  6. Carmen Gueye

    Signor Giusti, lei è intervenuto in altra sede su miei commenti. Le ho già detto che è semplicemente stomachevole questo sarcasmo che la porta a definire “chicchiani” quelli che semplicemente vorrebbero saperne di più sulla vicenda. Qui non ci sono fans club ed io non ho affermato che la giustizia americana è sbagliata tout court, ma ho dei dubbi.Lei ha già sposato la sentenza, bene, la lasciamo al suo parere; lasci agli altri il loro ed eviti i titoli ingiuriosi, grazie.

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    • claudio giusti

      Carissima Signora, di stomachevole ci sono le bugie di un assassino e quelle dei suoi sostenitori, le incredibili stupidaggini che ci vengono quotidianamente servite, gli insulti e le accuse che raggiungono chi osa porre la più timida delle domande. Anch’io vorrei saperne di più sull’assassinio di Dale Pike, ma non sono disposto ad accettare le frottole chicchiane.

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  7. Carmen Gueye

    Se si muove una critica, si deve almeno motivare. Non vedo alcun pressapochismo nè vergogna, visto che c’è solo un’analisi. Cerchi di essere lei meno pressapochista e, già che c’è, dica chi è, il suo nome, vero e intero. Forse è uno di quelli che vorrebbero Chico all’ergastolo?

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    • claudio giusti

      I CHICCIHIANI NON SANNO DI COSA SI PARLA
      La Senatrice Emma Bonino si è platealmente unita, il 17 novembre scorso, ai sostenitori di “Chico” Forti, l’italiano che sta scontando l’ergastolo in Florida. La Signora Bonino considera il processo che lo ha condannato un caso di malagiustizia perché nella sentenza mancherebbero “prove specifiche”.
      “La sentenza stessa è abbastanza impressionante, nel senso che (…) non si fa riferimento a nessuna prova specifica. (…) Si fa riferimento a emozioni o sensazioni (…) espresse dalla giuria. (…) Per chiunque creda nello stato di diritto anche solo a leggere la sentenza viene la pelle d’oca. Perché, ripeto, per un ergastolo lwop non c’è riferimento ad una prova specifica.”
      La Bonino dimostra di non avere la più pallida idea del funzionamento del sistema giudiziario americano in cui verdetti e sentenze non hanno motivazione e le giurie non spiegano le loro decisioni, nemmeno se vi mandano sulla forca. Neppure sa che la frottola della sentenza basata su sensazioni è stata inventata dai chicchiani anni dopo il processo.
      Non ci stupiamo se tanti sprovveduti hanno sposato le inconsistenti tesi innocentiste di Forti, ma ci chiediamo come sia possibile che politici e giornalisti non si siano minimamente informati prima di prenderne le difese, quando bastava fare una telefonata. Non si pretende che passino le nottate sui libri di diritto americano, ma ci si interroga sulle informazioni che utilizzano quando prendono decisioni importanti, quelle in cui non vi sono risposte univoche come per Forti, ma in cui si scontrano teorie diverse e dove, dagli stessi fatti, si traggono conclusioni opposte. Se l’affare Forti è rappresentativo della competenza della nostra classe dirigente siamo veramente nei guai.

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  8. claudio giusti

    vorrei fosse chiaro che NON ci sarà un settimo tentativo di revisione come vanno dicendo gli amici di CF. A questo punto del tragitto giudiziario NON si possono portare di fronte a una corte le rimasticature di quanto è passato, o avrebbe potuto passare, al processo. Per avere una flebile speranza occorre una NEWLEY DISCOVERED EVIDENCE, cioè una prova o una testimonianza estremamente importante che avrebbe potuto cambiare l’esito del processo e che SI DIMOSTRI NON POTEVA ESSERE TROVATA ALLORA. Qualcosa che è estremamente difficile da trovare e da portare di fronte ad una corte. Per questo insisto a dire che la storia della revisione è l’ennesima frottola chicchiana, spero l’ultima delle tante.

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  9. claudio giusti

    guardi che Forti è colpevole, il processo è stato regolare e la storia della sentneza basata su di una sensazione è una frottola

    Come sono andati i fatti.
    Enrico Chico Forti si incontra con Dale Pike alle 18.00 di domenica 15 febbraio 1998. Salgono in macchina e Pike non sarà più visto vivo. Forti si dirige immediatamente a sud, verso la spiaggia dove 24 ore sarà trovato il cadavere, mentre avrebbe dovuto prendere la direzione opposta. Forti afferma che durante il tragitto Pike telefona e chiede di essere portato al Rusty Pelican, ma non spiega perché non abbia offerto il suo telefonino e perché non si sia poi preoccupato di rintracciare il numero chiamato dalla vittima. Alle 19.16 telefona alla moglie da un posto vicinissimo a quello dove sarà trovato Dale Pike morto e dice che non è arrivato. Versione che manterrà nei tre giorni successivi con tutti: con suo suocero, con Knott, con il suo avvocato, con il padre della vittima, ecc.

    Mercoledì 18 febbraio ore 17.30, Chico Forti arriva a New York per incontrare il padre della vittima Anthony Pike in aeroporto. Non trovandolo (perché è sotto protezione della polizia) telefona alla signora Fredericks da cui apprende dell’assassinio di Dale, ma non ne sembra stupito. Torna a Miami, chiama Gary Schiaffo e gli dice che non ha incontrato né Dale né il padre. Non si spiega perché non abbia invece interpellato il suo famoso avvocato civilista, il senatore Paul Steinberg.
    L’indomani, giovedì mattina, telefona alla centrale di polizia e anche in questa occasione mente dicendo di non avere incontrato la vittima Dale Pike: posizione che manterrà anche la sera, quando si reca personalmente in centrale. Nessuno gli ha mentito, nessuno ha tentato di spaventarlo. Forti mente alla polizia come ha mentito a tutto il mondo.

    Venerdì sera Forti torna in centrale, non per ammettere la sua bugia, ma per continuare la recita. Continua a mentire sull’arrivo di Dale Pike anche dopo l’arresto e “solo quando comprese che la polizia aveva le videoregistrazioni degli arrivi all’aeroporto di Miami e la prova di una chiamata in uscita dal suo cellulare (da una zona non lontana dal luogo dell’omicidio) allora ammise di avere prelevato Dale.” Solo a questo punto gli raccontano la balla dell’assassinio di Anthony Pike.

    I generosi sforzi degli amici di Forti per imporre le regole italiane nel diritto statunitense cozzano contro la realtà dei fatti e le sentenze Miranda e Frazier della Corte Suprema. I diritti Miranda si leggono a chi è in custodia e non ai sospettati, e la polizia ha il diritto di ingannare l’accusato. Chico non è stato attirato in una trappola, non è stato ingannato e non era in arresto fino a venerdì sera.

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